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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.


da qui

domenica 18 settembre 2022

Gestione Covid in Grecia e nel mondo: verso il processo di Atene - Marina Voudouri

A seguito di una denuncia depositata il 19 luglio 2021, da parte dell’avvocato penalista Nikos Antoniadis ( https://nikosantoniadis.tv/ ), la Procura di Atene ha dato mandato il 26 giugno 2022 a procedere con le indagini preliminari per la procedura penale. Il processo, seppur ha come accusato principale il Premier greco e il suo governo, avrà una natura internazionale in quanto la lista degli accusati si estenderà anche all’Organizzazione Mondiale per la Sanità, dichiara Antoniadis.

L’attività penale in questione, che intende portare al “Processo di Atene”, ha interessato anche molte realtà estere tra cui anche un gruppo di ricercatori e medici dall’Italia, oltre ad altri gruppi da altri Paesi europei e dagli USA.

La denuncia riguarda ciò che l’avvocato definisce “il più grande inganno di tutti I tempi”. Le accuse principali sono quelle di organizzazione criminale e di omicidi dolosi, reati che sono esenti dall’immunità parlamentare come previsto dal Diritto penale in Grecia. La lista degli accusati è lunga così anche la lista dei reati oggetto della denuncia. Oltre al Premier, Kyriakos Mitsotakis, e ad alcuni dei Ministri specificamente citati, sotto accusa è l’intero Consiglio dei Ministri così come Direttori di vari ospedali pubblici, alcuni magistrati, rappresentanti di varie istituzioni pubbliche e anche i responsabili del social network Facebook. A questi, si aggiungerà – ha preannunciato Antoniadis – l’OMS con l’accusa dell’istigazione a delinquere.

“Il più grande inganno di tutti I tempi” si articola, secondo il denunciante, in tre protocolli:

- il protocollo dell’inganno

- il protocollo della morte

- il protocollo della vaccinazione di massa.

I primi due sono al servizio del terzo, chiarisce Antoniadis il quale sta integrando la denuncia iniziale (dalle 4.311 pagine contenenti anche ricco materiale fotografico, referti di autopsie e varie documentazioni e testimonianze) con dati su numerosi recenti decessi dovuti a ciò che lui definisce “improvvisite” correlati allo stato vaccinale o no delle vittime. Annuncia inoltre che chiederà di investigare anche sulle statistiche dei ricoveri in terapia intensiva e in reparto Covid in relazione allo stato vaccinale dei pazienti in questione.

A partire dal deposito della denuncia nel luglio 2021 ad oggi, il penalista ha avuto una quotidiana e incessante attività intensa con azioni legali a tutti i fronti e anche con supporto legale verso pazienti ricoverati o loro familiari che chiedono a lui aiuto per difendersi. Nominiamo a titolo di esempio alcune di queste richieste che l’avvocato ha esposto e di cui dichiara di possedere ampia documentazione testimoniale: intubazioni nonostante la saturazione fosse dal 95 in su, ricovero in reparto Covid seppur I pazienti si fossero rivolti all’ospedale per altre cause (ad es, incidenti, tumori in fase avanzata, problemi cardiaci pregressi), denutrizione e disidratazione, continui ostacoli per la richiesta di autopsie.

Va precisato che tutte queste attività, il rinomato avvocato Antoniadis le sta svolgendo in pieno volontariato e che, per poter dedicarsi a tempo pieno al loro svolgimento, ha dovuto interrompere ormai da più di un anno la sua attività professionale che era molto ricca e impegnativa,  in quanto composta da molti clienti e da catene di imprese importanti. Lui e la sua famiglia vivono ormai dalle donazioni che molti cittadini devolvono volontariamente all’associazione che ha appositamente creato.

Il Commissariato della  Polizia Giudiziaria che ha avuto l’incarico per le indagini preliminari ha convocato l’avvocato Antoniadis per un primo colloquio investigativo con comunicazione recapitata il 20 agosto presso la sua abitazione e il colloquio ha avuto luogo nella giornata di domenica 4 settembre. Al termine dell’incontro di circa un’ora, Antoniadis ha fatto un video dal vivo sulla piattaforma Facebook all’uscita dal Commissariato, per condividere il momento di entusiasmo e di riuscita dell’impresa  (link: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=599927391770358&id=100052949870422 ).

da qui

sabato 2 dicembre 2017

Il migliore albergo d’Europa - Piergiorgio Barbetta, Ludovica Ricci, Enrico Russo



