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lunedì 12 gennaio 2026

Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte - Luca Casarini

 

Prima che ci sbilanciamo nelle fantasmagoriche visioni dei bombardieri statunitensi che colpiscono la Danimarca, facendo attivare l’articolo 5 della Nato e dunque, le contraeree europee contro gli stealth, e innescando così la rivoluzione mondiale (ho letto anche questo ve lo giuro), suggerisco sommessamente di dare un occhio a cos’è e com’è la Groenlandia.

Una serie “leggera” su Netflix può essere utile, giusto per capire il “sentiment”: Borgen – il potere.

Innanzitutto stiamo parlando di una terra abitata da 56.000 persone. Un normale quartiere di una città medio piccola italiana. Perché è danese nonostante sia geograficamente molto più vicina agli Usa e al Canada che a Copenhagen? Per via del colonialismo. Un lungo processo storico, dai Vichinghi alla colonizzazione norvegese e poi danese dal 1700, fa diventare la Groenlandia parte integrante del Regno di Danimarca nel 1953. Ha ottenuto un elevato grado di autonomia attraverso l’autogoverno (Home Rule) nel 1979 e il Self-Government Act nel 2009, ma la sovranità è danese su difesa e politica estera.

Particolare importante, che credo faccia comprendere meglio quale possa essere una delle leve che The Donald potrebbe utilizzare per il successo della sua “negoziazione armata” o, come ho sentito definire per l’operazione militare speciale in Venezuela, per l’ “OPA ostile” (molto calzante secondo me come qualificazione): attraverso referendum nel 1982, i 50.000 cittadini della terra del ghiaccio scelgono l’uscita dalla Comunità economica europea che avverrà nel 1985. Quindi la Groenlandia a differenza della Danimarca, non fa più parte dell’Unione Europea, e ha cambiato il suo status in Territorio Speciale dell’Unione Europea, un territorio dipendente che ha una relazione speciale con uno stato membro dell’UE.

Gli Stati Uniti sono stabilmente piazzati in Groenlandia dal 1951. In base al trattato di difesa stipulato con la Danimarca. La Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base) è un’enclave amministrativa statunitense nel comune di Avannaata, nella Groenlandia settentrionale. Inizialmente erano censiti ufficialmente 235 militari, oggi sono qualche migliaio, ovviamente in aumento, nel quadro della centralità geostrategica dell’Artico, contesa dagli Usa con le altre due potenze imperiali, Russia e Cina.

Quindi a me sembra che non occorra al nuovo Monroe del “baciami il culo”, scatenare guerre (quelle vanno bene se a morire sono soldati e popoli non occidentali) per sostenere “l’acquisizione “ della Groenlandia sotto un quadro “legale”. La lotta al narco-terrorismo qui è inutilizzabile, a meno che Trump non convinca il mondo che tutta quella distesa bianca non è ghiaccio ma coca congelata (cosa anche possibile visti i tempi ).

L’Opa ostile potrebbe essere incardinata a partire da un rinnovato afflato di spinta indipendentista groenlandese trasformato in volontà della maggioranza, bastano due decine di migliaia di persone, di affrancarsi definitivamente dal controllo danese, per poi diventare la 51ma stella sulla bandiera americana. D’altronde cosa ci vuole, pistola alla mano da una parte, e promessa di un reddito pro capite per i 56.000 dall’altra, tale da far vivere da nababbi per generazioni? “La vita è tutto un business” ha detto il Tycoon, quando descriveva la strategia adottata sul Venezuela, per ottenere un “chavismo ad amministrazione controllata”. E certo la ricompensa di 50 milioni di dollari messa sulla testa di Maduro, sembra che abbia contato eccome per organizzare la sua cattura.

Tutto si compra, in Trumpworld. E quando mai il “commercio” non ha avuto a che fare con la “pistola”? Nel 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, gli Stati Uniti si comprarono, per 15 milioni di dollari di allora, la California dal Messico. E finì la Guerra messicano-americana. Pistola e soldi. E che dire della Louisiana, quarant’anni prima? Comprata dai francesi.

Ecco c’è un piccolo particolare, insignificante per The Donald e quelli come lui: che dentro quelle terre, e anche in Groenlandia, ci sono delle persone, dei popoli, delle storie antiche. Gli Stati Uniti nascono dallo sterminio di chi abitava prima quelle terre, di chi ci era nato. L’ostacolo più grande per l’annessione della Groenlandia ad esempio, non sono certo i pusillanimi dell’Ue – un’entità che non esiste secondo Trump che la vuole smembrare attraverso le sue quinte colonne tra cui la proconsole di casa nostra. L’Europa non parla e se parla, come dice Massimo Cacciari, fa danni. Ma quei nativi organizzati per difendere la loro terra dal saccheggio minerario e di devastazione ambientale. Quello che c’è sopra quella terra, quello che è vivo, non interessa a Trump: il morto, ciò che giace sottoterra, è il desiderio necrofilo di questa grande politica del nostro tempo. E se quello che c’è sotto terra fosse vivo, beh si elimina.

Si dice che Trump voglia stupire con effetti speciali su questo tema, il 4 di luglio. Indipendence Day, appunto.

E noi? Dalla parte di quelli che Trump definisce “della slitta con i cani”. Dalla parte degli Inuit. Dei cani da slitta, delle slitte.

da qui

domenica 24 agosto 2025

Danimarca, razzista e marcia, aveva ragione Marcellus

La Danimarca ci ricasca, bimba appena nata tolta alla mamma Inuit e data in affido dopo il test di “competenza genitoriale”: di cosa si tratta - Valerio Cattano

 

Ignorata la nuova legge entrata in vigore a maggio che riconosce la pratica come discriminatoria verso la minoranza, per le differenze linguistiche e culturali: quasi il 6% dei bambini groenlandesi viene tolto alle famiglie

 

La Danimarca all’inizio di quest’anno aveva promesso di non farlo più, ma ci è ricaduta, e la notizia ha meritato i titoli di apertura di siti internazionali. Una madre groenlandese, poco dopo la nascita della sua bambina, è stata sottoposta a un test di “competenza genitoriale”, nonostante una nuova legge ne vieti l’uso sulla popolazione Inuit. Nikoline Bronlund, 18 anni, giocatrice nella squadra di pallamano groenlandese, ha dato alla luce sua figlia, Aviaja-Luuna, l’11 agosto in un ospedale di Hvidovre, vicino a Copenaghen, dove vive con la sua famiglia. Un’ora dopo, il Comune di Høje-Taastrup ha dato in affidamento la bambina La mamma ha visto la neonata solo una volta.

La questione del test di “competenza genitoriale” forældrekompetenceundersøgelse – abbreviato FKU – è una vecchia battaglia degli attivisti che sostengono l’inefficacia di questa pratica, definita discriminante per i genitori appartenenti alla minoranza Inuit – circa 17.000 persone – perché non tiene conto delle diversità culturali, linguistiche e sociali. Essendo un test, si basa su una valutazione negativa, senza prove concrete di inadeguatezza da parte del genitore.

Secondo un rapporto del 2022 del Centro danese per la ricerca sulle scienze sociali, quasi il 6% dei bambini groenlandesi che sono nati in Danimarca è in affido rispetto a circa l’1% dei bambini danesi. Se da un lato nel dossier si sottolinea che “il numero di famiglie groenlandesi in Danimarca con gravi problemi sociali, come abusi e problemi finanziari è maggiore del numero di famiglie danesi nella stessa situazione”, dall’altra si riconosce che “il rapporto tra le famiglie groenlandesi e gli assistenti sociali danesi è spesso peggiorato dalle differenze linguistiche e culturali”.

Una vicenda analoga l’aveva raccontata il Times a novembre 2024, prendendo come esempio la vicenda di Keira Alexandra Kronvold; la donna non aveva superato la valutazione FKU già durante la gravidanza; già solo le espressioni facciali proprie della cultura Inuit mostrate dalla futura mamma alle sollecitazioni dei funzionari danesi, avevano spinto questi ultimi a ritenere che Kronvold avrebbe avuto difficoltà a crescere la figlia in linea con le “aspettative sociali e i codici necessari per muoversi nella società danese”.

