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giovedì 27 dicembre 2018

Contro il dominio dell’automatico - Amador Fernández-Savater



Trascorriamo la giornata guardando, ma siamo capaci di vedere qualcosa? Qual è il rapporto tra vedere e pensare? E in che senso la percezione è un problema politico? Il dominio degli stereotipi ci rende ciechi e ottusi.
Lo scrittore Albert Camus ha detto: “Pensare è apprendere di nuovo a vedere e a prestare attenzione”. È una frase sorprendente  perché il pensiero non si vincola al sapere, al conoscere, all’analisi o alla verità, ma alla trasformazione della percezione e dell’attenzione.
Apprendere: andare oltre il conosciuto. Di nuovo a vedere: ricreare il nostro sguardo su qualcosa, vederlo in modo diverso. E a prestare attenzione: prendere in considerazione una altro piano della realtà, un altro tipo di segnali.
Affronterò questa immagine del pensiero, come ricostruzione dello sguardo e dell’attenzione, con due esempi che ho a portata di mano. E incoraggio tutti a immaginare i propri.

Rinominare la realtà
Il primo è un articolo breve  che di recente mi ha inviato la mia amica Amarela Varela, perché sia pubblicato su eldiario.es. Amarela è una professoressa di Città del Messico e da molto tempo è impegnata – con la parola e con il corpo – nei movimenti e nelle lotte dei migranti. L’articolo parla della carovana di migranti, in maggioranza honduregni, che in questi giorni attraversa il Messico verso gli Stati Uniti, monopolizzando la visibilità mediatica globale (l’articolo di Amador è stato scritto a metà novembre, ndt).
Amarela spiega che la massiccia migrazione centroamericana non è una novità in Messico. La novità è come ora si è organizzata: dopo una lunga storia di arresti, deportazioni e massacri, i migranti si sono messi a camminare assieme, autonomamente, senza i coyotes di mezzo, con una voce pubblica e propria, accompagnati da organizzazioni per i diritti umani e da mass media.
L’articolo è un invito a vedere la politicità di questo gesto di autonomia. A smettere di guardare ai migranti solo come vittime della fatalità o come persone manipolate da qualche complotto dei potenti. A prestare attenzione e ad ascoltare la loro voce, quello che loro stessi dicono della loro situazione e della loro esperienza.
In questa nuova politicità, non troveremo sicuramente alcuni degli elementi classici (programma o slogan anticapitalistici, ecc.), ma una disobbedienza praticata con il corpo al regime delle frontiere e un interpellare positivo alla solidarietà del popolo messicano, che sta rispondendo con gesti di ospitalità radicale molto incoraggianti.
L’articolo di Amarela conclude dicendo: “Non è una carovana di migranti, ma un esodo di sfollati, però soprattutto è un nuovo movimento sociale che cammina per una vita vivibile”.
Qual è la forza di questo articolo? A mio giudizio, consiste nella sua capacità di rinominare la realtà. Rinominando la realtà, vediamo qualcosa di diverso e la nostra attenzione si attiva. Penso che quel gesto di spostamento spieghi l’impatto che il testo ha avuto su tanti lettori.
Ne posso parlare in prima persona: seguivo quanto accadeva con la carovana di migranti attraverso le immagini della televisione, ma niente di quanto veniva detto o mostrato ha rotto, in alcun momento, la barriera degli stereotipi che anestetizzava la mia percezione: “Ahi, povera gente”. Guardavo, però non vedevonulla. Niente di particolare, niente che mi colpisse.
Ma all’improvviso c’è qualcosa da vedere. All’improvviso si apre qualcosa da vedere.
Vista così, come ci propone Amarela, possiamo percepire altre cose nella carovana. Non si tratta solo di vittime spinte dalla disgrazia o manipolate dai politici, ma c’è anche capacità politica, intelligenza, autonomia. E possiamo ascoltare anche un appello: a inventare gesti di solidarietà, ma non più con la disgrazia che ha toccato gli altri, ma con una lotta che ci riguarda.
Un’immagine allontana e raffredda: “Sono le disgrazie altrui”, “Non bisogna fidarsi degli altri perché sono manipolati”. Mentre l’altra avvicina e invita: “Qui c’è una potenza, c’è qualcosa che non conosci”, “Presta attenzione e torna a guardare”.
Qualcosa che altrimenti non è chiaro. Perché l’articolo non cambia un’etichetta con un’altra, affermando per esempio: “Non sono vittime, ma un altro movimento sociale”. Questo “nuovo movimento sociale” che è la carovana, non è ovvio, non è evidente, non è un classico movimento sociale. Il testo ci propone di avvicinarci per vedere e pensare qualcosa che ancora non è stato visto e pensato.
Chiameremo “immagine feconda”, quest’immagine che ci dà qualcosa da vedere. L’immagine che ci commuove e ci colpisce. L’immagine che ricrea il nostro sguardo e che ci dà da pensare. L’immagine aperta e incompiuta che richiede da noi un movimento.

