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martedì 22 aprile 2025

Nel Regno Unito difendere la resistenza palestinese è diventato un crimine - Patrick Boylan

 

Oggi, in quella rinomata cittadella della libertà di espressione e della libertà di stampa che è stato il Regno Unito, se professi il tuo sostegno alla resistenza palestinese puoi essere arrestato e incarcerato, il tuo cellulare e il tuo PC possono essere confiscati e la tua casa devastata dalla polizia in assetto d’assalto; puoi addirittura perdere il tuo posto di lavoro ed essere espulso dal Paese.

Non era così in passato. Persino Karl Marx, benché strettamente sorvegliato dalla polizia, godette pienamente della libertà di espressione e di stampa mentre risiedeva a Londra dal 1849 fino alla sua morte nel 1883. Non solo poté far stampare il suo Manifesto del Partito Comunista (che invocava una rivolta armata), ma fu anche libero di distribuire il suo controverso saggio Sulla questione ebraica – un testo che, pur rispettando l’ebraismo etnico, fustiga duramente l’ebraismo economico, o “sionismo” come diremmo oggi.

Bei tempi passati.  Oggi nel Regno Unito criticare il sionismo o proclamare sostegno alla rivolta armata palestinese viene accolto con una feroce repressione.  Prendiamo il caso dei giornalisti pro-pal.

La lunga mano della lobby sionista e l’intimidazione dei giornalisti

Cosa s’intende per “lobby sionista”? Il “sionismo”, originariamente un movimento identitario e nazionalistico che rivendicava una patria per gli ebrei, oggi si è trasformato in “imperialismo fideistico”, cioè nella difesa del “diritto divino” di Israele ad occupare non solo le terre originariamente sottratte ai palestinesi, ma anche altri territori limitrofi, che si estendono fino al fiume Giordano e addirittura all’Eufrate.  Chiunque abbia questa convinzione è un “sionista”, ebreo o non ebreo che sia.  Ad esempio, i cristiani sionisti evangelici negli Stati Uniti desiderano una “Grande Israele” come presagio del ritorno di Cristo. Pertanto, il termine “lobby sionista” indica oggi una rete di sionisti, in uno o più Paesi, che cercano di favorire l’espansione territoriale di uno Stato ebraico integralista. Un ultimo punto: l’antisionismo (la posizione etico-politica – perfettamente legittima – che condanna l’espansionismo israeliano a scapito di altri popoli) non deve essere confuso con l’antisemitismo (l’ostilità vile e razzista verso gli ebrei come gruppo etnico). Cercare di equiparare le due cose è semplicemente un tentativo disonesto di screditare le critiche all’imperialismo fideistico israeliano.

Il 16 ottobre 2023, il giornalista britannico Craig Murray, attivista filo-palestinese ed ex diplomatico del Regno Unito, è stato arrestato dalla polizia antiterrorismo all’aeroporto di Glasgow, di ritorno da un incontro con lo staff di WikiLeaks in Islanda.  Gli sono stati sequestrati il PC e il cellulare e ha dovuto subire un interrogatorio di un’ora – e riguardante non solo i suoi legami con WikiLeaks. Infatti, la polizia – forse informata dalla lobby sionista del Regno Unito, che tiene d’occhio ogni spostamento di attivisti come Murray – era ben consapevole che il giornalista aveva partecipato a una manifestazione pro-palestinese mentre si trovava in Islanda e gli agenti volevano sapere cosa fosse stato detto in quell’occasione. “Non ne ho idea, non parlo islandese, ho semplicemente partecipato alla manifestazione per solidarietà”, ha risposto Murray, con grande disappunto degli agenti, che alla fine hanno dovuto rilasciarlo – senza i suoi dispositivi elettronici, però.

Il 15 agosto 2024, la polizia ha arrestato il giornalista filopalestinese Richard Medhurst al suo arrivo all’aeroporto londinese di Heathrow, apparentemente a causa dei suoi servizi a favore della resistenza palestinese, considerati “apologia (sostegno) del terrorismo”.  Gettato in cella per 15 ore, Medhurst ha dovuto dormire – semisvestito – su un freddo blocco di cemento. Alla fine il giornalista è stato rilasciato, ma con l’obbligo di presentarsi a una stazione di polizia tre mesi dopo e con l’avvertimento di fare attenzione, nel frattempo, a ciò che avrebbe scritto.

