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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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sabato 11 maggio 2024

I dipendenti di Google licenziati per le proteste contro gli accordi militari con Israele denunciano la multinazionale - Luca Pisapia

 

Dopo le proteste contro il progetto Nimbus, la denuncia dei lavoratori licenziati racconta le discriminazioni e rivendica il diritto di parola

I lavoratori di Google licenziati in tronco il mese scorso per avere protestato contro gli accordi militari con Israele non ci stanno. E passano al contrattacco, denunciando la piattaforma per aver violato la libertà di espressione dei suoi dipendenti, come riporta la Cnn. Rivendicano come la loro protesta sia stata pacifica, nonostante le accuse di violenze mosse dalla multinazionale. E in un lungo articolo su “The Nation” vanno oltre, raccontando tutta una serie di abusi e discriminazioni che dichiarano di aver subito nei luoghi di lavoro all’interno dell’azienda contro i lavoratori palestinesi, arabi e musulmani.

A presentare il reclamo al National Labor Relations Board non sono solo le ventotto persone licenziate ad aprile per avere preso parte alle proteste. Ma anche altre decine di dipendenti licenziati nei mesi precedenti, per avere osato manifestare solidarietà con il popolo palestinese. O per avere criticato il progetto Nimbus: un servizio di cloud computing da 1,2 miliardi di dollari sviluppato per il governo israeliano insieme ad Amazon. E che ha evidenti scopi militari, come la fornitura di un’infrastruttura digitale all’esercito israeliano per raccogliere dati poi utilizzati dall’intelligenza artificiale. E abbiamo visto quanto l’intelligenza artificiale serva alle guerre di oggi e domani.

Il progetto Nimbus che aiuta l’esercito israeliano

Il progetto Nimbus nasce a settembre del 2022, e subito si configura come un’arma militare. È un super cloud dal valore di 1,2 miliardi di dollari progettato da Google e Amazon per il controllo sociale del territorio. E come spiega a il manifesto Ariel Koren, ex marketing manager di Google, serve per «ampliare lo schema israeliano di sorveglianza, profilazione razziale e altre forme di violazione dei diritti umani assistite dalla tecnologia». Un aiuto all’apartheid israeliano che, un anno dopo, diventa un aiuto militare alla distruzione della Striscia di Gaza. Un massacro che ha già provocato oltre trentamila morti, distrutta ogni infrastruttura palestinese, scuole e ospedali compresi, e devastato il futuro delle prossime generazioni.

Per questo i lavoratori delle big tech della Silicon Valley si sono riuniti nell’organizzazione No Tech for Apartheid. E con l’intensificarsi dei massacri nella Striscia di Gaza hanno intensificato le loro proteste. Prima hanno raccolto una petizione con oltre 10mila firme. Poi lo scorso 16 aprile hanno organizzato due sit-in molto partecipati negli uffici della piattaforma a New York e a Sunnyvale, in California. E in quest’ultimo edificio sono riusciti a entrare nell’ufficio del Ceo di Google Cloud, Thomas Kurian. Alcune volte, come nel caso delle proteste contro Starbucks e dei successivi licenziamenti, i dipendenti hanno ottenuto dei risultati. La speranza è che accada anche con Google.

I licenziamenti indiscriminati e senza giusta causa di Google

La risposta della multinazionale della tecnologia però non si è fatta attendere. È arrivato il licenziamento in tronco, appunto, di 28 lavoratori. Il Ceo di Google Sundar Pichai ha inviato una nota aziendale in cui esortava i suoi dipendenti a tenere «la politica fuori dal posto di lavoro». Come se opporsi alla distruzione del 97% del Pil di un Paese fosse una diatriba politica. Poi ha accusato i dipendenti licenziati di aver messo in atto un «disturbo fisico che ha impedito di lavorare ai loro colleghi». Dove però i “colleghi” dal capo sono chiamati googlers, giusto per rendersi conto di quanto sia assurda la vita dei lavoratori delle piattaforme e delle big tech.