Il sito boernetinget.dk spiega come funziona il test FKU durante il quale “professionisti valutano la capacità di un genitore di prendersi cura dei propri figli. Questo può includere aspetti fisici, emotivi e psicologici della genitorialità. L’obiettivo è garantire che i bambini crescano in un ambiente sicuro e solidale”. Ci sono tre passaggi fondamentali: “Conversazione iniziale tra i genitori e i professionisti, in cui vengono discusse le preoccupazioni e ai genitori viene data l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista. Osservazione e analisi: i professionisti possono visitare la casa, osservare le interazioni tra genitori e figli e raccogliere informazioni da altre fonti, come scuole e operatori sanitari. Valutazioni e test psicologici possono anche essere utilizzati per acquisire una comprensione più approfondita dello stato mentale ed emotivo dei genitori. Relazione e raccomandazioni: viene redatto un rapporto dettagliato, che include una valutazione delle competenze dei genitori e una serie di raccomandazioni. Queste raccomandazioni possono spaziare da misure di supporto che possono aiutare i genitori a migliorare le proprie capacità di cura, a misure drastiche come la valutazione di forme di assistenza alternative se il bambino è in pericolo immediato”.

Quest’ultima frase sembra essere ritagliata sulla vicenda di Nikoline Bronlund: non si spiegherebbe altrimenti perchè i funzionari abbiano deciso di toglierle la bambina appena partorita. Eppure la legge che vieta il test è entrata in vigore a maggio e ora la ministra danese degli Affari Sociali, Sophie Hæstorp Andersen chiede al Comune di Høje-Taastrup di spiegare come abbia gestito il caso di Nikoline: “I test standardizzati non dovrebbero essere utilizzati nei casi di affidamento che coinvolgono famiglie di origine groenlandese”. Si annunciano proteste.

da qui

venerdì 25 aprile 2025

Groenlandia, un pezzo (coloniale) dell’Europa - Miguel Mellino

 

Con le sue preteste annessionistiche, Trump rinnova la violenza del colonialismo. Dalla quale però l'Europa non è estranea, come dimostra proprio la storia delle terre oggi «semi-autonome» dalla Danimarca

«Ci prenderemo la Groenlandia, in un modo o nell’altro». Dopo la sorprendente aggressione annessionista lanciata nei giorni del suo insediamento alla Casa bianca, che includeva anche un’imminente appropriazione sovrana del Canale di Panama e del Canada, così come una fantasia razziale genocidiaria sulla futura «rivierizzazione» di Gaza, Trump ha rilanciato le sue mire coloniali nel bel mezzo di una visita di J.D. Vance nell’isola più grande del mondo: «Ci serve, è una questione di sicurezza nazionale».

Occorre subito ricordare che questa pulsione annessionista degli Stati uniti nei confronti della Groenlandia non è affatto inedita: già nel 1867 come nel 1946 vi furono offerte americane per il suo acquisto. Il ritorno degli Stati uniti a ciò che Frantz Fanon considerava l’essenza del dominio coloniale – «Il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. È violenza allo stato di natura» – sta ridestando la tradizionale «innocenza bianca» della buona coscienza progressista europea. 

La storia rimossa del colonialismo europeo

Questa variante di quella forma più generale di «nevrosi chiamata Europa» – per stare invece al Jean-Paul Sartre della prefazione a Fanon – si è manifestata senza veli nelle lezioni di suprematismo occidentale orgogliosamente impartite sul palco di Piazza del Popolo lo scorso 15 marzo. E tuttavia questa legittimazione esplicita della violenza coloniale da parte di Trump non dovrebbe sorprendere più di tanto in Europa. Va ricordato infatti che diversi paesi europei hanno ancora possedimenti coloniali formali, e che in alcuni casi fanno ancora parte dell’Ue. 

Nel 2023, in un forum internazionale sul tema della decolonizzazione svoltosi a Bali, l’Onu denunciava l’esistenza di diciassette «colonie» sparse per il globo, di cui una parte importante ancora sotto il controllo diretto di un paese europeo. Si pensi alle isole Cayman, Bermuda, Anguilla e Montserrat, alle U.S Virgin Island e alle British Virgin Island nei Caraibi; al Sahara Occidentale e all’isola di Saint Helena in Africa; alle Malvinas in Argentina, a Guam, Nuova Caledonia e Tokelau in Oceania, per non parlare poi dei territori occupati palestinesi. A queste diciassette colonie, occorre aggiungere poi le decine di «semi-colonie» e «territori d’oltremare», che pur godendo di una qualche forma di autonomia restano per lo più sotto il controllo di una ex-metropoli europea, come Aruba, Antille olandesi, Guadeloupe, Martinique, Mayotte, Reunion, Madeira e le Canarie. 

È questo anche il caso della Groenlandia, considerata dall’Ue territorio danese d’Oltremare. La Groenlandia è stata da sempre una colonia speciale per la Danimarca, qualcosa di molto simile a ciò che l’Algeria ha rappresentato per la Francia. La sua importanza per i danesi non era legata soltanto a interessi economici, ma era al centro di un particolare regime di (auto)rappresentazione simbolico e culturale nazionale. Attorno alla colonizzazione dell’isola la Danimarca ha in buona parte costruito la sua identità di nazione bianca e civilizzatrice: narrarsi come veicolo di protezione, salvezza, civilizzazione ed evangelizzazione di un territorio considerato sterminato, inospitale e semideserto e di una popolazione tanto «esotica» quanto «primitiva» equivaleva a rivendicare un proprio ruolo nel movimento europeo e progressivo della storia. Questa prima chiave coloniale di lettura viene già dal nome. Groenlandia, (da Grønland) «terra verde» in danese, sarebbe il nome scelto, secondo le saghe islandesi, dal vichingo Erik il Rosso che apparentemente si esiliò sull’isola durante il X secolo (fatto mai storicamente provato, nonostante gli insediamenti vichinghi), ossia diverse migliaia di anni dopo l’arrivo degli Inuit. Gli Inuit, il cui nome in lingua Inuktitut significa «uomini», già abitanti dell’isola hanno da sempre chiamato il proprio territorio con un altro nome: «Kalaalit Nunnat», letteralmente «terra dei Kalaalit o Inuit», ovvero «terra di uomini». Peccato però che nessuno ricordasse il fardello dell’uomo danese a Piazza del Popolo. 

Questa persistente colonialità costitutiva dell’Ue fa parte di una storia volutamente «rimossa» dal senso comune europeo; si tratta di un «atto fondativo» assente da tutte le narrazioni egemoniche e celebrative della nascita dell’Unione. Può essere importante notare che queste «colonie» e «semi-colonie» di oggi sono state rifunzionalizzate a paradisi fiscali e finanziari, a basi laboratori militari, a riserve di materie prime strategiche e terre rare, ma anche a mura-barriere-campi di contenzione-detenzione di migranti, si pensi alle enclave africane di Ceuta e Melilla. Come mostra il documentario The Spider’s Web: Britain’s Second Empire (2017) ,  l’eredità coloniale, o meglio l’intreccio storico tra capitalismo e colonialismo, si presenta in modo piuttosto visibile anche tra gli snodi principali dell’attuale capitale finanziario. Ma la sua sanguinosa centralità storica si dipana in modo spettrale anche lungo l’infrastruttura globale materiale del «capitalismo delle piattaforme» e della cosiddetta «transizione ecologica o energetica». Spossessamento coloniale-razziale, estrattivismo, sfruttamento del lavoro e predazione finanziaria si sono saldati in un’unica logica storica e criminale di dominio e accumulazione. Ecco «il capolavoro della storia moderna europea», per riprendere il Marx dell’accumulazione originaria nel Capitale. 

Il colonialismo danese

Tornare sulla vicenda coloniale della Groenlandia appare importante in un continente che fatica ancora a riconoscere nel suo sangue il Dna coloniale delle sue origini. Situata a 20 chilometri dal Canada, 50 volte più grande della Danimarca, e con un territorio costiero libero di ghiaccio o comunque abitabile grande quanto la Germania, la Groenlandia, di soli 57mila abitanti, è dal 2009 un territorio semi-autonomo danese. Pur avendo ottenuto questo statuto di autonomia, la Danimarca resta sovrana sull’isola riguardo politica estera, finanza, sicurezza e accordi internazionali. Popolata in maggioranza (85%) da discendenti di diversi gruppi Inuit, giunti nell’isola dallo Stretto di Bering e dall’America del Nord con diverse ondate migratorie iniziate 4.500 anni fa, i danesi rappresentano soltanto il 15% dei suoi abitanti, anche se resta difficile parlare in termini di percentuali «etniche» assolute, data l’ovvia mescolanza storica, mentre 15mila groenlandesi vivono oggi in Danimarca. 