Due settimane dopo, il 29 agosto 2024, all’alba, la polizia in tenuta antisommossa ha fatto irruzione nella casa della giornalista e attivista filopalestinese Sarah Wilkinson, mettendo a soqquadro ogni stanza e confiscando il suo passaporto e i suoi dispositivi elettronici.  Con irriverente crudeltà, gli agenti hanno persino sparso sul pavimento e calpestato le ceneri della madre, che Sarah conservava in un’urna sigillata su una mensola.  Messa agli arresti domiciliari per sospetto sostegno al terrorismo, la 61enne non ha potuto nemmeno andare in farmacia a comprare le medicine di cui aveva bisogno. Essendole stato sottratto il suo telefono cellulare e non potendo uscire di casa, non ha potuto nemmeno chiedere ai vicini di farlo per lei. Ora rischia un massimo di 14 anni di carcere. Il suo crimine?  Gli articoli che ha scritto a favore della resistenza palestinese. “Vogliono instillare la paura”, ha detto, “per farmi smettere di denunciare il genocidio a Gaza; ma non ci riusciranno”.

Poi, il 17 ottobre 2024, all’alba, la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nella casa del noto giornalista Asa Winstanley, vice caporedattore di Electronic Intifada. Il suo telefono cellulare, il suo PC e altri dispositivi elettronici sono stati confiscati e, durante la perquisizione, il giornalista è stato continuamente intimidito.  Anche in questo caso, il suo “reato” sarebbero i suoi scritti a favore della resistenza palestinese, scritti che qualcuno evidentemente ha denunciato alla polizia come apologia del terrorismo.  Ed è facile immaginare chi poteva essere quella persona e quale potente lobby l’avesse incoraggiata a setacciare ogni parola degli articoli di Winstanley per trovare affermazioni che potessero farlo arrestare.

Questi e altri esempi di azioni repressive contro giornalisti ed attivisti filo-palestinesi nel Regno Unito sono stati denunciati in un rapporto che non lascia scampo, redatto dalle Nazioni Unite e reso pubblico una settimana fa (5/2/2025).  Il rapporto era stato inviato in via confidenziale al Primo Ministro Starmer lo scorso 4 dicembre, con la richiesta di un riscontro entro 60 giorni; trascorso tale periodo senza alcuna risposta da parte di Starmer, gli autori del rapporto – quattro Relatori Speciali delle Nazioni Unite – hanno ora scelto di rivelarne il contenuto.  “Le disposizioni del Terrorism Act 2000, del Terrorism Act 2006 e dell’Anti-Terrorism and Border Security Act 2019,” scrivono i quattro Relatori, “sembrano essere state utilizzate per indagare, detenere, raccogliere dati e perseguire attivisti politici e giornalisti, sollevando preoccupazioni per le potenziali violazioni dei loro diritti fondamentali”.

La strumentalizzazione delle leggi contro il terrorismo

Infatti, gli abusi sopra descritti – ed altri ancora, che il rapporto ONU elenca – sono stati resi possibili da una legge antiterrorismo draconiana che risale al 2000, il Terrorism Act. In particolare, la sezione 12 criminalizza qualsiasi tipo di sostegno fornito a un’organizzazione proibita e qualsiasi espressione pubblica di simpatia per tale organizzazione.

La legge elenca, poi, le organizzazioni proibite che non possono essere aiutate e di cui non si può nemmeno parlare in modo favorevole.  La maggior parte sono veri e propri gruppi terroristici, come al-Qaida e ISIS (nei Paesi musulmani), Boko Haram (in Nigeria), al Shabaab (in Somalia) e le Tigri Tamil (in Sri Lanka).

Ma nel 2019 e poi nel 2021, su pressione della potente lobby sionista nel Regno Unito, l’elenco delle organizzazioni proibite è stato ampliato per includere i due gruppi armati che si oppongono all’occupazione israeliana delle loro terre.  Uno di essi è Hezbollah, la resistenza armata creata nel 1982 per respingere l’esercito israeliano che aveva invaso e stava occupando il Libano.  L’altro è Hamas, la resistenza armata creata nel 1987 per cacciare l’esercito israeliano che occupava Gaza.

Vale la pena notare che né l’uno né l’altro di questi due gruppi era attivo o esisteva prima dell’invasione e dell’occupazione israeliana delle loro terre.  Inoltre, nessuno dei due ha mai cercato di occupare e di dominare territori israeliani.  Entrambi sono semplicemente forze difensive che cercano di scacciare le truppe straniere, segnatamente l’IDF, che occupano la loro terra.  In questo senso, possono essere paragonati ai partigiani cinesi, guidati da Mao Tse-Tung, che cacciarono gli occupanti giapponesi e fondarono la Repubblica Popolare Cinese.

