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giovedì 4 giugno 2026

Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno

Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.

Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.

Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.

Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.

Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.

Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.

Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.

Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.

Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.

Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.

da qui

martedì 11 aprile 2023

Così il Paese si gioca il futuro – Chiara Saraceno

 

Una popolazione che si riduce numericamente e invecchia rapidamente: questa è la fotografia demografica del nostro paese. Essa segnala come si sia innescato un processo che, se non adeguatamente contrastato, rischia di diventare irreversibile, perché una popolazione ad alta e crescente incidenza di anziani inevitabilmente assottiglia sempre più la quota di coloro che invece sono in età riproduttiva.

La bassa natalità contemporanea, nettamente sopravanzata dalla mortalità, infatti, non è solo l’esito della pur bassissima fecondità corrente. È anche l’esito della riduzione della fecondità operata dalle generazioni oggi nelle età di mezzo o anziane, la cui durata della vita invece è in aumento, in particolare tra gli uomini. Di quella fotografia demografica, in effetti, l’aspetto più preoccupante non è la riduzione della numerosità della popolazione, che anzi potrebbe rallegrare chi ritiene che siamo già troppi a sovraccaricare e consumare le risorse ambientali e che l’Italia potrebbe trarre giovamento dall’essere meno densamente popolata. L’aspetto più preoccupante è che questa riduzione avviene a scapito delle fasce di età più giovani, quelle che garantiscono il futuro, incluse le pensioni e la sanità per gli anziani. Tra l’altro è un fenomeno che avviene anche a livello infra-nazionale: le regioni che perdono popolazione, specie giovane, per bassa fecondità e/o migrazioni interne sono quelle meridionali, mentre le regioni del Centro e soprattutto del Nord continuano ad avere un sia pur ridotto saldo positivo, perché attraggono sia persone da altre regioni, sia gli stranieri.

La parte di bassa natalità imputabile alla bassa fecondità in Italia non è causata da un minore desiderio di filiazione da parte dei giovani italiani rispetto ai loro coetanei di altri paesi. È dovuta alla troppo diffusa incertezza rispetto al lavoro, a redditi da lavoro spesso troppo bassi e senza ragionevoli garanzie di continuità, alle difficoltà ad accedere all’abitazione in un mercato della casa stretto tra l’ipertrofia della proprietà e affitti spesso costosissimi, alla troppo frequente esperienza di discriminazione sul lavoro, quando non di vero e proprio mobbing, fatta dalle giovani donne in quanto potenziali madri e dalle madri quando tornano dal congedo, con il risultato di avere sia uno dei più bassi tassi di occupazione femminile sia uno dei più bassi tassi di fecondità. È dovuta alla persistente difficoltà a conciliare le responsabilità e la cura di un figlio piccolo in un contesto di servizi per la prima infanzia scarsi e spesso costosi, un tempo pieno scolastico non sempre disponibile e di buona qualità. Sostenere le scelte positive di fecondità implica impegnarsi in politiche integrate e continuative che consentano ai giovani di poter pensare con ragionevole fiducia al futuro e creino contesti accoglienti sia per chi nasce e cresce, sia per chi mette al mondo.

I confronti internazionali mostrano che in Europa i tassi di fecondità più alti (anche se per lo più al di sotto del livello di riproduzione), perciò anche un minore squilibrio tra le varie fasce di età, si trovano nei paesi che offrono maggiori opportunità ai giovani, che sono meglio dotate di servizi, insieme più accoglienti per i bambini fin dalla nascita e più amichevoli nei confronti delle lavoratrici madri. I trasferimenti monetari sono importanti, se continuativi e di importo significativo, ma meno dei servizi educativi per la prima infanzia, del sostegno all’uguaglianza di genere, delle politiche di conciliazione.

Stante che le politiche di sostegno alla fecondità hanno effetti nel medio-lungo periodo, occorre anche sviluppare politiche dell’immigrazione più accoglienti, che favoriscano l’integrazione e la stabilizzazione delle famiglie e non considerino gli immigrati solo come forza lavoro a basso costo e possibilmente usa e getta. Senza gli immigrati, che sono mediamente giovani, saremmo una popolazione ancora più vecchia e con minore possibilità di rinnovamento demografico.

da qui