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venerdì 7 novembre 2025

“Un assegno di mantenimento per i gatti rimasti all’ex moglie, verserà 240 euro ogni tre mesi per 10 anni”: la storica sentenza di divorzio in Turchia

Un uomo di Istanbul pagherà 10.000 lire ogni tre mesi per dieci anni per il mantenimento dei due felini di famiglia, che restano con la ex moglie

Un accordo di divorzio “consensuale” che, però, contiene una clausola senza precedenti che sta facendo il giro del mondo. Un tribunale della famiglia di Istanbul ha approvato un protocollo di separazione in cui l’ex marito non solo verserà un risarcimento alla moglie, ma si impegna a pagare un vero e proprio assegno di mantenimento periodico per i due gatti di famiglia. Una decisione che in Turchia, Paese noto per il suo amore viscerale per i felini, ha un forte valore simbolico e giuridico, tanto da essere definita dagli avvocati una “svolta che potrebbe ispirare futuri accordi simili”.

La coppia, Buğra B. ed Ezgi B., ha deciso di separarsi dopo due anni di matrimonio per “l’irreversibile compromissione dell’unione coniugale”. Non avendo figli, come riportato dai media turchi, tra cui Bianet e Turkiye Today, l’accordo prevede che l’uomo paghi alla ex moglie una cifra di 550.000 lire turche (circa 13.000 euro). Ma è sulla gestione degli animali domestici che l’atto di divorzio diventa storico. Nel documento infatti si legge: “Le parti hanno concordato che i due gatti […] resteranno con Ezgi B.”. E, soprattutto: “Buğra B. si impegna a versare 10.000 lire turche [circa 240 euro] ogni tre mesi per le spese di mantenimento dei due gatti, per un periodo di dieci anni”. La somma, inoltre, non è fissa, ma sarà rivalutata annualmente in base agli indici dei prezzi al consumo pubblicati dall’istituto di statistica turco, esattamente come un assegno di mantenimento per un figlio.

Sebbene il codice civile turco classifichi ancora formalmente gli animali come “beni mobili” (alla stregua di un divano o di un’automobile), recenti modifiche alla Legge sulla Protezione degli Animali hanno permesso ai giudici di adottare nuove interpretazioni. In passato, si erano già visti accordi per coprire spese veterinarie o l’acquisto di cibo, ma mai un impegno finanziario così strutturato, duraturo e indicizzato all’inflazione. Questo caso segna un passo fondamentale verso il riconoscimento degli animali domestici come esseri senzienti e parte integrante del nucleo affettivo familiare, e non come semplici proprietà da dividere.

La sentenza turca riflette un cambiamento di atteggiamento globale, con sempre più persone che vedono i propri animali come figli. Negli Stati Uniti, ad esempio, una recente ricerca di Kinship ha rilevato che il 35% dei proprietari di animali della Generazione Z ha già stipulato un “pet-nup” (un accordo prematrimoniale specifico per la gestione degli animali). In quest’ottica, in un Paese come la Turchia, dove vivono milioni di gatti domestici e ci sono dei randagi quasi “venerati” (basti pensare alla fama mondiale di Gli, la gatta di Santa Sofia, o di Tombili, il gatto a cui è stata dedicata una statua), questa sentenza non appare come un’esagerazione ma come il riflesso dei tempi moderni.

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martedì 9 aprile 2024

Franco Battiato era vegetariano

Non critico chi mangia carne, questa è una mia scelta venuta con il tempo. 

Per esempio: ho smesso di mangiare pesce in un secondo tempo. In Sicilia frequento degli amici pescatori bravissimi che mi hanno voluto coinvolgere nella pesca di fondo. Alle tre di una notte di agosto ho pescato un pesce, ma quando lui mi guardò e io ho corrisposto il suo sguardo, è come se ci fossimo capiti ed ho deciso di ributtarlo in acqua e da allora non mangio più pesce.

Un'esperienza analoga mi ha portato a decidere di non andare a cavallo. Ci monto sopra e sono felice. Tiro a sinistra lui fa resistenza ed io ho deciso di scendere, perché ho pensato: ma siamo pazzi? Perché deve sentire il mio peso di ottanta chili sulla schiena? Lo so che molti dicono che è nato per quello, ma io non accetto la regola della preda e del predatore anche in natura. La capisco ma non la accetto.

Ha degli animali?

Non direi così, loro vengono da me e mi fanno compagnia. Cani e gatti che non considero animali, ma esseri. Con loro ho una comunicazione reale. Non amo la cattività, non li tengo legati a delle catene, per questo mi sono stati avvelenati quattro cani.

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mercoledì 29 giugno 2022

La convivialità che rivela Essaouira - Annamaria Rivera


È da quasi un trentennio, cioè da quando ho iniziato a integrare nelle mie ricerche, conseguentemente in saggi e articoli, ciò che viene detto impropriamente “la questione animale” (o “dei non-umani”), che il pensiero e le opere di Philippe Descola mi sono diventati indispensabili, tanto da citarlo assai frequentemente.

Tra l’altro, è anche grazie alle sue ricerche e al suo pensiero che ho trovato il coraggio di condurre una più che decennale ricerca di campo a Essaouira: una cittadina del Sud-Ovest del Marocco, esemplare per la sua storia di mixité e in particolare per la lunga convivenza tra arabo-musulmani ed ebrei, per non dire di altre minoranze. En passant, ricordo solo che negli anni ’20 del Novecento la popolazione ebraica era superiore a quella musulmana.  

 

La mia è una ricerca – come dicevo – ispirata da ciò che oggi viene detta “etnografia multispecie”, che poi, nel mio caso, si è concretizzata in un saggio, pubblicato nel 2016: La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira. In questo saggio assume un ruolo rilevante il tema della convivialità interspecifica: con gatti, gabbiani e perfino cani. Dico “perfino” perché per lungo tempo questi ultimi sono stati considerati esseri impuri, com’è ben noto. Va precisato, tuttavia, che la distinzione fra animali puri e impuri non è affatto peculiare del solo mondo musulmano.

Ancora a proposito della convivialità interspecifica, conviene aggiungere che essa è stata per me non solo oggetto di osservazione, ma anche e soprattutto vissuto personale relazionale: diretto e duraturo.

