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martedì 17 maggio 2022

Accaparramento di terre, deforestazione e crisi climatica: un trio inseparabile – GRAIN

 

Il vincolo tra la deforestazione e la crisi climatica è stato ampiamente dimostrato e, anche se le cifre possono variare da analisi diverse, è chiaro che il suo peso nelle emissioni di gas serra è molto significativo.

Secondo le ricerche che abbiamo condotto come GRAIN, esse rappresentano tra il 15% e il 18% delle emissioni totali (su un contribuito totale da parte del sistema agroalimentare che si aggira tra il 44% e il 57%). 1 Secondo un recente rapporto di Greenpeace, i gas serra derivanti dalla deforestazione rappresentano il 23% 2 del totale dei gas emessi. Secondo gli ultimi rapporti dell'IPCC 3, le emissioni derivanti dall'attività agricola e dall'espansione dei terreni agricoli che contribuiscono al sistema alimentare globale, rappresentano tra il 16% e il 27% delle emissioni antropiche totali.
Tuttavia non c'è stato uno studio approfondito sull'impatto che, negli ultimi decenni, l'accaparramento di terre ha avuto sulla deforestazione e quindi sulla crisi climatica. Ovviamente possiamo dare per scontato che l'acquisto, l'acquisizione o l'affitto di terreni per la produzione di monocolture industriali implica il disboscamento di vaste aree di foreste e di altri ecosistemi fragili, come le zone umide e il Cerrado brasiliano considerati, nel quadro di tale modello, un “ostacolo” all'avanzata delle monocolture. Tuttavia, i recenti rapporti sulla deforestazione in Brasile, Colombia e Argentina ci permettono di stabilire chiaramente un legame e di avere la dimensione, anche se solo approssimativa, di una delle regioni del mondo dove si sta verificando la maggiore concentrazione di terra e l'avanzata incontrollata dell'agricoltura e dell'allevamento industriale.
Nell'Atlante dell'Agribusiness Transgenico nel Cono Sud abbiamo già denunciato che tra i primi anni 90 e il 2017 è andata distrutta una media annua di oltre 2 milioni di ettari, a partire dall'Amazzonia in Brasile fino in Bolivia e al Gran Chaco Americano in Paraguay e Argentina, e che “Il fenomeno di concentrazione, stranierizzazione e accaparramento di terre che ha prodotto l'avanzata dell'agribusiness transgenico nella regione è uno dei più gravi in America Latina e nel mondo”. 4
Nel corso degli ultimi anni la situazione è peggiorata perché l'agribusiness ha bisogno di espandere i suoi confini e, per farlo, sta avanzando sugli ecosistemi più fragili della regione: il Cerrado brasiliano, la regione amazzonica e il Gran Chaco Americano. Condividiamo di seguito alcuni dati che mostrano la gravità della situazione e che ne contestualizzano l'avanzata: accaparramento di terre per l'allevamento di bestiame e l'agricoltura industriale con meccanismi illegali, violenza contro le comunità locali e complicità dello Stato nei diversi processi di appropriazione.
Nella regione brasiliana del Cerrado più di 850.000 ettari di bioma sono stati distrutti tra l'agosto del 2020 e il luglio del 2021, questo secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale (INPE), un'unità legata al Ministero della Scienza, Tecnologia e Innovazione (MCTI). 5 All'interno del Cerrado la regione di Matopiba, (stati di Maranhão, Tocantins, Piauí e Bahia), ha subito il maggior incremento di deforestazione: della quantità totale di vegetazione disboscata nel bioma tra agosto 2020 e luglio 2021, il 61,3% (522.700 ettari)  si concentra in questa regione. 6 Si tratta di un record storico per la serie Prodes 7 (Monitoraggio via satellite della deforestazione della foresta amazzonica brasiliana, 2002-2021), che ha superato il valore del 2017, anno in cui la regione si è resa responsabile del 61,1% della deforestazione nel Cerrado.
Secondo la piattaforma informativa MapBiomas 8, il Tocantins e il Maranhão, in quest'ordine, sono gli stati che nell'ultimo decennio hanno perso più vegetazione nativa della savana. L'iniziativa ha rivelato che, negli ultimi 36 anni, la regione di Matopiba ha più che raddoppiato l'area dedicata all'agricoltura e all'allevamento. Dal 1985 al 2020 il Cerrado ha perso il 19,8% della sua vegetazione nativa, ovvero 26,5 milioni di ettari, un'area più grande del Piauí. L'espansione dell'agricoltura e dell'allevamento nel bioma è, nello stesso periodo, quasi complementare: 26 milioni e 200 mila ettari sono stati destinati a queste attività. Attualmente l'agricoltura e l'allevamento occupano il 44,2% del bioma. Ane Alencar, direttrice scientifica dell'IPAM (Instituto de Pesquisa Ambiental da Amazônia - Istituto di ricerca ambientale dell'Amazzonia), lo ha detto chiaramente: “Il Matopiba è da anni una delle regioni del paese dove la vegetazione autoctona è stata maggiormente convertita all'agricoltura”.9