Non c’è niente da vedere: gli stereotipi
Queste immagini possono provenire dai luoghi più diversi, dal cinema o dal saggio, dalla fotografia o dalla poesia, dal teatro o dalla letteratura, si possono fabbricare con materiali molto differenti (parola, colore, gesto, movimento), ecc.
Il problema, pertanto, non è che viviamo in mezzo a un’inflazione di immagini, ma a un’inflazione di immagini sature e saturanti: gli stereotipi.
Lo stereotipo è un senso impacchettato. Che dice, cosa fa? “Qui non c’è niente da vedere”. Vale a dire: non c’è nulla che non avessimo già visto. Il mondo è già-visto, già-sentito, già-pensato.
Lo stereotipo è una risposta automatica. Il risultato dell’applicazione di un codice sulla realtà: mediatico, politico, ideologico, ecc. In questo modo non vediamo o pensiamo più, ma semplicemente riconosciamo. Non vediamo o pensiamo, ma solo ricordiamo ciò che sta nel codice.
I codici non sempre sono consci, ma funzionano attraverso di noi: siamo visti, pensati e agiti da loro. Balzano fuori automaticamente lì dove non c’è un lavoro di elaborazione propria. Durante la maggior parte del tempo, noi siamo ripetitori di stereotipi. Ci riteniamo unici, ma siamo fatti in serie.
Cos’è che vediamo se presupponiamo la realtà a partire da un codice?Solamente illustrazioni del nostro racconto precedente, metafore della nostra spiegazione del mondo, riflessi servili del codice applicato. Ogni volta lo stesso:mai oggetti o avvenimenti unici, sempre casi di una serie. Un’altra disgrazia ancora, un’altra manipolazione ancora, un altro movimento sociale ancora….
Dal codice, lo sguardo vede sempre ciò che vuole vedere. La realtà si appiattisce, si semplifica, si riduce: scartiamo come rumore tutto ciò che non rientra nel codice, che è proprio tutto ciò che potrebbe darci da pensare. Le ombre, le contraddizioni, le impurità, la confusione del reale.
Secondo il filosofo, la dignità di qualsiasi cosa – da un essere vivente fino a un evento – consiste nell’essere trattata come un fine e non come un mezzo. Lo sguardo codificato è tuttavia uno sguardo che strumentalizza: non vede nient’altro che pezzi e mezzi dei fini. Niente ha valore o potenza in sé, la potenza di dare origine a nuovi sguardi, idee o azioni.
Ci indigniamo quando vediamo come i codici altrui trattano la dignità delle cose che conosciamo e che amiamo. Perché le forzano fino a farle rientrare nelle forme precedenti e le violano fino a far loro dire quello che si vuole che dicano. Molto di rado, però, riesaminiamo in modo critico i codici stessi.
Lo stereotipo anestetizza la nostra percezione, ma non in modo freddo e spassionato. Al contrario: quasi nulla ci produce più godimento e ardore che il ripetere gli stereotipi. Li replichiamo come se stessimo affermando quanto di più intimo, più profondo e più autentico del nostro essere. Ci emozionano, ci infiammano, ci portano fino alle lacrime. C’è una vera passione per la ripetizione, la conferma, la mimesi, l’adesione. È il godimento del riconoscimento e dell’identità.
Infine, lo stereotipo cerca il potere: riprodursi, diffondersi, convincere, vincere, occupare l’intero spazio di attenzione. È un potere di saturazione, di assimilazione, di normalizzazione. Vuole di più di sé stesso, eliminare tutto il resto. Che non rimanga nulla da vedere, che non rimanga nulla da pensare.

