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sabato 3 giugno 2023

Produrre carne - Annamaria Rivera

 

Le vacche “da latte” sono destinate a vivere di solito 5 anni, prima di venire abbattute. Se non venissero sottoposte alle “superiori” necessità della produzione, arriverebbero a viverne bene fino a 20. Le industrie di sfruttamento dei non-umani, non parlano più da tempo soltanto di riproduzione bensì di produzione dell’animale. Un animale che, per essere consumato, non deve essere considerato “vero” – come dice alla mamma, con illuminante semplicità, il bambino Luiz nel video che mostriamo qui sotto – altrimenti quando lo mangiamo morirebbe. È così che si innesca il concetto di reificazione che ci induce a ridurre la vita di soggetti diversi da “noi” a oggetti inerti e poi a merci. In questo nuovo articolo, Annamaria Rivera parte dalla riduzione degli animali a cose per sviluppare, con il consueto rigore e da diverse prospettive, la ben nota critica alla negazione dell’altro-da-sé legata al dominio sulla natura, per dirla con Adorno, e alla mercificazione di massa che segna in profondità gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati propri delle società industriali-capitalistiche. Se le ragioni della propensione a cibarsi di «carne» vanno ricercate soprattutto sul versante del mercato e degli interessi dell’industria zootecnica, aggiunge però Annamaria, non va trascurata l’importanza della ragione simbolica. Fino a quando ci saranno macelli, avremo anche campi di battaglia, pare dicesse Tolstoj, che considerava l’associazione tra carne e guerra un inesorabile automatismo della storia.

Per affrontare, sia pur sinteticamente, un tema come quello che propongo, penso convenga esordire con il concetto di reificazione. In estrema sintesi, si può dire che essa è una postura, una disposizione, una pratica sociale routinaria che induce a trattare soggetti diversi dal noi non già in modo conforme alle loro qualità di esseri sensibili, ma come oggetti inerti o perfino come cose o merci.

Un’altra linea di pensiero che ho cercato di rendere operante è quella che banalmente potrebbe definirsi animalista: è, in realtà, una riflessione sulla continuità dei processi di dominazione e di reificazione. La dialettica negativa proposta da Theodor W. Adorno, secondo il quale il sé dell’umano si produce per mezzo dell’attiva negazione dell’altro-da-sé, legata al dominio sulla natura, non riguarda solo il rapporto uomini/donne e noi/altri, ma anche quello umani/animali.

Nel caso degli animali la mercificazione è davvero totale, al punto che le industrie di sfruttamento dei non-umani, “non parlano più soltanto di riproduzione bensì di produzione dell’animale: come se gli animali fossero solo materiale corporeo che è compito del lavoro umano formare, strumentalizzare e riprodurre”, nonché uccidere (Melanie Bujok, 2008, Materialità corporea, ‘materiale-corpo’. Pensieri sull’appropriazione del corpo di animali e donne).

Se abshlachten («macellare») era il verbo usato dagli esecutori nazisti per nominare il massacro dei prigionieri nei lager, programmato e attuato secondo una rigorosa logica industriale, oggi allevare, torturare e macellare animali si dice «produrre della carne»

Per sovvertire questo modello occorre anzitutto mostrarne la parzialità: per quanto si sia diffuso in aree disparate, esso è nato da una piccola frazione di pensiero filosofico -l’occidentale-moderno- che tende a pensare secondo polarità contrapposte il rapporto fra natura e cultura, che separa, culturalmente e moralmente, gli umani dai non-umani, che istituisce una frattura insanabile fra soggetti umani e oggetti animali, negando a questi ultimi la qualità di soggetti, per l’appunto, dotati di sensibilità, biografie, mondi, culture, storie.

Questa frazione di pensiero ha prodotto un’ontologia del tutto particolare, che, a sua volta, ha generato una cosmologia e un’etica fra le tante. Per coglierne appieno l’arbitrarietà, la peculiarità, dunque la non-universalità, basta considerare che questo modello dualistico è privo di senso per buona parte delle tradizioni culturali non-occidentali. Delle quali numerose hanno fatto giusto della continuità fra i viventi il paradigma costitutivo delle proprie ontologie e cosmologie.

La reificazione dei non-umani è divenuta mercificazione massiva con gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati, propri delle società industriali-capitalistiche: strutture concentrazionarie, si potrebbe dire, che, favorendo il “salto di specie”, rappresentano, fra l’altro, una delle cause che hanno provocato la pandemia più recente, al pari di non poche altre precedenti. 

Basta citare la Sars («Sindrome respiratoria acuta grave»), che si diffuse tra il 2002 e il 2003, ugualmente provocata da un coronavirus. Ma conviene tener conto del fatto che di origine zoonotica sono anche l’Ebola, l’Aids, l’influenza aviaria.

Tutto ciò è dialetticamente connesso con i processi, rapidi e sempre più dilaganti, di deforestazione, urbanizzazione, industrializzazione, anche dell’agricoltura, che sottraggono progressive porzioni di habitat agli animali detti selvatici. I quali, se mai sopravvivono, non possono che approssimarsi agli insediamenti umani e quindi anche agli animali detti «da allevamento», tra i più vulnerabili poiché immunologicamente depressi a causa delle condizioni e del trattamento estremi cui sono sottoposti: fra l’altro, la somministrazione di dosi abnormi di antibiotici, per non dire delle pratiche di autentica tortura.

In Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale, un volume collettaneo, da me curato, pubblicato dalla casa editrice Dedalo nel lontano 2000, eppure tragicamente attuale, scrivevo, tra l’altro, che chi acquista, per esempio, «carne di vitello ignora o vuole ignorare che la chiarezza di quella chair divenuta viande è ottenuta costringendo il cucciolo di bovino a vivere la sua breve vita nell’immobilità assoluta, imbottito di ogni genere di farmaci che ne invecchiano rapidamente gli organi, nonché  imprigionato in spazi angusti e bui”.

Quel volume, cui parteciparono, oltre me, Mondher Kilani, Roberto Marchesini, Luisella Battaglia, era, soprattutto nel caso del mio contributo, in buona parte ispirato dal grande antropologo Philippe Descola (Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina, 2021), anche se non vi mancavano espliciti riferimenti ad altri/e studiosi/e importanti quale Jacques Derrida (L’animale che dunque sono, Rusconi 2021).

Se le ragioni della propensione a cibarsi di «carne» vanno ricercate soprattutto sul versante del mercato e degli interessi dell’industria zootecnica, non va trascurata l’importanza della ragione simbolica: già nel 1992, Derrida in Points de suspension (Galilée, 1992) aveva delineato la figura di una soggettività «carneo-fallogocentrica», propria del soggetto maschile, detentore del logos e, per l’appunto, carnivoro. Si aggiunga la crudele manipolazione di viventi che si compie con gli esperimenti di transgenesi, clonazione e così via.

Con gli animali-laboratorio, il ciclo maledetto tocca il culmine. Sicché non è troppo azzardata l’analogia con le pratiche naziste di riduzione di corpi umani a manichini, strumenti, cavie per la realizzazione di atroci esperimenti detti «scientifici».

La reificazione dei non-umani è divenuta mercificazione massiva con gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati, propri delle società industriali-capitalistiche: strutture concentrazionarie che, favorendo il “salto di specie”, rappresentano una delle cause che hanno provocato la pandemia attuale, al pari di non poche altre precedenti. Basta citare la Sars («Sindrome respiratoria acuta grave»), che si diffuse tra il 2002 e il 2003, ugualmente provocata da un coronavirus.