Secondo la mia esperienza di campo, l’agency animale, se non permette di collocare il non-umano nel ruolo classico dell’“informatore”, lo posiziona comunque in quello di attore e testimone di un contesto che favorisce incontri, relazioni, perfino lunghe amicizie transpecifiche. Tutto ciò ho potuto sperimentarlo personalmente, soprattutto con alcuni gabbiani e gatti, ai quali da non pochi anni mi lega un’amicizia fedele e costante.

V’è un altro aspetto da sottolineare: a Essaouira a prendersi cura di animali liberi quali gabbiani, gatti e perfino cani sono anche, se non soprattutto, le persone più diseredate, le quali praticano una comune etica della compassione e della solidarietà, estesa oltre la specie umana. Esse, concedendosi il “lusso” del senso e del dono, dellʼaffettività e della cura più gratuite, si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate. E in tal modo spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno a cui la società le ha legate e le immagina schiave.

Nondimeno, l’amore e la cura verso i gatti, in particolare, non riguardano solo i diseredati, ma anche bottegai, commessi, camerieri. Tant’è vero che soprattutto i felini – ma anche non pochi cani – gironzolano abitualmente fra i tavoli di caffè e ristoranti, all’aperto e all’interno; dormono indisturbati sulla soglia o dentro le botteghe di quell’ininterrotto bazar che è la città entro le mura: comodamente acciambellati su divani, tappeti, coperte, mobili di tuia e altri pregiati oggetti artigianali in vendita.

Ovviamente la “zoofilia spontanea”, praticata da molti/e abitanti di Essaouira, si arresta sulla soglia della ritualità religiosaA tal proposito conviene soffermarsi sull’inclinazione assunta da una certa etnografia socio-antropologica a proposito della “festa del sacrificio” musulmana. Si tratta di un’inclinazione che, pur con l’intento apprezzabile di contrastare lʼislamofobia, rischia di tradursi in un’apologia del sacrificio cruento. E comunque non s’interroga affatto sui soggetti non-umani, sulla loro sofferenza e la loro morte. Ciò accade, paradossalmente, proprio quando una parte niente affatto irrilevante della stessa cultura musulmana si pone criticamente il problema di talune pratiche rituali cruente. E ciò sulla base del principio religioso per cui tutti gli animali sarebbero puri in quanto creati dalla divinità, al pari degli esseri umani. 

Quell’etnografia del sacrificio cui ho fatto cenno non considera a sufficienza quanto parziale sia il modello occidentale-moderno che tende a pensare secondo polarità contrapposte il rapporto fra natura e cultura, che separa culturalmente e moralmente gli umani dai non-umani, che istituisce una frattura insanabile fra soggetti umani e oggetti animali, negando a questi ultimi la qualità di esseri dotati di sensibilità, biografie, mondi, culture, storie.

Come scriveva Philippe Descola nel 2005 (nella prima edizione di Par-delà nature et cultureè necessario che l’antropologia si liberi del proprio dualismo costitutivo, per divenire pienamente monista.   

Per sovvertire un tale modello occorre anzitutto mostrarne la parzialità: per quanto si sia diffuso in aree disparate, esso è nato da una piccola frazione di pensiero filosofico, cioè l’occidentale-moderno.

Questa frazione di pensiero ha prodotto – come giustamente sostiene Descola – un’ontologia del tutto particolare, che a sua volta ha generato una cosmologia e un’etica fra le tante. Per coglierne appieno l’arbitrarietà, la peculiarità, dunque la non-universalità, basta considerare che questo modello dualistico è privo di senso per buona parte delle tradizioni culturali non occidentali. Delle quali numerose hanno fatto proprio della continuità fra i viventi il paradigma costitutivo delle proprie ontologie e cosmologie, come Descola illustra perfettamente nel saggio che ho citato.

 

Del resto, già nel 1967, Claude Lévi-Strauss, nella prefazione alla seconda edizione di Structures élémentaires de la parenté, scriveva di una “linea di demarcazione” fra natura e cultura “tenue e tortuosa”. E si domandava se, lungi dall’essere un dato oggettivo dell’ordine del mondo, quella linea di demarcazione non sia altro che “una creazione artificiale della cultura umana, un’opera difensiva”, messa in atto dall’umanità allo scopo di affermare la propria esistenza, fondare la propria identità di specie e rivendicare la propria originalità (1967:20).

Ancor prima, cioè nel discorso pronunciato nel 1962 per commemorare Rousseau, Lévi-Strauss (1973: 45-56) aveva evocato il “ciclo maledetto” inaugurato dall’uomo occidentale con la separazione radicale fra umanità e animalità, il quale poi sarebbe servito a escludere dagli umani altri umani e a costruire un umanesimo riservato a minoranze sempre più ristrette.

E, più tardi, riprendendo lo stesso tema nella famosa e controversa conferenza presentata all’Unesco nel 1971 (“Race et culture”), ripubblicata in Le régard éloigné (1983), egli rimarcava che questa radicale separazione compiuta dall’umanesimo occidentale “ha consentito che frazioni sempre più vicine di umanità fossero respinte al di fuori di frontiere arbitrariamente tracciate” (ivi: 46).

Ben prima, nel 1951, l’altrettanto grande Theodor W. Adorno aveva scritto in Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa (trad. ital.: Einaudi, 1979) che “Quella che i borghesi – nel loro accecamento ideologico – chiamano natura non è che la cicatrice di una mutilazione sociale (…). Ciò che, nella civiltà, appare come natura è, in realtà, agli antipodi della natura: è pura e semplice oggettivazione” (1979: 105).

È una tale ideologia e pratica di reificazione dei non umani che ho cercato di contrastare nel corso della mia lunga ricerca di campo a Essaouira. Le relazioni interspecifiche che la hanno contraddistinta e l’estensione dello status di soggetto ad alcune categorie di non umani, come lì accade comunemente, tutto ciò mostra che la netta distinzione umano/non umano non ha alcunché di “naturale”.