Pensare a partire dai dettagli
Un secondo esempio, questa volta una storia personale. Pochi giorni dopo che il 15M era emerso nelle piazze di tutta la Spagna, ho sentito il desiderio di scrivere su quanto stavamo vivendo. Di solito, si scrive per condividere ciò che si è capito, ma in questo caso si trattava di scrivere per capire, scrivere proprio perché non capisci.
E come scrivere su quello che non capisci? Al riguardo, nelle conversazioni con gli amici alla Puerta del Sol, uno di loro mi cita una frase dello storico greco Erodoto sul suo metodo: “Annoto tutto ciò che non capisco”. Comincio allora a registrare dettagli della piazza che richiamano la mia attenzione e che mi danno da pensare: micropercezioni,  sensazioni, domande, appunti di conversazioni, una certa scena, un certo slogan, un certo dipinto, balbettii di interpretazione o riflessione alla luce di quanto succede, un certo intervento in assemblea, un grido, una vibrazione, un tono affettivo…
Compongo così un “quaderno di dettagli”, che pubblico a puntate (fino a nove) nel mio blog del giornale Público con il nome di “Apuntes de acampadasol”.
Vedere è la cosa più difficile, perché prima bisogna fermare il mondo. Quello che dice lo stregone Don Juan al suo apprendista Carlos Castaneda in quella serie di mitici libri degli anni 60-70 . Cosa significa fermare il mondo? Fermare la descrizione che gli dà forma giorno dopo giorno, la descrizione che condividiamo e che costruisce una percezione del mondo consensuale e normalizzata. Fermare gli automatismi.
Nel mio caso, fermare il mondo ha significato anche fermare le teorie filosofico-politiche tra le quali vivo – per vocazione e professione – e che sono state subito dispiegate per spiegare quello che succedeva. Perché qualsiasi cosa può trasformarsi in codice e non lasciarci vedere, anche una teoria molto sofisticata che è nata per rendere conto della complessità sociale. Applicarla sulla realtà può essere un modo come un altro di presupporreciò che succede con schemi precedenti e non ascoltare. Quindi, invece di vedere la piazza 15M o quel che si vuole, vediamo il codice di Jacques Rancière, di Toni Negri o di Ernesto Laclau. E la materialità delle cose vive si dissolve in astrazioni spettrali.
Mettere un po’ tra parentesi le teorie e pensare a partire dai dettagli:questo è stato il mio modo particolare di fermare il mondo al fine di vedere. Un modo di entrare in contatto, lasciarsi toccare e colpire da quanto accadeva.
Mentre applicare un codice qualsiasi è un modo di dematerializzare la realtà, il dettaglio è al contrario un colpo di colore, di voce, di affetto o di intensità. E dico colpo perché non lo scegliamo esattamente noi: è il dettaglio che richiama la nostra attenzione, non la nostra attenzione che scopre il dettaglio. Ci richiede un’attenzione che non è di caccia e cattura, quanto piuttosto di attenzione galleggiante.
Il dettaglio non lo possiamo riconoscere o ricordare. Non è illustrazione, una metafora o il riflesso di un codice precedente. È quello che c’è da vedere e da pensare. Non è la conclusione di qualcosa, bensì un’apertura, un inizio del viaggio. Non ha già un senso: è ciò che apre la via alla creazione di senso.
Il dettaglio è sempre unico: non è mai il caso di una serie, ma sempre tale, così, questo, questa, qui, adesso.
E una singolarità alquanto opaca o misteriosa. È ciò che non torna, ci fa domande, ci pone problemi, ci mette a disagio, ci induce a smuoverci. Per questo motivo, quelli che vogliono elevare la “chiarezza” e la “comunicabilità” a regola generale dell’espressione o della creazione, in realtà non vogliono vedere o pensare nulla: solo il già visto e pensato è chiaro e trasparente, “immediatamente comunicabile”.
Il dettaglio passa per il corpo, ma in maniera diversa dal godimento dello stereotipo. Non ci conferma di fronte alla realtà, ma ci pone in relazione con essa. Ci commuove: ci tira fuori dalle nostre caselle e ci apre all’altro. Ci incita, ci apre gli occhi, attiva la nostra curiosità, ci connette e ci coinvolge con il mondo. Non è il godimento della stabilità, ma il piacere di una certa destabilizzazione.
Infine, il dettaglio non vuole il potere: un dettaglio non si oppone agli altri e possono esserci tanti dettagli quanti sono i viaggi del pensiero. Il dettaglio non satura il visibile, ma lo apre. Non pretende di dire ciò che si deve pensare, ma dà da pensare.