Alla luce di tutto ciò, è palesemente pretestuoso designare Hezbollah e Hamas come organizzazioni “terroristiche”, soprattutto dal momento che la 20a Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1965) ha legittimato “la lotta [armata] dei popoli sotto il dominio coloniale… per l’autodeterminazione e l’indipendenza”.  Naturalmente, la lotta per cacciare una forza straniera occupante non autorizza i resistenti a commettere crimini di guerra o crimini contro l’umanità; se ne commettono, devono risponderne davanti ad un tribunale.  Molte delle atrocità attribuite a Hamas il 7 ottobre 2024 (come la mai verificata “decapitazione di bambini”) si sono rivelate solo propaganda israeliana, ma altre, invece, sono documentate e andrebbero sanzionate, a partire dalla stessa presa di ostaggi, che è un crimine di guerra.

Dunque, Hamas – come lo stesso Hezbollah – rimangono forze di resistenza (armata), malgrado i delitti eventualmente commessi.  Chiamarli “gruppi terroristici” facendoli inserire in qualche lista nera come la Sezione 12 del Terrorism Act britannico è solo uno stratagemma per demonizzarli e per impedire che se ne parli.  E’ una vecchia tattica: durante la Resistenza in Italia, i nazisti chiamavano i partigiani italiani “banditi”, così come, durante la Resistenza in Cina, i giapponesi chiamavano i partigiani cinesi “diavoli” – in entrambi i casi, per alienare loro il consenso e la simpatia della popolazione. “Terrorista” è il termine demonizzante usato oggi da Israele per screditare le forze che si oppongono con le armi al suo espansionismo.

Conclusione

Per via della Sezione 12 del Terrorism Act, nel Regno Unito è diventato un crimine parlare favorevolmente di Hezbollah o di Hamas o anche semplicemente della “resistenza palestinese”: farlo costituisce infatti la cosiddetta apologia del terrorismo. Da qui gli arresti, le perquisizioni e le intimidazioni nei confronti di quei giornalisti e attivisti britannici che hanno osato sostenere il diritto dei palestinesi a liberare la propria terra, anche tramite la lotta armata (purché venga condotta secondo il diritto bellico e le relative convenzioni internazionali).

Ma la legge sul terrorismo, così come è stata scritta, è estremamente ampia e vaga – a tal punto che la polizia non potrebbe mai essere in grado di verificare tutte le possibili violazioni dell’articolo 12; per farlo, sarebbe loro necessario leggere tutti gli scritti di tutti i giornalisti e attivisti del Regno Unito e soppesare le sfumature di tutte le parole che usano: un compito immane, anche con l’aiuto dell’AI. Chiaramente, dunque, l’ondata di repressione dei giornalisti e degli attivisti filopalestinesi attualmente in corso nel Regno Unito, presuppone l’esistenza di una rete di “informatori” di base, in grado di fornire alla polizia le segnalazioni di cui ha bisogno.  Si tratta, molto probabilmente, di una rete di comuni cittadini britannici – ma con spiccate simpatie sioniste – alla quale è stato chiesto di tenere d’occhio determinati giornalisti e attivisti filopalestinesi e di fare una segnalazione quando essi dicono o scrivono qualcosa che possa passare per “apologia del terrorismo”, secondo la vaga definizione della Sezione 12.  Poi, chi ha reclutato questi informatori – si tratta molto probabilmente di sionisti altolocati o comunque influenti – può usare queste segnalazioni per indurre la polizia ad emettere mandati di perquisizione allo scopo di accertare i fatti. Questo stratagemma ha un duplice scopo: serve ad intimidire i giornalisti o gli attivisti in questione e, allo stesso tempo, consente alla polizia di accedere ai contatti privati sui loro rispettivi cellulari e a tutti i documenti riservati presenti nei loro computer e nelle loro apparecchiature elettroniche.  Così facendo, ecco che essi risultano totalmente spiati.  Non solo, ma anche il nome di ciascun loro contatto entrerà in una data base e, quindi, anche quella persona diventerà “schedata”.