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venerdì 18 giugno 2021

Tigro Libero! - Livio Pepino

 

Chi è Tigro? Un vecchio gatto di 15 anni un po’ malfermo in salute. D’accordo, ma cosa c’entra con il TAV? C’entra, c’entra. È, però, una lunga storia.

Al principio c’è la vicenda giudiziaria di Dana, militante No Tav, condannata a due anni di reclusione perché, nel corso di una manifestazione nella quale veniva «occupata l’area del casello di accesso all’autostrada Torino-Bardonecchia e venivano bloccate con nastro adesivo le sbarre di pedaggio, ponendosi alla testa dei manifestanti, con l’utilizzo di un megafono intimava agli automobilisti di transitare ai caselli senza pagare il pedaggio indicando le ragioni della protesta» (così la sentenza 28 marzo 2017 del Tribunale di Torino) (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/): condanna per un’imputazione (violenza privata) piuttosto fantasiosa e, comunque, di entità assolutamente abnorme (https://volerelaluna.it/tav/2020/11/02/dana-i-giudici-e-lordine-costituito/). Ma non basta. Come abbiamo più volte scritto su queste pagine, la vicenda si è arricchita, in fase di esecuzione, di altri aspetti a dir poco kafkiani. A Dana infatti, seppur incensurata e dedita a un lavoro stabile e documentato, è stata inizialmente negata ogni misura alternativa con la singolare motivazione della sua mancata presa di distanza dal Movimento No TAV (pur in un quadro di revisione critica «delle modalità con le quali porre in essere la lotta per le finalità indicate») e del fatto che il suo luogo di residenza era prossimo all’epicentro dell’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/). Solo dopo oltre sette mesi di carcere, poi, Dana ha ottenuto la detenzione domiciliare a Torino, con possibilità di uscire dall’abitazione per recarsi al lavoro, ma con espresso divieto di «frequentare persone che le Forze dell’ordine indichino come esponenti del centro sociale Askatasuna o del Movimento No Tav» (così l’ordinanza 14-15 aprile 2021 del Tribunale di sorveglianza di Torino). Dana si è dunque trasferita da Bussoleno a Torino, dove oggi vive e lavora.

E qui entra in scena Tigro. Dana ha, infatti, due gatti, che ha portato con sé a Torino. Uno di loro è, appunto, Tigro che, oltre ad essere anziano, soffre di disturbi alla tiroide. Al manifestarsi di episodi di sofferenza, Dana ha chiamato il suo veterinario, che si è dichiarato disponibile a venirlo a visitare, fissando anche la data. A ciò ha fatto seguito la richiesta di autorizzazione all’assistente sociale dell’Ufficio esecuzione penale esterna che, a sua volta, l’ha girata al giudice competente. Tutto semplice e lineare, sembrerebbe, salva la macchinosità dei passaggi previsti per una questione di minima entità rispetto alle molte che – è dato pensare – incombono quotidianamente su un magistrato di sorveglianza. E invece no. Il veterinario di Tigro ha, infatti, un difetto insuperabile: lavora e abita in Val Susa! E questo vizio di origine non gli consente di visitare e curare il suo paziente a quattro zampe. Il magistrato di sorveglianza, infatti, è inflessibile e, con provvedimento vergato a mano in calce alla richiesta, «autorizza unicamente la detenuta domiciliare a uscire dal domicilio previo avviso alle FF.OO circa l’orario di uscita e di rientro per portare il proprio animale domestico in un ambulatorio di sua scelta nel comune di domicilio». Proprio così! La notizia la dà Dana che posta sui social questo messaggio:

Come siamo messi… Il Tribunale di sorveglianza boccia la mia richiesta di far entrare in casa il veterinario di Tigro (uno dei miei due gatti). La richiesta è stata fatta perché il mio piccolo peloso non sta molto bene. Il magistrato (sempre lei) afferma che posso trovarmi un veterinario a Torino, e portarcelo (il veterinario ovviamente è valsusino e gentilmente sarebbe sceso in città per visitare il suo paziente). Ora che mi è ben chiaro, alla luce degli ultimi mesi, quale sia stato l’accanimento a me riservato in quanto pericolosa No Tav, non riesco a concepire come tale atteggiamento possa venir applicato anche a un animale domestico. Un gatto, per di più anziano (15 anni), che quindi di reati contro l’ordine e la sicurezza difficilmente ne commetterà. Il veterinario di valle farà i dovuti passaggi di consegne con un nuovo veterinario, ma resta il fatto che per Tigro sarebbe stata l’opzione migliore continuare ad essere curato da chi conosce e nell’ultimo periodo ha avuto cura della sua malattia. Inoltre, chi lo ha incrociato, sa quanto sia stressante per Tigro indomito essere spostato, trasportato ecc…Vivo un forte senso di impotenza di fronte a queste ingiustizie, che si accumulano senza possibilità di ricorso.

Confesso che, leggendo il messaggio, ho inizialmente pensato a una di quelle forzature ironiche a cui il movimento No Tav, ricorre, a volte, per irridere pratiche vessatorie di cui continua ad essere vittima. Della serie, insomma, «una risata vi seppellirà». Tanto che ho chiesto di vedere il provvedimento. E così ho scoperto che è tutto vero. Incredibilmente vero.

Per i giuristi si potrebbero aprire infinite e sottili questioni esegetiche, con buona pace dell’ingolfamento della giustizia e della salute del povero gatto. Alcune tra le altre. La visita richiesta da Dana è stata, evidentemente, ritenuta pericolosa (ché, altrimenti, non ci sarebbe stato motivo per negarla), ma dove sta la fonte del pericolo: nel veterinario o nel gatto? Ed è una pericolosità sorretta da una presunzione invincibile o superabile dall’esito di una approfondita indagine magari demandata alla Digos (ovviamente sulle abitudini del professionista e dell’animale)? E, ancora, è sufficiente che la visita autorizzata si svolga in un ambulatorio torinese o anche la residenza del veterinario – e magari il luogo di sua nascita – deve essere nel capoluogo sabaudo (e, comunque, non in Val Susa)? Di più, potrà il veterinario torinese ospitare nel suo ambulatorio, per l’esecuzione della visita, un collega valsusino?