Anche nella regione amazzonica la deforestazione e gli incendi dolosi sono stati direttamente collegati all'agribusiness e alle sue strategie di accaparramento delle terre. Nell'agosto 2019, alcuni proprietari terrieri si sono messi d'accordo per dare fuoco alla foresta amazzonica brasiliana, più precisamente nella regione sud-occidentale dello stato di Pará, in quello che è diventato noto come il “Giorno del Fuoco”. Più a sud, l'anno successivo, gli incendi iniziati negli allevamenti di bestiame che rifornivano di carne i grandi stabilimenti di confezionamento si sono diffusi rapidamente, bruciando 4,1 milioni di ettari del Pantanal, la zona umida che si trova a cavallo tra i confini del Paraguay e della Bolivia. 10 Le conclusioni sulla Campagna “Agro è Fogo” (fuoco alleato dell'agrobusiness, ndt) sono molto chiare: “Gli incendi boschivi e la deforestazione sono strumenti per consolidare l'accaparramento di terre (in Brasile noto come “grilagem”) e accompagnano l'espansione della frontiera agricola capitalista verso i territori dei Popoli Indigeni e delle comunità tradizionali”.
In Colombia, nella regione amazzonica settentrionale, l'espansione dell'allevamento di bestiame è partito con l'introduzione di oltre 1 milione di capi bovini tra il 2016 e il 2019, per raggiungere quest'anno i 2 milioni 21.829. Nel corso di questi tre anni, 300.415 ettari sono stati disboscati nei comuni di San Vicente del Caguán, Cartagena del Chairá, La Macarena, San José del Guaviare, El Retorno, Calamar, Miraflores e Solano.11  Le cifre della concentrazione della terra in Colombia, come in quasi tutta l'America Latina, sono drammatiche e, secondo il Censimento Nazionale Agrario (CNA) del 2019, il 73,8% della superficie in ettari è concentrata nello 0,2% delle Unità di Produzione Agricola (UPA). 12 Secondo lo stesso censimento, la terra produttiva totale è di 50 milioni di ettari e, di questi, il 77,9% è destinata all'allevamento.
In Argentina, nella regione del Chaco Salteño, secondo un recente rapporto di LandMatrix 13 20.000 ettari di foresta saranno disboscati entro il 2020, mentre per il 2021 sono state convocate audizioni pubbliche per il cambio di destinazione d'uso di oltre 21.000 ettari. Queste cifre si aggiungono alla deforestazione avvenuta tra il 2007 e il 2017, un periodo in cui la provincia ha perso più di 750.000 ettari di foreste native. Salta si è posizionata come una delle province con i più alti tassi di perdita di foreste e deforestazione al mondo. Nella stessa regione LandMatrix ha identificato 120 Grandi Transazioni di Terra (GTT) che coinvolgono il 22% della superficie totale della regione. Lo studio ha concluso che le GTT sono i motori, la spinta trainante della deforestazione e del cambiamento d'uso del suolo che, nel Chaco Salteño, ha raggiunto il 55% dei 7,2% milioni di ettari che la regione possiede.
 

 La crescente spirale di distruzione

L'accaparramento della terra sta chiaramente contribuendo all'aggravarsi della crisi climatica, generando così una spirale di distruzione che si riflette attualmente in tutto il Cono Sud con gravi siccità, temperature estreme e incendi che peggiorano di anno in anno in tutta la regione e decimano i fragili ecosistemi già assediati dall'agribusiness.
Fermare questa spirale distruttiva è un imperativo che richiede molto più che leggi che limitino i danni. Infatti, gran parte dei disboscamenti in Argentina è avvenuta nell'ultimo decennio, con una Legge forestale approvata nel primo decennio di questo secolo, dopo anni di lotta delle organizzazioni sociali per ottenerla.
 