L’albergo migliore d’Europa non è un albergo. È un centro di accoglienza, il “Refugee accommodation and solidarity space City Plaza”, che alcuni attivisti e giornali chiamano appunto The best hotel in Europe. L’edificio, abbandonato dal 2008, è stato occupato da un anno e mezzo, con il sostegno e l’appoggio di svariate organizzazioni, un tempo vicine e ora deluse e arrabbiate con Syriza e i suoi quadri. Ora il City Plaza ospita più di 350 rifugiati e gode del sostegno e del lavoro, oltre che di gruppi e collettivi greci, di diverse decine di volontari internazionali. Poco distante da piazza Victoria, punto di ritrovo di tanti migranti che vivono ad Atene, in un quartiere tradizionalmente di destra, in una città estremamente contraddittoria e violenta, il City Plaza rappresenta un modello, una rivendicazione e una richiesta di un’accoglienza diversa, piena, degna.
Al piano terra dell’edificio, si incontrano i volontari addetti alla sicurezza. Il loro ruolo, oltre a quello di tenere la struttura aperta e fruibile, consiste principalmente nel controllare che chi entra sia un residente, un volontario o un visitatore. Con la notifica dell’ingiunzione di sgombero e la decrescente ma comunque viva presenza di Alba Dorata, è bene assicurarsi delle intenzioni dei visitatori. I turni della sicurezza coprono tutte le 24 ore e vengono svolti, come tutte le attività dell’hotel, da volontari internazionali, residenti e greci. Il che permette di gestire le lamentele del vicinato e una notevole flessibilità nella Babele di lingue della migrazione. Quotidianamente arrivano persone che chiedono un posto dove stare. Purtroppo, in inglese, francese, arabo, farsi o greco, l’unica cosa che si possa fare in quel momento è aggiornare un’impietosa lista, dove si indicano nomi, un recapito e attuale sistemazione. Quest’ultima voce racconta di una parte di città disperata, costretta a vivere in strada: street è la voce in assoluto più ricorrente di un elenco di varie centinaia di nomi. Il criterio di accoglienza non segue però esclusivamente la cronologia di questa impietosa lista d’attesa. Uno spazio è riservato alle donne in stato di gravidanza, malattie, situazioni critiche. A tutti questi aspetti viene data attenzione particolare all’interno delle assemblee periodiche che valutano queste situazioni per assegnare un posto o una camera liberi. 400 persone non sono che una goccia nel mare magnum delle migrazioni. L’obiettivo non è spostare i problemi di sovraffollamento dai campi in città, ma offrire un posto adeguato. I residenti non sono pochi ma, assunta l’impossibilità di risolvere al livello di un singolo posto la questione dell’accoglienza, si è preferito puntare sulla qualità della vita. Considerati anche i tempi biblici della gestione delle richieste di asilo e della conseguente attesa coatta, è sembrato ragionevole creare un posto che possa assomigliare ad una casa comune. Un’attenzione particolare viene riservata ai bambini: sono più di 100, che scorrazzano liberamente per i corridoi e le scale dell’hotel, che fanno assemblee e riunioni per conquistare il diritto di entrare al bar, che salgono sulla sedia per arrivare al bancone a chiedere un bicchiere d’acqua. Giocano a fare i grandi: “water please!”, è la richiesta più frequente anche tra gli adulti, visto che all’interno dell’edificio è stato vietato il consumo di bevande alcoliche e il caldo si fa sentire. La loro natura di bambini cresciuti troppo velocemente non è solo un gioco. Si manifesta in ogni momento della vita quotidiana dell’albergo, una furbizia e un’energia traboccante che cerca di essere incanalata dagli sforzi dei volontari che hanno deciso di dedicare il loro tempo alla costruzione e all’apertura di uno spazio giochi, alla proiezione di cartoni animati, film e corsi di lingua per bambini. Per piccoli e grandi vengono organizzati corsi di diverse lingue a vari livelli, alunni e insegnanti si scambiano i ruoli a vicenda. Un volontario greco impara l’inglese insieme ad un ragazzo arabo da un volontario scozzese, che si siede a sua volta affianco al greco nel corso di arabo. Grazie alla determinazione di alcune volontarie, che hanno dovuto affrontare molte resistenze interne alla stessa assemblea, una stanza è stata adibita a women’s space: le donne possono ritrovarsi per staccare dai bimbi, seguire corsi di danza, fare lezione. La domenica le famiglie e i volontari vanno al mare, decidono insieme dove, preparano i panini e una simpatica carovana invade i vagoni della metro e dei tram ateniesi. Abbattimento delle barriere linguistiche e culturali e lavoro di comunità procedono parallelamente. Dalle lezioni di lingua, ai turni in cucina, le attività nell’hotel vengono organizzate tramite assemblee aperte, in cui non serve il patentino di militante per prendere parola, alle quali partecipano attivamente residenti e volontari. In cucina lo chef cambia continuamente e, a turno, qualcuno si assume la responsabilità di preparare uno dei tre pasti giornalieri da offrire gratuitamente nel salone comune. Anche in cucina lo chef coordina, non comanda, come il “nuovo politico” che Dolci si augurava, perché la parola politica potesse avere il senso pieno di “complesso delle azioni per cui le persone, i popoli, determinano la direzione della propria vita”. Politica è la parola chiave dell’equilibrio raggiunto al Plaza. Garantire il rispetto dell’intimità, un posto degno e accogliente in cui stare, la possibilità di partecipare e di attivarsi mentre si aspettano le lungaggini delle