E tuttavia, in piena crisi pandemica, quella più recente, allorché la consapevolezza della centralità del tema del nostro rapporto perverso con gli ecosistemi e con i non-umani avrebbe dovuto essere largamente condivisa, tanto più da dotti, proprio allora qualcuno di loro si lasciava andare ad affermazioni sconcertanti. Alludo al virologo Roberto Burioni, il quale, in tv, si augurava che anche «i nostri amici a quattro zampe» potessero contrarre il Covid-19 perché questo «ci permetterà di avere un notevole vantaggio nella sperimentazione dei vaccini».

Eppure è ben noto che il modello degli esperimenti su non-umani, oltre che eticamente inaccettabile, è ormai così costoso e sorpassato da rendere assai improbabile la realizzazione di farmaci e vaccini efficaci. Tutto ciò non riguarda solo il destino dei non-umani. Un’ideologia e pratiche analoghe guidano la sacrificabilità selettiva degli umani, i più vulnerabili, esposti, precari e/o alterizzati, come abbiamo constatato anche nel corso della recente pandemia.

È da quasi un trentennio, cioè da quando ho iniziato a integrare nelle mie ricerche, conseguentemente in saggi e articoli, quella che viene detta impropriamente “la questione animale” (o dei “non-umani”), che il pensiero e le opere di Philippe Descola mi sono diventati indispensabili, tanto da citarlo assai frequentemente: estremamente utili, l’uno e le altre, a mostrare – come egli stesso scrive in Oltre natura e cultura (Raffaello Cortina, 2021) – che la “contrapposizione tra natura e cultura non possiede il carattere universale che siamo soliti attribuirle”.

“Per portare a buon fine tale impresa” – egli aggiungeva – è necessario che la stessa “antropologia si liberi del proprio dualismo costitutivo e diventi pienamente monista”.

Tra l’altro, è anche grazie alle sue ricerche e al suo pensiero che ho trovato il coraggio di condurre una più che decennale ricerca di campo a Essaouira: una cittadina del Sud-Ovest del Marocco, esemplare per la sua storia di mixité, in particolare per la lunga coabitazione tra arabo-musulmani ed ebrei, per non dire di altre minoranze, ma anche per la densa, profonda convivenza tra umani e alcune categorie di non-umani.

La mia è una ricerca – come dicevo – ispirata da quella che oggi viene detta, un po’ impropriamente, “etnografia multispecie”, che poi, nel mio caso, si è concretizzata in un saggio, pubblicato da Dedalo nel 2016: La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira.

In tale saggio assume un ruolo rilevante il tema della convivialità interspecifica: con gatti, gabbiani e perfino cani. Dico “perfino” perché per lungo tempo questi ultimi sono stati considerati, da parte musulmana, come esseri impuri, com’è ben noto. Va precisato, tuttavia, che una tale distinzione fra animali puri e impuri non è affatto peculiare del solo mondo musulmano. E comunque attualmente, a Essaouira, in particolare, anche i cani sono accolti, protetti e integrati nel mondo degli umani.

V’è un altro aspetto che conviene sottolineare: a Essaouira a prendersi cura di animali liberi quali gabbiani, gatti e perfino cani sono anche, se non soprattutto, le persone più diseredate, le quali praticano una comune etica della compassione e della solidarietà, estesa oltre la “specie” umana. Esse, concedendosi il “lusso” del senso e del dono, dellʼaffettività e della cura più gratuite, si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate. E in tal modo spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno a cui la società le ha legate e le immagina schiave.

Ancora a proposito della convivialità interspecifica, conviene aggiungere che essa è stata per me non solo oggetto di osservazione, ma anche e soprattutto vissuto personale relazionale: diretto e duraturo. Infatti, secondo la mia esperienza di campo, l’agency animale, se non permette di collocare il non-umano nel ruolo classico dell’“informatore”, lo posiziona comunque in quello di attore e testimone di un contesto che favorisce incontri, relazioni, perfino lunghe amicizie transpecifiche. Tutto ciò ho potuto sperimentarlo personalmente, soprattutto con alcuni gabbiani e gatti, ai quali da non pochi anni mi lega un’amicizia fedele e costante.

Per concludere con l’ennesima citazione da Descola: “Molte delle cosiddette società primitive (…) non hanno mai pensato che le frontiere dell’umanità si arrestassero alle porte della specie umana, né esitano a invitare nell’insieme della vita sociale le piante più modeste, gli animali più insignificanti”.

da qui

giovedì 22 settembre 2022

Non è che un animale - Annamaria Rivera

 

La parola specismo si basa sulla nozione di specie, per analogia con le parole razzismo sessismo: è il sistema di dominio, oggettivazione, appropriazione degli animali, fondato sul criterio, rigido e arbitrario, dell’appartenenza di specie degli individui.

Un tale sistema è sostenuto e giustificato dal dogma della Natura e dall’ideologia della centralità e della superiorità della specie umana su tutte le altre. Il pensiero occidentale moderno, sebbene contempli forme di continuità nella sfera materiale – evolutiva, biologica, ma anche genetica – ha soprattutto separato culturalmente moralmente non solo il corpo dallo spirito, il soma dalla psiche, ma anche gli umani dai non-umani.

Di conseguenza ha spesso operato una netta dissociazione tra i soggetti umani e gli oggetti animali, reificando questi ultimi e negando non solo il fatto che essi abbiano un “mondo”, delle culture, una “storia”, ma anche la loro qualità di soggetti dalla vita sensibile, emotiva e cognitiva.

Le credenze, i pregiudizi e gli stereotipi, utilizzati per legittimare l’indifferenza verso le sofferenze inflitte agli animali o per giustificare la crudeltà abituale nei loro confronti, sono strettamente correlate alle forme del pensiero razzista e sessista.

 

Il movimento antispecista (o movimento per la liberazione animale) afferma che l’attribuzione degli individui a delle categorie biologiche (di specie, ma anche di “razza”, di sesso, di età) non è pertinente per decidere quale considerazione accordare ai loro bisogni, desideri, diritti; e serve semplicemente quale pretesto ideologico per la discriminazione, fino alla reificazione. A proposito di quest’ultima basta citare il fatto che, fino al 2015, per il Codice civile francese lo status giuridico dell’animale era quello di bene mobile: solo successivamente diverrà “un essere vivente dotato di sensibilità.

Uno dei rischi più seri è, a mio avviso, l’infiltrazione nel movimento antispecista o l’appropriazione della “questione animale” da parte di correnti di destra o di estrema destra. Perciò è necessario anche – e non solo per ragioni tattiche – articolare l’antispecismo con l’antisessismo e l’antirazzismo. Gli stereotipi utilizzati per legittimare l’indifferenza verso le sofferenze inflitte agli animali o giustificare l’abituale crudeltà nei loro confronti sono strettamente correlati ai modi di pensiero razzista e sessista.

Anche parte della sinistra politica corre tali rischi, incapace, com’è spesso, di comprendere il valore strategico dell’antispecismo. Per una parte del pensiero di sinistra la “questione animale” è un lusso da privilegiati, che sarebbero indifferenti alle questioni di classe, di giustizia sociale e di uguaglianza. Tuttavia, benché la tradizione di sinistra abbia non poche volte marcato la propria distanza in rapporto alla “questione animale”, vi sono delle rilevanti eccezioni storiche cui si potrebbe fare riferimento: da Rosa Luxemburg a Horkheimer e Adorno…

Quanto al movimento femminista, esso ha sicuramente sviluppato una profonda riflessione su ciò che si proclama, si propone e s’impone come neutro universale. Ma, fino a oggi, almeno nelle varianti italiana e francese, non è stato capace di riflettere abbastanza sul “ciclo maledetto dell’esclusione degli altri”, inaugurato dallo specismo (l’espressione è di Claude Lévi-Strauss).