Foreste reimpiantate?

Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) insiste nei suoi rapporti sul fatto che le emissioni di gas serra sono “parzialmente compensate dalla forestazione/riforestazione” 14. Ma questa cosiddetta alternativa è un messaggio pericoloso che alimenta false soluzioni alla crisi climatica e, allo stesso tempo, incoraggia un altro meccanismo di accaparramento delle terre, cioè l'acquisizione di terreni per la riforestazione di piantagioni.
È assolutamente necessario smantellare questo discorso perverso e mettere al centro del dibattito ciò che il Movimento Mondiale per i Boschi ripete da più di due decenni 15 “Le piantagioni non sono foreste” e non possono sostituire le foreste in nessuno dei loro ruoli fondamentali nell'equilibrio degli ecosistemi e nel loro contributo al clima.
 

Alcune conclusioni e contributi per l'immediato futuro
 
Non c'è dubbio che la prima conclusione, per contribuire a fermare l'attuale crisi climatica, è che dobbiamo immediatamente  fermare l'accaparramento e la concentrazione di terre da parte dei grandi gruppi corporativi . Così come è urgente fermare la deforestazione che affligge tutta la regione e che, come abbiamo visto, viene effettuata illegalmente in tutti i paesi.
In tutta la regione ci sono forti mobilitazioni a livello nazionale e regionale per fermare il processo di devastazione che sta avvenendo. Una di queste, lanciata a settembre in Brasile dalla Campagna Nazionale in Difesa del Cerrado per denunciare il crimine di ecocidio in corso nella regione, rientra in una sessione speciale del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), un tribunale internazionale di opinione con sede a Roma.16 Nella presentazione, le organizzazioni denunciano la legittimazione dell'accaparramento di terra, acqua e risorse del Cerrado, con scala e intensità di saccheggio da parte di poche corporazioni della catena dei prodotti agricoli e minerali, tutto nel nome del cosiddetto “sviluppo” e con il pretesto che si tratterebbe di “terra di nessuno”, senza persone e senza biodiversità. La denuncia presentata dalla Campagna chiede che sia necessario: 17  
 
- Fermare l'ecocidio in corso nel Cerrado prima della sua estinzione; dire la verità sull'importanza e la diversità ecologica e culturale del Cerrado e dei suoi popoli.

- Salvare la memoria, spesso attraverso fatti trasmessi dagli anziani delle comunità, di tante violenze, espulsioni e recinzioni dei loro spazi ad uso comune.

-  Mettere fine all'impunità di cui hanno goduto gli accaparratori e le imprese coinvolte in violazioni dei diritti dei popoli, ma anche per le continue vessazioni, manipolazioni, umiliazioni e divisioni delle comunità, che usano nelle loro strategie per costruire  una egemonia sociale.

- Ottenere giustizia e riparazione nel quadro dei conflitti che ancora affrontano e il diritto al possesso dei loro territori.

Il Tribunale ha già avuto la sua prima sessione dedicata alla questione delle violazioni legate all'accesso all'acqua, e il resto delle udienze avrà luogo nel 2022.
È chiaro che la ridistribuzione della terra in mani contadine è la grande alternativa per affrontare la crisi climatica attraverso una produzione agroecologica di base contadina che, oltre ad essere una risposta attraverso la cura del suolo e della biodiversità, è anche la risposta ad altre crisi che affrontiamo come umanità, come la crisi della fame.
E' chiaro infine che la questione centrale è porre un freno al controllo corporativo, poiché l'espansione della monocoltura ha creato una lobby molto potente di politici, uomini d'affari e imprese transnazionali che lavorano insieme per difendere ed espandere il modello. Questo non sarà possibile se non avanziamo nei processi di democratizzazione della società, processi che aprono le porte a possibili trasformazioni per uscire dalla catastrofe a cui ci sta portando il capitalismo.