 

I lavoratori licenziati non solo hanno rivendicato la protesta come pacifica, portando tutta una serie di testimonianze di colleghi, spettatori e giornalisti che vi avevano assistito. Ma hanno anche accusato la multinazionale di aver licenziato dipendenti che nemmeno avevano partecipato alla protesta. Poi sono andati oltre, e hanno deciso di rivolgersi al National Labor Relations Board, un’agenzia governativa che garantisce il diritto dei lavoratori ad associarsi, a protestare, scioperare e ottenere contrattazioni collettive. Un ente che da quando esistono le piattaforme – dove i minimi diritti dei lavoratori non sono rispettati – ha molto più lavoro da fare.

La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere

Al National Labor Relations Board è stato presentato un reclamo in cui si accusa Google di impedire l’associazione di lavoratori, il loro diritto alla protesta e soprattutto la loro libertà di parola e di espressione. Ma pochi giorni prima, in una lunga lettera scritta a The Nation, alcuni dei lavoratori licenziati avevano spiegato di essere «delusi, indignati e scoraggiati dal rifiuto totale di Google di intraprendere con loro alcuna discussione». E hanno accusato la multinazionale di avere rifiutato ogni richiesta di incontro e chiarimento sul progetto Nimbus, ben prima delle proteste del 16 aprile.

Poi hanno anche raccontato come dall’inizio dell’invasione israeliana la vita all’interno dell’azienda per palestinesi arabi e musulmani sia diventata praticamente impossibile. «Abbiamo cercato di coinvolgere i nostri capi con petizioni, attraverso riunioni in orario d’ufficio o attraverso le bacheche interne», hanno scritto i dipendenti licenziati. «Ma invece di risponderci in buona fede, i piani alti hanno censurato la nostra rete di comunicazioni interne. Queste mosse hanno avuto un impatto nocivo sui nostri colleghi palestinesi, musulmani e arabi, che si trovano ad affrontare una cultura interna di odio, abusi e ritorsioni». Così è, se vi pare, la vita dei googlers (sic!).

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domenica 25 settembre 2022

I 25 anni di Google e il potere "ipnotico" di YouTube - Leo Essen

 

Il 15 settembre Google ha festeggiato le nozze d’argento. Una storia di grande successo, dovuto in parte anche a YouTube. Dopo il 2016 YouTube è diventato molto più centrale nel business di Google (Mark Bergen – theverge.com).

Ciò che distingue YouTube dagli altri social, dice Bergen, è la sua economia basata su una platea sterminata di “creativi”. Anche Facebook è legata ai creativi. Ma la differenza con Facebook è che i creativi di Youtube dipendono economicamente dalla piattaforma.

Nel 2009 il CFO di Google disse che Youtube era la peggiore attività del pianeta, e che dovevano svenderlo. Tredici anni dopo, dice Bergen, è diventato fondamentale per Google, ogni investitore parla di YouTube come asset centrale per Alphabet. Nel 2021 ha fatturato 28,84 miliardi di dollari (quasi un terzo dell’intera Alphabet - $ 102,80).

Secondo i dati emersi da una ricerca del Pew Research Center, condotta su un pubblico Usa e uscita ad Agosto, il 95% degli adolescenti usa YouTube (contro il 32% di Facebook. Quote inferiori registrano Twitter, Twitch, WhatsApp, Reddit e Tumblr). Il 19% usa YouTube costantemente (contro il 2% di Facebook). Gli adolescenti neri (45%) e ispanici (47%) dicono di stare su TikTok, YouTube e Instagram quasi costantemente rispetto agli adolescenti bianchi (pewresearch.org).

Tuberfilter.com compila una lista settimanale dei canali YouTube più visti. Non sono i teen-agers il pubblico più numeroso. I canali più visti sono rivolti ai ragazzini, ai bambini, ai poppanti. In cima alla lista dei canali più visti nella settimana scorsa c’è Cocomelon–Filastrocche, con 591.728.422 views settimanali e 138.391.645.564 views totali. Al secondo posto c’è LeoNata Family (435.991.214 settimanali; All-Time Views: 14.906.165.899; All-Time Subs: 10.500.000).