Potrei continuare ma, essendoci un limite a tutto, mi fermo e concludo con una considerazione. La caduta verticale in atto della credibilità della magistratura ha molte ragioni e sono in molti ad alimentarla gettando olio sul fuoco. Ma spesso non ce n’è bisogno. Ci pensano, da sole, anche nelle cose minime, l’istituzione e chi la rappresenta.

Post Scriptum

Grazie a questa vicenda, Tigro ha avuto il suo momento di gloria. Scrivo di ritorno dalla marcia da Bussoleno a San Didero di sabato 12 giugno con cui il movimento No Tav ha manifestato la sua opposizione all’autoporto che si vorrebbe costruire a integrazione della linea ferroviaria Torino-Lione. Una manifestazione imponente, vivace, piena di vita e di determinazione, allegra a dispetto di tutto. Un fiume di 15.000 persone (persino la questura ha ammesso che erano più di 6.000…), soprattutto giovani, che, da tempo, stanno prendendo il testimone dalla vecchia guardia garantendo che la protesta non si fermerà e, alla fine, avrà ragione di calcoli politici e interessi (https://volerelaluna.it/tav/2020/07/29/il-movimento-no-tav-e-giovane/). Ebbene, tra i molti cartelli, arrabbiati o ironici, c’erano anche quelli con la scritta «Tigro libero!». Appunto: «Una risata vi seppellirà».

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giovedì 17 settembre 2020

Una storia dell’arte araba attraverso i gatti - Nadine Nour el Din

 

I gatti sono stati raffigurati in alcune delle opere d’arte più importanti di artisti moderni del mondo arabo e oltre. La seguente selezione di opere abbraccia diversi artisti, Paesi e periodi storici, tracciando una storia dell’arte araba attraverso i  gatti.


L’umile gatto domestico è stato a lungo ammirato e apprezzato sia per la compagnia che per le sue abilità nella caccia ai topi. E’ uno degli animali domestici più popolari su scala globale, con milioni di gatti che in tutto il mondo vivono in famiglia. Un punto fermo della cultura di Internet,  con oltre due milioni di video di gatti solo su Youtube a cui si è avuto accesso miliardi di volte. I gatti sono particolarmente popolari in Egitto, dove sono stati venerati per molti secoli , soprattutto nell’antica civiltà egizia.

Sono amati nel mondo islamico per la predilezione del profeta Muhammad per i gatti e per il detto a lui popolarmente attribuito: “L’amore per i gatti fa parte della fede”. La loro importanza li rende oggetto di molti proverbi arabi popolari , che spesso portano connotazioni negative. I detti popolari includono ” quando il gatto è assente, il topo gioca”, “come un gatto, mangia e dimentica” e “abbiamo parlato del gatto, è arrivato saltellando”.

 L’umile gatto domestico è stato a lungo ammirato e apprezzato sia per la compagnia che per le sue capacità di cacciare i topi. Esaminimao la sua rappresentazione simbolica e culturale nell’arte araba

Con un tale approccio, i gatti tendono ad apparire nella cultura popolare araba come metafora disciplinare. L’esempio forse più famoso è la nota canzone per bambini “Thahab al Laylo” del compositore e cantante egiziano Mohamed Fawzi, in cui il protagonista viene graffiato dal gatto per non aver ascoltato sua madre.

I gatti sono stati storicamente rappresentati nelle arti visive da varie culture attraverso il lavoro di alcuni dei più importanti movimenti artistici. Leonardo da Vinci (poliedrico artista del Rinascimento italiano) scrisse, “il felino più piccolo è un capolavoro”, dopo aver disegnato una serie di studi che confermano il suo apprezzamento per la specie.

I gatti sono stati raffigurati in alcune delle opere d’arte più importanti di artisti moderni del mondo arabo e oltre. La seguente selezione di opere abbraccia diversi artisti, Paesi e periodi storici, tracciando una storia dell’arte araba attraverso i  gatti.


I gatti nell’antico Egitto


Un gatto attacca un uccello (dal 1550-1292 a.C. circa).

Tomba di Nebamun (dal 1550-1292 a.C. circa).


Un gatto rossiccio si slancia tra i gambi di papiro per catturare gli uccelli, in questo dettaglio preso  dal dipinto murale che raffigura il ricco egiziano Nebamun a caccia con la sua famiglia. Sembrerebbe essere un gatto  domestico, forse il loro gatto,  ma i suoi scintillanti occhi dorati alludono a un significato religioso, l’attacco del dio Ra contro i nemici.

Nell’antico Egitto, i gatti erano tenuti in grande considerazione e venerati tra le divinità più significative. Il dio del sole Ra era anche indicato come “Supremo Tomcat”, la gente adorava la dea dalla testa di leone Sekhmet e Bastet dalla testa di gatto, e sacerdoti speciali  si dedicavano al servizio dei gatti nel suo tempio nel delta del Nilo. In uno dei testi antichi più significativi, il “Libro dei morti”, il gatto era anche equiparato al sole. Come le persone, anche i gatti venivano mummificati e venivano eseguiti lunghi rituali cerimoniali per garantire il passaggio sicuro di un felino nell’aldilà.


I gatti nella cultura islamica

Da una copia del XIV secolo del manoscritto arabo Kalila wa Dimna, Bodlieian Library, Oxford.


Un grosso gatto bianco pezzato di grigio, alto e forte, orecchie ritte, è intrappolato in una rete rossa appena abbozzata. Un topo tenta di rosicchiare la rete per liberare il gatto , sperando di ottenere un alleato contro la donnola e il gufo. Questo intricato dipinto proviene da una versione araba di uno dei libri più popolari mai scritti, Kalila wa Dimna.

 Poiché il Profeta Mohammad amava molto i gatti, i beduini nomadi cambiarono la loro percezione negativa del gatto. Si dice che il profeta si sia  addirittura tagliato la manica del mantello per pregare senza disturbare il suo amato gatto addormentato “Muizza”

Nel mondo arabo, i gatti non erano amati. I beduini nomadi non avevano alcuna simpatia per loro e non li consideravano utili e spesso nel loro folklore apparivano negativamente. Il ghoul, il demone del deserto, prendeva  la forma di un gatto per spaventare i cammelli. La situazione cambiò con l’avvento dell’Islam, poiché il Profeta Muhammad amava molto i gatti. Ci sono numerose storie e detti sui gatti attribuiti a lui, e uno dei suoi più stretti compagni era conosciuto come “Abu Hurayrah” (padre di un gatto), per il suo attaccamento ai gatti. Si dice che il profeta si sia tagliato la manica del mantello per pregare senza disturbare il suo amato gatto addormentato Muizza.