Si tratta solo di una pura congettura?  Forse no. Un indizio dell’esistenza di una cinica operazione di questo tipo è, come sottolinea Craig Murray, la totale assenza di interventi della polizia nei casi in cui un giornalista o una personalità di spicco esprime sostegno – come ormai fanno in tanti – all’organizzazione terroristica l’HTS (Hay’at Tahrir al-Sham) in Siria.  Infatti, l’HTS, benché ufficialmente proscritto, viene ora corteggiato dall’Occidente, con il risultato che la legge sul terrorismo sembra non esistere più nei suoi confronti. La prova è che nessuno, dal Primo Ministro in giù, è mai stato arrestato o perquisito per aver espresso simpatie per questa organizzazione terroristica.

Tutto lascia pensare, quindi, che la polizia sia stata indotta a scovare e ad arrestare, ai sensi della Sezione 12, solo quegli individui che esprimono simpatie per la resistenza palestinese.  Indotta da chi? Verosimilmente dalla lobby sionista che, oltre ad avere i motivi e i mezzi, è in grado di offrire alla polizia una fitta rete di informatori.

C’è una via d’uscita a tutto questo?  Sì. Gli attivisti britannici potrebbero intentare una causa chiedendo all’Alta Corte di stabilire che, sebbene Hezbollah e Hamas siano effettivamente forze di resistenza armata, non sono da considerarsi “terroristi”. Non dovrebbero quindi figurare nel Terrorism Act e non dovrebbe essere un crimine appoggiarli.

Esiste un precedente per una sentenza di questo tipo: la Corte d’Appello del Regno Unito è stata recentemente in grado di bloccare il trasferimento di migranti dal Regno Unito al Ruanda, annullando l’inclusione di quel Paese, promossa dal governo, tra i luoghi “sicuri” per la deportazione.  Allo stesso modo, la Corte potrebbe ora annullare l’inclusione di Hezbollah e di Hamas nell’elenco dei gruppi terroristici di cui al Terrorism Act. Questo servirebbe a porre fine all’attuale repressione dell’attivismo filopalestinese, repressione che non fa altro che offuscare la reputazione del Regno Unito. Anzi, la fine della persecuzione di giornalisti e di attivisti filopalestinesi rafforzerebbe le libertà fondamentali di espressione e di stampa nel Regno Unito. Le isole britanniche tornerebbero a essere viste come la cittadella di queste libertà nel mondo.

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NOTA 1: Quest’articolo è apparso, in forma ridotta, sul mensile de L’Indipendente di febbraio 2025 (1:1, pp. 44-45) con il titolo  UK: vietato difendere la resistenza palestinese.

NOTA 2: L’autore di questo articolo, pur riconoscendo il diritto dei palestinesi a difendersi dall’occupazione israeliana usando la forza, ritiene che solo attraverso mezzi politici nonviolenti essi possano veramente raggiungere l’autodeterminazione.  Il ricorso alla violenza non fa che generare altra violenza, come si è visto. Ma perché i mezzi politici nonviolenti abbiano successo, occorre che la comunità internazionale, intervenendo, li assecondi in massa, isolando così Israele.  Se invece la guerra a Gaza e in Cisgiordania perdura, è in gran parte a causa dell’assenteismo di noi altri.  E il legittimo diritto di Israele alla sicurezza?  Come garantirlo?  Ce lo ha detto Noam Chomsky: “Il modo migliore per combattere il terrorismo è smettere di praticarlo”.

da qui

giovedì 27 marzo 2025

Ripensare l’attivismo antimilitarista e anti NATO - Patrick Boylan

  

“Manifestazioni, marce, dichiarazioni sono alcune delle armi – ormai spuntate – nel repertorio degli attivisti politici tradizionali; bisogna rinnovarle” sostiene Patrick Boylan, co-fondatore delle associazioni Rete NoWar, Free Assange Italia e U.S. Citizens for Peace & Justice.

 

Parlando all’assemblea costitutiva del Coordinamento Nazionale NoNATO tenutasi a Bologna lo scorso 8 dicembre ed ora visibile sulla piattaforma Odysee, Boylan ha spiegato che "rinnovare" significa far tesoro del concetto gramsciano di egemonia e puntare, oltre alla mobilitazione di massa, sulla conquista degli spazi occupati dagli “intellettuali organici al sistema”.