Dopo diverse spedizioni precedenti fallite, la colonizzazione danese comincia nel 1721, e non ottocento anni fa, come affermato al parlamento europeo dal sovranista dei «Patrioti per l’Europa» Anders Vistisen, che forse includeva in modo del tutto soggettivo i primi insediamenti dei vichinghi iniziati nel X secolo, provenienti quindi dall’Islanda e non dalla Danimarca, e poi estintisi intorno al 1450. Il governo coloniale della Danimarca comincia dunque con una spedizione del tutto classica, organizzata da una compagnia mercantile norvegese e da un sacerdote luterano, Hans Edge, che vi stabilisce un avamposto missionario e commerciale. Lo scopo di Edge era riprendere i contatti con i vichinghi, di cui si erano perse le tracce nel continente e si sosteneva fossero ridiventati pagani, così da rievangelizzarli. Non trovando i pretesi vichinghi si dedicò a cristianizzare gli Inuit, dando origine a una missione che è durata diversi secoli. 

È così che inizia un vero e proprio dominio coloniale, incentrato sullo sfruttamento della pesca, foche e balene, sulla caccia ai trichechi per ottenere l’avorio delle loro zanne, sull’estrazione mineraria e sull’insediamento delle prime colonie di danesi. La storia del colonialismo danese è assai significativa, benché poco nota all’estero. E anche nella stessa storia nazionale la sua centralità è stata riconosciuta solo di recente, non senza resistenze, e in buona parte grazie alle lotte antirazziste dei migranti razzializzati di seconda generazione e alla penetrazione degli studi postcoloniali nel paese. Un importante spartiacque nella decolonizzazione del senso comune coloniale-nazionale, e non solo in Danimarca, è stata la mostra internazionale Rethinking Nordic Colonialism: A Postcolonial Exhibition Project in Five Acts del 2006 . A rafforzare questa amnesia nazionale sul passato coloniale è stata, come del resto in altri paesi europei, la narrazione di un eccezionalismo scandinavo riguardo il proprio coinvolgimento nella storia coloniale. 

Anche qui abbiamo un altro «colonialismo dal volto umano» e dalla storia assai modesta paragonata ad altre. E tuttavia benché ridotta nelle sue dimensioni temporali e spaziali, l’espansione coloniale danese-norvegese, (tra il 1536 e il 1814 furono un unico stato), ebbe un ruolo di primo piano nella formazione culturale e soprattutto economica del paese, rendendo Copenhagen una città ricca e governata da una prospera borghesia mercantile. La prima spedizione coloniale danese avviene nel 1612 nell’India meridionale, con lo stabilimento di un avamposto commerciale nell’attuale Sri Lanka, noto ancora oggi come Trankebar. Questo primo insediamento nell’India fu chiave soprattutto per il commercio del thè con la Cina. Per la gestione-estrazione economica di questi primi territori coloniali, il regno danese creò l’Asiatic Danish Company. Il regno di Danimarca-Norvegia ebbe inoltre un ruolo importante nella tratta transatlantica di schiavi attraverso i suoi insediamenti coloniali nelle coste del Ghana e soprattutto nelle isole caraibiche di St. Thomas e St. John, note anche come Virgin Islands. Tra il 1660 e il 1803 il regno scandinavo ha trafficato dall’Africa nei Caraibi 110mila schiavi. 

Nel 2018, in memoria di questo passato coloniale e in occasione del centenario della vendita di queste isole agli Stati uniti, le artiste La Vaughn Belle, delle Virgin Islands, e Jeannette Ehlers, danese, hanno creato il primo monumento pubblico nazionale dedicato a una donna nera. La loro scultura, «I Am Queen Mary», piazzata davanti a un ex magazzino coloniale di Copenhagen, rappresenta Mary Thomas, leader della rivolta sindacale «Fireburn» del 1878 a St. Croix, ex colonia danese (). 

Forse bisogna riannodare i fili di questo passato coloniale e schiavistico «rimosso» per comprendere meglio l’ostentata durezza delle politiche anti-asilo e anti-immigrazione approvate in modo bipartisan dal parlamento danese negli ultimi quattro anni, tra le più restrittive d’Europa, che comprendono, tra l’altro, un primo memorandum per l’espatrio dei richiedenti asilo in Ruanda, firmato nel 2021, e il più recente accordo con il Kosovo per inviare fino a 300 detenuti di cittadinanza straniera, inclusi migranti soggetti a un ordine di rimpatrio, da delocalizzare nella prigione kosovara di Gjilan, seguendo dunque il modello promosso non solo dall’ultradestra neofascista italiana, ma anche dalla commissione Von der Layen.   

Tra il XVIII e il XIX secolo sono state annesse al Regno di Danimarca come dipendenze coloniali anche le isole Far Oer e l’Islanda. Ma il XIX segna anche il declino dell’espansione coloniale danese, non più in grado di concorrere con il Regno unito e la Francia. È questo il periodo in cui le isole vergini caraibiche danesi vengono vendute agli Stati uniti e al Regno unito. 

Può essere importante notare che le politiche coloniali danesi in Groenlandia non sono state sempre le stesse: vi sono stati due momenti ben diversi del governo coloniale dell’isola. Dal XVIII fino alla metà del XX secolo, vi è stato una sorta di governo attraverso la «differenza», nel senso che il regime di rappresentazione coloniale danese, in ogni sfera discorsiva, tendeva a enfatizzare il «primitivismo» degli Inuit. Questo periodo è stato caratterizzato da una connivenza strutturale tra sapere, pratiche scientifiche ed etnografiche e politiche coloniali. Come è stato notato da diversi studiosi, il risultato fu una sorta di re-indigenizzazione o ri-tradizionalizzazione degli Inuit, ossia un esercizio del discorso e del potere coloniale finalizzato a mantenere una distanza gerarchica tra società civile e moderna danese e società primitiva locale. È questa la fase di maggiore proliferazione di ciò che la studiosa Ann Fienup-Riordan ha denominato, a partire da Edward Said, «Eschimo-Orientalism» (Orientalismo eschimese): un regime di rappresentazione etnografico, culturale e politico caratterizzato dall’essenzializzazione e dall’esotizzazione degli Inuit. 

Questa strategia di governo coloniale comincia a entrare in crisi con lo sbarco dell’esercito statunitense negli anni della Seconda guerra mondiale. Nel 1943 gli Stati uniti costruiscono Pituffik Base Space, centro di una rete comprendente altre sedici basi e che arriverà a ospitare quindicimila soldati. La base ebbe un ruolo logistico fondamentale anche durante gli anni della Guerra fredda, e anche oggi, benché vi siano rimasti solo duecento soldati, resta un importante snodo geostrategico di controllo e sorveglianza spaziale, ma soprattutto come scudo missilistico. Come altrove, l’insediamento dei militari statunitensi portò nell’isola le Jeep, il Jazz, la Coca Cola e altri elementi e simboli della cultura moderna urbana che furono allora apprezzati da buona parte dei groenlandesi. Da qui il consenso interno di cui godono in parte ancora gli Stati uniti. 

Il 1953 sancisce la fine dello stato coloniale classico, e così la Danimarca procedette all’annessione della Groenlandia mediante un referendum, a cui però non parteciparono i groenlandesi. Questa nuova fase si propone di «danizzare» la Groenlandia attraverso un piano sistematico di modernizzazione dell’isola sul modello sociale ed economico di quello della madrepatria. Il progetto può essere considerato come una variante delle politiche coloniali di «assimilazione forzata» o del «colonialismo d’insediamento» che ha caratterizzato altri paesi, come gli Usa, ma soprattutto il Canada e l’Australia, poiché mirato alla cancellazione della cultura locale, ovvero alla sostituzione (razziale) di una forma di vita sociale e culturale con un’altra. 