I dati non cambiano se si guardano le classifiche mondiali. I bambini sono i primi spettatori di YouTube.

Ma cosa guardano i bambini su YouTube? C’è davvero un «Problema dei bambini» (kids issue), come dice Mark Bergen?

Si tratta dello scandalo Elsa-gate, dice Bergen. Alla fine del 2017, dice, sono successe molte cose. Video con adulti che si travestivano da supereroi. Alcuni di questi video erano innocui, ironici, etc. Altri rimandavano al sesso, erano perturbanti, scherzosi, tesi intenzionalmente a superare i limiti (Some of it was very sexual, disturbing, pranking, and intentionally pushing the limits).

Nel 2017, James Bridle, un attivista inglese, scrisse un saggio (medium.com) in cui parlava di Youtube e della sua "produzione da incubo industrializzata", di studi di animazione che sfornavano contenuti YouTube per bambini. Alcuni non erano stati progettati dagli umani. Erano i robot che realizzavano video. Ma ciò, dice, non dovrebbe nascondere che ci sono bambini veri, collegati a iPhone e tablet, che li guardano più e più volte, digitando nel browser o, semplicemente, schiacciano la barra laterale per visualizzare un altro video.

I bambini piccoli, dice Bridle, sono ipnotizzati da questi video, che si tratti di personaggi e canzoni familiari, o semplicemente di colori vivaci e suoni rilassanti. Il canale Toy Freaks, per esempio, è specializzato in situazioni grossolane, così come in attività che molti spettatori sentono al limite dell'abuso e dello sfruttamento, compresi i video di bambini che vomitano e soffrono. Un passo oltre ci sono i knock-off. In un video ufficiale Peppa va dal dentista, viene opportunamente rassicurata da un dottore gentile. Nella versione taroccata Peppa viene torturata, prima di trasformarsi in Iron Man ed eseguire la danza Learn Colors. I video inquietanti di Peppa Pig, dice Bridle, video che tendono alla violenza e alla paura estreme, con Peppa che mangia suo padre o beve candeggina, sono, a quanto pare, molto diffusi. Costituiscono un'intera sottocultura di YouTube. Molti, continua Bridle, sono ovvie parodie, o addirittura satire, nello stile piuttosto comune del tipo oltraggioso e deliberatamente offensivo di Internet. 

In Italia le cose non vanno meglio. Spopolano «Me contro Te»: 6,33 Mln di iscritti e 6.327 video pubblicati e 1080 canali. «RICCHI vs POVERI (Primo giorno di SCUOLA!!)» pubblicato il 16 set 2022, dopo due giorni ha totalizzato 306.361 visualizzazioni. «SOFÌ CADE E SI FA MALE AL PIEDE MENTRE GIOCA IN PISCINA COL SUP!!», 26 ago 2022, 626.281 visualizzazioni. Sono video che riproducono i cliché più beceri. 

#ninnaematti (Ninna e Matti) ha 1.332 video e 49 canali. «NINNA È SCOMPARSA AL SUPERMERCATO MENTRE FACEVAMO LA SPESA!», 667.603 visualizzazioni, pubblicato il 2 set 2022, è girato al supermercato Esselunga. Ed è una lunga pubblicità di prodotti a marchio esselunga, Buondì, Big Babol, Nestle, etc (oltre, ovviamente, alla pubblicità ufficiale inserita da YouTube).

Anche #Carmagheddon - 550.000 iscritti – inserisce direttamente nel video spezzoni di spot commerciali. In «10 MODI PER BUCARE UNA RUOTA.», 246.763 visualizzazioni, 26 lug 2022, viene spiegato come bucare una ruota con bottiglie rotte, chiodi e altri oggetti pericolosi. È tutto un gioco, è tutto uno scherzo, ironia e satira. Poi appare perdavvero un venditore di CarVertical che fa pubblicità al suo business.