Infatti, affermare che gli animali non sono delle cose, dei beni o delle merci, bensì soggetti di vita sensibile, singolare, affettiva e cognitiva (e agire di conseguenza) significa andare nel senso di un progetto economico, sociale e culturale che ha come fondamento la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l’uguaglianza economica e sociale, in definitiva il superamento del sistema capitalistico. Tant’è vero che, in particolare nella sua fase neo-liberale e mondializzata, il capitalismo si basa sullo sfruttamento intensivo dei non-umani così come degli umani.

Anche gli ecologisti hanno tardato non solo a preoccuparsi del benessere animale, ma anche a considerare gli enormi danni ambientali provocati dall’industria della carne. Infatti, ogni anno nel mondo vengono abbattuti almeno 142 miliardi di animali. Prima di essere uccisi, spesso in maniera dolorosa e orribile, gli animali di allevamento non hanno alcuna esistenza. I suini vengono imprigionati in gabbie che comprimono i loro corpi e impediscono loro ogni movimento; i vitelli sono strappati alle loro madri appena nati; i pulcini maschi vengono schiacciati vivi…

Questa industria è la prima responsabile dei processi di deforestazione, di consumo e inquinamento delle acque, di produzione di gas a effetto-serra, di utilizzazione planetaria di terre, di consumo di prodotti agricoli; in più, è una delle prime per ciò che riguarda il consumo di energia. Tutto ciò a vantaggio quasi esclusivo dei paesi occidentali ricchi e industrializzati, i quali sono i maggiori consumatori di carne in rapporto agli abitanti.

Insomma, oggi abbiamo tutti gli elementi per affermare che l’alimentazione carnea provoca un autentico disastro ecologico (ci vogliono diecimila litri di acqua per un chilo di bovino) nonché una rilevante sotto-nutrizione umana: si potrebbero nutrire quattro miliardi di esseri umani in più se le produzioni vegetali destinate al bestiame fossero utilizzate direttamente per la loro alimentazione.

In realtà, gli allevamenti e i macelli industriali, con la loro catena di smontaggio dei corpi animali, restano gli esempi estremi di “fabbriche” tipicamente fordisteQui si uccide e si disseziona una vacca ogni minuto, un maiale ogni venti secondi e un pollo ogni due secondi. Ma i loro danni riguardano non solo le vite degli animali, ovviamente, e l’ambiente, ma anche gli operai che vi lavorano. In Francia, tra l’altro, si sono realizzate delle inchieste di campo sulle catene di macellazione, che descrivono l’inferno della condizione sia animale, sia operaia.

La razionalità tecnica dell’allevamento e della macellazione degli animali contiene in sé una logica che evoca quella che ha guidato le tecniche di concentramento e di sterminio. Seguendo la semantica dell’eufemismo omicida, lo sterminio programmato secondo una logica industriale rigorosa fu designato con l’espressione “dare una morte compassionevole” al fine di evitare “sofferenze inutili”. Così l’uccisione seriale di animali da macello nei mattatoi asettici e automatizzati, prescritta dalle leggi dei paesi occidentali “più avanzati” è nominata e giustificata come “macellazione umanitaria”.

L’antispecismo si oppone alla visione naturalistica degli esseri viventi e s’interessa non già a ciò che gli individui rappresentano, ma soprattutto a ciò che essi sentono provano. Ciò che importa non è il logos, la razionalità o la capacità di astrazione, ma, in primo luogo, la semplice esistenza della sofferenza dell’animale, che è la prova della sua coscienza e della sua soggettività. La sensibilità e l’acutezza affettiva dei suini sono oggi conosciute come tra le più sviluppate. E tuttavia ciò non impedisce di ucciderne ogni anno almeno due miliardi, dopo averli sottomessi a condizioni di allevamento orribili.

È l’umano occidentale-moderno che ha inaugurato la retorica secondo la quale l’alterità non può essere definita se non attraverso un criterio privativo. L’animale non-umano sarebbe caratterizzato da ciò che gli manca: la ragione, l’anima, la coscienza, il linguaggio, la cultura…

Mai per la sua singolarità. A tal proposito, le scoperte numerose e innovatrici nel campo dell’etologia e della psicologia cognitiva ci hanno indotte/i ad abbandonare poco a poco i vecchi criteri privativi. Ciò malgrado, il pensiero dogmatico della supremazia assoluta degli esseri umani inventa sempre delle nuove differenze radicali, non fondate o perfino ridicole. Un tempo si diceva che l’uso di utensili era “proprio dell’Uomo”, finché non si è scoperto che talune specie di animali li utilizzano. Poi si è sostenuto che solo gli umani sono capaci di fabbricarli, quando, in realtà anche gli scimpanzè e altri animali ne sono capaci. Più tardi si è affermato che gli animali non hanno un linguaggio articolato. E invece si è potuto insegnare a certi primati il linguaggio gestuale dei sordo-muti umani, con la sintassi e altre regole.

Insomma, oggi abbiamo tutti gli elementi scientifici per affermare che gli animali sono degli esseri sensibili, in molti casi dotati di una coscienza, nel senso più forte del termine.

Alcuni antropologi, in primo luogo Claude Lévi-Strauss, hanno avanzato l’ipotesi che l’assoggettamento, la squalificazione e lo sfruttamento degli animali siano stati il modello primario che ha permesso la dominazione, la reificazione e la gerarchizzazione di talune categorie di esseri umani. Dal canto suo Theodor W. Adorno, in un memorabile aforisma di Minima Moralia, scrive che l’eventualità del pogrom si decide “nel momento in cui lo sguardo di un animale ferito a morte incontra un uomo. L’ostinazione con la quale egli respinge il suo sguardo –‘non è che un animale’ riappare irresistibilmente nelle crudeltà commesse su degli umani, i cui autori devono costantemente convincersi che ‘non è che un animale’”. 

da qui

venerdì 5 agosto 2022

L’accoglienza selettiva - Annamaria Rivera

 

Né la pandemia e neppure l’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia sono riuscite ad intaccare il sistema-razzismo, come dimostra l’accoglienza selettiva di profughe/i provenienti dall’Ucraina, in base all’origine, al colore della pelle e così via. Tra l’altro, anche a svariate famiglie con bambini, di origine subsahariana, è stato impedito di varcare i confini in direzione dell’Europa.

Come sottolinea il Centro Studi e Ricerche IDOSin tal modo resta bloccata in Ucraina, quindi esclusa dalla protezione europea, una parte ben rilevante dei circa 5 milioni di stranieri presenti nel Paese, tra studenti, lavoratori, richiedenti-asilo e categorie di migranti a breve termine.

E ciò a dispetto delle convenzioni internazionali: chiunque fugga da una situazione pericolosa ha il diritto, a prescindere dalle proprie origini, di poter varcare i confini e fare richiesta di asilo. Tra l’altro, la gran parte delle persone respinte non sono affatto delle marginali, bensì alquanto integrate: per esempio, tra loro non poche sono quelle iscritte a qualche università ucraina.

Solo il razzismo può spiegare perché mai paesi quali la Polonia, l’Ungheria, la Bulgaria, che notoriamente sono soliti praticare una politica di ostilità e rifiuto o di vero e proprio razzismo verso migranti e potenziali rifugiate/i, che cerchino di attraversare le loro frontiere, al contrario si siano rapidamente organizzati per accogliere le persone ucraine ab origine in fuga dalla guerra e dai suoi effetti drammatici. Si consideri, inoltre, che a una tale discriminazione sono solite partecipare anche le autorità ucraine, in particolare alla frontiera con la Polonia, selezionando tra i cittadine/i “ucraine/i” e quelle/i “non ucraine/i” e respingendo perfino famiglie con bambini, in quanto di origine subsahariana.