Ciò vuol dire portare il pensiero antimilitarista e anti NATO nei mass media, nelle riunioni delle amministrazioni locali, nelle aule scolastiche e universitarie, nelle assemblee degli ordini professionali, nella produzione artistica e letteraria a tutti i livelli e via discorrendo. “In altre parole, bisogna fare meno comizi per i già convertiti e più interventi negli spazi che formano davvero l’opinione pubblica,” dice Boylan.

Rinnovare significa anche elaborare meno prese di posizione in documenti poderosi letti soltanto da un ristretto cerchio di attivisti e ricorrere di più a prese di posizione formulate in brevi messaggi veicolati dai social media e dal video giornalismo. “In altre parole,” conclude Boylan, “meno Word e PowerPoint e più TikToc, Instagram e canali YouTube.”

Segue il breve intervento di Boylan a Bologna, “La lotta No NATO contro la propaganda di guerra e per l’egemonia culturale.”

***

 

Antonio Gramsci si era chiesto perché non ci siano state, nei paesi capitalistici evoluti, le rivoluzioni comuniste che Karl Marx aveva invece previsto. La sua risposta è che Marx aveva sottovalutato il potere antirivoluzionario degli strati intermedi di queste società – i cosiddetti “intellettuali organici al Sistema”, ad esempio i funzionari statali e municipali, i giornalisti, i sacerdoti, gli insegnanti, i ricercatori, gli iscritti ai partiti politici, ecc.

Il loro peso complessivo, scriveva Gramsci, frenava ogni tentativo di rivolta. Questi intellettuali organici convincevano anche buona parte delle masse operaie che bisognava far funzionare meglio il sistema attuale, non rovesciarlo. Invece in Russia e in altri paesi del cosiddetto Terzo Mondo, questi strati intermediari non erano altamente sviluppati, né ben radicati. Ecco perché lì, le rivoluzioni comuniste hanno potuto prendere piede.

Credo che questo concetto gramsciano dell’egemonia culturale vada posto al centro della nostra lotta contro le guerre della NATO e contro la propaganda usata per venderle.

Se abbiamo difficoltà a far giungere il nostro messaggio alla gente comune, è proprio perché costoro vengono condizionati dagli intellettuali organici al Sistema. Possiamo denunciare quanto vogliamo la mano della NATO dietro la guerra in Ucraina, dietro il conflitto in Siria e persino dietro il genocidio a Gaza – le persone comuni stentano a crederci; continuano a percepire la NATO come alleanza di cui hanno bisogno, un’alleanza che le protegge, oltre a proteggere, nel mondo, la democrazia.

Come togliere, strato dopo strato, l’indottrinamento a cui la gente comune è stata sottoposta, sin dall’infanzia – sì, proprio a partire dalle visite scolastiche alle caserme NATO e dai videogiochi per ragazzi, la cui creazione viene sovvenzionata dal Pentagono per glorificare la guerra? Cosa possiamo fare noi contro tutto ciò?

Se seguiamo Gramsci, ciò che NON dobbiamo fare in primo luogo è cercare di convincere le masse stesse. Dobbiamo invece cercare di convincere (o sostituire) soprattutto gli intellettuali organici al Sistema, coloro che contribuiscono ad elaborare il senso comune che le masse poi fanno proprio. Ciò significa rivolgerci direttamente ai funzionari statali e municipali, ai giornalisti, ai sacerdoti, agli insegnanti, ai ricercatori, agli iscritti ai partiti e via discorrendo.

Ecco perché ritengo che non bastino le nostre manifestazioni No NATO, anche se grandiose. Certo, ci rincuorano e questo è sempre una buona cosa. Ma servono solo marginalmente ad aprire gli occhi a chi non è già convinto. A gran parte dei passanti per strada, le nostre grida “No NATO” sembrano folklore di altri tempi e basta.

Meglio allora ricorrere a messaggi mirati agli interessi di specifiche categorie di intellettuali organici, con iniziative, anche pubbliche, rivolte a loro. In altre parole, mentre cerchiamo, sì, di informare le masse, cerchiamo soprattutto di persuadere gli intellettuali organici.

Ecco tre esempi.
– Primo, la categoria dei funzionari statali e municipali: cerchiamo di far votare mozioni antiguerra o NoNato dai nostri consigli comunali. Impatto nazionale, zero. Ma impatto sulle coscienze dei cittadini di quelle municipalità, tantissimo.