C’è questo #zerbi, 371 video e 23 canali. Tra parentesi, non ho scelto questi video, ho viaggiato col browser in modalità incognito, mi sono stati proposti dall’algoritmo di Youtube. Con «Spio mia Sorella alle 3.00 di Notte e…», #zerbi ha totalizzato 431.254 visualizzazioni. Il video «CHI DIMAGRISCE di PIÚ in 24 ORE VINCE 500€!», 361.456 visualizzazioni, è zeppo di sponsor (Gucci, Robe di K, Adidas, etc). In «Chi Guadagna più Soldi in 24 Ore Vince!», 304.278 visualizzazioni, per vincere si può rubare, mendicare, etc., tutte cose che i bambini dovono sapere di poter fare per fare soldi. Quando un nero dice «io non sono capace», interviene il papà di Zerbi che dice «Col cacchio!» (col cacchio (traduco) che un nero non sa rubare!). In «Chi Si Fa Piú MALE Vince 1000€!», 218.273 visualizzazioni, ci si diverte torturandosi con la ceretta. Il padre arriva a mettersi del ghiaccio sui genitali. Ci si versa caffè bollente sulle braccia, etc. Non importa se a guardare sono bambini di 4-5-6 anni. Bisogna massimizzare le visualizzazioni, per guadagnare bisogna far cliccare. 

In «La Ruota delle Torture! (di Cap e Kazu), 170.682 visualizzazioni, si spruzzano spray in viso dagli effetti fastidiosi anche a livello respiratorio, si mangiano panini schifosi, etc.

In «Provo a Camminare sull'ACQUA», #CapeKazu, 1.529.164 visualizzazioni, si scherza, e scherzando ci si spruzza spray idrorepellente sotto i piedi per camminare sull’acqua di una piscina, si cerca di camminare su lastre di plexiglas trasparente. Non si tiene conto che a guardare sono bambini piccolissimi, che possono replicare queste stronzate. Non c’è nessuno a controllare. Nemmeno i genitori, che presi con le faccende della vita usano YouTube come Baby sitter low-cost. Lo uso anch’io, non voglio giudicare o mettere in croce i genitori. 

I nostri figli sono esposti a video come «Distruggo la Macchina del mio amico e...» 3.016.026 visualizzazioni, dove si impara a spaccare specchietti, vetri etc; video come «Ho speso 500€ alla SALA GIOCHI, guardate cosa ho vinto...», 1.779.843 visualizzazioni; #PirlasV, 1,26 Mln di iscritti, il suo video «È POSSIBILE DISTRUGGERE un AUTO a PALLONATE??» totalizza 675.999 visualizzazioni.

Il sistema non è truccato, è marcio. Ci siamo emancipati della televisione per sprofondare nell’incubo dei telefoni, del clickbait, dei bot, delle views, della pubblicità pre-roll e mid-video, etc. 

Noi (che guardiamo youtube) siamo il 99%. Siamo bambini di genitori poveri, di genitori che fanno gli straordinari, che arrivano a casa stanchi e devono ancora lavare i piatti del giorno prima. Siamo bambini che entrano a scuola alle 7:30 ed escono alle 18:00. Niente compiti a casa, niente chiacchiere con mamma e papà. Siamo bambini che escono dal portone della scuola e entrano nella porta della palestra, catturati da improvvisati istruttori sportivi, istruttori demotivati, depressi, pagati un tanto all’ora, anche a cottimo. Siamo il 99%, incollati al telefonino.

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mercoledì 7 settembre 2022

Perché degooglizzarsi - Miguel Martinez

 

 

Probabilmente avrete letto tutti la notizia, uscita qualche giorno fa, della famiglia statunitense con il bimbo che aveva un problema, riassunto così da Repubblica:

“Il piccolo ha il pene arrossato e dolorante: preoccupata, la madre consulta un’infermiera per fissare un consulto di emergenza la mattina successiva. L’operatrice sanitaria le chiede di inviare delle foto in modo che il medico potesse esaminarle in anticipo. La madre scatta le foto e le invia attraverso il sistema di messaggistica del medico.”