burocrazie e i cambi d’umore istituzionali, è politica. È politica discutere collettivamente dei problemi di convivenza, di gestione, delle donazioni che arrivano e di come utilizzarle. È politica fornire gratuitamente assistenza legale e medica, grazie alla presenza di avvocati e di diversi dottori, tutti volontari, che hanno creato un piccolo ambulatorio. È politica prestare attenzione alle persone, ascoltarne i racconti, lavorare perché tutti possano sentirsi a proprio agio, aiutati e volenterosi di aiutare creando un clima di rispetto e mutuo soccorso che ha il sapore di una famigliona allargata. È politica cercare di arginare la crescita di ulteriori sacche di disperazione e marginalità. Marx aveva sostenuto, salvo poi smussare decisamente questa tesi, che gli stadi di sviluppo dei paesi più avanzati forniscono schemi ed esempi dello sviluppo dei paesi arretrati. Il movimento per l’accoglienza in una Grecia devastata dalla crisi e dalle speculazioni sembra indicare il contrario. Un paese in crisi, con un debito imponente e massicci interventi di privatizzazioni, dimostra che c’è ancora spazio per la solidarietà, che lo sviluppo reale si oppone alla barbarie razzista che si aggira per l’Europa. La crisi, più che migratoria, è di gestione delle politiche d’asilo degli stati dell’Unione europea, dei principi e valori che le orientano e delle pratiche che le caratterizzano. Gli aiuti umanitari diventano strumenti di controllo dei flussi migratori, attraverso l’allocazione di privilegi o penali a paesi terzi, a seconda che collaborino o meno alle procedure di espulsione e rimpatrio, secondo lo schema di un freddo e disumano “subappalto” cui fa eco un cieco e patinato “aiutiamoli a casa loro”. La prova evidente di questa esternalizzazione è nella strategia che sottende gli accordi tra Turchia e Ue: chiusura della rotta balcanica e stazionamento di migliaia di persone nel limbo infernale degli hotspot e dei campi, in attesa di procedure giuridiche che stabiliscano chi è legale, e dunque meritevole di restare, e chi illegale, e dunque punibile col respingimento in Turchia. La cui ospitalità sarà ricompensata dall’Ue con sei miliardi di euro. Da parte sua il governo greco, in barba alle promesse elettorali, preferisce rinunciare alla costruzione di una forma diversa di accoglienza, facendo strategicamente pesare l’ingestibilità della questione migranti nei negoziati sul debito. Strategia fallimentare, che non si discosta affatto dai meccanismi neoliberali e che non lascia molto spazio alla speranza di un’inversione delle politiche economiche. Il risultato è, piuttosto, la riproposizione della dialettica “interno/esterno”, col conseguente acuirsi della narrazione identitaria e di una spersonalizzazione dello straniero cui, se va bene, viene riconosciuto lo status di vittima incapace. Nel suo piccolo, il City Plaza riesce a spezzare questa dinamica, con la sua autorganizzazione e la creazione di una comunità che rifiuta logiche assistenziali e autoritarie. Per questo si considera un esempio per altre realtà associative e di movimento, spesso intrappolate dentro ragnatele ideologiche che impediscono di prestare attenzione ai bisogni e ai desideri delle persone, come per le istituzioni e organizzazioni, siano esse statali o non governative. La disillusione e la rabbia verso le ong e la gestione istituzionale dei campi sono palpabili, tanto tra i volontari che vi hanno collaborato, quanto tra i residenti che ne sono stati clienti.
Forse quanto in Italia. Ma nascono da presupposti e principi, politici e morali, opposti e antagonisti. La polemica nostrana (almeno quella mainstream) affonda le sue radici in un misto di xenofobia, violenza verbale e securitarismo. La cosiddetta sinistra istituzionale e di governo ha ceduto su tutta la linea alla retorica delle destre, concretizzandola in un vergognoso codice di condotta, in una disgustosa e artefatta polemica sul soccorso in mare e in una sistematica operazione di repressione delle esperienze di solidarietà autogestite. Le critiche mosse dal City Plaza, ma più in generale da una notevole fetta dei movimenti per la casa e per l’accoglienza di Atene, coinvolgono la fallimentare gestione dei finanziamenti erogati dall’Ue, lo stato dei campi profughi governativi, l’assoluta mancanza di attenzione al benessere delle persone. Contestano la logica per cui tanto una tenda è meglio di niente. Se nella logica istituzionale, il concetto di empowerment è spesso un meschino grimaldello per legittimare l’opera di smantellamento dei servizi di assistenza alla persona, al City Plaza è una pratica quotidiana. Solidarietà, integrazione e benessere non sono parole. All’interno si percepisce chiara quella dialettica tra tensione e istituzione – l’una pratica libera, l’altra lettera morta – sulla quale Capitini fondava le sue critiche allo stato e alla chiesa, il rifiuto della “civiltà dei pubblici servizi […] che non può non prendere Gesù Cristo e metterlo in croce per mantenere l’ordine pubblico”. La stessa dialettica sulla base della quale Ivan Illich denunciava l’istituzionalizzazione di pratiche e valori come una mistificazione che conduce a giudicare e misurare gli uomini sulla base della capacità di consumare prodotti istituzionali, di essere, come si dice oggi, “attivabili”. Nel difendere i valori di solidarietà, autogestione e integrazione, nel renderli concreti ed agibili, la posizione del Plaza in questa dialettica è chiara. Altrettanto chiara è quella di tante istituzioni, governative e non.