Quanto all’Europa e all’Italia, in particolare e paradossalmente, mentre di solito sono respinte/i, rifiutate/i, criminalizzate/i le/i profughe/i, soprattutto quelle/i provenienti da paesi subsahariani, asiatici, mediorientali, e ciò anche se giungono da situazioni drammatiche, questa volta una buona parte delle istituzioni e delle popolazioni mostra e pratica solidarietà e accoglienza verso le persone esiliate purché siano ucraine ab origine, per l’appunto.

A tal proposito, esemplare è la vicenda raccontata il 22 marzo scorso da Riccardo Bruno sul Corriere della Sera.  Egli riporta la denuncia di una suora, che aveva accolto due universitari ventenni di origine nigeriana, fuggiti avventurosamente dall’Ucraina. Una donna le aveva promesso che li avrebbe ospitati lei nella sua seconda casa. Ma, allorché ha scoperto che erano nigeriani, ci ha ripensato, motivando il rifiuto esplicitamente: due profughi bianchi potevano andar bene, negri assolutamente no.

Certo, l’accoglienza di persone ucraine che fuggono dalla barbarie della guerra putiniana non può che essere considerata positivamente e incoraggiata. Nondimeno essa rivela l’ipocrisia – a dir poco – della politica europea e delle politiche dei singoli Stati dell’Ue: l’una e le altre praticano un’accoglienza discriminanteche distingue tra le persone rifugiate, perlopiù da accogliere o almeno da accettare, e quelle migranti, soprattutto se provenienti dal Sud del mondo.

Tuttavia, non si creda che siano esclusivamente il colore della pelle e/o l’origine nazionale a ispirare discriminazione, ripulsa e disprezzo verso le/gli altre/i. Come ho scritto più volte, chiunque può essere razzizzata/o, soprattutto se appartenente a una classe subalterna. Lo dimostra in modo esemplare la storia dell’immigrazione albanese in Italia, che esordì il 7 marzo del 1991, quando ben 27.000 migranti sbarcarono nel porto di Brindisi. Cinque mesi dopo, l’8 agosto del 1991, la nave mercantile Vlora, stipata da 20.000 migranti, attraccò nel porto di Bari. Da allora in poi, per non pochi anni le/gli albanesi divennero capro espiatorio esemplare e oggetto di discriminazioni e violenze razziste.

V’è da aggiungere che, mentre in Ucraina furoreggiava e furoreggia tuttora la guerra putiniana, nel Mediterraneo centrale si susseguivano le stragi di migranti. Gli ultimi novanta o forse cento, che hanno perso la vita alla fine di marzo e di cui si è saputo tardivamente, non sono stati ancora conteggiati. Ma alla data del 28 marzo, erano già 299 quelli morti o dispersi dall’inizio dell’anno nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Di una tale tragedia i media hanno parlato/scritto alquanto poco, tutti presi com’erano dalla guerra in Ucraina. 

da qui

mercoledì 20 luglio 2022

Il sistema razzismo - Annamaria Rivera

  

Per definire e analizzare il razzismo è necessario anzitutto sbarazzarsi della categoria di “razza”, da cui pure deriva l’etimologia del termine. Questa categoria, con cui si pretende di descrivere e gerarchizzare i gruppi umani sulla base del biologico, è stata criticata e ormai abbandonata sia dalle scienze sociali, sia da quelle naturali.

I biologi hanno dimostrato, fra l’altro, che la distanza genetica media fra due individui è pressappoco pari a quella che separa due supposte razze. Tuttavia, la dimostrazione dell’infondatezza della “razza” non ha mai interdetto e tuttora non interdice che certe collettività siano percepite, categorizzate, trattate quasi fossero “razze”.

E le “razze” s’inventano. Come insegna la lunga e tragica storia dell’antisemitismo, qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalle sue peculiarità fenotipiche e perfino culturali e sociali. Lo stigma della razza è, infatti, l’esito di un processo sociale di etichettamento: in definitiva, tutte le “razze” sono inventate.

La differenza “di colore” non c’entra niente. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera, in Francia ecc. erano considerati individui di razza diversa: disprezzati e trattati più o meno come oggi sono trattate le persone di origine immigrata. A New Orleans nel 1891 furono linciati undici italiani, quasi tutti siciliani, accusati di aver ucciso il capo della polizia urbana, cosa palesemente falsa.  Ad Aigues-Mortes, in Francia, nell’agosto del 1893, furono uccise decine di lavoratori italiani che erano lì, nelle saline, per la raccolta stagionale del sale. E il razzismo anti-italiani si è perpetuato fino ad anni recenti.  

Gli ebrei, che furono sterminati a milioni nei lager nazisti, non erano certo neri ed erano di nazionalità e culture analoghe a quelle del resto degli europei.

A dimostrare ciò che dico, basta pensare agli albanesi. A partire dai primi anni ’90 ci furono massicci esodi di albanesi verso l’Italia. E l’albanese diventò il bersaglio d’insulti e atti razzisti. Ogni volta che si verificava un fatto di cronaca nera, uno stupro, un omicidio, ecc., si additava come colpevole qualche albanese; al punto che “albanese” finì per diventare un insulto abituale che si scambiavano perfino i bambini.

L’8 agosto 1991, approdarono nel porto di Bari, sulla nave Vlora, 20mila profughi albanesi, che dapprima furono accolti dalla popolazione con una certa solidarietà. Ma intanto si era avviata la macchina della propaganda politica e mediatica contro di loro e l’orientamento del governo italiano si era assai indurito. Così che i profughi furono rinchiusi in massa nel vecchio Stadio della Vittoria e trattati come animali in gabbia, per essere poi rimpatriati con l’inganno.

Non solo. Gli albanesi sono stati anche vittime di una strage. Ricordo che nella notte fra il 28 e il 29 marzo del 1997, una carretta del mare, carica di profughi albanesi fu speronata e affondata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Morirono annegate più cento persone, in maggioranza donne e bambini.

 

Ciò detto, come si potrebbe definire il razzismo? Io propongo questa definizione: è un sistema d’idee, discorsi, rappresentazioni e pratiche sociali, che attribuisce a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze essenziali, generalizzate, definitive, allo scopo di legittimare pratiche di stigmatizzazione, discriminazione, segregazione, esclusione, perfino sterminio.

Conviene aggiungere che alle collettività definite come radicalmente differenti di solito è negato il diritto di autodefinirsi.

Il razzismo, quindi, ha bersagli diversi secondo i periodi e le circostanze storiche. Per esempio, il fatto che l’Italia sia stata un paese fascista e colonialista conta molto nel razzismo attuale verso le persone immigrate o solo di origine immigrata. Si consideri, inoltre, che secondo sondaggi successivi, l’Italia s’illustra anche per antiziganismo: l’82% del campione intervistato esprime ostilità, odio o paura per la presenza di appena 180mila “zingari”. 

Il razzismo è anche il risultato di un circolo vizioso. Diventa sistemico e abituale, quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o perfino praticato dalle istituzioni e da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è legittimata dalle istituzioni, anche europee, e dagli apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca tale circolo vizioso.

È un circolo vizioso micidiale. Basta considerare lo stato di abbandono nel quale sono gettati numerosi richiedenti-asilo, che pure dovrebbero essere oggetto di protezione particolare: di fatto privati perfino del diritto di sfamarsi e di avere un tetto sulla testa, in molti casi vanno a raggiungere la schiera dei senza-dimora, cosa che a sua volta fa gridare allo scandalo i difensori del decoro urbano e diviene pretesto per leggi e ordinanze persecutorie e liberticide, e per campagne allarmistiche intorno al tema dell’insicurezza, uno dei più insistenti nel discorso pubblico .