Veicolo di «modernizzazione» sono stati non solo gli investimenti privati e statali esteri, l’istruzione scolastica sistematica, la creazione di un sistema sanitario territoriale, la costruzione di nuovi e inediti agglomerati urbani, che hanno imposto agli Inuit di lasciare le loro abitazioni tradizionali, ma soprattutto l’immigrazione di lavoratori danesi. Come altrove, anche qui la politica coloniale di governo si è dispiegata attraverso il ricorso all’immigrazione come dispositivo di bianchizzazione, assimilazione e sostituzione razziale. Il governo ha incentivato l’arrivo di lavoratori danesi offrendo loro stipendi più alti di quelli dei nativi, ma anche cariche e mansioni di maggior rilievo. 

La politica coloniale si trasforma così in discriminazione e segregazione razziale esplicita e legale, in razzismo strutturale e istituzionale, provocando negli anni Sessanta movimenti di protesta anticoloniali e antimperialisti a Copenhagen. Oltre alla segregazione lavorativa e abitativa, all’assimilazione forzata e al trasferimento di una parte importante della popolazione Inuit nei nuovi alloggi urbani, la politica di «danizzazione» della Groenlandia è stata accompagnata da altre pratiche tipiche della violenza sovrana delle politiche del colonialismo d’insediamento, come la sterilizzazione istituzionale e involontaria di donne native  e l’internamento forzato di bambini Inuit in istituti educativi. Nel 1951 vennero prelevati 22 bambini eschimesi e trasferiti prima in Danimarca e poi in diversi istituti a Nuuk e altre città. Al progetto hanno partecipato anche la Croce Rossa e Save The Children, si veda in proposito il film Esksperimentet (L. Fridberg, 2010). 

Dopo l’opposizione politica e la resistenza culturale delle popolazioni locali, anche attraverso la crescente proliferazione di studi e ricerche prodotte da studiosi groenlandesi, il processo si concluse nel 1979 con l’abbandono del piano di «modernizzazione» e la concessione di uno stato di semi-autonomia maggiore all’isola: il cosiddetto «Home Rule Act». Grazie all’Home Rule Act, che assegna una maggiore autonomia politica, i groenlandesi, contrariamente alla Danimarca, decidono di lasciare l’Ue nel 1985, in disaccordo con le regole europee sulla pesca, maggiore risorsa dell’Isola. Questo nuovo statuto durerà fino alla concessione del «Self-Government Act» del 2009, che però non equivale a un’indipendenza formale totale. Tra il 2014 e il 2017, il governo groenlandese ha costituito una Commissione per la riconciliazione, ma al momento non sono stati fatti passi avanti significativi, soprattutto perché i governi danesi si sono rifiutati sia di parteciparvi che di enunciare alcuna dichiarazione ufficiale di perdono . Inoltre, il governo groenlandese che ha istituito la commissione è stato accusato da una parte degli abitanti dell’isola di favorire soprattutto le minoranze linguistiche filo-danesi, nonché di promuovere una visione neoliberale ed estrattivista per il futuro del loro territorio. Come abbiamo sentito dire a diversi giornalisti progressisti o liberal nei media italiani, indignati dall’arroganza imperiale di Trump, non si può negare che la Groenlandia sia un «pezzo d’Europa».  Impossibile non mettere Fanon qui in filigrana, proprio nel centenario della sua nascita : “Due secoli fa, un’ex colonia europea si è messa in testa di colmare il ritardo con l’Europa. Vi è così ben riuscita che gli Stati Uniti d’America sono diventati un mostro le cui le tare, le malattie e l’inumanità dell’Europa hanno raggiunto dimensioni spaventose”.

Le mire coloniali di Trump

Il resto è storia dei nostri giorni. Come prima cosa, la voracità estrattivista di Trump, indotta non solo dalla stessa genealogia storica degli Stati uniti, una democrazia nata dalla violenza razziale del colonialismo d’insediamento, ma anche dai bisogni di alcune materie prime e risorse energetiche essenziali per lo sviluppo dell’hi-tech, dell’intelligenza artificiale e più in generale per l’infrastruttura materiale del capitalismo delle piattaforme, di cui la Groenlandia è ricchissima, specie con lo scioglimento dei ghiacci, che rende molto più accessibile gli enormi giacimenti di petrolio, gas, uranio, ferro, oro, zinco e altre terre rare. 

Poi il divenire dell’Artico, anche questo a causa del surriscaldamento globale, un altro degli epicentri dello scontro per la supremazia globale con la Russia e soprattutto con la Cina, che da tempo investono tanto in senso militare quanto economico, logistico e commerciale in questa parte dell’emisfero polare Nord. Un dato su tutti: la Cina è il secondo partner economico della Groenlandia dopo la «madrepatria coloniale», ovvero la Danimarca. Infine, resta sullo sfondo un’altra motivazione piuttosto evidente dietro la violenza esplicitamente neocoloniale e neoimperialista di Trump: il declino progressivo della centralità egemonica degli Stati uniti nel comando capitalistico globale, e quindi la necessità di colmare il ritardo statunitense in questi settori chiave. Nella logica politica e culturale dell’ultradestra globale rappresentata da Trump, l’unica soluzione possibile a questa crisi di transizione egemonica nel modo di accumulazione capitalistico globale è spingere l’acceleratore dell’attuale regime di guerra su ogni dimensione. È ciò che nasconde, come sempre, il ricorso a una volontà di dominio esplicitamente autoritaria e fascista. Solo una coalizione decisa e radicale tra diversi istanze e movimenti contro la guerra potrà mettere un freno a questa nuova sinistra accelerazione dello Juggernaut capitalistico.

*Miguel Mellino insegna studi postcoloniali all’Università di Napoli L’Orientale. Tra i suoi libri, Post-Orientalismo. Said e gli studi postcoloniali (Meltemi, 2009), Governare la crisi dei rifugiati (Derive Approdi, 2019) e Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale (Alegre, 2020). Ha curato l’edizione italiana di Black Marxism di Cedric Robinson (Alegre, 2023).

https://jacobinitalia.it/groenlandia-un-pezzo-coloniale-delleuropa/

martedì 28 gennaio 2025

Los Angeles brucia, Trump vuole la Groenlandia. Surreale? Forse no - Loretta Napoleoni

 

Mentre Los Angeles brucia il futuro presidente degli Stati Uniti minaccia di annettersi il Canada e la Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, se necessario anche con la forza. Surreale? Forse no. Da sempre il nemico esterno, ossia lo straniero, oscura quello in casa e la sicurezza nazionale ha il sopravvento sull’ordine pubblico. Dai tempi della rivoluzione e della guerra d’indipendenza americane nell’immaginario collettivo della popolazione il mondo rappresenta la minaccia principale al punto da far passare in secondo piano quelle, molto più reali, interne, ad esempio la violenza razziale della polizia, le stragi per mano di singoli individui o le carenti infrastrutture che periodicamente provocano disastri apocalittici.

In California gli incendi legati al cattivo funzionamento della rete elettrica sono da anni un fenomeno ricorrente. Il motivo? Il sistema è vecchio e deve essere modernizzato, ma le imprese elettriche non vogliono investire per migliorarlo e l’amministrazione locale e statale non ha introdotto una legislazione per costringerle a farlo. Spessissimo la causa degli incendi è proprio la vecchia infrastruttura nazionale. Nel 2019, la maggiore impresa elettrica dello stato, la PG&E Corp., è andata fallita dopo una serie di incendi causati dal cattivo funzionamento della sua rete elettrica.

Eddison International’s l’impresa elettrica della California del sud è già nel mirino della magistratura che sta investigando la causa dell’incendio di Los Angeles e le è stato chiesto di conservare tutti i dati relativi al funzionamento della rete prima che questo scoppiasse.
Nel mirino anche The Los Angeles Department of Water and Power (LADWP), il servizio pubblico che fornisce acqua ed elettricità a quattro milioni di residenti di Los Angeles. La magistratura sospetta che il management non abbia interrotto la rete elettrica in tempo per evitare che i forti venti la trasformassero in una micca. Dopo il grande incendio di Maui, il peggiore nella storia americana per più di un secolo prima di quello di Los Angeles, la Hawaiian Electrical, l‘impresa elettrica dell’isola, accettò di pagare 2 miliardi di dollari in danni alle vittime proprio per questo motivo.