giovedì 11 giugno 2015

intervista al direttore dell'ospedale greco Theodoros Giannaros - Giuseppe Sarcina

Theodoros Giannaros tiene gli occhi fissi sul computer e una sigaretta tra le dita. Guarda le immagini di alberi, di spiagge. È talmente assorto da non accorgersi che la cenere sta coprendo la tastiera. Compare l’immagine di un giovane. Bello, sorridente. «È mio figlio, si è tolto la vita pochi giorni fa. Aveva 26 anni. Quando l’ho saputo non sono riuscito a fare altro che questo video». Atene, Ospedale Elpis: un complesso di palazzine bianche nel centro della città. È un giorno festivo, ma il dottor Giannaros si fa trovare nel suo ufficetto di direttore. Siede lì dal 2010. È un biologo molecolare, specializzato in genetica. Ha studiato a Karlsruhe, in Germania, a San Francisco e a Vienna. Da anni è un punto di riferimento assoluto per tutta la Grecia. Quando interviene sui giornali o in tv nessuno si permette di contraddirlo. Fruga ancora nel pacchetto di nazionali, tira fuori l’ennesima sigaretta e un’altra sassata: «Mio figlio è solo l’ultimo di una lista interminabile. Da quando è iniziata la crisi in questo Paese si sono suicidate 10 mila persone. Sì ha capito bene: 10 mila. È come se una grande città fosse stata cancellata dalla carta geografica della Nazione». 
Giannaros ha un passato nelle truppe speciali: mostra le foto delle sue ultime missioni, in mimetica, immerso in un fiume fino alle ginocchia. È come se avesse bisogno di una pausa, vuole raccontare ancora qualcosa della sua famiglia, degli altri due figli, 24 e 28 anni. «Anche il più piccolo è un soldato». Lo dice con un sottinteso chiaro: lui si è salvato. Ma quanti sono i giovani senza speranza? Le statistiche si afflosciano come svuotate di senso al cospetto della forza, della dignità di quest’uomo. «Appena arrivato qui incontravo pazienti che mi chiedevano: ma quanto devo pagare per operarmi qui? Quanto per una lastra? Nulla, rispondevo, questo è un ospedale pubblico. Poi mi sono fatto portare il registro delle prenotazioni e ho capito. La lista d’attesa risultava sempre infinita, ma con una buona “fakelaki” si poteva comodamente saltare la fila». “Fakelaki”, la bustarella. «In cortile ho fatto mettere dei cartelli con una busta sbarrata con una grande x rossa. Significa che qui non si accettano tangenti»…

giovedì 9 ottobre 2014

è morto Loukanikos (Salsiccia)