Conviene aggiungere che il sistema-razzismo è sempre sorretto sia da un apparato di leggi, norme, procedure, che hanno per effetto di inferiorizzare, discriminare, segregare, escludere migranti, rifugiati e minoranze; sia da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze.

 

Parlare delle tante leggi che discriminano le persone immigrate e rifugiate sarebbe troppo lungo.

Perciò facciamo solo un esempio relativamente recente: la criminalizzazione da parte delle istituzioni italiane non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i profughi. È indubbio che un tale luminoso esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).

Pensate ai tanti episodi di barricate contro l’arrivo di richiedenti-asilo, ma anche alle sempre più numerose rivolte nei quartieri popolari, soprattutto romani, contro l’assegnazione di case popolari a famiglie non perfettamente “bianche”.  In questi casi l’ingannevole formula della “guerra tra poveri” non potrebbe essere più assurda, visto che spesso, a istigare e guidare tali rivolte, sono militanti di Forza Nuova o CasaPound.  Qui il circolo vizioso arriva fino al rafforzamento e legittimazione, pur implicita o involontaria, della destra neofascista.

La tendenza a costruire una comunità razzista (secondo l’espressione del filosofo Etienne Balibar) si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, dell’egoismo, del cinismo collettivi, quando le rivendicazioni sociali e i conflitti di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi.

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mercoledì 29 giugno 2022

La convivialità che rivela Essaouira - Annamaria Rivera


È da quasi un trentennio, cioè da quando ho iniziato a integrare nelle mie ricerche, conseguentemente in saggi e articoli, ciò che viene detto impropriamente “la questione animale” (o “dei non-umani”), che il pensiero e le opere di Philippe Descola mi sono diventati indispensabili, tanto da citarlo assai frequentemente.

Tra l’altro, è anche grazie alle sue ricerche e al suo pensiero che ho trovato il coraggio di condurre una più che decennale ricerca di campo a Essaouira: una cittadina del Sud-Ovest del Marocco, esemplare per la sua storia di mixité e in particolare per la lunga convivenza tra arabo-musulmani ed ebrei, per non dire di altre minoranze. En passant, ricordo solo che negli anni ’20 del Novecento la popolazione ebraica era superiore a quella musulmana.  

 

La mia è una ricerca – come dicevo – ispirata da ciò che oggi viene detta “etnografia multispecie”, che poi, nel mio caso, si è concretizzata in un saggio, pubblicato nel 2016: La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira. In questo saggio assume un ruolo rilevante il tema della convivialità interspecifica: con gatti, gabbiani e perfino cani. Dico “perfino” perché per lungo tempo questi ultimi sono stati considerati esseri impuri, com’è ben noto. Va precisato, tuttavia, che la distinzione fra animali puri e impuri non è affatto peculiare del solo mondo musulmano.

Ancora a proposito della convivialità interspecifica, conviene aggiungere che essa è stata per me non solo oggetto di osservazione, ma anche e soprattutto vissuto personale relazionale: diretto e duraturo.

Secondo la mia esperienza di campo, l’agency animale, se non permette di collocare il non-umano nel ruolo classico dell’“informatore”, lo posiziona comunque in quello di attore e testimone di un contesto che favorisce incontri, relazioni, perfino lunghe amicizie transpecifiche. Tutto ciò ho potuto sperimentarlo personalmente, soprattutto con alcuni gabbiani e gatti, ai quali da non pochi anni mi lega un’amicizia fedele e costante.

V’è un altro aspetto da sottolineare: a Essaouira a prendersi cura di animali liberi quali gabbiani, gatti e perfino cani sono anche, se non soprattutto, le persone più diseredate, le quali praticano una comune etica della compassione e della solidarietà, estesa oltre la specie umana. Esse, concedendosi il “lusso” del senso e del dono, dellʼaffettività e della cura più gratuite, si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate. E in tal modo spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno a cui la società le ha legate e le immagina schiave.

Nondimeno, l’amore e la cura verso i gatti, in particolare, non riguardano solo i diseredati, ma anche bottegai, commessi, camerieri. Tant’è vero che soprattutto i felini – ma anche non pochi cani – gironzolano abitualmente fra i tavoli di caffè e ristoranti, all’aperto e all’interno; dormono indisturbati sulla soglia o dentro le botteghe di quell’ininterrotto bazar che è la città entro le mura: comodamente acciambellati su divani, tappeti, coperte, mobili di tuia e altri pregiati oggetti artigianali in vendita.

Ovviamente la “zoofilia spontanea”, praticata da molti/e abitanti di Essaouira, si arresta sulla soglia della ritualità religiosaA tal proposito conviene soffermarsi sull’inclinazione assunta da una certa etnografia socio-antropologica a proposito della “festa del sacrificio” musulmana. Si tratta di un’inclinazione che, pur con l’intento apprezzabile di contrastare lʼislamofobia, rischia di tradursi in un’apologia del sacrificio cruento. E comunque non s’interroga affatto sui soggetti non-umani, sulla loro sofferenza e la loro morte. Ciò accade, paradossalmente, proprio quando una parte niente affatto irrilevante della stessa cultura musulmana si pone criticamente il problema di talune pratiche rituali cruente. E ciò sulla base del principio religioso per cui tutti gli animali sarebbero puri in quanto creati dalla divinità, al pari degli esseri umani. 

Quell’etnografia del sacrificio cui ho fatto cenno non considera a sufficienza quanto parziale sia il modello occidentale-moderno che tende a pensare secondo polarità contrapposte il rapporto fra natura e cultura, che separa culturalmente e moralmente gli umani dai non-umani, che istituisce una frattura insanabile fra soggetti umani e oggetti animali, negando a questi ultimi la qualità di esseri dotati di sensibilità, biografie, mondi, culture, storie.

Come scriveva Philippe Descola nel 2005 (nella prima edizione di Par-delà nature et cultureè necessario che l’antropologia si liberi del proprio dualismo costitutivo, per divenire pienamente monista.   

Per sovvertire un tale modello occorre anzitutto mostrarne la parzialità: per quanto si sia diffuso in aree disparate, esso è nato da una piccola frazione di pensiero filosofico, cioè l’occidentale-moderno.

Questa frazione di pensiero ha prodotto – come giustamente sostiene Descola – un’ontologia del tutto particolare, che a sua volta ha generato una cosmologia e un’etica fra le tante. Per coglierne appieno l’arbitrarietà, la peculiarità, dunque la non-universalità, basta considerare che questo modello dualistico è privo di senso per buona parte delle tradizioni culturali non occidentali. Delle quali numerose hanno fatto proprio della continuità fra i viventi il paradigma costitutivo delle proprie ontologie e cosmologie, come Descola illustra perfettamente nel saggio che ho citato.

 

Del resto, già nel 1967, Claude Lévi-Strauss, nella prefazione alla seconda edizione di Structures élémentaires de la parenté, scriveva di una “linea di demarcazione” fra natura e cultura “tenue e tortuosa”. E si domandava se, lungi dall’essere un dato oggettivo dell’ordine del mondo, quella linea di demarcazione non sia altro che “una creazione artificiale della cultura umana, un’opera difensiva”, messa in atto dall’umanità allo scopo di affermare la propria esistenza, fondare la propria identità di specie e rivendicare la propria originalità (1967:20).

Ancor prima, cioè nel discorso pronunciato nel 1962 per commemorare Rousseau, Lévi-Strauss (1973: 45-56) aveva evocato il “ciclo maledetto” inaugurato dall’uomo occidentale con la separazione radicale fra umanità e animalità, il quale poi sarebbe servito a escludere dagli umani altri umani e a costruire un umanesimo riservato a minoranze sempre più ristrette.