Intensificare un sapore
Tutta una venerabile tradizione di pensiero diffida dei dettagli in modo radicale. Platone diceva: “Per pensare bisogna strapparsi gli occhi”. Ciò che è sensibile porta all’errore: vediamo una cosa, ma la verità è altrove. Bisogna sospettare di quanto accade e perseguire l’eterno, il fisso e l’immutabile. I dettagli sono solo apparenze o sintomi di ciò che è essenziale e vero. Si tratta di astrarli, vedere il mondo con l’occhio della mente.
Seguendo questa tradizione, nelle nostre accademie e università, oggi si obbligano gli studenti che fanno un lavoro a elaborare anzitutto un “quadro teorico”. In primo luogo, fabbricarsi delle lenti. Quindi, applicarle a questo o quell’oggetto di pensiero. In realtà, ciò che così si insegna è a diffidare di quello che si vede. Di quello che uno può vedere per conto suo, dei dettagli che lo colpiscono e che possono attivare il pensiero.
Due sono le conseguenze nefaste di questa procedura. In primo luogo, lo studente rimane, così, insicuro e fragile: il quadro teorico non sarà mai sufficientemente solido, mancheranno sempre riferimenti e letture. Nell’idea del sapere come accumulazione saremo sempre in deficit, in difetto. In secondo luogo, lo studente si trasforma in un ripetitore: vede solo quello che il quadro teorico (un autore o una serie di autori) lo lascia vedere. Non si permette di vedere da solo, di trasformarsi lui stesso in autore.
Pensare è fuggire da questa prigione. Autorizzarci a pensare a partire dai dettagli che ci colpiscono, come il solo modo di produrre qualcosa di diverso e di nostro.
Il dettaglio non è il piccolo, l’isolato, ciò che trova il suo senso in un’altra parte (la parte di un tutto), bensì quel che contiene in sé il mondo (il tutto sta nella parte). Possiamo distendere il dettaglio: tirarlo e tirarlo fino a dispiegare il mondo intero che contiene.
I riferimenti esistenti possono servire per intensificare i dettagli. Proviamo a pensare che il dettaglio sia un sapore. Quali condimenti intensificano quel sapore? Ci sono condimenti (e modi di combinarli) che cancellano il sapore, lo annullano. Ma altri lo possono prolungare e raffinare. Un certo autore o una certa teoria valgono se e solo se intensificano il sapore unico del dettaglio.
È una questione di cucina. Il buon condimento coglie e valorizza il sapore del dettaglio. E quello cattivo lo copre: non ci permette di apprezzare la materialità di una situazione, la particolarità di questo o quel dettaglio della realtà. Non ci fa assaporare il mondo da una prospettiva singolare, la prospettiva di qualcuno. Lo schema teorico sostituisce il dettaglio invece di intensificarlo. E allora tutti i dettagli hanno lo stesso sapore. Riconosciamo così un cattivo autore.

Credere nel mondo
Comprendere senza pensare, pensare senza ascoltare, ascoltare senza sentire: il dominio degli stereotipi è profondamente nichilista. Ci aliena dal mondo. Come mai? In che senso?
Nulla di ciò che c’è si prende in modo affermativo, per la sua potenza di dar luogo a, ma sempre in funzione del nostro codice, di quello che vogliamo vedere. Con lo stereotipo non succede mai nulla, torna sempre qualcosa.
L’importante non è mai qui e ora, davanti agli occhi, ma nelle linee del nostro codice. Il mondo e i suoi dettagli non ci importano più, non ci richiedono più: è la vittoria dell’indifferenza e della sfiducia verso quanto c’è, verso quanto accade.
Al contrario, l’immagine feconda fa succedere qualcosa, rilancia e condivide qualcosa che ci è successo. Ci permette così di tornare a “credere nel mondo”: ci sono cose da vedere, cose da pensare, cose da fare.L’immagine feconda ci apre alla ricchezza di quanto viene dato come ovvio, di quanto è catturato nello stereotipo. Quello che (ci) succede, importa. Il mondo è pieno di dettagli, quindi è pieno di punti di potenza. Possiamo averne fiducia.
La povertà o la nullità di una situazione si trova prima nel nostro sguardo stereotipato rispetto alla situazione stessa. Pensare (e dar da pensare) è imparare di nuovo a vedere e a porre attenzione. È, in definitiva, apprendere a essere presenti nel mondo, a essere vivi nella vita.