Di conseguenza, i gatti erano i benvenuti nella maggior parte delle moschee e nelle aree urbane islamizzate, le loro fusa a volte venivano paragonate al culto sufi. Le raffigurazioni di gatti domestici abbondano nei manoscritti islamici di tutto il mondo.


I guardiani della notte


Samir Rafi, Les Gardiens de la Nuit (I guardiani della notte), 1944


In questo lavoro, tre gattini siedono all’erta, accucciati  su un  tetto, gli artigli pronti. Sembra quasi di sentirli soffiare. Sono raggiunti da un altrettanto minaccioso piccione, mentre fissano intensamente gli spettatori.

Nato al Cairo, Samir Rafi (1926-2004)  fu pittore, scultore,  insegnante artistico e autore. Importante artista surrealista, Rafi ha dipinto rappresentazioni espressive delle ansie umane e delle prove della vita in Egitto. NeI suoI lavori ha raffigurato molti animali (i gatti compaiono più di una volta) così come persone e oggetti, ritratti con colori  intensi e uno stile distintivo. Uno dei suoi primi lavori, “I Guardiani della Notte” fu dipinto un anno dopo essersi diplomato al liceo (nel 1943) e ottenne la medaglia d’oro dal Ministero della Pubblica Istruzione come  miglior studente di disegno a livello nazionale. A quel tempo, Rafi studiava da un anno presso il dipartimento di Arti Decorative della Scuola Egiziana di Belle Arti, come protetto di Hussein Bicar. Si formò anche con l’artista ed insegnante Hussein Youssef Amin e solo un anno dopo questo dipinto partecipò a una mostra con il gruppo Art and Liberty, pochi mesi prima del suo diciannovesimo compleanno. Rafi lasciò l’Egitto nel 1945 per proseguire il suo dottorato in Francia, per non tornare mai più. Nel 1946, co-fondò il Contemporary Art Group, di cui fu membro di spicco.


Il gatto bianco


Mahmoud Said, Le Chat Blanc (Il gatto bianco), 1948. Barjeel Art Foundation.


In una giornata affollata sulla corniche di Alessandria, un delicato gatto bianco siede nel mezzo di una scena animata che si svolge intorno a lui. Una linea virtuale collega il gatto ai pescatori al lavoro e alle barche a vela in lontananza, ciascuno nella stessa tonalità di bianco brillante. La sua postura e le orecchie dritte ricordano un regale gatto egizio, qui raffigurato con gli occhi spalancati, la cui colorazione è simile al trucco che adorna le donne velate che camminano lungo la corniche, in una composizione ancorata a questo bel gatto luminoso.

 Nelle opere di artisti moderni come Mahmoud Said e Samir Rafi, appare la  scelta  di ritrarre i gatti in mezzo a quotidiane scene urbane affollate, ma con tracce evidenti delle loro antiche caratteristiche egizie

Mahmoud Said (1897-1964) era un giudice alessandrino e artista moderno. Nato da una famiglia benestante (suo padre era primo ministro e sua nipote la regina Farida d’Egitto), si formò come avvocato al Cairo e studiò disegno a proprie spese all’Academie Julian di Parigi. Sebbene non abbia  dipinto come artista professionista, le sue opere sono considerate distintive del primo movimento modernista egiziano.

Il suo lavoro è caratterizzato dal suo stile pittorico e dalle raffigurazioni di soggetti, ritratti e scene tradizionali egiziane. Nella sue tele vibranti, Said dipinse bellissime raffigurazioni della sua amata Alessandria, ritratti aristocratici, incantevoli donne egiziane e paesaggi panoramici dei suoi viaggi.


I gatti che fissano


Hamed Ewais, Donna seduta, 1953.


Hamed Ewais, Ragazza con gatto, senza data.


Un gatto bianco siede dietro una ragazza, e un gatto nero si infila nell’abbraccio della sua compagna. In casa, in un interno grazioso,  con carta da parati decorativa,  un vaso di fiori su un tavolo di legno e una comoda poltrona in vista. Queste composizioni sono simili a dipinti impressionisti di gatti.

La cosa curiosa di entrambe queste particolari rappresentazioni è che mentre le ragazze sembrano guardare in direzioni diverse – una con uno sguardo perduto, l’altra con uno sguardo amorevole verso il gatto tra le braccia – entrambi i gatti guardano direttamente verso lo spettatore.

Mohamed Hamed Ewais (1919-2011) è stato uno dei principali pittori social- realisti egiziani. Sebbene fosse impiegato come metalmeccanico, Ewais partì per frequentare la Scuola delle Belle Arti del Cairo e intraprendere una carriera artistica. Continuò i suoi studi all’Institute of Art Education del Cairo, formato dall’insegnante e critico Youssef el-Afifi. Il suo lavoro  fu fortemente influenzato dalle idee del Group of Modern Art di cui  fu membro fondatore, insieme ai suoi contemporanei Gazbia Sirry, Gamal el-Sagini, Zeinab Abdel Hamid, Salah Yousri e Youssef Sida. Insieme  rifiutarono il surrealismo, che secondo Ewais era “essenzialmente una ribellione o un’arte che non mirava alla coscienza del popolo”.

Hamed Ewais ha dipinto vivide scene della vita egiziana, raffigurando nel suo lavoro ideologie sociali e politiche in un linguaggio visivo distintivo e altamente accessibile. Mahmoud Said  venne influenzato dai modernisti europei, tra cui Matisse e Picasso, e dai Social Realisti messicani Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros.


Qualità mistica


Abdel Hadi El Gazzar, L’indovino , 1953.