– Secondo, la categoria dei giornalisti: cerchiamo di pubblicare fact checking che smentiscono quelli dei redattori mainstream per chiamare in causa la loro professionalità; così informiamo il pubblico dei fatti mentre persuadiamo i redattori a rivedere le loro narrazioni, pena la gogna;

– Terzo, la Scuola: sostenere le iniziative per smilitarizzare le scuole e, in piccole riunioni che teniamo plesso per plesso, persuadere gli insegnanti a smettere di osannare la pace genericamente (il che lascia il tempo che trova) e di svelare invece l’imperialismo e il patriarcato insiti in ogni guerra. Se ci riusciamo, le lezioni di storia di quegli insegnanti non saranno più le stesse.

Per lo stesso motivo, ritengo che non basti far circolare grossi documenti sapientemente articolati, come, ad esempio, la dichiarazione programmatica per il Coordinamento No NATO. Nella sua forma attuale, questo bel documento rischia però di venir letto solo dagli addetti ai lavori, cioè noi. Cerchiamo invece di suddividerlo, indirizzando ogni pezzo ad un pubblico specifico di intellettuali organici al Sistema.

Prendiamo, come esempio, le associazioni di giuristi e i gruppi di studenti che riusciamo a creare nelle Facoltà di Diritto. Potremmo fare un breve documento per loro riunendo i paragrafi della Dichiarazione Programmatica che riguardano l’illegalità della presenza NATO in Italia e farlo dibattere dagli stessi giuristi o studenti di legge.

Potremmo poi estrarre altri brani riguardanti i poligoni NATO e l’inquinamento ambientale, per fare un breve documento da far discutere dai gruppi ecologisti in Italia.

Infine, possiamo fare un maggior uso degli strumenti informatici e dei social media. Potremmo, ad esempio, estrarre le parti della Dichiarazione Programmatica che riguardano la “militarizzazione della società” per fare brevi video Tik Tok per i giovani, che ironizzano sui percorsi di alternanza scuola-lavoro in aziende del comparto militare-industriale, oppure grafiche Instagram dissacranti postate sui canali di influencer che esaltano “la NATO che ci difende”.

In conclusione, la lotta No NATO è anche e soprattutto una lotta per l’egemonia culturale. E’ una lotta che prende di mira soprattutto gli intellettuali organici al Sistema e che cerca di sostituirli con intellettuali organici alle classi lavoratrici. E’ una lotta che mira a creare, nell’intera popolazione, un senso comune nuovo, davvero anti guerra e davvero antimperialista.

Note: Per il video di questo intervento, cliccare qui: https://odysee.com/@Abrotini:d/Coord-Naz-No-NATO--Patrick-Boylan:7

da qui

giovedì 5 dicembre 2024

Nasce un Coordinamento No NATO - Patrick Boylan


“No NATO, no guerre” è lo slogan che riunirà attivisti per la pace da tutta l’Italia domenica prossima a Bologna per l’assemblea costitutiva del Coordinamento Nazionale No NATO.

 

Nella Sala Consiliare del Quartiere Porto di Bologna (Via dello Scalo 21), a partire dalle ore 14, i rappresentanti delle diverse associazioni pacifiste, insieme ai singoli cittadini, discuteranno come combattere la graduale militarizzazione del paese e il continuo coinvolgimento dell’Italia nelle guerre NATO nel mondo.

“La gente pensa che la NATO ci difende mentre vediamo che, dal 1991, è proprio il contrario: la NATO ci mette costantemente nei guai,” dice Chiara Masini dei CARC, uno dei gruppi promotori del neo Coordinamento. “Basta vedere come la NATO ha ridotto la Libia con i suoi bombardieri, compresi quelli italiani; oggi a pagarne le conseguenze sono sia i libici, caduti nella miseria, sia noi europei per via del flusso incontrollato di migranti.”

 

Per svelare la vera faccia guerrafondaia della NATO, i promotori del neo Coordinamento hanno preparato una Dichiarazione Programmatica, che i partecipanti all’incontro potranno discutere, modificare e poi diffondere in tutto il paese. Ma lo scopo principale dell’incontro domenica prossima sarà quello di mettere in contatto, tra di loro, gli attivisti da tempo impegnati contro le guerre ma che lavorano isolati gli uni dagli altri: dai portuali di Genova che bloccano il trasporto di armi a Israele ai pacifisti sardi che contestano i poligoni militari che devastano la loro isola. Già il giornalista e politico Giulietto Chiesa ha tentato, negli anni ‘90 del secolo scorso, un coordinamento con questi propositi, ma le divisioni interne e la sua prematura scomparsa ne hanno impedito la realizzazione.