Riferimenti:
Questa è una versione delle note che ho letto di recente in due contesti di lavoro sull’immagine cinematografica: Zineleku (Vitoria)  e  Cine por Venir (Valencia).
I migliori riferimenti, come sempre, sono le conversazioni con tutti gli amici e maestri nell’arte del vedere: Marta Malo, Hugo Savino, Amarela Valera, Miriam Martín, Arantza Santesteban, Diego Sztulwark, Juan Gutiérrez, Jun Fujita, Lucía Gómez, José Miguel Fernández-Layos, Franco Ingrassia (al quale rubo l’espressione “immagine feconda”), Francisco Jodar (che mi ha fatto vedere la questione di “credere nel mondo” a partire da Gilles Deleuze).
Il sapore dei dettagli e gli stereotipi si è intensificato con i concetti di “segni” e “tensori” di Jean François Lyotard in  Economia libidinale.
L’immagine in alto è un dettaglio dell’opera  Esto es lo verdadero, di  Rafael Sánchez-Mateos Paniagua e Fernando Baena, anche loro maestri nel vedere, nel lasciar vedere.

Articolo pubblicato su eldiario.es con il titolo “Dar a ver, dar que pensar: contra el dominio de lo automático“.
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

sabato 23 giugno 2018

La distruzione dell’empatia - Amador Fernández-Savater



Possiamo provare a leggere la congiuntura politica non semplicemente come una disputa tra distinti gruppi per il potere, ma come uno scontro tra differenti percezioni della vita sociale, tra differenti sensibilità della vita in comune? Cerchiamo di farlo poggiandoci sul concetto suggestivo di “pedagogia della crudeltà” proposto dall’antropologa Rita Segato. Lo spiego in modo riassuntivo in seguito.
Nelle nostre società, la vita diventa sempre più precaria: la mancanza di difesa e di protezione sono tendenze generali, trasversali. Il capitalismo oggi non punta semplicemente alla sua riproduzione regolata, ma cerca incessantemente la conquista di nuovi territori, oggettivi e soggettivi: nuove terre e nuovi ceti da sfruttare. È un capitalismo di rapina. Questa conquista permanente richiede non soltanto l’abolizione delle vecchie regole e protezioni (molte volte frutto delle lotte dal basso della gente), ma di una insensibilizzazione radicale.
Nella guerra di tutti contro tutti, la competenza generale e il si salvi chi può, l’altro dev’essere percepito innanzitutto come ostacolo e minaccia: come nemico.
Il principio di crudeltà è la diminuzione dell’empatia: l’altro è disponibile per un solo uso, se ne può fare a meno, nessun filo ci unisce, i nostri destini non hanno nulla in comune. Vi è tutta una “programmazione neurobellica della bassa empatia” nelle nostre società. E la violenza è lo strumento chiave: lancia il messaggio imbarazzante per cui l’altro (donna, vecchio, migrante, povero, nero, dissidente) è un di più, si può eliminare.
Ciò che sostiene quindi le politiche della precarizzazione della vita è una certa configurazione – o deconfigurazione – della percezione e della sensibilità. Queste ultime sono questioni politiche di prim’ordine, ma le analisi di congiuntura non le riguardano, concentrate per come sono nel sottolineare le manovre di partito e gli intrighi di palazzo, le relazioni di forza tra organizzazioni e fazioni, lo stato dei sondaggi e l’“opinione pubblica”. È necessario e urgente dotarsi di una sensibilità poetica sismografica per addentrarsi e descrivere questo piano di realtà.