Abdel Hadi El Gazzar, 1956


Un piccolo gatto nero si nasconde all’ombra di un indovino seduto, guardando sopra la spalla verso lo spettatore. Un gatto nero, dipinto in tonalità marina, si siede accanto al suo  compagno, il noto critico d’arte Aimé Azar, mentre entrambi guardano con attenzione. I caratteri somatici  sono stilizzati ed esagerati e riflettono un’espressione  seria e mistica.

Abdel Hadi El Gazzar (1925-1966) è considerato uno dei più importanti artisti egiziani. Nato ad Alessandria d’Egitto, la sua famiglia si trasferì al Cairo, stabilendosi nel quartiere di Sayeda Zainab quando suo padre fu nominato studente islamico all’Università di Al-Azhar. El Gazzar studiò  inizialmente medicina, ma lasciò la Facoltà di Medicina per iscriversi alla Scuola Superiore di Belle Arti nel 1945, frequentando tra l’altro i suoi contemporanei tra cui Samir Rafi e Hamed Nada. Insieme  fondarono il Contemporary Art Group, di cui Abdel Hadi El Gazzar fu membro attivo. La sua opera è caratterizzata da temi religiosi tradizionali egiziani e mistici tratti dall’ambiente in cui è cresciuto.

Ha dipinto velate critiche politiche e sociali che utilizzano un suo linguaggio iconico, incorporando elementi del paesaggio urbano del Cairo e simboli di credenze religiose popolari. I lavori successivi di El Gazzar hanno trattato temi legati allo spazio, alla tecnologia e a rappresentazioni distopiche del progresso, riflettendo in modo mirato ma sottile le sue critiche politiche. La sua breve carriera ha riguardato un’ampia gamma di materie ed ha avuto un profondo impatto sia sui suoi contemporanei, che sui suoi successori.


Un ambiente domestico

Inji Efflatoun, Relax (Al Istirkha ‘), anni ’50 circa.

Un simpatico gattino rosso giace addormentato, rannicchiato tra le braccia del suo compagno che, sebbene completamente vestito, giace a letto a gambe incrociate, leggendo un giornale. In una composizione luminosa e gestuale, vivaci acquerelli raffigurano questa intima scena domestica di relax in uno stile tipico del lavoro dell’artista in questo periodo.

Inji Efflatoun (1924-1989) è stata un’importante pittrice, femminista e attivista politica egiziana. È considerata una pioniera dell’arte moderna egizia. Sebbene fosse nata in una famiglia francofona di proprietari terrieri di classe superiore, le sue opere vibranti e le tele strutturate ritraggono le dure realtà della classe operaia egiziana, raffigurando contadini, operai e artigiani. Ha dipinto le donne egiziane  enfatizzando la loro lotta e gli aspetti della loro vita quotidiana.

I suoi primi lavori sono caratterizzati da influenze surrealiste, risultato diretto della sua formazione con l’artista e regista Kamel el-Tilmisani e il gruppo Art and Liberty. Efflatoun era politicamente impegnata e le sue attività portarono alla sua incarcerazione per quattro anni e mezzo, durante i quali dipinse in prigione. Dopo il suo rilascio continuò a dipingere, spostandosi verso tele più morbide e luminose che riflettevano il suo interesse per lo studio della luce.


Contro i motivi geometrici

Jewad Selim, La Siesta, circa 1950. Mathaf, Museo arabo di arte moderna

In una giornata calda e luminosa, un morbido gatto beige siede appollaiato tra le gambe del suo compagno, mentre questi sonnecchia pacificamente in un angolo colorato all’ombra di una palma. Il gatto è sveglio e guarda davanti a sé, all’erta. In questa tela accuratamente composta, vivaci colori pastello e toni nudi sono incorniciati in contorni gestuali, raffiguranti forme stilizzate su uno sfondo di motivi geometrici.

Jewad Selim (1919-1961) è stato un influente pittore e scultore iracheno, ampiamente considerato come il fondatore dell’arte moderna irachena. Nato ad Ankara, dove era di stanza suo padre, si trasferì a Baghdad nel 1921 dove visse con la sua famiglia. Sebbene sua madre volesse che diventasse un medico, Jewad Selim ha sempre voluto essere un artista. Ricevette una borsa di studio per studiare arte a Parigi e a Roma, ma i suoi studi  furono interrotti entrambe le volte dalla guerra, costringendolo a tornare a Baghdad. Dopo la guerra, studiò alla Slade School di Londra e tornò a Baghdad dove iniziò a insegnare all’Istituto di Belle Arti, nominato capo del Dipartimento di Scultura.

Nel 1951,  fondò il Baghdad Modern Art Group (BMAG) e partecipò a numerose mostre collettive con il BMAG e la Society of Iraqi Artists, oltre a esporre a livello internazionale a Beirut e nelle città degli Stati Uniti. Selim è accreditato per essere stato tra i primi artisti moderni iracheni ad attingere alla propria eredità, sviluppando uno stile distintamente iracheno, quello che il BMAG chiamava “istilham a-turath”.

Donne e gatti


Gazbia Sirry, Una donna e un gatto, 1960

 Possiamo rilevare una connessione tra femminilità e gatti nelle opere di “Una donna e un gatto” e “Dama con gatto nero”, che riflettono lo stato fisico e psicologico dell’animale e della sua compagna

In una rappresentazione onirica, un grazioso gatto grigio guarda verso l’alto, il collo teso, verso la sua compagna, una figura nuda altrettanto allungata, che sembra stendersi sulla tela. Colori vibranti, forme astratte e pennellate morbide esprimono la magnificenza della forma femminile nello stile inconfondibile di Sirry.

Gazbia Sirry (nata nel 1925) è una celebre artista egiziana che fa parte di un gruppo di artiste molto importanti degli anni ’50, nell’Egitto dell’era Nasser. Il suo lavoro  rflette vari cambiamenti artistici, sociali e politici.  Studiò presso l’Higher Institute for Art Education for Women Teachers (attualmente Faculty of Art Education in Helwan University) dove  ottenne borse di studio per proseguire gli studi con Marcel Gromaire a Parigi, presso l’Accademia Egiziana di Roma e presso la Slade School di Londra .