Poco dopo, Google blocca l’accesso del padre alla posta gmail, ai suoi contatti e foto su Google, e persino al suo numero di telefono – Google, negli Stati Uniti, è anche un fornitore di servizi telefonici. E Google chiama anche la polizia che apre un’indagine sul presunto pedofilo. Anche quando gli investigatori riconoscono l’evidente innocenza del signore, Google si rifiuta di ridargli l’accesso ai suoi “servizi Google”.Solo alcuni dei “Servizi Google”

Il caso non è isolato, ma sistematico: solo nel 2021, Google ha chiuso 270.000 account per motivi analoghi, facendo 600.000 denunce.

Ragioniamo su questi dati.

1. La vittima/cliente di Google è un cittadino statunitense che vive negli Stati Uniti.

2. Google è una ditta statunitense

3. Il sistema amministrativo statunitense impone a Google di applicare una legge statunitense

4. La ditta statunitense passa automaticamente al vaglio tutto ciò che passa per le sue mani, per fare ciò che le impone il sistema amministrativo statunitense.

Ma attenzione: a me, nessuno ha chiesto il passaporto quando anch’io – allora giovane e ingenuo – ho aperto un account su gmail. Potevo essere statunitense oppure qualunque altra cosa.

Ma immagino che Google controlli i messaggi che mando io, esattamente come controlla i messaggi che mandano cittadini statunitensi.

Riscriviamo quindi solo la prima riga:

1. La  vittima/cliente di Google può essere un cittadino di qualunque paese.

E lasciamo tutte le righe successive immutate:

2. Google è una ditta statunitense

3. Il sistema amministrativo statunitense impone a Google di applicare una legge statunitense

4. La ditta statunitense passa automaticamente al vaglio tutto ciò che passa per le sue mani, per fare ciò che le impone il sistema amministrativo statunitense.

Io ho scritto genericamente “sistema amministrativo statunitense”, perché da questo episodio, emerge che è intervenuta la polizia, quindi presumiamo la magistratura. Ma non è certo l’unica autorità in grado di intervenire, nel paese dei Presidential Emergency Action Documents.

Google controlla sistematicamente tutto ciò che le passa per le mani, alla ricerca di materiale pedopornografico.

Quindi mi posso sentire tranquillo?

No, aspettate un attimo.

Noi sappiamo solo che Google controlla sistematicamente tutto ciò che le passa per le mani.

E grazie a un caso di cronaca, sappiamo che tra le infinite cose che il sistema amministrativo statunitense le può chiedere/imporre di controllare, c’è il materiale pedopornografico.

Lo veniamo a sapere perché la presunzione di pedofilia porta subito alla chiusura degli account e a un’indagine di polizia.

Ma possiamo immaginare mille altre situazioni, in cui si potrebbe preferire non chiudere un account. E in cui non ti trovi la polizia che ti bussa alla porta di casa con un mandato, se non altro perché non abiti negli Stati Uniti.

Ecco perché è bene degooglizzarsi.

Cominciamo proprio dal sito degooglisons-internet.org.

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sabato 30 novembre 2019

Ecco come e perché Google raccoglie tutti i nostri dati sanitari - Sidney Fussell