 


Brasile: il Tribunale Permanente dei Popoli nel Cerrado

GRAIN

Dopo le sessioni del Tribunale Permanente dei Popoli tenutesi in Colombia (2005-2006), poi in Messico (2011-2014) e ora di nuovo in Colombia (2020-2021), il Tribunale si sta nuovamente aprendo a ciò che sta accadendo ora in Brasile, dove le transnazionali stanno devastando il Cerrado a un ritmo impressionante di deforestazione, aggravata dall'accaparramento della terra e dell'acqua, dalla violazione dei diritti dei popoli, oltre che dalla collusione tra imprese nazionali e straniere insieme a fondi di investimento e pensionistici, caciques locali e un governo che sta realizzando la sua particolare versione di un fascismo brasiliano, disposto a passare sopra a tutto per aumentare il suo potere…

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lunedì 10 gennaio 2022

Il sistema alimentare globale: uno spreco di energia – GRAIN

  

Tratto da:
Revista Soberanía Alimentaria. Biodiversidad y culturas
"Ruralismo frente a capitalismo energético"
N°41, Verano 2021 - 56 pp.



La diffusione delle energie rinnovabili è accompagnata da una narrativa che la pone come la formula per raggiungere le emissioni zero, come il meglio che possiamo fare per fermare la crisi climatica. Se non affrontiamo il rapporto tra i combustibili fossili e l'attuale modo di mangiare, quello che ci stanno presentando è un miraggio.
 

Dal sole al petrolio

Secondo la FAO, circa il 30% di tutta l'energia utilizzata nel mondo è usata per sostenere il sistema alimentare globale e quasi tutta quell'energia proviene da combustibili fossili. Chi di noi pensava che l'agricoltura consistesse semplicemente nel convertire l'energia del sole in cibo si chiederà: come è possibile? È possibile perché negli ultimi 50 anni, in molte parti del mondo il sistema alimentare si è industrializzato, guidato dalle gigantesche corporazioni alimentari e agrochimiche.

Per sfruttare appieno la terra e forzare i cicli naturali, il petrolio è fondamentale. Se ci mettiamo a pensare senza andare troppo in profondità, vediamo che con macchinari alimentati a petrolio - e costruiti su base di petrolio – si deforestano i boschi per installare monocolture e lavorare in seguito quella terra. Molti pesticidi e fertilizzanti inorganici sono derivati del petrolio e gli stessi alimenti confezionati con petrolio trasformati in plastica vengono esportati via terra, mare e aria, in mezzi di trasporto completamente dipendenti dai combustibili derivati dal petrolio. Sembrerebbe tutto standardizzato, ma senza tutto questo la rivoluzione verde e la globalizzazione del sistema alimentare non sarebbero state possibili.

E così anche nel caso dei contadini che producono per il consumo domestico o per la vendita nei mercati locali, l'agricoltura rimane in gran parte dipendente solo dall'energia sostenibile e infinita del sole e, naturalmente, dall'energia derivata dal loro lavoro.
 

Si può mangiare senza petrolio?

Uno dei dati più eclatanti è che il 70% dell'energia utilizzata nel sistema alimentare globale viene consumata dopo che il cibo ha lasciato l'azienda agricola. Lo si comprende meglio se si guarda al Paese in cui forse questo processo di trasformazione si è evoluto nel modo più estremo: gli Stati Uniti. Il grafico seguente mostra come il consumo energetico del sistema alimentare americano è distribuito nelle sue diverse fasi.

 

L'agricoltura stessa è responsabile di poco più di un quinto dell'energia utilizzata, il 21%. La maggior parte proviene dall'energia necessaria per produrre fertilizzanti chimici e pesticidi (40% dell'energia utilizzata in azienda) e dall'utilizzo del gasolio richiesto dalle macchine agricole (25% dell'energia utilizzata in azienda).

Quando il cibo è stato raccolto è quando viene consumato il restante 79% dell'energia. Il trasporto è un grande divoratore di energia, con il 14% della torta, principalmente petrolio. Questo dato non sorprende, poiché, ad esempio, il 90% di tutte le verdure fresche consumate negli Stati Uniti proviene dallo stato della California.

Potrebbero essere distribuiti da camion elettrici e quindi ridurre l'uso di combustibili fossili? Forse in questo caso sì, in quanto si tratta di una distribuzione interna al Paese; ma sarebbe aneddotico, dal momento che il cibo globalizzato è in realtà un andirivieni di importazioni ed esportazioni di cibo in container, via nave o aereo, che richiedono enormi quantità di petrolio.