Se la rete elettrica della California è spesso una miccia la cattiva gestione del territorio lo trasforma in un fattore che alimenta gli incendi. Gli incendi di Los Angeles stanno mettendo a nudo l’assenza di prevenzione in un territorio particolarmente predisposto ai grandi incendi.

Il Sud della California è spesso vittima di siccità, ciò che sta avvenendo al momento, è da aprile dello scorso anno che non piove. Questo è anche l’anno della Nina che devia le perturbazioni provenienti dal Pacifico verso il nord ovest, a tutto ciò si aggiunge un fenomeno atmosferico atipico che ha bloccato l’aria fredda e le perturbazioni provenienti dal golfo dell’Alaska.

Un fenomeno atmosferico ricorrente si è pero’ verificato, i venti di Sant’Ana che a gennaio soffiano sempre dalle montagne della California verso la costa, si tratta di venti caldi e secchi che rendono la vegetazione particolarmente prona a bruciare. Da sempre la stagione dei venti ha causato fuochi selvaggi in California, il problema è quando questi raggiungono le zone urbane. E questo avviene perché troppo spesso le abitazioni lungo la costa sono vicinissime, troppo vicine alle aree a rischio fuochi.

L’assenza di un piano regolatore ad hoc ha sicuramente contribuito alla devastazione in atto a Los Angeles, senza barriere anti incendio le fiamme sono saltate da una casa all’altra, bisogna ricordare che tutte le strutture delle abitazioni in America sono fatte di legno e i rivestimenti delle case sono anche in legno.

Per completare il quadro di incompetenza e inefficienza, in California c’è poca acqua. Le fiamme hanno più volte avuto il sopravvento sui pompieri perché mancava la pressione dell’acqua e non riusciva a farla arrivare sulle colline, è successo ad Hollywood, proprio dove vivono i grandi divi.

Tornando a Trump, che ha accusato l’amministrazione di Biden, ed i democratici che gestiscono da sempre la California, di incompetenza, staremo a vedere se una volta insediatosi alla Casa Bianca affronterà il nemico interno il cui operato regala al mondo immagini dell’America da terzo mondo, ossia i fuochi incontrollabili di Mawi e Los Angeles, le stragi nelle scuole e nei cinema, i neri uccisi dalla polizia per strada e, perché no? Anche gli assalti a Capitol Hill.

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sabato 18 novembre 2023

“I ghiacciai della Groenlandia settentrionale si stanno disintegrando”. Lo studio su Nature

 

I ghiacciai della Groenlandia settentrionale si stanno ritirando rapidamente, disintegrando, e stanno perdendo più del 30% del loro volume totale dal 1978. A lanciare l’allarme, un team di ricercatori dell’Università di Grenoble Alpes in Francia in un articolo appena pubblicato su Nature Communications. Già nei mesi scorsi, un altro studio aveva posto l’attenzione su questa emergenza. Lo studio condotto dal Centro Helmholtz per la ricerca polare e marina in Germania aveva osservato una perdita annuale di 38 metri di spessore di uno dei più grandi ghiacciai della Groenlandia, il Nioghalvfjerdsbrae, che si è assottigliato del 42% dal 1998.

Questi ghiacciai sono stati a lungo considerati stabili, ma tre di essi si sono già completamente sciolti dagli anni 2000. Dei cinque che rimangono, le perdite di massa di ghiaccio stanno destabilizzando i ghiacciai vicini, che continueranno a ritirarsi mentre l’oceano si riscalda, dicono gli esperti, con gravi conseguenze per l’innalzamento del livello del mare. Secondo gli autori, la riduzione dei ghiacciai della Groenlandia ha contribuito al 17,3% dell’innalzamento osservato del livello del mare tra il 2006 e il 2018. Le ultime piattaforme di ghiaccio rimaste in Groenlandia si trovano sul bordo settentrionale e contribuiscono a stabilizzarlo regolando il flusso di ghiaccio che si riversa nell’oceano.I ghiacciai settentrionali della Groenlandia hanno iniziato a destabilizzarsi negli ultimi 20 anni, il che significa che è stato perso più ghiaccio di quanto ne sia stato guadagnato, a causa dell’indebolimento e del collasso di alcune estensioni galleggianti dei ghiacciai. Per prevedere meglio il loro contributo all’innalzamento del livello del mare, è importante definire il momento e i fattori che influenzano i cambiamenti delle piattaforme di ghiaccio rimanenti, così come le risposte dei ghiacciai. Tuttavia, finora non era stata prodotta una panoramica completa dell’evoluzione di queste piattaforme di ghiaccio e dei complessi processi che le influenzano.

Per colmare questa lacuna, Romain Millan e il suo team dell’Università di Grenoble Alpes in Francia hanno utilizzato migliaia di immagini satellitari insieme a modelli climatici per analizzare le interazioni tra ghiacciai, clima e oceano nella Groenlandia settentrionale. Quel che i ricercatori hanno osservato è stato un aumento sostanziale e diffuso delle perdite di massa delle piattaforme di ghiaccio. Dal 2000, hanno scoperto che le piattaforme stanno principalmente perdendo ghiaccio nella parte inferiore a causa del riscaldamento dell’oceano. Inoltre, gli autori hanno scoperto che i ghiacciai si sono ritirati e il deflusso di ghiaccio nell’oceano è aumentato, coincidendo con le perdite delle piattaforme di ghiaccio. Questi risultati suggeriscono che, nelle proiezioni future del riscaldamento dell’oceano, i livelli di fusione alla base dei ghiacciai continueranno ad aumentare o rimarranno a un livello elevato, il che potrebbe avere conseguenze per la stabilità stessa dei ghiacciai groenlandesi. Se le piattaforme di ghiaccio dovessero collassare completamente, i ghiacciai settentrionali della Groenlandia potrebbero aumentare notevolmente l’innalzamento del livello del mare, con conseguenze devastanti per l’intero ecosistema, suggeriscono gli autori.

 

Lo studio

 

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venerdì 2 dicembre 2022

Costa Rica e Groenlandia vogliono vietare esplorazioni di gas e petrolio - Claudia Vago

«La Costa Rica sta per scrivere la storia: il Congresso discute della possibilità di vietare in maniera definitiva l’esplorazione e lo sfruttamento di petrolio e gas», twittava Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tra il 2010 e il 2016. Facendo appello a unirsi alla battaglia.

L’invito è stato raccolto Mark Ruffalo, Gael Garcia Bernal, Jane Fonda. E il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che sottolinea come perseguire una ripresa economica “pulita” sia la cosa più sensata da fare.

Il progetto di legge discusso in Parlamento

L’impegno della Costa Rica per vietare l’esplorazione dei combustibili fossili è iniziato nel 2002 sotto la presidenza di Abel Pacheco. Allora venne stabilito un divieto temporaneo la cui scadenza, fissata al 2014, è stata prorogata fino al 2050. Il nuovo disegno di legge, sostenuto dall’amministrazione del presidente Carlos Alvarado, si spinge oltre, vietando in modo permanente esplorazioni e sfruttamento di gas e petrolio.

«Un divieto permanente manderebbe un messaggio molto potente al mondo intero», ha dichiarato alla Reuters la parlamentare Paola Vega. «La preoccupazione», sottolinea Christiana Figueres, «è che un giorno possa esserci un governo che pensa sia una buona idea tornare all’utilizzo di combustibili fossili».

C’è un movimento a favore delle esplorazioni

Il dibattito parlamentare si sta svolgendo in queste settimane. E anche per questo Christiana Figueres e altri attivisti stanno usando i social network per sollevare l’attenzione del mondo intorno al progetto di legge. Tuttavia, diversi parlamentari costaricani ritengono che il voto arriverà solo a ottobre.

Fin dal 2019 un movimento pro-esplorazione ha cercato senza successo di ottenere un referendum sull’esplorazione di petrolio e gas. Il disegno di legge ha incontrato l’opposizione di alcuni politici che sostengono che le risorse potrebbero aiutare il Paese a riprendersi da un calo dell’8,7% del Pil nel 2020 dovuto alla pandemia di coronavirus.