L’estate dopo l’università, sono ritornato a casa per occuparmi di mio nonno vedovo. Parte del mio lavoro consisteva nel gestire i suoi medicinali. A ottant’anni , stava cominciando a essere a rischio caduta e spesso si lamentava di essere intontito dai farmaci che gli erano stati prescritti. Ma riuscire a parlare con qualcuno al telefono era faticosissimo, e le leggi sulla privacy impedivano ai dipendenti dei numeri verdi farmaceutici di rispondere ad alcune delle mie domande sugli effetti collaterali.
E così ho chiesto a Google. Seduto davanti al mio computer portatile digitavo nella barra di ricerca parole incomprensibili, come metocarbamolo o meloxicam, insieme ai miei interrogativi. Provoca giramenti di testa? Si può assumere a stomaco vuoto? Si può mescolare con altre medicine? Che ne è di caffeina o alcol? Avevo 24 anni, ero sopraffatto e usavo un motore di ricerca come comitato medico per avere consigli d’emergenza.
Nei sei anni trascorsi da allora, Google è passata dall’essere un semplice libro di consultazione digitale a un attore multimiliardario del settore sanitario, con il potenziale di mettere insieme dati medici e di ricerca in una miriade di nuovi e inquietanti modi. Il 1 novembre ha annunciato l’acquisizione, per 2,1 miliardi di dollari, dell’azienda produttrice di rilevatori indossabili Fitbit. E così, all’improvviso, la società che aveva registrato tutte le nostre ricerche notturne su farmaci e sintomi poteva potenzialmente accedere ai nostri battiti cardiaci e contapassi. Gli utenti hanno immediatamente espresso la loro preoccupazione sul fatto che Google combini dati sulla salute con la notevole massa d’informazioni che conserva a proposito dei suoi utenti.
Vuoto normativo
Google ha assicurato ai suoi critici che seguirà tutte le relative leggi sulla privacy, ma la discussione sul rispetto della normativa non ha fatto altro che distrarre l’attenzione pubblica dallo strano futuro che va delineandosi. Nel suo avventurarsi sempre di più nel campo della sanità, Google sta ammassando una grande quantità di dati sulle nostre abitudini d’acquisto, sui farmaci che usiamo e su dove viviamo, e ci sono poche norme a regolamentare il modo in cui usa questi dati.
L’acquisizione di Fitbit appare poca cosa rispetto alla notizia dell’ultima impresa dell’azienda. The Wall Street Journal ha riferito che Google avrebbe segretamente raccolto “decine di milioni” di cartelle cliniche – con tanto di nomi di pazienti, risultati di laboratorio, diagnosi, ricoveri e prescrizioni di farmaci – provenienti da oltre 2.600 ospedali, nel quadro di un progetto di apprendimento automatico dal nome in codice di Nightingale. Citando alcuni documenti interni, il quotidiano ha affermato che Google, in collaborazione con Ascension, un fornitore di servizi sanitari attivo in venti stati, stava progettando di costruire uno strumento di ricerca per i professionisti medici che utilizzerebbe algoritmi elaborati grazie all’apprendimento automatico per processare dati e fornire suggerimenti su prescrizioni, diagnosi e perfino i nomi dei medici a cui un paziente dovrebbe, o non dovrebbe più, rivolgersi.
Né i pazienti coinvolti né i dottori di Ascension erano stati informati del progetto, riferisce il Wall Street Journal. Ma anche in questo caso tutte le parti coinvolte hanno affermato che il progetto non viola le disposizione contenute nell’Hipaa (Health insurance portability and accountability act), il pacchetto di normative sulla privacy che protegge i dati dei pazienti. A una mia richiesta di chiarimenti, sia Google sia Ascension hanno fatto riferimento ai recenti post sull’argomento pubblicati sui loro blog. “Tutto il lavoro di Google con Ascension rispetta tutte le normative del settore (Hipaa compreso) a proposito dei dati dei pazienti, ed è sottoposto a una stretta sorveglianza per quanto riguarda la privacy, la sicurezza e l’uso dei dati”, è scritto nel post di Google.
Il ministero per la salute (Hhs) degli Stati Uniti sta valutando la legalità dell’accordo. Secondo l’interpretazione di Google, l’azienda è semplicemente un “partner d’impresa” che aiuta Ascension a fornire i propri servizi, e deve quindi essere sottoposta a un controllo diverso rispetto a un vero e proprio fornitore di servizi sanitari. Ma se l’Hhs valuterà che Google e la sua gestione d’informazioni private sono effettivamente qualcosa di più vicino alle attività di un fornitore di assistenza sanitaria (visto il suo accesso a informazioni sensibili provenienti da più fonti, per le quali è richiesto il consenso dei pazienti), potrebbe rilevare che Google e Ascension stanno violando la legge e rinviare la questione al ministero della giustizia per un’eventuale azione penale.
