In collina
e in montagna permangono le basi biologiche necessarie alla vita: biodiversità,
suolo, acqua pulita, aria, piante e animali. In collina e in montagna hanno
origine i prodotti italiani più iconici, frutto di sapere millenario custodito
dagli artigiani. Basti dire che il 92% dei prodotti Dop proviene da aree
montane o interne. In collina e in montagna, per secoli, la produzione di
materie prime e la loro trasformazione hanno generato quell’agrobiodiversità e
quella varietà gastronomica che oggi riassumiamo fin troppo facilmente
nell’espressione “made in Italy”. In collina e in montagna sono presenti il
46% delle imprese agroalimentari, si concentra oltre il 50% della
superficie agricola utilizzata del Paese, si evidenzia la maggiore vocazione al
biologico e la più rilevante presenza di imprese a conduzione femminile per il
25% e giovanile per il 9,2%.
La trave nel
piatto è che le “terre alte” vengono definite “marginali”. Ma queste
terre marginali sono tutto fuorché marginali. Sono circa il 70% del territorio
nazionale, ospitano quasi 4.000 comuni, custodiscono la maggior parte della
biodiversità italiana, regolano il ciclo idrologico, catturano carbonio,
prevengono dissesti, conservano paesaggi culturali patrimonio dell’umanità. Le
aree interne sono in sofferenza perché da decenni depauperate di
opportunità: servizi essenziali, accesso al lavoro, infrastrutture, isolamento
geografico, tutto spinge dolorosamente i giovani a trasferirsi. Secondo ISTAT,
negli ultimi 20 anni molti piccoli comuni hanno perso fino al 20% della
popolazione. Eppure, le grandi città di pianura hanno bisogno delle terre alte:
è necessario dismettere la relazione di servizio che la campagna depauperata ha
avuto con la città, per trasformarla in un dialogo paritetico tra aree di pari
dignità in cui il benessere dell’una e dell’altra sono correlati. Un rapporto
che deve essere basato sulla reciprocità e la cooperazione, che riconosce
soggettività alle terre alte e che restituisce alla collina e alla montagna la
coscienza del luogo e alle comunità dei paesi “il fare”.
I giovani
questo lo hanno capito prima e meglio della politica: molti sono quelli che
individuano in quelle aree delle prospettive “altre” di lavoro, di
relazione e anche di vita. Alcuni sono nati lì e vogliono restare, altri
provengono dalla città ma vogliono trasferirvisi, entrambi leggono quei
territori come spazi dove sperimentare forme di lavoro agricolo o forestale
cooperativo, partecipare alla vita delle comunità, custodire gli ecosistemi
abbracciando saperi antichi e innovazione, immaginare e costruire forme di
governo dal basso dei luoghi. Lì, nelle aree collinari e montane, servono
le scuole migliori, i trasporti più efficienti, i servizi di assistenza e
sanitari più innovativi per sostenere un ripensamento del futuro dell’Italia
tutta. E nel Terra Madre Salone del Gusto appena conclusosi a Torino, i giovani
c’erano ed erano tanti. Hanno affollato in maniera più evidente proprio lo
spazio “Terre Alte”: non soltanto partecipavano alle conferenze tra il
pubblico, molti erano dietro i microfoni! Erano loro i protagonisti: hanno
portato idee, istanze, proposte, esperienze, energica volontà e ferma
determinazione per far vivere quei luoghi e per vivere loro stessi, lì,
un’esistenza dignitosa, culturalmente sensata e politicamente giusta. Dentro
questa trama di connessioni tra comunità e territori, tra idee e azioni, non
c’è spazio per l’inganno dei confini: nei sistemi locali del cibo buoni, puliti
e giusti che ne possono scaturire, nutrirsi non è gesto compiuto a danno di
qualcuno, ma è atto capace a sua volta di nutrire. Queste ragazze e questi
ragazzi non chiedono che qualcuno faccia al posto loro: loro sono già dentro un
cambiamento che niente e nessuno può fermare.
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