È importante sottolineare l'enorme quantità di energia utilizzata nel processo industriale di preparazione e confezionamento degli alimenti, il 23%. È qui che le grandi aziende alimentari come Nestlé, Unilever e Pepsi realizzano la maggior parte dei loro profitti, vendendoci confezioni di alimenti altamente trasformati che non solo richiedono enormi quantità di energia per la loro produzione o di plastica derivata dal petrolio per il suo confezionamento, ma creano anche cumuli di rifiuti difficili da riciclare.

In Spagna, l'11% in peso degli alimenti è costituito da imballaggi usa e getta. Alimenti e bevande generano l'80-90% dei rifiuti di imballaggio, solo il 26% viene riciclato. Questi materiali e processi possono essere sostituiti con altri? Possiamo fare a meno di tutto questo?

La situazione in Europa e in Spagna non è molto diversa. Uno studio del Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea (meglio noto come JRC, per le sue sigle in inglese) ha stimato che il sistema alimentare dell'Unione Europea ha rappresentato il 26% di tutto il consumo di energia dell'Unione nel 2013. L'Universidad Pablo de Olavide, a Siviglia, ha calcolato per la Spagna il 30%. Come negli Stati Uniti, gran parte di essa proviene dal trasporto, dalla lavorazione e dalla produzione di fertilizzanti e prodotti agrochimici. Che Murcia e l'Andalusia producano la maggior parte delle verdure per il resto d'Europa in inverno dice tutto. Un altro esempio che mostra che ogni anno la Spagna importa 80.000 tonnellate di patate dal Regno Unito mentre ne esporta 26.000 nello stesso paese nello stesso anno, forse lo spiega ancora meglio.

Alimenti industriali a base di rinnovabili

Che si può fare a tal proposito? Le aziende agroalimentari stanno rapidamente indirizzando i loro sforzi per produrre macchinari più efficienti nei loro impianti di produzione, iniziare a utilizzare veicoli e strumenti elettrici e passare all'energia rinnovabile. Anche la digitalizzazione in agricoltura, dicono, vuole contribuire alla lotta alla crisi climatica. Ma, come abbiamo visto in precedenza, ci sono almeno due barriere che appaiono insormontabili per l'alimentazione globalizzata.


Bilanci energetici

Un livello più elevato di complessità tecnica non è sempre associato a una maggiore efficacia nell'uso dell'energia degli ecosistemi. La mancanza di efficienza che comporta il progresso ha fatto salire alle stelle la domanda energetica pro capite a livello globale dal 1860 fino ad oggi, la quale si è moltiplicata per 20. Se andiamo ancora più indietro nel tempo e confrontiamo l'energia necessaria pro capite nelle economie industrializzate con quelle dei sistemi di sussistenza cacciatori-raccoglitori, la domanda della prima è 125 volte quella della seconda. Il bilancio del consumo energetico nel settore agricolo mostra che il numero di calorie necessarie per ottenere una caloria dal cibo è triplicato con l'industrializzazione rispetto ai sistemi tradizionali [...]. Nel 1970 il bilancio aveva bisogno di 8 calorie di carburante per ottenere una caloria di cibo. [...] L'energia necessaria per produrre una caloria di cibo è triplicata dal 1970 al 2000. In termini di efficienza energetica, preoccupa il fatto che sia necessario investire 30 calorie nel processo per ottenere una caloria di cibo.

Fonte: M.ª Luisa Roqueta Buj, Analisi input-output energetico dei diversi sistemi energetici alimentari.

Disponibile su https://aries.aibr.org/storage/pdfs/2058/2018.AR0025010.pdf


Da un lato, l'utilizzo di macchinari pesanti nell'odierna agricoltura e allevamento intensivo è, dal punto di vista fisico, impossibile da elettrificare e continuerà a richiedere il diesel, così come non si può fare a meno, nei suoli impoveriti, dell'uso di fertilizzanti e prodotti agrochimici che richiedono petrolio. In secondo luogo, l'uso di macchinari è solo una parte minore del consumo energetico nel sistema alimentare industriale. Il vero problema risiede nell'energia necessaria per spostare in massa i prodotti in giro per il mondo, la lavorazione industriale e il confezionamento alimentare.