Sradicamento affettivo
Lo si è ripetuto spesso. Il movimento 15M [“gli indignati”] ha funzionato in Spagna come una “porta antincendio” all’ascesa del populismo di destra che si estende a livello micro e macro per tutta Europa: Front National, Brexit, Alternative für Deutscheland, Pegida, Lega Nord, Casa Pound, Alba Dorata.
Ma che tipo di porta antincendio? Da parte nostra, abbiamo insistito nel pensare e descrivere il 15M come un effetto di sensibilità. Un fenomeno di sensibilizzazione collettiva. A partire dal maggio del 2011, si è dispiegato un po’ dappertutto nella società una specie di seconda pelle dentro e attraverso la quale si avvertiva come qualcosa di proprio e vicino ciò che accadeva ad altri sconosciuti.
Ciò non vuol dire che tutti fossero presenti ad ogni sfratto nei quartieri, ad ogni accompagnamento di un migrante privo di carta sanitaria, ad ogni chiusura di una scuola minacciata di tagli, ma che c’era un clima sociale generale che abbracciava, connetteva e amplificava ogni azione, ogni iniziativa. Il 15M ha creato un comune sensibile nel quale era possibile sentire gli altri e con gli altri, come simili.
Questa pelle se è ritirata o si è addormentata, debilitata in buona misura a causa di una “verticalizzazione” dell’attenzione e del Desiderio, depositati e delegati durante la fase dell’“assalto istituzionale” nella promessa elettorale della nuova politica (Podemos, confluenze, etc). Incantati dagli stimoli provenienti dall’alto (Tv, dirigenti, partiti), tralasciando quello che nel frattempo ci accadeva intorno, la nostra pelle si è strappata.
In realtà non siamo usciti da nessuna crisi: semplicemente si è perso il contatto sensibile tra i “sommersi” e i “salvati” (o coloro che si credono salvati al momento). La ritirata degli “antincendio” 15M lascia il via libera alle forze che sono sempre lì: l’approfondimento e il consolidamento della precarietà esistenziale generale, la guerra di tutti contro tutti e il si salvi chi può. Il veleno del rancore che si annida in ogni angolo a causa delle tante umiliazioni ricevute nel quotidiano – siano esse grandi o piccole, reali o immaginarie – si converte nel pungiglione del risentimento vittimista che circola oggi a piacere per le reti sociali.
La “destrizzazione” di cui si parla ultimamente, soprattutto la radice di quello che ha “risvegliato” in tutta la Spagna il conflitto in Catalogna, non è in primo luogo una questione ideologica, identitaria e politica, ma una esasperazione sociale e affettiva. Un indurimento della percezione e della sensibilità.  
Lo sfondo del contenuto delle bandiere spagnole che è ancora possibile vedere in tanti balconi (ormai valgono per il Mondiale…) è la paura, l’amarezza, la solitudine, un Desiderio reattivo di ordine, consumo e mano dura contro tutto quello che devia e destabilizza la finzione di normalità, con l’anti-catalanismo come elemento agglutinatore primario.
È indubbiamente Ciudadanos [con forti risonanze di Macron] il partito che in modo più disinovolto agita questa “passionalità oscura” (Diego Sztulwark) al fine di raccoglierla più tardi elettoralmente e di fare di essa la base del progetto politico di convertire la società in una impresa totale. Dove vi sia spazio solo per i vincenti, dove non abbiano spazio gli avversari (destituiti come interlocutori mediante la repressione, la censura e la criminalizzazione), e neanche le “anomalie” (come le comuni urbane o gli ambulanti).
Su questo sfondo oscuro ed esasperato appaiono senza dubbio voci e movimenti che convocano un’altra sensibilità, attivano un’altra percezione e danno vita ad un’altra pelle. Senza alcuna idea esaustiva o totalizzante, mi focalizzerò su tre esempi (ve ne sono di più). L’Otto marzo e le mobilitazioni intorno alle morti di Gabriel Cruz e di Mame Mbaye.

Il mandato della mascolinità
Secondo Rita Segato, la prima espressione della pedagogía della crudeltà è la violenza sessista. Il capitalismo di rapina installa un campo di battaglia nel corpo delle donne.
Nella precarietà generale, la posizione dell’uomo è resa più fragile: non può provvedere, non può avere, non può essere. Ma allo stesso tempo deve provare che è un uomo. Noi maschi siamo sottoposti a un “mandato di mascolinità”che ci obbliga, per essere, a dimostrare forza e potere: fisico, intellettuale, economico, morale, bellico, ecc. Il mandato di mascolinità si traduce così oggi in un mandato di violenza.
Lo stupro non è erotico o di piacere, ma una dimostrazione di potere. Il potere dell’impotente, ansioso di dimostrare che è, che continua ad essere un uomo. È un messaggio che un uomo manda ad altri uomini: posso, sono capace, sono padrone delle vite. Non è un fatto eccezionale, cosa di alcuni maschi mostruosi o “psicopatici”. Poggia su di una base composta da mille violenze quotidiane e trasversali: nello spazio pubblico e in quello intimo, nella strada e in casa, nel lavoro e nelle relazioni.
La donna non è semplicemente un corpo-vittima della violenza. Ciò che si aggredisce in essa è precisamente la sua forza disubbidiente al mandato della mascolinità, la capacità di creazione di vincoli, di lacci, di reti, di complicità, di empatia e di comunità.
L’8M ha reso visibili migliaia di donne in tutta la Spagna, che hanno detto basta, in una giornata inaudita di sciopero e di manifestazioni seguite in maniera massiccia. I canti e i manifesti possono essere letti come un registro dettagliato delle mille violenze quotidiane che abitano nella “normalità”. Le donne non tornano a questa normalità nello stesso modo dopo aver vissuto una giornata così eccezionale, ma semmai più relazionate e più forti. L’8M è solo la cresta della spuma di un’onda di fondo che spinge per cambiare completamente la vita quotidiana, questo “brodo di coltura” della violenza più spettacolare che vediamo nei giornali.
E può essere assunto anche come un’occasione per gli uomini che desiderano disubbidire al mandato di mascolinità e uscire da questo circolo funesto tra l’indigenza esistenziale e l’obbligo di dimostrare potere. Come un invito alla metamorfosi.