E, più tardi, riprendendo lo stesso tema nella famosa e controversa conferenza presentata all’Unesco nel 1971 (“Race et culture”), ripubblicata in Le régard éloigné (1983), egli rimarcava che questa radicale separazione compiuta dall’umanesimo occidentale “ha consentito che frazioni sempre più vicine di umanità fossero respinte al di fuori di frontiere arbitrariamente tracciate” (ivi: 46).

Ben prima, nel 1951, l’altrettanto grande Theodor W. Adorno aveva scritto in Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa (trad. ital.: Einaudi, 1979) che “Quella che i borghesi – nel loro accecamento ideologico – chiamano natura non è che la cicatrice di una mutilazione sociale (…). Ciò che, nella civiltà, appare come natura è, in realtà, agli antipodi della natura: è pura e semplice oggettivazione” (1979: 105).

È una tale ideologia e pratica di reificazione dei non umani che ho cercato di contrastare nel corso della mia lunga ricerca di campo a Essaouira. Le relazioni interspecifiche che la hanno contraddistinta e l’estensione dello status di soggetto ad alcune categorie di non umani, come lì accade comunemente, tutto ciò mostra che la netta distinzione umano/non umano non ha alcunché di “naturale”.

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domenica 6 marzo 2022

Dai diritti umani a quelli dei viventi - Annamaria Rivera

 

Poche volte come in questi giorni abbiamo potuto valutare a pieno quanta fortuna abbia chi nasce in un paese la cui Costituzione ripudia la guerra (che poi quel ripudio venga talvolta rovinosamente ignorato è un altro, pur sacrosanto, discorso). Non sarebbe poi così strano se dei bambini nati quest’anno – ammesso che la specie umana non sia estinta – un giorno potranno dirsi altrettanto fortunati perché la loro Costituzione ripudia il maltrattamento e l’uccisione degli animali senza distinzione di specie. Esiste un nesso tra le due affermazioni? A parere di Pitagora certamente sì: fin quando l’uomo continuerà a distruggere tutte le forme di vita che considera inferiori non troverà vera pace, si dice sostenesse il più autorevole dei matematici. Duemila anni dopo, gli avrebbe fatto eco lo scrittore pacifista tedesco Edgar Kupfer-Koberwitz, arrestato dalla Gestapo ad Ischia e deportato a Dachau fino al 1945: «Penso che finché l’uomo torturerà e ucciderà gli animali, torturerà e ucciderà anche gli esseri umani – e vi saranno le guerre – perché uccidere viene praticato e appreso poco a poco». Naturalmente, lo sappiamo fin troppo bene, quel che si scrive sulla carta, nella migliore delle ipotesi, impiega decenni e fa una fatica immane a trasferirsi nelle pratiche reali di ogni giorno. Eppure, quelle poche parole in difesa delle vite dei non-umani, aggiunte finalmente l’8 febbraio agli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana, una loro piccola rilevanza epocale potrebbero averla. Come scrive qui sotto Annamaria Rivera, che sui diritti negati ha una certa qual competenza, essendosene occupata per decenni, dipenderà dall’impegno e dalla lotta delle associazioni e delle persone anti-speciste, animaliste e ambientaliste (e dai giuristi) che quelle affermazioni non restino sulla Carta. Ma soprattutto, forse oggi più che mai, dipenderà da tutti coloro che pensano che uccidere o torturare per qualsiasi motivo qualcuno, quante che siano le gambe che lo tengono in piedi, non è lecito mai e per nessuno

 

 

Come dovrebbe essere noto, l’8 febbraio scorso la Camera ha votato un emendamento che, attraverso un disegno di legge, è volto a modificare la nostra Costituzione, inserendo negli articoli 9 e 41 la tutela, sul nostro territorio, non solo dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, ma anche degli animali, senza alcuna distinzione di specie e di “ruolo”. Il che implicherebbe che siano tutelati anche quelli detti “da caccia” nonché gli animali allevati a scopo alimentare o per la produzione di pelli e pellicce, oggi perlopiù destinati, dopo indicibili maltrattamenti e torture, a divenire “carne”, cioè cadaveri mercificati.

Ricordo che già l’articolo 13 del Titolo II del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea afferma che “l’Unione e gli Stati-membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti”.

V’è, inoltre una direttiva del 1998 la quale stabilisce criteri generali per la tutela degli animali allevati per la produzione di cibo, lana, pelle, pelliccia o per altri scopi, inclusi pesci, rettili e anfibi. A sua volta, essa è basata sulla Convenzione europea riguardo la protezione degli animali negli allevamenti risalente al 1978, che già allora affermava, nell’art. 3, che “Ogni animale deve beneficiare di un alloggio, di un’alimentazione e delle cure che (…) siano appropriate ai suoi bisogni fisiologici e etologici”.  

Oggi, finalmente, la tutela e la salvaguardia dei non-umani fanno parte dei principi fondamentali della Repubblica italiana. Tuttavia non è scontato che la costituzionalizzazione della tutela di tutti gli animali intaccherà l’orrore degli allevamenti intensivi e dei mattatoi automatizzati, propri delle società industriali-capitalistiche. A meno che non si conduca una costante e dura battaglia, politica e legale; a meno che associazioni e giuristi/e non siano disposti/e a impegnarsi affinché questo strumento costituzionale assuma significati ed effetti concreti, e serva a ispirare leggi nazionali che portino alla progressiva abolizione dei lager per non-umani nonché della caccia.

Tra l’altro, va considerato che, secondo uno studio pubblicato il 1° febbraio di quest’anno sulla rivista “Plos Climate”l’eliminazione totale degli allevamenti intensivi nel corso dei prossimi quindici anni e la loro sostituzione con la vegetazione originaria e spontanea condurrebbero a una riduzione globale netta del 68% delle emissioni di anidride carbonica.    

Comunque già da ora la tutela degli animali, costituzionalizzata, assume per lo meno un grande valore simbolico. Infatti, almeno simbolicamente, essa spezza la continuità del pensiero occidentale moderno, il quale sovente ha operato una netta dissociazione fra soggetti umani e oggetti animali: spesso reificando e mercificando questi ultimi e negando non solo il fatto che essi abbiano un “mondo”, delle culture, una “storia”, ma perfino la loro qualità di soggetti di vita senziente, emotiva, cognitiva.

 

Forse un giorno non troppo lontano non sarà più così banale e ovvio, com’è attualmente, ostentare pellicce di visone e/o nutrirsi abitualmente di carne. A tal proposito, come a giusta ragione sostiene l’antropologo Mondher Kilani, essere carnivori equivale a praticare una sorta di cannibalismo, dato che gli animali ridotti a carne sono stati esseri intelligenti e sensibili, capaci di provare emozioni, dolore fisico e psicologico: insomma, essi sono per molti versi simili a noi, soprattutto nel caso dei mammiferi erbivori.

Nondimeno attualmente i maltrattamenti, le torture, gli avvelenamenti, le mutilazioni, le morti più atroci, che vengono inflitti abitualmente agli animali negli allevamenti intensivi e nei mattatoi automatizzati, per lo più non sono percepiti come tali: sarebbe come chiedere a chi produce e a chi consuma una qualsiasi merce di commuoversi per la sua sorte.

Oltre tutto, come ho scritto a suo tempo, tali strutture concentrazionarie, favorendo il “salto di specie”, rappresentano una delle concause che hanno provocato la pandemia da Covid19, ma anche altre precedenti. Basta citare la Sars (“Sindrome respiratoria acuta grave”), che si diffuse tra il 2002 e il 2003. Anch’essa provocata da un coronavirus, si trasmise dai pipistrelli (per meglio dire, i chirotteri) − portatori sani, del tutto asintomatici − ad altri animali mammiferi, poi a quelli umani.