…Loukanikos irrompe sulla scena politica ellenica nel 2009. Il paese sta iniziandoa sprofondare nella crisi, i conti sono truccati, nel bilancio dello stato c'è una voragine. E gli arcigni controllori di Bce, Ue e Fmi mettono sotto tutela la Grecia. Alle prime manifestazioni di piazza, i fotografi della grande testate internazionali - esaminando i loro scatti - saltano sulla sedia. Di fronte ai ragazzi in nero incappucciati che si scontrano con la polizia, in mezzo alle fiamme delle molotov e del fumo dei lacrimogeni, c'è sempre un cane dal pelo raso biondo, alto. Impegnato senza paura ad abbaiare incessantemente alle forze dell'ordine, incurante dei blocchi di marmo staccati dai gradini dell'Hotel Royal Bretagne che volano in aria, del fuoco e dei manganelli.

Lì è iniziata la leggenda di Loukanikos, uno dei tanti randagi (censiti dal Comune e coccolati dalla cittadinanza) che vivono per le strade della capitale ellenica. Nessuno è mai riuscito a capire come facesse a sapere i giorni e le ore degli appuntamenti politici. Fatto sta che ogni volta che una manifestazione anti-Troika ad Atene degenerava in scontri di piazza, lui era lì. Occhio attento, abbaio rauco, pronto a scattare contro i manifestanti e scagliarsi per primo contro i cordoni della Mas, l'addestratissima polizia anti-sommossa ateniese. Salvo poi sparire nel nulla appena il fumo dei gas si diradava e in strada tornava la calma. La sua capacità di distinguere tra buoni e cattivi (dal suo punto di vista, ovvio) è mitica. Qualche mese fa è finito in mezzo agli scontri tra poliziotti in borghese impegnati a manganellare i loro colleghi che scioperavano contro i tagli agli stipendi delle forze dell'ordine. Ha esitato solo un attimo, confuso. Poi si è schierato con le zampe ben piantate per terra di fronte ai contestatori. Dando man forte alle loro ragioni con il suo valido contributo di latrati e morsi. 

In sei anni di onorata carriera come guerrigliero urbano il cane black bloc si è guadagnato anche il rispetto dei suoi avversari. Nessun poliziotto ha mai voluto colpirlo. Ad Atene - complice il mistero che circondava la sua reale vita - è rapidamente diventato una celebrità e nel 2011, a conferma di una fama che aveva ormai valicato le frontiere, un orgoglioso e fiero Loukanikos è stato immortalato da "Time" come "Dog of the year". Tanta roba, specie per un randagio abituato a campare rubando qualche osso dai cassonetti dei ristoranti sotto il Partenone, litigandoselo oltretutto con i gatti del Partenone, altri quattrozampe che quanto a coraggio e aggressività non hanno niente da invidiare a leoni e tigri.

Negli ultimi mesi Loukanikos era finito in pensione. Quasi avesse capito che la Grecia è in ripresa e le manifestazioni di piazza, una volta quotidiane, sono sempre meno. I giovani studenti del Politecnico che scortava in corteo si sono resi conto che aveva qualche difficoltà motoria. E una famiglia ha deciso di prendersene cura. Se nè andato nel sonno. E la protesta di Atene ha perso una delle sue voci (diciamo così) più forti.
da qui

domenica 1 settembre 2013

senza data di scadenza

La Grecia affila le armi anti-austerity e - in attesa di una ripresa che non si vede ancora all'orizzonte - dà il via libera operativo alla vendita dei cibi scaduti. Il Governo ellenico ha pubblicato la direttiva che dal primo settembre consentirà ai supermercati di tenere sugli scaffali anche i prodotti etichettati "da consumare preferibilmente entro" dopo la data di scadenza. La merce di questo tipo dovrà essere collocata in spazi appositi ben separati dagli altri cibi e sarà venduta per periodo limitato e a forte sconto. Un modo per venire incontro a una popolazione costretta a tirare la cinghia dall'austerity lacrime e sangue imposta dalla Troika che per ora ha prodotto un risicato pareggio di bilancio ma anche una disoccupazione record al 27,6% (64,9% per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni) e un calo delle vendite al dettaglio nel primo semestre del 2013 vicino al 14%...