Inquietante ma legale
Ma al di là del fatto che l’accordo sia convalidato o meno dalla legge, la sua semplice esistenza suggerisce più in generale l’insufficienza delle leggi sulla privacy sanitaria, scritte molto prima che i giganti tecnologici cominciassero a investire miliardi per rivoluzionare l’assistenza sanitaria.
“Esiste un ampio consenso sul fatto che l’Hipaa sia superato, e ci sono attualmente tentativi di aggiornarlo al ventunesimo secolo”, spiega Kirste Ostherr, cofondatrice e direttrice dei laboratori Medical futures presso la Rice university. L’Hipaa è diventato legge nel 1996, molti anni prima che Google sapesse che eri incinta o potesse calcolare con un algoritmo le tue possibilità di suicidio. “L’uso delle informazione personali è cambiato rispetto agli anni novanta, quando buona parte del mondo tecnologico non esisteva neppure”. Al giorno d’oggi il comportamento digitale è già utilizzato per determinare conseguenze nel mondo reale di ogni tipo. Google e Facebook possono desumere il tuo stato emotivo e prevedere le tue possibilità di depressione in base al tuo comportamento.
I filmati caricati su YouTube sui bambini sono stati usati per la ricerca scientifica sul potenziale dell’intelligenza artificiale nella diagnosi dell’autismo. Le compagnie di assicurazioni usano i post sui social media per determinare il prezzo dell’assicurazione. Per anni le istituzioni che concedono prestiti hanno fatto lo stesso per valutare l’affidabilità creditizia. È inquietante. Ma è anche legale.
Google sostiene di non combinare i dati dei suoi utenti con i dati dei pazienti di Ascension. Ma resta il fatto che i dati già oggi in suo possesso su tutti i suoi utenti sono terribilmente rivelatori. Il tuo indirizzo ip contiene informazioni su dove vivi, che a loro volta sono legate a determinanti sociali della salute, quali reddito, impiego e origine etnica. Espressioni di ricerca come “centro distribuzione cibo più vicino” o “test hiv più vicino” possono fornire ulteriori indizi su livelli di reddito, orientamento sessuale, e così via.“L’Hipaa ha degli standard di riservatezza estremamente bassi”, spiega Travis Good, specialista della privacy e medico. “Nessuno di questi dati, che tu stia cercando delle cliniche per le malattie trasmesse sessualmente, la pillola del giorno dopo o un dermatologo, è in alcun modo contemplato dall’Hipaa”.
Leggi europee violate
Da una recente inchiesta del Financial Times, effettuata in collaborazione con l’università Carnegie Mellon, emerge che Google, Amazon e Microsoft raccolgono dati inseriti in popolari siti sanitari e di diagnosi. Il servizio pubblicitario di Google, DoubleClick, riceve nomi di prescrizioni da Drugs.com, per esempio, mentre il verificatore di sintomi di WebMd condivide informazioni con Facebook. I dati non sono resi anonimi e gli esperti legali intervistati sostengono che la loro raccolta potrebbe violare il diritto sulla privacy dell’Unione europea.
La semplice esistenza in rete – i siti a cui si accede, i luoghi dai quali si accede, le pubblicità su cui si clicca – fornisce a Google quel genere di conoscenza olistica, approfondita e aggiornata sullo stato di salute degli utenti perlopiù inimmaginabile un decennio fa.
 “L’obiettivo, o la speranza, è che man mano che saranno raccolte sempre più informazioni, e quando saremo in grado di combinare diversi set di dati, saremo in grado d’immaginare dei percorsi di assistenza e in seguito di cura assolutamente su misura”, dice Good. “Quindi non si tratta solo di dire, hai 35 anni e un cancro al pancreas. Semmai la questione è: hai 35 anni, hai il cancro al pancreas, ecco la tua storia clinica, quella della tua famiglia e i tratti genetici per l’oncologia, ed ecco il percorso di assistenza pensato apposta per te”.
Creare cure mediche su misura per un numero infinito di pazienti, su larga scala, richiede un’immensa quantità di dati la cui precisione e imparzialità va sperimentata, e che devono essere standardizzati, rapidamente trattati e resi sufficientemente comprensibili da far sì che i medici possano capirli e consultarsi a vicenda per determinare la migliore assistenza da fornire a un paziente. È questa la specialità di Google. Non ha bisogno del tuo consenso. Ha già i tuoi dati.

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale. © 2019. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.