Tutto ciò per non dire dei combattimenti tra animali, soprattutto cani, delle macellazioni clandestine, del bracconaggio organizzato e di altri orrori simili. Si aggiunga la crudele manipolazione di viventi che si compie con gli esperimenti di transgenesi, di clonazione e, più in generale, con le biotecnologie animali. Con gli animali da laboratorio, il ciclo maledetto che ho tratteggiato raggiunge il culmine. A tal punto che non è troppo azzardata l’analogia con le pratiche naziste di riduzione di corpi umani, deumanizzati, a manichini, strumenti, cavie per la realizzazione di atroci esperimenti “scientifici”.

Finalmente, oggi non solo la salvaguardia dell’ambiente, ma anche la tutela degli animali, senza distinzione fra specie, come ho detto, entrano per la prima volta a far parte dei valori e dei principi fondamentali della Repubblica. Il già citato articolo 9 della Costituzione, emendato, attribuisce al Parlamento il dovere di approvare leggi a tutela degli animali. Tutto ciò dovrebbe indurre le associazioni animaliste e anti-speciste a coordinarsi, con l’aiuto decisivo di giuristi/e, non solo per far pressione sulle Camere affinché emanino normative che possano difendere e tutelare gli animali, ma anche per denunciare sistematicamente i maltrattamenti e le violenze che vengono loro inflitti.


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martedì 2 febbraio 2021

Dominerai le altre forme viventi - Annamaria Rivera


Nel lontano Duemila la casa editrice Dedalo pubblicò un volume, Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto col mondo animaleche, curato e introdotto da me, conteneva i saggi dell’antropologo Mondher Kilani, dell’etologo Roberto Marchesini, della filosofa Luisella Battaglia, oltre al mio.     

Rileggerlo oggi, al tempo della pandemia da Covid-19, induce a riflettere sull’assenza di lungimiranza dimostrata da politici e intellettuali, perfino da taluni scienziati, rispetto al rischio, del tutto fondato, che alla encefalite spongiforme bovina  (questo è il suo nome scientifico) altre epidemie o pandemie sarebbero susseguite se nulla fosse cambiato nel nostro rapporto con l’ambiente e con gli animali non umani: in particolare con quelli confinati e mercificati negli allevamenti intensivi e nei mattatoi industriali.

La loro reificazione e massificazione – scrivevo in quel volume – il loro confinamento e segregazione, la loro riduzione a macchine per la produzione di carne, latte o uova, si rivelano, infine, distruttivi non solo della vita e della salute degli animali ma anche di quelle degli esseri umani“. E aggiungevo che “la scoperta che l’encefalopatia spongiforme è trasmissibile dal bovino all’uomo non ha decisamente pregiudicato (…) la diffusa propensione occidentale a considerare la carne come un bisogno naturale e irrinunciabile”.

L’ugualmente diffusa abitudine di definire l’encefalopatia come morbo della “mucca pazza” – scriveva dal canto suo Mondher Kilani – era un chiaro indizio della propensione ad attribuire ai soli bovini la responsabilità di una catastrofe provocata dagli umani.

Allora – scriveva lo stesso Kilani – le autorità europee perseguirono “un vasto piano di soppressione dei vitelli nati da qualche giorno“. E oggi un altrettanto crudele quanto inutile olocausto si è ripetuto: a novembre scorso, in Danimarca – per fare un solo esempio – 17 milioni di visoni sono stati massacrati e gettati in enormi, orrende fosse comuni, ritenendo in tal modo di eliminare un ceppo mutato del Covid-19.

Eppure al tempo presente dovrebbe essere del tutto chiaro che a favorire i virus, le epidemie e le pandemie conseguenti è il nostro stesso sistema produttivo, che tuttora perpetua, se non moltiplica, gli allevamenti intensivi, utilizza combustibili fossili quali petrolio e carbone, inquina incessantemente e massivamente, incrementa la deforestazione, riducendo così l’habitat naturale di molte specie. In definitiva, epidemie e pandemie sono l’esito dell’abnorme predominio della specie umana sul resto delle forme viventi e del conseguente sconvolgimento degli equilibri del pianeta. Il che produce la perversa dialettica che induce a praticare costumi e stili di vita i quali, a loro volta, non fanno che avallare e favorire tutto ciò.

Insomma, la coazione a ripetere gli errori del passato sembra caratterizzare il comportamento degli umani anche rispetto a pandemie ed epidemie. Ancor meno c’è da illudersi quanto ai comportamenti della “gente comune”. Per fare un solo esempio, un evento pur così scioccante e doloroso, mortifero e di lunga durata quale la pandemia attuale sembra aver intaccato assai poco perfino il costume di sparare botti, petardi e fuochi d’artificio nel corso della serata-notte dell’ultimo giorno dell’anno: come se in tal modo si potesse esorcizzare i quasi due milioni di vittime di Covid-19 a livello mondiale e la prospettiva, del tutto realistica, di un 2021 che, nonostante i vaccini, sarà egualmente condizionato dal Coronavirus.      

Una tale usanza, già di per sé alquanto detestabile poiché altamente inquinante nonché irrispettosa dell’altrui tranquillità, oltre tutto è foriera, ogni anno, d’incidenti anche mortali: quest’anno a perdere la vita è stato un tredicenne che viveva in un insediamento rom di Asti e altrove ben 79 sono state le persone ferite, alcune gravemente.

Ma, come sempre, a pagare il tributo di vittime più alto sono stati i non-umaniA Roma, com’è noto, la sera-notte del 31 dicembre scorso, in via Cavour e in altre strade del centro, centinaia di storni sono morti a causa di botti, petardi, bombe da tiro e simili, che hanno sconvolto a tal punto quelle povere creature da provocare loro infarti letali, da farli sbattere, soccombendone, contro muri e finestre o addirittura contro cavi d’alta tensione.

Chi tuttora enfatizza il significato propiziatorio e la funzione di rito di passaggio di fuochi e simili – come se oggi coloro che sparano botti, petardi, bombe da tiro fossero consapevoli di un tale significato e di una tale funzione – in fondo perpetua l’idea che tutto ciò che è presuntamente primigenio, tradizionale, ancestrale vada preservato e perpetuato al di là dei contesti storici e sociali, al di là degli stessi gravi danni che il “rito” produce.  L’antropologo Marino Niola, pur riconoscendo che un tale “rituale” sia divenuto ormai “serbatoio di episodi di cronaca nera”, ammette, sì, che sia “sacrosanto fare dei controlli”, ma ritiene che sia “stupido vietare i botti”.

 

Per concludere: la coazione a ripetere, l’aspirazione a tornare al “mondo di prima”, la tendenza a perpetuare, come se nulla fosse accaduto, abitudini e costumi consueti quali il consumo di carne, la caccia, l’uso di pellicce animali, il quotidiano contributo all’inquinamento; insomma, l’incapacità di trarre da questa tragedia qualche lezione etico-politica da tradurre in prassi quotidiana: tutto questo espone noi umani, ma anche gli incolpevoli non umani, a un futuro costellato da epidemie e pandemie.

 

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domenica 29 novembre 2020

La merce in forma vivente transitoria - Annamaria Rivera

Si dice «negazionisti» di coloro che negano o minimizzano la pandemia in corso. Ma lo stesso potrebbe dirsi delle numerose persone che, nonostante sia stato scientificamente provato il ruolo decisivo svolto dagli allevamenti intensivi e dai mattatoi industriali rispetto a ciò che viene detto «salto di specie», seguitano a cibarsi di carne; per non dire di coloro che perseverano perfino nell’acquistare e indossare pellicce animali. 