Non è provato che le riserve di cui dispone la nazione centroamericana siano redditizie da un punto di vista commerciale. «Probabilmente non vedremmo profitti prima di almeno 10-15 anni, quando la domanda di petrolio e gas sarà effettivamente ancora inferiore a quella attuale», ha dichiarato Figueres.

Anche la Groenlandia vieta le esplorazioni

A metà luglio è stato il governo ambientalista della Groenlandia ad annunciare la sospensione dell’attuale strategia e la fine alle future esplorazioni petrolifere sul proprio territorio. Come riporta il quotidiano francese Novethic, secondo l’American Institute of Geophysics, più di un quinto delle riserve petrolifere non scoperte si trova a nord del Circolo Polare Artico. Rappresentano il 13% delle risorse petrolifere mondiali. Le acque groenlandesi conterrebbero così 51 miliardi di barili di petrolio.

Le ragioni che hanno spinto il governo a questa decisione sono essenzialmente due. Da un lato, analisi economiche della redditività delle esplorazioni mostrano che i rendimenti sono due volte inferiori rispetto a quanto si aspettano le compagnie petrolifere. Dall’altro, ovviamente, l’impatto sull’ambiente e sul clima.

È una decisione soprattutto simbolica, sottolineano esponenti del governo. Già da alcuni anni le esplorazioni petrolifere sono in stallo. La principale campagna di esplorazione offshore, condotta dalla Scottish Cairn Energy intorno al 2010-2011, era stata un fallimento.

Stop anche alle esplorazioni di uranio

Eppure il governo, per mantenere le sue promesse elettorali, non si fermerà. Attualmente è allo studio un progetto di legge per vietare l’esplorazione e lo sfruttamento di uranio. «La popolazione della Groenlandia ha basato per secoli il proprio sostentamento sulle risorse naturali del Paese» sottolinea il governo. Per il quale, quindi, le attività economiche e commerciali devono tenere conto della natura e dell’ambiente.

Abbandonare i combustibili fossili è un dovere

«Questo rapporto deve suonare una campana a morto per carbone e combustibili fossili, prima che distruggano il nostro Pianeta», ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite commentando la pubblicazione del più recente rapporto dell’IPCC. «Se uniamo le forze ora, possiamo evitare la catastrofe climatica. Ma, come chiarisce il rapporto, non c’è tempo per indugiare e non c’è spazio per scuse».

Il rapporto presentato lunedì 9 agosto è stato redatto dal Gruppo di lavoro I il cui scopo è concentrarsi sugli aspetti scientifici del sistema clima e dei cambiamenti climatici. Centinaia di scienziati hanno passato al vaglio migliaia di studi per fornire un quadro delle conoscenze nell’ambito del clima e dei cambiamenti climatici.

Il verdetto è chiaro: i cambiamenti climatici dipendono dalle attività umane e si stanno verificando molto più velocemente di quanto succederebbe naturalmente. La strada per centrare l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro l’1,5° è sempre più stretta. E va imboccata con coraggio, cominciando dall’abbandono di quelle cha sappiamo essere la principale causa di emissioni di gas ad effetto serra: i combustibili fossili.

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lunedì 7 giugno 2021

si scioglie la Groenlandia

di Marco Tedesco


Negli ultimi 20 anni l’isola ha perso 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni 12 mesi: la fusione equivale a 11 miliardi di volte il peso del Colosseo

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Sono passati circa vent’anni dalla prima volta che misi piede su un ghiacciaio sulle Dolomiti e più di dieci da quando visitai la Groenlandia e l’Antartide. Allora, molti mi chiedevano se, spedizione dopo spedizione, notavo differenze di alcun genere nel ghiaccio o in altri fattori che studiavamo. La mia risposta, era sempre la stessa: è improbabile riuscire a distinguere cambiamenti anche in un lasso di tempo di dieci o venti anni, visto il passo “glaciale” al quale le cose avvenivano lassù. Oggi, purtroppo, questo non è vero e mi trovo spesso a realizzare quanto sbagliata fosse la mia deduzione e quanto le cose siano cambiate. In peggio.

Il ghiaccio che vela il nostro pianeta è fondamentale per il suo funzionamento: il potere delle superfici gelate di riflettere la radiazione solare limita il riscaldamento del pianeta; molte risorse idriche sono immagazzinate sotto forma di neve o ghiaccio; la fusione dei ghiacciai può portare enormi scompensi sulla nostra vita come la conosciamo oggi e sul futuro della nostra società, attraverso, per esempio, l’innalzamento del livello dei mari e l’alterazione delle correnti oceaniche.

Il livello dei mari, in particolare, è andato accelerando negli ultimi decenni. Tale accelerazione è andata di pari passo con quella tecnologica e scientifica e fondata sull’ottimizzazione di modelli climatici, il lancio di nuovi satelliti (specialmente da parte dell’agenzia spaziale europea, ESA) e la raccolta di nuovi dati a terra che hanno caratterizzato il decennio passato.
Ciò ha reso possibile misurare come, per esempio, negli ultimi vent’anni la fusione della Groenlandia abbia rilasciato in media 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno – l’equivalente di più di 11 miliardi di volte il peso del Colosseo – contribuendo a circa il 30% dell’innalzamento totale del livello dei mari ogni anno.

Oltre all’aumento delle temperature, il motivo dell’accelerazione della perdita del ghiaccio groenlandese è anche legato al cambiamento della circolazione atmosferica avvenuto nell’Artico di recente e che ha favorito una diminuzione della nuvolosità e la persistenza di condizioni anticicloniche (cieli limpidi). Ciò ha di fatto aumentato il numero di giorni totali durante i quali il ghiaccio fonde, facendo cominciare la fusione sempre più presto.

Anche in Antartide, la fusione dei ghiacciai Twaithes e altre aree occidentali del continente è andata non solo crescendo ma accelerando negli ultimi decenni. Il risveglio del gigante dormiente dell’Antartide potrebbe, in un futuro non lontano, eclissare il contributo della Groenlandia, raddoppiando le stime del livello dei mari per la fine del secolo.

A differenza della Groenlandia, dunque, in Antartide è l’oceano che, ricordiamolo, assorbe circa il 90% del calore accumulato dalla Terra. Qui la fusione coinvolge prevalentemente le piattaforme galleggianti di ghiaccio (ice shelves) che non contribuiscono all’innalzamento del livello dei mari, poiché sono già in acqua (pensate, per esempio, ad un bicchiere di acqua con un cubo di ghiaccio: il livello dell’acqua nel bicchiere non sale una volta che il cubetto fonde). Tuttavia, la presenza delle piattaforme in Antartide funge da “tappo” per i ghiacciai a monte che, una volta liberati, cominciano la loro corsa verso il mare, facendolo innalzare.
 

Anche la scomparsa del ghiaccio marino, che si forma dal congelamento del mare, non contribuisce direttamente all’innalzamento dei mari ma favorisce il riscaldamento del pianeta, sostituendo la chiara superficie ghiacciata con lo scuro oceano. La superficie del ghiaccio marino è andata scomparendo ad un ritmo pari a circa il 13% per decennio, con il ghiaccio “vecchio” – quello meno sottile e più resistente alle estati che cercano di scalfirlo – che è diventato una rarità.


Lo stato dei ghiacciai minori è anche andato peggiorando negli anni passati. Recentemente, i progetti Randolph Glacier Inventory (RGI) e il Global Land Ice Measurements from Space (GLIMS) sono riusciti finalmente a creare una mappa esaustiva, catalogando i 198mila ghiacciai nel mondo che coprono circa 720mila chilometri quadrati, pari a circa la metà della superficie dell’Italia. Non meraviglia il fatto che, anche in questo caso, i progetti RGI e GLIMS abbiano rilevato come i ghiacciai stiano scomparendo ad un passo sempre più rapido, con poche speranze di recupero per il futuro: stime per la fine del secolo prevedono che il contributo relativo da parte di questi ultimi all’innalzamento del livello dei mari andrà sempre più diminuendo, non perché ci sarà meno fusione ma perché non vi saranno più ghiacciai.