Nei suoi primi lavori, durante gli anni ’50 e ’60, Sirry adottò modelli dai dipinti sepolcrali faraonici, così come dai dipinti tradizionali copti, e tecniche litografiche, nel modo in cui riproduceva  le figure, delineando le forme in nero. Gazbia Sirry continua a dipingere nel quartiere di Zamalek al Cairo, dove vive e lavora.

Fateh Moudarres, Dama con gatto nero, 1962


Una donna imbronciata guarda avanti con espressione seria , mentre  siede tenendo il suo grosso gatto nero. Il gatto guarda fuori con brillanti occhi rossi, segnati in trame e forme riecheggianti nello sfondo astratto. Questa signora di forma quadrata e il suo gatto nero appaiono nello stile figurativo idiosincratico di Moudaress.

Fateh al-Moudarres (1922-1999) è stato un pittore siriano considerato uno dei principali artisti dei movimenti moderni e surrealisti della Siria. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Roma e all’Ecole des Beaux-Arts di Parigi e si formò con il suo mentore, il pittore neoclassico Wahbi Al-Hariri in Siria. Al suo ritorno Moudarress fu nominato alla Facoltà di Belle Arti e all’Università di Damasco. Il suo lavoro è stato politicamente impegnato e ha affrontato eventi politici regionali, il più notevole dei quali è stata  la guerra civile libanese.


Il gatto egiziano


Marguerite Nakhla, Le Chat Egyptien (Il gatto egiziano), 1965

Un grosso gatto nero siede avvolto nella sua coda, all’ombra di un albero. Dipinto in un nero profondo con gli occhi sfumati di grigio in uno sguardo vuoto, su uno sfondo blu che ricorda il lapislazzulo, questo gatto egiziano evoca le immagini dei suoi antichi predecessori, raffigurati con la tecnica tipica dell’artista.

Marguerite Nakhla (1908-1977) è stata un’artista egiziana considerata una delle pioniere del movimento modernista egiziano. Si  formò al College of Fine Arts del Cairo e all’Ecole Nationale des Beaux-Arts di Parigi. Nakhla era sia una pittrice  che un insegnante e visse ad Alessandria, Parigi, Il Cairo e Port Said. Descrisse il suo lavoro come “arte popolare” e ha prodott rappresentazioni avvincenti di vari aspetti della vita egiziana.


Uomini e gatti


Hamed Nada, Uomo e Gatto 1947.

Hamed Nada, L’indovino e il gatto , 1989. Barjeel Art Foundation.


In una stanza ampia e sbiadita, su una grande sedia allungata, siede un gatto bianco, che guarda in alto con la coda dell’occhio. Il suo  compagno è seduto sul pavimento dietro di lui, guardando verso il basso. Un gatto nero seduto sul pavimento guarda dritto davanti a sé. Il suo  compagno è ingobbito su una sedia, con una mano sulla testa. Entrambi questi gatti sono raffigurati in un linguaggio visivo surreale che è tipico del lavoro di Hamed Nada.

Hamed Nada (1924-1990) è stato uno dei primi artisti egiziani moderni. Si formò con l’artista ed insegnante Huseein Youssef Amin,  frequentò la Scuola di Belle Arti del Cairo con i pittori Ahmed Sabry e Youssef Kamel, e  studiò pittura murale all’Accademia Reale di Belle Arti di San Fernando a Madrid. Nada era un membro attivo del Contemporary Art Group insieme ad Abdel Hadi El Gazzar, Maher Raif e Kamal Youssef, tra gli altri. Il suo lavoro rifletteva elementi della sua educazione nel quartiere di Sayyida Zeinab al Cairo e descriveva aspetti della vita quotidiana egiziana incorporando simbolismo politico, sociale e superstizioso nella sua caratteristica figurazione stilizzata.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina .org