Le buone azioni
La scomparsa e la ricerca del bambino Gabriel Cruz, il pesciolino, è stato un fenomeno altamente mediatizzato.
I mezzi di comunicazione e le reti sociali sono oggi – soprattutto da qualche tempo a questa parte – i veicoli privilegiati della pedagogia della crudeltà. Le tendenze alla spettacolarizzazione (il morbo), la semplificazione della realtà (il giudizio e non il pensiero) e la polarizzazione sociale (la logica delle fazioni, buone e cattive) li attraversano trasversalmente. Ma è la stessa cosa che la realtà si strumentalizzi a favore della destra o della sinistra: in ogni caso si contribuisce alla distruzione della sensibilità, del pensiero e dell’autonomia.
Nonostante tutto, i mezzi di comunicazione e le reti hanno facilitato per diversi giorni l’attivazione di molta gente che ha aiutato nella ricerca di Gabriel e che ha voluto far sentire in qualche modo alla famiglia calore e solidarietà. L’appoggio si è capovolto in odio quando si è incontrato il corpo del piccolo e si è conosciuta l’identità dell’assassino: donna, straniera e di colore. In questo contesto, la voce di Patricia Ramírez, la madre di Gabriel, è risuonata come se provenisse dall’altro mondo, quando in realtà proveniva dall’amore più comune che esiste: l’amore di madre.
Il suo messaggio principale: non porre il fuoco nella rabbia e nel nemico, ma nella solidarietà e nelle “buone azioni”. Spostare l’attenzione sui gesti di sostegno che avevano “preso il meglio delle persone” durante quei giorni. Che quello che rimanga, nel non senso assoluto della morte di Gabriel, sia il ricordo caloroso dell’abbraccio sociale. “Perché altre persone ne avranno bisogno in futuro”.
Da dove traeva Patricia le forze per non lasciarsi avvelenare dal Desiderio di vendetta? È la domanda che le facevano i giornalisti tutte le volte, perplessi e impressionati. E lei rispondeva sempre la stessa cosa: “In onore del ‘pesciolino’, lui non era così e io neanche”. Questo non vuol dire che Patricia abbia conservato l’“assennatezza” e la “testa fredda”, come se gli affetti conducessero direttamente all’odio e alla rabbia, e solo “la ragione” potesse contenerli. Questa è la tipica visione maschile. In realtà la cosa giusta è il contrario: la voce di Patricia veniva fuori dall’amore verso suo figlio, dal ringraziamento per coloro che si erano mossi per lui e dal Desiderio che il suo ricordo non fosse associato alla rabbia della vendetta. Dagli affetti.
Parola precisa e preziosa, caricata di umanità e tenerezza, ricca di metafore estremamente fisiche (molte volte relazionate con l’acqua: il fiume aperto, la marea di solidarietà, la risacca del dolore…), la voce di Patricia è riuscita a disarmare a momenti la voracità dei mezzi di comunicazione e delle reti sociali, fondati sulle logiche della spettacolarizzazione, semplificazione e polarizzazione sociale.
E ci ha fatto cadere, indirettamente e come per un regalo, alcune delle indicazioni che ognuno può convertire in modi di resistenza alla distruzione dell’empatiae alla coltivazione di un’altra sensibilità: circondarsi da vincoli di cura, cercare l’intimità e il silenzio, ringraziare la dolcezza, trasformare gli affetti reattivi in affetti attivi, evitare la strumentalizzazione, non lasciare che altri parlino a nostro nome, non assumere eccessivo protagonismo, “puntare sempre al cuore”.
Guerra tra poveri
Mame Mbaye, di origine senegalese, vicino di casa di Madrid e lavoratore ambulante, è morto il 15 marzo nel contesto di un inseguimento di polizia nel quartiere di Lavapiés. Senz’ombra di dubbio, lo ha ucciso un sistema di maltrattamento quotidiano che inietta quotidianamente la paura, sradica la felicità e ammala, distruggendo il diritto umano alla spensieratezza, al riposo e alla serenità, come spiega Sarah Babiker.
Questo sistema di maltrattamento quotidiano – legge di cittadinanza, disuguaglianza economica, retate di polizia, ecc. – è esattamente la “pedagogía della crudeltà”. Più che perseguire obiettivi concreti, come lo sradicamento dell’ambulantato, quello che si cerca di fare è produrre insensibilità: marchiare e farci vedere l’altro come altro, distinguere tra i sommersi e i salvati, tra quelli che sono dentro e quelli che sono fuori, rompere l’empatia  ed ogni possibile solidarietà.
Aizzare una guerra tra poveri, quando in realtà il collettivo degli ambulanti è solo la punta più estrema delle tendenze generali per le quali oggi nulla è in salvo: la precarizzazione, la mancanza di protezione e di difesa della vita.
Un giorno dopo la morte di Mame Mbeye, i discorsi che si sono improvvisati nella concentrazione di Piazza Nelson Mandela di Lavapiés mescolavano la degna rabbia (per una morte intollerabile) e le parole che richiamavano ancora una volta all’uguaglianza, alla comune umanità, all’empatia. Contro il mandato della crudeltà: non sentire, non sentire insieme ad altri, non commuoversi.
Gli oratori hanno parlato in non meno di tre lingue (inglese, francese, spagnolo), mostrando così di passo la potenza che c’è nelle vite migranti: l’energia, le capacità e i saperi che abitano in questi corpi abituati alle traiettorie più difficili, all’apprendistato e alla realfabetizzazione costanti, alla creazione di reti di appoggio e di complicità.
Non sono solo poveri o vittime che meritano la nostra compassione, ma in loro abita una grande ricchezza, un grande potenziale che la nostra società non sa né vuole accogliere. Come ha ricordato Malick Gueye, portavoce del sindacato degli ambulanti, Mame non era solo “ambulante”, ma anche una persona impegnata nella lotta per i diritti sociali e un artista, a cui non si è permesso di esercitare la sua professione in Spagna.