Nel passato, durante quei i periodi in cui le temperature globali e le concentrazioni di anidride carbonica erano simili a quelle d’oggi, il livello dei mari era più alto di diversi metri. Molti esperti ritengono che se ciò non è ancora avvenuto è perché lo shock al quale il pianeta è sottoposto è più violento e rapido di quello subito centinaia di migliaia di anni fa, quando i cambiamenti avvennero in un lunghissimo arco di tempo invece che in meno di due secoli. Allora, le correnti oceaniche erano diverse da quelle moderne, proprio a causa della fusione dell’Antartide e della Groenlandia.


A tale proposito, i dati da satellite mostrano alcuni segnali che puntano in questa preoccupante direzione. Per cambiare il destino dei ghiacci – e con il loro il nostro – è necessario invertire la rotta generale del pianeta così da rallentare gli effetti del cambiamento climatico. Per raggiungere l’obiettivo, come già accennato diverse volte, non bisogna solo ridurre la smodata emissione di CO2 nell’atmosfera, ma anche catturare ciò che è già stato emesso. E questo richiede uno sforzo che deve avvenire ad un passo da record olimpico, altro che glaciale.

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venerdì 16 aprile 2021

la bellissima sorpresa nelle elezioni della Groenlandia

 

Groenlandia, tesoro sotto i ghiacci, ma vince l’ambiente sulla ricchezza

   

Le elezioni in Groenlandia sono state vinte dal partito di opposizione contrario allo sfruttamento dei giacimenti di metalli rari del monte Kuannersuit. Il partito della Comunità Inuit (Inuit Ataqatigiit), il popolo nativo della regione artica, ha vinto le elezioni per decidere sul futuro del  monte Kuannersuit (Kvanefjeld in danese), che secondo una stima del Polar Research and Policy Initiative sarebbe «il secondo più grande giacimento di metalli rari al mondo, e la quinta più grande riserva di uranio» al mondo.

 

Felicità e natura prima della ricchezza

56mila abitanti in un mondo di ghiaccio immenso che appare ancora più vasto nel nord estremo del pianeta per la distorsioni create dalla rappresentazione di Mercatore, la mappa disegnata del pianeta. Non ci sono ferrovie, ha poche strade e un unico aeroporto internazionale, Kangerlussuaq, dove spesso non si può atterrare perché il ghiaccio rompe la pista. La Groenlandia è anche l’isola più grande del pianeta, più grande dell’altro deserto opposto, quello caldo dell’Arabia Saudita. Destino comune di due terre difficili per l’uomo, i tesori più preziosi nascosti sotto.

 

Monte Kuannersuit uranio e terre rare

Groenlandia di Danimarca, ma ognuno a casa sua. Un territorio che pur avendo molte autonomie fa parte della Danimarca e che grazie ai quei giacimenti di metalli rari attira l’interesse di diverse compagnie minerarie straniere. Comunità Inuit, partito indipendentista, non è contrario allo sfruttamento delle risorse minerarie in generale, ma a quelle del monte Kuannersuit sì. Secondo parte dei groenlandesi, il monte non dovrebbe diventare un sito di estrazione mineraria perché tra i materiali che contiene c’è anche l’uranio che è radioattivo. Le decisioni del futuro governo a proposito dello sfruttamento minerario potrebbero avere conseguenze ben al di là dei confini groenlandesi e interessare anche le economie di diversi paesi del mondo.

 

Difficile viverci, facile da distruggere

Non è semplice costruire infrastrutture sull’isola dove circa l’80 per cento del territorio è coperto dal ghiaccio per tutto l’anno. A causa del riscaldamento globale e progressivo scioglimento dei ghiacci, potrebbe presto diventare più facile sfruttare le grandi risorse minerarie dell’isola. La Groenlandia sa du giacimenti di ferro, uranio, alluminio, rame e metalli rari, minerali che si trovano in alte concentrazioni solo in alcuni punti della Terra e che sono fondamentali per l’economia contemporanea, dato che si usano per fare smartphone, batterie, impianti di fibra ottica, ma anche turbine eoliche e automobili elettriche. Estrarre e vendere i minerali della Groenlandia, oltre che stringere legami economici con i Paesi coinvolti, aumenterebbe la loro influenza nell’Artico.

 

Cina concorrente diretto per le terre rare

Attualmente la Cina è il principale esportatore di questi materiali -le ‘terre rare’- perché possiede la stragrande maggioranza dei giacimenti in cui si trovano (il secondo paese che ne ha di più è il Vietnam), mentre gli Stati Uniti importano la maggior parte di quelli che usano. La decisione del prossimo governo groenlandese riguarderà anche le società straniere che vorrebbero estrarre e vendere i minerali della Groenlandia.

 

Il monte Kuannersuit, a meno di 10 chilometri dalla cittadina di Narsaq, che, con i suoi 1.300 abitanti è la nona località più popolosa della Groenlandia. A Narsaq molti sono contrari per i detriti radioattivi che sarebbero prodotti dalle attività minerarie.

 

Ripensamenti politici a favore dell’ambiente

Lo scorso settembre il Siumut, l’allora partito di governo, aveva concesso alla società australiana Greenland Minerals lo studio per lo sfruttamento dei giacimenti del monte Kuannersuit. Ma prima delle consultazioni con le parti sociali di Narsaq necessarie all’autorizzazione definitiva, il Siumut aveva cambiato leader, e anche la posizione sullo sfruttamento minerario. Nuovo capo del partito più attento alle preoccupazioni di chi vive nel sud della Groenlandia, vicino alla montagna. A febbraio crisi di governo con proteste contro il progetto di sfruttamento del sito di Kuannersuit.

 

Vivere felici pescando

L’economia delle piccole comunità del sud della Groenlandia si basa sulla pesca e tutti temono che le polveri prodotte dalle attività minerarie possano inquinare il mare e l’acqua potabile. Le esportazioni groenlandesi attuali sono per il 95 per cento prodotti ittici, un limitato settore turistico andato in crisi con la pandemia, e sul sostegno finanziario della Danimarca, che ogni anno dà al suo territorio autonomo quasi 500 milioni di euro che coprono circa la metà del bilancio statale. Indipendentismo groelandese, ma prima indipendenza economica: per questo lo sviluppo del settore minerario, è fondamentale per tutti, compresa la Comunità Inuit.

 

Via cinese della seta e base militare Usa

La scelta politica dei groenlandesi avrà ripercussioni anche sulla Cina. Tra gli azionisti di Greenland Minerals c’è anche Shenghe Resources, una delle più grandi società cinesi che si occupano di metalli rari. La Shenghe Resources possiede un decimo di Greenland Minerals e ha stretti legami con lo stato cinese. L’altro grosso tema della politica groenlandese è come gestire l’influenza di paesi stranieri. Si parla in particolare degli Stati Uniti, che sull’isola hanno la loro base militare attrezzata per il lancio di missili balistici più settentrionale, a fronteggiare le postazioni russe che dominano l’Artico.

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Indipendenza e sviluppo sostenibile:
in Groenlandia vincono le sinistre -
PAOLO BORIONI

Nell’elezione Groenlandese di pochi giorni fa vince alla grande il partito di democrazia socialista Inuit Ataqatigiit (Comunità popolare), ed è un’elezione storica. Anche e soprattutto perché accade nella zona artica, quella del globo investita dai maggiori e più profondi mutamenti: ambientali, con un riscaldamento climatico particolarmente accelerato, economici, con giacimenti immensi di ogni tipo da sfruttare, e strategici, con la lotta fra le potenze artiche rivali (USA e Russia) per accaparrarseli. Con l’aggiunta della Cina che come sempre ed ovunque preme per essere protagonista. Fino a volersi definire “nazione artica”.