Per uscire dall'attuale crisi climatica, sembra chiaro che dobbiamo allargare la prospettiva. L'elettricità rappresenta solo il 20-25% dell'attuale consumo energetico e, come abbiamo visto nel caso del settore alimentare, dell'energia residua solo una piccola parte può essere elettrificata. E, nonostante sia possibile la chimera di usare motoseghe elettriche per continuare a deforestare, trattori elettrici per spargere fertilizzanti o aerei elettrici per continuare a irrorare i prodotti agrochimici, domandiamoci se vogliamo mantenere questo modello.

È chiaro che, se vogliamo un modello più sostenibile, il sistema alimentare mondiale deve compiere un'inversione totale. Dobbiamo muoverci verso metodi di produzione agroecologici che utilizzino pochi fattori esterni e mettano fine al cibo spazzatura altamente trasformato e divoratore di energia. Dobbiamo smettere di spostare materie prime e cibo nel mondo come se il sistema alimentare fosse un'agenzia di viaggi globale e passare alla produzione e al consumo localizzati.
 

* Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network

da qui

giovedì 29 dicembre 2016

L’accaparramento globale delle terre nel 2016 - Grain


A partire dall’indagine del 2008 che ha aperto il dibattito internazionale sull’accaparramento delle terre, GRAIN ha pubblicato una nuova serie di dati documentando quasi 500 casi attuali di accaparramento di terra in tutto il mondo.
I casi riguardano 78 paesi, circa 94 miliardi di dollari di investimenti relativi a più di 30 milioni di ettari di terra agricola (un’area vicina alle dimensioni della Finlandia).
Alcuni di questi affari con la terra, proliferati con la follia degli investimenti che è seguita alla crisi alimentare e finanziaria del 2008, hanno già ridotto le dimensioni delle proprie ambizioni e sono già collassati del tutto. Per esempio, l’assassinio del dirigente libico Muammar Gheddafi ha messo fine ad un progetto libico nel Mali che coinvolgeva 100 mila ettari a riso.
Nonostante ciò, questi fallimenti negli accordi commerciali sulle terre non sono necessariamente un motivo di festeggiamento riguardo al fenomeno dell’accaparramento globale di terre, dato che quelli ancora in essere incarnano “terribili iniziative di espansione delle frontiere dell’agricoltura industriale”.
È tipico di questi crudeli affari di avere accesso ai finanziamenti, di richiedere il sostegno dei funzionari dei governi, locale o nazionale, e di arrivare per fermarsi. Uno degli effetti di ciò è che possono essere molto difficili da affrontare.
Molto dell’espansione della palma da olio in Africa effettuata da asiatici ricade in questa categoria, come anche l’entrata dei fondi pensione e delle compagnie di commercio negli investimenti sulle terre agricole.
Nella maggioranza dei casi, questi accaparramenti di terra accaparrano anche l’acqua, con la concessione alle compagnie straniere l’accesso alle principali fonti d’acqua delle comunità locali.
Questi accaparramenti avvengono in regioni con abbondanza ma anche in regioni con scarsezza d’acqua. Come annota Ange David Bailey, di GRAIN: “Sta avvenendo un terrificante numero di incette d’acqua legate all’accaparramento di terre in aree dove già ci sono intensi conflitti per l’acqua o per i fiumi che passano sopra a comunità che dipendono dall’acqua, come nel progetto del fiume Lurio in Mozambico”.
Conformemente a ciò, questi affari intensificano i conflitti, e si mette in opera una violenta repressione. Gli attivisti per i diritti agrari sono incarcerati, i giornalisti sono perseguitati e i dirigenti contadini e indigeni sono abitualmente uccisi.
Quel che è peggio, molti di questi affari si rimodellano come “investimenti responsabili”, e le compagnie e gli investitori si trasformano in esperti nei nuovi (e quasi totalmente volontari) lineamenti relativi all’acquisizione di terre, oltre ad inventare alcuni lineamenti propri. Questa “pratica dovuta”, nonostante ciò, è quasi sempre soltanto una facciata.
Se c’è qualche motivo di ottimismo questo giace nel forte impulso che c’è dietro ad una resistenza globale, a mobilitazioni locali e ad una solidarietà internazionale che si agglutinano contro l’accaparramento di terre. I contadini, i braccianti, i gruppi di emigranti, i pescatori, popoli indigeni, pastori e altri incominciano a riunirsi per affrontare il problema su molteplici fronti, allo stesso tempo in cui sviluppano nuove strategie di resistenza.
Questo nuovo rapporto è una risorsa e uno strumento per queste lotte.
Il rapporto si scarica qui.