da qui



mercoledì 3 giugno 2020

Licenza di uccidere? L’impatto dei gatti domestici sulla fauna italiana




Lo studio “License to Kill? Domestic Cats Affect a Wide Range of Native Fauna in a Highly Biodiverse Mediterranean Country” – pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment da Emiliano Mori, università di Siena, Mattia Menchetti, Universitat Pompeu Fabra – Barcellona e università di Firenze, Alberto Camporesi, Associazione per la Divulgazione Ambientale e Scientifica, Dovadola, Luca Cavigioli, Società di Scienze Naturali del Verbano Cusio Ossola, Karol Tabarelli de FatisMuseo delle scienze di Trento, Marco Camporesi, Universidade dos Açore – è di quelli destinati a far discutere e infatti la discussione su chi sia più colpevole – il gatto o l’uomo – è già divampata non appena pagine Facebook come Naturalisti italiani lo hanno rilanciato scrivendo. «Il danno dei gatto domestici su fauna Italiana, finalmente in uno studio professionale e facile da capire. Da tenere sottomano per qualsiasi dibattito virtuale… e non. Congratulazioni agli autori!!»
E gli autori sottolineano che «Tra gli animali domestici, il gatto domestico, Felis catus, è ampiamente considerato una delle minacce più gravi alla conservazione della fauna selvatica. Ciò è particolarmente evidente per gli ecosistemi insulari, poiché spesso mancano i dati per i Paesi della terraferma. In Italia, il paese europeo più ricco di biodiversità, i gatti sono animali domestici molto popolari. In questo lavoro, abbiamo mirato a valutare il potenziale spettro di vertebrati selvatici che potrebbero essere uccisi daI gatti domestici free-ranging e abbiamo considerato i nostri risultati nel contesto del loro stato di conservazione e della categoria di minaccia IUCN».
Il team di ricercatori italiani ha accolto dati sull’impatto dei gatti sia avvalendosi della citizen science per ricavare informazioni sulle predazioni sulla fauna selvatica ad opera di 145 gatti appartenenti a 125 proprietari, sia seguendo per 1 anno 21 di questi 145 gatti e registrando tutte le prede che hanno portato a casa.
Il risultato è che «In Italia I gatti domestici possono uccidere almeno 207 specie (2.042 eventi di predazione); tra queste, 34 sono elencate come “Minacciate” o “Quasi minacciate” nelle liste rosse IUCN e italiana». 1.533 prede sono state uccise dai gatti nei mesi caldi (aprile-settembre). Il sondaggio è stato condotto in tutta Italia, con dati provenienti da 377 località, comprese le aree rurali e urbane, dal livello del mare alle zone montuose.
Le prede preferite dei gatti domestici vaganti sono uccelli e piccoli e mammiferi come i passeriformi e i roditori. Considerando questa dieta all’interno dello spazio in cui si muovono solitamente i gatti domestici, i ricercatori hanno osservato che «La classe che occupava il più grande spazio funzionale era quella degli uccelli, seguita da mammiferi, rettili e anfibi. Pertanto, l’impatto maggiore è sulla struttura funzionale delle comunità di mammiferi e uccelli».
La specie più frequentemente uccisa tra i mammiferi è risultata il topo domestico Mus domesticus (10%), sebbene siano stati segnalati anche Rattus rattus (9,4%), Apodemus flavicollis (8,2%), Sciurus vulgaris (8,2%) e Suncus etruscus (8,2%). Si tratta di specie comuni (“Minore preoccupazione”) in Italia.
Per quanto riguarda gli uccelli, le specie più frequentemente uccise erano: merlo  Turdus merula (13%), passero italiano Passer italiae (7,9%), tortora dal collare Streptopelia decaocto (7,9%) e capinera Sylvia atricapilla (7,9%), Il passero italiano è endemico del nostro Paese e sta diminuendo.
Per quanto riguarda i rettili, le specie più frequentemente uccise erano lucertola muraiola Podarcis muralis (29%),biacco Hierophis virdiflavus / carbonarius (12,8%) e framarro occidentale Lacerta bilineata (12,8%).
Tra gli anfibi, le specie più frequentemente uccise erano rana agile Rana dalmatina (40%) e rana comune Pelophylax synklepton esculentus (20%), entrambe include negli allegati della Direttiva Habitat.
Oltre 30 delle specie predate sono elencate come “minacciate” nella lista rossa IUCN, mentre la grande maggioranza (oltre il 75%) delle specie uccise dai gatti vaganti liberamente appartiene alla categoria “Minore preoccupazione”. I ricercatori fanno notare che «Ciò è coerente con il fatto che le specie meno preoccupanti sono, in media, le specie più abbondanti e quindi potenzialmente le più disponibili per i gatti domestici, che sono predatori opportunisti. Tuttavia, nonostante la loro diffusa distribuzione e presenza, queste specie possono svolgere un ruolo chiave nel mantenimento di altre specie carnivore che meritano misure di conservazione, la cui dieta si basa proprio sulle specie uccise dai gatti domestici, e questo può suggerire un ruolo importante per le predazioni dei gatti nel funzionamento degli ecosistemi. Inoltre, le poche uccisioni riportate di specie minacciate possono essere più dannose rispetto alle molte delle specie diffuse comuni. Il passero italiano, Passer italiae, è endemico in Italia ed è classificato come “vulnerabile”. L’alto tasso di predazione dei gatti domestici su questo uccello può quindi essere una minaccia per la sua conservazione. Altre specie italiane endemiche / quasi endemiche che sono molto predate dai gatti domestici in Italia includono il toporagno vallesano, Sorex antinorii , classificato come “carenza di dati”, il toporagno siciliano, Crocidura sicula e l’orbettino italiano, Anguis veronensis . L’Italia svolge un ruolo chiave in Europa nella conservazione dello scoiattolo rosso eurasiatico, Sciurus vulgaris , che è minacciato dalla frammentazione dell’habitat e dalla competizione con le specie introdotte; questo roditore è tra le principali specie uccise dai gatti domestici (vale a dire oltre l’8% di predazioni). Inoltre, abbiamo confermato che i gatti domestici in roaming libero possono rappresentare un’enorme minaccia per gli assembramenti di pipistrelli, che comprendono un certo numero di specie in pericolo che rappresentano bioindicatori di primaria importanza della qualità ambientale».
Ma lo studio ha anche scoperto che l’utilizzo dei collari con i campanellini non influenza il tasso di predazione dei gatti, mentre il numero di prede che portano a casa diminuisce con l’aumentare della distanza dalla campagna. I collari o bavaglini per gatti sembrano essere più efficaci ridurre la predazione sulla fauna selvatica ma lo studio dice che questa efficacia dovrebbe essere testata statisticamente
I ricercatori sottolineano: «Abbiamo fornito prove evidenti del fatto che i gatti domestici free-ranging possono compromettere seriamente la conservazione di specie selvatiche minacciate e non minacciate, che già soffrono di un declino della popolazione a causa di altre cause, ad esempio la perdita dell’habitat. La mitigazione degli impatti dei gatti domestici sulla fauna selvatica richiede progetti di divulgazione che promuovano la proprietà responsabile del gatto, nonché una limitazione del comportamento free-ranging, in particolare di notte».
Ma lo studio conclude. «Tuttavia, è improbabile che articoli scientifici modifichino di per sé il comportamento dei proprietari di animali domestici».
Molti proprietari ed amanti dei gatti tendono a negare gli impatti negativi dei loro affascinanti felini e i comportamenti dei proprietari di gatti potrebbe essere difficile da modificare, anche in un hotspot di biodiversità come il bacino del Mediterraneo. I ricercatori dicono però che proprio il benessere dei gatti, incluso l’aumento del rischio di contrazione di malattie negli individui lasciati vagare liberamente, o la predazione dei gatti da parte di altri mammiferi selvatici più grossi, dovrebbero incoraggiare i proprietari di gatti a tenerli sotto controllo. Le leggi dicono che è un reato non fornire ai gatti cibo, riparo e libertà dalla sofferenza, prevenendo la crudeltà ma anche promuovendo la proprietà responsabile del gatto.
I ricercatori concludono. «Tenere i gatti in casa contribuirebbe a prevenire danni alla fauna selvatica autoctona e alla diffusione di malattie e zoonosi dalle specie selvatiche ai gatti domestici. Una maggiore concorrenza inter e intra specifica aumenterebbe lo stress nei gatti: i proprietari responsabili dovrebbero alleviare lo stress riducendo gli incontri tra gatti e altre specie/individui, nonché prendendosi cura del loro stato di salute».