Queste/i ultime/i continueranno a farlo, probabilmente, anche dopo aver appreso dell’olocausto (uso volutamente questo termine) cui sono stati destinati in Danimarca i 17 milioni di visoni presenti negli allevamenti del Paese, uno dei principali esportatori mondiali di pellicce di queste disgraziate creature: assiepate, tra cumuli di escrementi, in spazi angusti per massimizzare il profitto; costrette a vivere in condizioni infernali durante il breve tempo sufficiente a raggiungere la giusta dimensione per essere uccise (perlopiù con l’azoto o il biossido di carbonio) e poi scuoiate; reificate a tal punto che è considerato normale e accettabile sacrificare la vita di ben sessanta di loro per ottenere un solo metro di pelliccia. E in tal modo soddisfare anzitutto l’industria della moda, il profitto e il mercato, ma anche la crudele frivolezza dei/delle consumatori/trici di una tale sinistra merce.

Tutto ciò non riguarda la sola Danimarca. Precedentemente, già agli esordi di giugno, il governo olandese aveva ordinato l’abbattimento di migliaia di visoni in nove allevamenti-mattatoi destinati alla «produzione di pellicce» Lo stesso era accaduto in Spagna, in particolare in Aragona, e anche l’Irlanda ne progetta l’abbattimento di massa. Inoltre, casi di Covid-19 tra questi mustelidi si sono verificati pure in Italia, Svezia e negli Stati Uniti: qui sono stati già uccisi almeno 15mila visoni.  

Certo, le ragioni della propensione a cibarsi di «carne» e perfino a indossare le spoglie di taluni animali vanno ricercate in primo luogo sul versante del mercato e degli interessi dell’industria zootecnica, alimentare e della modaMa va considerato anche il versante soggettivo nonché quelli dell’ideologia, del costume, della cultura. I maltrattamenti, le torture, gli avvelenamenti, le mutilazioni che vengono inflitti agli animali da allevamento non sono percepiti come tali: sarebbe come chiedere a chi produce e a chi consuma una qualsiasi merce di commuoversi per la sua sorte.

 Come già scriveva Voltaire nella voce « Sensation» del Dictionnaire philosophique,  pubblicato dapprima in forma anonima nel lontano 1764, «se mille animali muoiono sotto i vostri occhi, voi non vi preoccupate affatto di sapere che fine farà la loro facoltà di sentire (…): voi considerate quegli animali come macchine della natura, nate per morire e far posto ad altre».

Ben più tardi, nel 1999, Florence Burgat (1999: 48) avrebbe scritto, a proposito dei corpi animali, che essi sono ormai trattati, percepiti, pensati «come una materia la cui forma vivente è transitoria».

Le condizioni di vita mostruose, il pessimo contesto igienico, di conseguenza lo stress cronico inflitto a questi come ad altri animali «da allevamento», per non dire della somministrazione abituale di dosi abnormi di antibiotici, ne indeboliscono gravemente il sistema immunitarioE’ dunque assai probabile che i mustelidi che hanno contratto il Covid-19 siano stati contagiati da operai e/o allevatori positivi al virus.

 

Ho prima usato, volutamente, il lemma olocausto a proposito dello sterminio riservato ai visoni, in particolare in Danimarca. Come scrivo da molti anni, v’è una certa continuità concettuale ed empirica fra la de-animalizzazione degli animali, nel contesto della produzione industriale serializzata, massificata, automatizzata, e la de-umanizzazione degli umani che fu compiuta, in modo altrettanto seriale e massificato, dalla macchina dello sterminio nazista.

Non per caso abshlachten («macellare») era il verbo adoperato dagli esecutori nazisti per nominare le stragi dei prigionieri nei lager, programmate e attuate secondo una rigorosa logica industriale. Se v’è una differenza, è che oggi, al contrario, si ricorre a un apparente eufemismo, assai rivelatore: l’allevare e il macellare in massa gli animali da reddito si dice «produrre della carne o della pelliccia» (Rivera 2000, p. 60).

In realtà, l’ideologia della centralità e della superiorità della specie umana su tutte le altre, che finisce per negare ai non-umani la qualità di soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, è il modello o la matrice dello stesso razzismo nonché del sessismo. La dialettica negativa proposta da Theodor W. Adorno (1979/1951), secondo il quale il sé dell’umano si produce per mezzo dell’attiva negazione dell’altro-da-sé, in primo luogo del non-umano, riguarda anche il rapporto tra uomini e donne nonché tra noi e gli altri: per meglio dire, gli alterizzati e le alterizzate (Rivera, 2010, p.12).

 Non solo: il fatto di percepire, considerare e trattare gli animali al pari di cose o merci – di oggetti inerti, dominabili, sfruttabili, manipolabili, sterminabili – può essere considerato come il modello generale di tutti i processi di discriminazione, dominazione, reificazione che investono il mondo degli umani e del sociale. La «bestialità» attribuita a coloro che sono in posizione dominata o subalterna diviene così la garanzia dell’umanità di coloro che sono o soltanto si reputano in posizione dominante.

Tutto ciò è rappresentato esemplarmente dalle stragi di persone migranti che si consumano in particolare nel Mediterraneo, la rotta più migranticida dell’intero pianeta, resa sempre più tale anche per causa della «guerra» condotta dalle istituzioni contro le Ong dedite alle operazioni di salvataggio in mare. Basta dire che dall’inizio di quest’anno sono almeno 900 coloro che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee. Per non dire dei tanti e delle tante – ben 11.000 –  che sono state riportate/i con la forza in Libia, nei cui lager subiranno trattamenti non molto dissimili da quelli inflitti agli animali da allevamento.

Né servirà a mutare le infami politiche italiane ed europee il sussulto di coscienza di persone comuni, giornalisti/e, intellettuali suscitato dalla tragica vicenda di Joseph, un bimbo di appena sei mesi, originario della Guinea, che era a bordo di una nave rovesciatasi al largo della Libia. Nonostante gli operatori della Ong Open Arms fossero riusciti a sottrarlo alle acque, egli morirà l’11 novembre scorso a causa dello scandaloso ritardo dei soccorsi “ufficiali”.

Che un evento così tragico e struggente come quello del piccolo Joseph non riuscirà a scalfire la fortezza-Europa ce lo insegna la vicenda di Ālān Kurdî, un bimbo di tre anni, figlio di rifugiati curdo-siriani che tentavano, nel 2015,  di raggiungere il nostro continente. La foto, assai simbolica, del suo cadavere riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, fece il giro del mondo ed emozionò un gran numero di persone. Ciò nonostante, nulla mutò sul piano delle politiche istituzionali relative ad accoglienza, immigrazione e asilo, né servì, quella foto, a incrinare il sistema-razzismo.

Analogamente, le terribili immagini di migliaia di cadaveri di visoni ammassati hanno fatto il giro del mondo, provocando pietas, sdegno e rabbia. Ma questi sentimenti saranno presto superati se non interverrà la consapevolezza politica della centralità della lotta contro lo specismo, matrice del razzismo e del sessismo, e sempre più ispirato dalla logica cinica del massimo profitto.

Riferimenti bibliografici

Adorno T.W, 1979 (1951), Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, Torino.

Burgat F., 1999, «La logique de la légitimation de la violence: animalité vs humanité», in: F.Héritier (s.l.d.), De la violence II, Ed. Odile Jacob, Paris, pp. 45-62. 

Rivera A., 2000, «Una relazione ambigua. Umani e animali fra ragione simbolica e ragione strumentale», in A. Rivera (a cura di), Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale, pp. 11-71.

Rivera A., 2010, La Bella, la Bestia e l’Umano. Sessismo e razzismo, senza escludere lo specismo, Ediesse, Roma.

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