L’avanzata del socialismo artico

Di fronte a tutto questo è significativa la vittoria di un eco-socialismo che si oppone all’assenso verso la Greenland Minerals, compagnia australiana pronta ad investire cifre immense per estrarre terre rare e uranio a Kvanefjeld, nel sud del paese. Di fronte alla possibilità di uno sfruttamento ritenuto inaffidabile, gli Inuit hanno risposto in queste elezioni parlamentari con un deciso no. I vincitori del IA arrivano ad uno storico 36,6%, ed è sconfitto, ma nettamente secondo, il partito socialdemocratico Siumut (Avanti!) pur in incremento dal 27 al 29,4%. Va detto però che anche Vivian Motzfeldt, vicesegretaria di quest’ultima forza politica, aveva espresso forti dubbi sul progetto di Kvanefjeld, le cui scorie per il momento si progettano smaltite nel lago prossimo alla cittadina di Narsaq, 1300 abitanti. Così, che i dubbi e le opposizioni siano forti è comprensibile: la Greenland Minerals prevede una miniera allo scoperto, per 37 anni, con un’estrazione di 3 milioni di tonnellate l’anno di terre rare, uranio e torio e, particolarmente inaccettabile ad una maggioranza di Inuit, in totale la produzione di oltre 220 milioni di tonnellate di scarti e scorie, in cambio di appena 328 posti di lavoro groenlandesi.

Nessuna meraviglia, così, che la Motzfeldt, già mesi prima delle elezioni, avesse fermato la corsa sfrenata verso il progetto, costituendo con altri una maggioranza interna nuova al Siumut, ed eleggendo, al posto del leader socialdemocratico e capo del governo autonomo groenlandese Kim Kielsen, un altro leader, Erik Jensen. La manovra è riuscita a frenare le perdite elettorali e ad ottenere nella totalità del paese un buon risultato, ma nel sud, maggiormente in ansia per il progetto minerario, non è bastato: la socialdemocrazia di Siumut, che nella regione otteneva fino al 56%, ha accusato un netto e inequivocabile arretramento (fino al 40%) a favore di IA, da sempre nettamente contrario alle estrazioni di Kvanefjeld. IA le ritiene innanzitutto (ancora) non sicure per la base di sostentamento storica degli Inuit (pesca, caccia, ambiente, oggi l’85% del PIL esportato). Ma la contrarietà del partito e dell’opinione maggioritaria è dovuta anche al fatto che il contesto (compresa l’autonomia dalla Danimarca) non è ancora tale da garantire che la trattativa sia del tutto svolta secondo le premesse Inuit. Peraltro, con l’apertura del mercato cinese (tanto più se con domanda interna potenziata come ha deciso il Pcc) anche l’esportazione di prodotti ittici e la sua salvaguardia non va assolutamente ritenuta un totale ripiego.

Uno sviluppo diverso

Quando si chiede loro come sostituiranno le risorse promesse da Greenland Minerals, IA indica per esempio una riforma del sistema fiscale, che contrariamente al paese tradizionalmente “coloniale”, la Danimarca, è tutt’altro che di tipo nordico progressivo, anzi è improntato alla “aliquota piatta”. I socialisti di IA insomma contano, con una riforma fiscale progressiva, di rimediare alla forte disuguaglianza e al contempo di ricevere introiti da utilizzare per uno sviluppo sostenibile e durevole del paese. Una volta impostato il futuro in questo modo si potrà pensare ad una graduale ma chiara indipendenza dalla Danimarca, di cui IA è sostenitore ma non fanaticamente, come lo sono invece altre forze politiche più nazionaliste. Per esempio Naleraq (Il segnale): la terza forza (12%), anche essa diffidente verso le nuove miniere, che verrà coinvolta in non facili trattative di governo.

L’esito di un’indipendenza davvero solida e “ragionata” presuppone che nuove risorse siano utilizzate anche per formare più quadri locali di una più efficiente pubblica amministrazione. Essa oggi dipende troppo da giovani laureati danesi che fanno una breve, prima esperienza nel paese artico, e poi tornano in Danimarca ad utilizzare le nuove competenze. Un’altra dipendenza da recidere. La sovranità per cui lotta il socialismo Inuit appare quindi di ampio respiro: soprattutto di tipo democratico, economico e ambientale, vede in prospettiva favorevolmente una “libera associazione” con la Danimarca, specie se questa sarà lungimirante e collaborerà contenendo solo gradualmente il bloktilskud, cioè il contributo annuo di 4 miliardi di corone che devolve ai 60.000 abitanti della immensa Groenlandia.

In genere, inoltre, proprio riguardo alle sconvolgenti novità economiche e geostrategiche in atto nell’Artico, è evidente come gli Inuit con il voto abbiano esplicitato che intendono decidere secondo tempistiche e criteri compatibili con la sovranità popolare e il proprio concetto di interesse nazionale e di benessere. Se sono abili, a questo punto, potranno disporre delle proprie immense risorse nel senso di trattare su questo ed altro. E così in effetti pare di capire possa andare, al di là delle dichiarazioni vittoriose di Múte B. Egede (leader IA): “Il popolo ha parlato, il progetto minerario di Kvanefjeld è seppellito”.

Il risultato dei socialdemocratici

Da interpretare, si diceva, il risultato di Siumut: la sua conferma ad ottimi livelli, in realtà, va decodificata come ulteriore segno di diffidenza verso il progetto di Kvanefjeld. La socialdemocrazia Inuit infatti si era recentemente spaccata sul progetto, fino a liberarsi della leadership di Kim Kielsen, anche capo del governo autonomo nella Comunità del Regno Danese (Rigsfælleskabet, composta anche da Danimarca in senso proprio e FærØer). Kim Kielsen era infatti ritenuto troppo acriticamente favorevole alla prospettiva delle terre rare subito. Su una linea più cauta in proposito è la maggioranza che al suo posto ha scelto Erik Jensen. Come minimo i socialdemocratici di Siumut favoriranno un allungamento e ampliamento delle consultazioni democratiche, cioè della ricerca di possibili migliori soluzioni da ogni punto di vista. Compresa (sarebbe auspicabile) una struttura, quando e se sarà, dello sfruttamento del sottosuolo che, per esempio sul modello norvegese, garantisca ai locali il controllo pieno dei diritti di concessione, ed accumuli in fondi sovrani vasta parte dei proventi. Devolvendo solo una parte ridotta delle rendite derivate agli impieghi di bilancio. E assicurando ampia e qualificata occupazione ai locali.

Via alle trattative

Le trattative di governo si svolgeranno dunque verosimilmente su questa base, anche coinvolgendo altre forze. Il leader IA Múte B. Egede, che registra un forte successo personale e si avvia a diventare, a 34 anni, il più giovane capo del governo autonomo da quando (1979) la Danimarca ne ha concesso uno, ha parlato di “coalizione”. Con ciò (proprio come in Danimarca) si possono intendere varie soluzioni (governo di minoranza sostenuto dall’esterno, o esecutivo maggioritario a più partiti) per colmare la differenza di 4 seggi che manca a 16, il numero magico nell’Assemblea del Naalakkersuisut (Governo Autonomo).

Quanto ai danesi etnici e a Copenaghen, è probabile comprendano definitivamente che questo è il modo migliore per non venire anche loro travolti dalla “nuova corsa all’oro” delle mega-potenze nell’Artico. Il destino nordico, essere nazioni demograficamente ridotte in zone geostrategicamente vitali (a partire dalla feroce contesa per il Sund in età moderna) va sempre amministrato con cautela, e senza troppi cedimenti, facilmente irrimediabili, sulla sovranità. Trump, non a caso, aveva recentemente dichiarato, per prevenire l’espansione cinese e russa: “La Groenlandia ce la potremmo comprare”. Al che Kim Kielsen aveva replicato: “Greenland is not for sale, but is for business”. Ecco: il voto di ieri ha chiarito che anche gli “affari” cui pensava Kim Kielsen (e qualunque altro negoziato) non saranno una pura formalità, e che nessuno, se la voce dell’elettorato sarà tradotta in atto, si può “aggiudicare” la Groenlandia. Certo, questo potrà riuscire tanto più in quanto nessuna delle grandi potenze vorrà mai ci sia un unico aggiudicatario. La scommessa, in questo senso, è che così possa rimanere un unico decisore finale, o almeno prevalente, seduto a capotavola: gli Inuit, innanzitutto. Specie evolvendo il loro governo autonomo “ad un certo punto” verso la totale autonomia. Con, sullo sfondo, una Danimarca conscia da tempo che sarà così, e interessata a rimanere non il colonizzatore, ma il primo amico degli Inuit di Groenlandia.

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