Lacrime felici
Lo confesso. Mi sono venute le lacrime agli occhi l’8M vedendo di prima mattina un “picchetto” di ragazzine con meno di sedici anni (e di ragazzini, di dietro) mentre si inseguivano con energia, di corsa e infinita lucidità nelle loro consegne.
Mi sono salite le lacrime agli occhi ascoltando Patricia Ramírez mentre chiedeva alla gente che “si togliesse la strega dalla testa” e si ricordasse meglio le “buone azioni” che ebbero luogo durante la ricerca di Gabriel.
Mi sono venute le lacrime agli occhi ascoltando gli oratori della Piazza Nelson Mandela di Lavapiés che facevano appello, solo un giorno dopo la morte (morte politica) di Mame, all’umanità condivisa, all’uguaglianza di tutte le persone.
Il filosofo e scrittore Georges Bataille diceva che vi sono “lacrime felici”. Non sono esattamente lacrime di gioia, ma di emozione per vedere accadere qualcosa di “miracoloso”: imprevedibile, inaspettato, impensabile, impossibile ma sicuro.
È “miracoloso” ascoltare chi ha sofferto il male più grande parlare di lottare per più vita e non per più morte, per più umanità e non per meno, per più empatia e non per più guerra di tutti contro tutti. Che ci si inumidiscano continuamente gli occhi con queste lacrime, per risvegliare e riattivare la nostra pelle indurita dal principio di crudeltà.
Grazie a Marga, Marta, Diego, Ema, Guille, Jabuti, Miriam, Juan e Leo per le nostre conversazioni.

(Traduzione di Gianfranco Ferraro)