“Speriamo di avere successo questa volta,” dice Vincenzo Brandi della Rete NoWar-Roma, una delle associazioni promotrici del neo Coordinamento. “Come ha ricordato Chiara, è importante distruggere il mito di una NATO meramente difensiva. Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991, la NATO ci ha trascinato in guerra dopo guerra, tutte illegali. E lo ha fatto sia apertamente, come con il bombardamento della ex-Jugoslavia e dell’Afghanistan, sia velatamente, come con l’attuale assistenza che fornisce ai cosidetti ribelli in Siria e allo stato di Israele per la sua guerra a Gaza. Ma forse il più eclatante coinvolgimento militare velato della NATO è l’attuale conflitto in Ucraina. Infatti, senza farsi vedere, la NATO ha addestrato, equipaggiato e guidato le milizie ucraine che hanno rovesciato il governo di Kiev nel 2014 e che poi hanno assediato la popolazione russofona del Donbass per ben otto anni. Ora, dopo la controffensiva russa, la NATO ha gettato la maschera e invia palesemente i suoi militari in Ucraina – ad esempio, per guidare i missili Atacms che rischiano di innestare un conflitto nucleare. In pratica, dal 1991, ovunque c’è guerra, c’è la mano della NATO. Dobbiamo unirci tutti quanti per trovare il modo di uscirne.”

 

Chi vuole partecipare all’assemblea costituente del neo Coordinamento è pregato di scrivere una mail a coordinamentonazionalenonato@proton.me oppure di segnalare il proprio interesee tramite whatsapp o sms al 3791639218.

 

da qui

martedì 19 maggio 2020

Vel-Eni


L’Eni deve cambiare mestiere - Giuseppe Onufrio
L’assemblea degli azionisti di Eni che ha escluso, in modo abbastanza arrogante, la partecipazione (pur virtuale) di azionisti «critici» – come Re:Common, Fondazione Finanza Etica e Greenpeace, che avevano presentato una analisi delle strategie dell’azienda – ha approvato un piano strategico che, nonostante alcuni elementi innovativi, manterrà l’azienda «dalla parte sbagliata della storia» e cioè tra quelle che continueranno ad alimentare la crisi climatica.
Seppur siano previsti interventi per «ambientalizzare» le attività dell’azienda, basati in parte sulla tecnologia del Carbon Capture and Storage di assai dubbia affidabilità e sicurezza ambientale, il core business rimane quello di continuare a estrarre idrocarburi. E, va ricordato, le emissioni di gas serra di petrolio e gas estratto da Eni sono circa 6 volte quelle delle proprie attività industriali.
Gli investimenti in direzione delle rinnovabili a breve e medio periodo sono assolutamente marginali.
Se per la produzione di idrocarburi l’Eni prevede un investimento di 24 miliardi entro il 2023, quelli in fonti rinnovabili sono circa un decimo – 2,6 miliardi – e altri 1,4 miliardi di investimenti “verdi” non meglio specificati.
Si annuncia (ed era ora) l’uscita dalla produzione di biodiesel da olio di palma (oggi l’80% della bio-raffinazione a sei zampe) ma non è chiaro come intende sostituirli: si cita il Pome (effluenti da oleifici da palma) che avrebbe impatti ambientali comunque negativi.
Se l’Eni è tra le aziende petrolifere a muoversi con ambizione ambientale maggiore, come riconosce il rapporto della influente Transition Pathway Initiative, una coalizione di investitori, il piano industriale non è comunque allineato all’obiettivo degli Accordi di Parigi, con un percorso di decarbonizzazione che non arriva alla traiettoria (meno ambiziosa) di mantenere la temperatura globale entro i 2°C.
I prossimi 10 anni, com’è noto, saranno decisivi per abbattere le emissioni globali e mantenere aperta la possibilità di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C.
Eni invece focalizza l’attenzione agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra solo sul lungo periodo (2035-2050) e rinvia l’adozione di misure drastiche fino al 2025 – cioè per i prossimi due mandati del CdA – non contribuisce granché agli obiettivi a breve e conferma un sostanziale disimpegno climatico.
Dunque Eni, in questi prossimi anni decisivi, intende giocare ancora dalla parte del problema e non della soluzione. E, siccome gli investimenti certi sono quelli che si metteranno in campo in questi prossimi anni, l’operazione di De Scalzi è quella di una confezione rinverdita di una azienda che è e intende rimanere nel settore dell’estrazione di idrocarburi (anche se con più gas e meno petrolio).
La sfida della decarbonizzazione è complessa e difficile e richiede necessariamente la partecipazione di tanti attori, incluse le grandi aziende energetiche. Se per una parte della trasformazione il ruolo dei cittadini – «prosumer» – è già e potrà essere ancora più rilevante, non sarà possibile vincere la sfida climatica se le aziende grandi, medie e piccole non contribuiscono al loro livello.
Per un’azienda come Eni la vera sfida è di «cambiare mestiere» – rinnovabili, efficienza degli edifici, sviluppo di gas di sintesi da rinnovabili come l’idrogeno – e anche abbastanza in fretta.

