Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.
Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare
qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che
negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più
giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di
vista sia demografico sia delle risorse umane.
Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda
cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei –
Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni
migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia
circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i
giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente
la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di
questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.
Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia
l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli
delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento
se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli
ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente,
anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità
soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.
Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in
Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri
termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non
riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione,
disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario,
riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia
condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale,
adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in
quello pubblico.
Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta
cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il
ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia,
stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.
Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle
giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri
Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri
qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo
55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani
stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia,
senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro
coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere
le proprie competenze.
Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una
laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine
straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il
raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani,
avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un
effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il
diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il
circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in
generale.
Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi
dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale
– origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che
il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori,
la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e
sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.
Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare,
se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto
annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le
nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al
progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito
civile di questo tempo.
Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.
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