* direttore Greenpeace Italia
Articolo pubblicato anche su il Manifesto




QUI La "nuova Eni". La strategia del gruppo ENI fino al 2050. Critiche di  Re:Common, Finanza Etica e Greenpeace



La pubblicità “verde” di ENI smascherata da due gruppi ecologisti - Patrick Boylan






I messaggi promozionali circa la sostenibilità ambientale e la cura dell'ecosistema da parte di Eni inondano quasi tutte le testate nazionali, facendoci credere che il cane a sei zampe sta davvero cambiando rotta. Ma cosa c'è oltre la patina degli annunci?

A Sud Onlus e il CDCA - Centro Documentazione Conflitti Ambientali hanno pubblicato un nuovo dossier – "Follow the green: la narrazione di Eni alla prova dei fatti" – che mira a rispondere a questa domanda, focalizzandosi sul 
greenwashing a sei zampe. Si può scaricare gratuitamente il documento, ricco di infografìche, sia per intero sia in forma ridotta (“executive summary”), cliccando qui.

Ma basta dare
 un'occhiata, in un giorno qualsiasi, all'homepage del sito di Eni, per accorgersi che non c'è traccia di petrolio, o quasi. Spesso l'apertura del sito è dedicata alla riconversione ecologica. E chi non ricorda la martellante pubblicità “verde” della multinazionale: “Eni + Luca è meglio di Eni”? Tutto questo da parte di uno dei leader indiscussi sul fronte energetico, che ancora oggi opera in 66 Paesi, conta 32mila dipendenti, produce 1,871 milioni di barili di greggio al giorno e vende 73 miliardi di metri cubi di gas all'anno.
Questo greenwashing, tuttavia, come le bugie, ha le gambe – o meglio, le zampe – corte. I giovani dei Fridays for Future, per esempio, non si sono lasciati affatto ingannare. Hanno denunciato più volte ciò che chiamano l'ipocrisia della multinazionale persino davanti alla sua sede centrale a Roma/EUR, intonando i seguenti versi sulla musica di “I just can't get enough”:
Ti vesti di verde, ti mostri accanto a noi,
Ma tanto io lo so, ma tanto io lo so.
Trivelli indisturbata ed incognito,
Ma tanto io lo so, ma tanto io lo so.
Sei sempre tu, con sei zampe o più,
E i tuoi legami coi governi
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
E che Eni fa greenwashing sì lo so.
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
Po-po-ro-po-ro-po-po-po

Il dossier "Follow the green: la narrazione di Eni alla prova dei fatti" descrive tutto ciò con un'ampia documentazione. Tutti gli argomenti trattati nella pubblicazione – le fonti fossili, i cambiamenti climatici, l'economia circolare, i territori su cui Eni lavora, il caso emblematico di Gela – sono raccontati per mezzo di una lente bifocale. Per ogni tema, da una parte c'è la visione da lontano, quella di Eni, che viene riportata per mezzo dell'analisi di interviste, pubblicità, podcast, video, targate Cane a sei zampe; dall'altra parte, utilizzando la lente per la presbiopia, si racconta la visione da vicino che mostra come sono le cose davvero, una visione articolata dall'analisi approfondita dei documenti prodotti da Eni ma anche da studi di ONG, enti istituzionali, inchieste condotte e studi scientifici.

Gli attivisti di A Sud e di CDCA presenteranno il loro lavoro di ricerca il 14 maggio per mezzo di un webinar #Pillolaverde in diretta dalle ore 18.30 alle ore 21.30 sui canali social: https://bit.ly/FollowTheGreenEvento. Il ciclo completa dei loro webinar si trova digitando 
https://bit.ly/pillolaverde .