Visualizzazione post con etichetta Peru. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Peru. Mostra tutti i post

domenica 4 agosto 2024

Militarizzazione per controllare il popolo - Raúl Zibechi

 

C’è una geografia della violenza statale, fatta di pratiche autoritarie, in grande estensione in tutto il pianeta, ma non sempre è riconosciuta come tale. Qualcuno parla di “guerra sistemica” contro i lavoratori, i migranti, le comunità indigene, i contadini, una guerra che cresce con la militarizzazione delle nostre società a cui ci stiamo abituando. Secondo Raúl Zibechi l’importante è comprenderne la natura non ciclica o legata a un determinato governo: “Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli…”. In passato, in diversi angoli dell’America latina è molto evidente, quella guerra sistemica puntava a rubare oro e argento, ora serve a sgomberare territori e trasformare la vita in merce. La nostra sfida continua ad essere espandere ovunque “le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo…” 

 

Il noto pedagogista Henry Giroux ha appena scritto un saggio sul suo paese, gli Stati Uniti, nel quale analizza le crudeli politiche neoliberiste e l’odio per la democrazia a partire dagli anni Settanta: «Al centro delle sue pratiche statali autoritarie e criminali c’è “una guerra sistemica contro i lavoratori, i giovani, i neri e i migranti, sempre più definita dall’aumento della violenza di massa e da uno Stato che punisce sia all’interno del paese che fuori». È evidente che una “guerra sistemica” contro i popoli deve andare di pari passo con la militarizzazione delle nostre società, un processo che stiamo sperimentando in tanti paesi e regioni dell’America Latina, così come nel resto del pianeta. L’importante è comprenderne la natura sistemica e non ciclica o legata a un determinato governo. Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli.

Giorni fa è uscito anche il saggio Sperimentare la militarizzazione. Il caso Wallmapu di Fernando Pairicán e Wladimir Martínez, in cui gli autori analizzano due anni di stato di emergenza nel territorio mapuche in Cile e le sue conseguenze sulle comunità. La prima cosa che sottolineano è che l’attuale fase di militarizzazione è cominciata durante il governo del neoliberista Sebastián Piñera e continua ad aumentare sotto il progressista Gabriel Boric. È una politica statale. La seconda cosa è che «questa militarizzazione non ha avuto effetti reali sulla riduzione del livello di violenza», secondo i numerosi dati forniti. Il suo costo è molto chiaro: «il sentimento di minaccia permanente che le comunità pagano». La presenza di carabinieri, polizia e ora anche dell’esercito nelle comunità mapuche non contribuisce a ridurre i crimini legati al traffico di droga, ma colpisce soprattutto i giovani che stanno creando nuove organizzazioni autonome radicali. Pairicán e Martínez assicurano che «i processi di militarizzazione sono una tattica di riorganizzazione territoriale che restringe i legami e le interazioni di quei gruppi o popolazioni sotto controllo, minacciando il modo in cui si relazionano, interagiscono e abitano il loro ambiente». Parallelamente, concludono, «è stato imposto un discorso che ha favorito nuovi tipi di razzismo basati su concetti come narco-terroristi e violenza, che hanno fomentato stigmi e pregiudizi nei confronti dei mapuche, giustificando allo stesso tempo il dispiegamento militare nella zona. Invece di essere una soluzione, questo modello, che possiamo chiamare democrazia coloniale violenta, è diventato un problema».

Impotente di fronte all’aumento esponenziale della violenza legata alla droga, lo Stato intende estendere la militarizzazione del territorio mapuche a nuove regioni e città.

In Perù, il 18 luglio è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International sui massacri contro i contadini andini durante le proteste da dicembre 2022 a marzo 2023, intitolato: Chi ha dato l’ordine? Responsabilità della linea di comando per morti e feriti nelle proteste in Perù, che hanno causato 50 morti e 1.400 feriti. Tutti i dati forniti dal rapporto indicano la responsabilità della presidente Dina Boluarte, assunta dopo la destituzione e l’arresto del presidente Pedro Castillo, e degli alti ufficiali militari e di polizia. In un solo giorno, il 9 gennaio 2023, 18 persone sono state uccise e più di cento sono rimaste ferite all’aeroporto di Juliaca. Il rapporto evidenzia che la Polizia nazionale ha ricevuto l’ordine di “eliminare le barriere umane”, che i comandanti hanno descritto i manifestanti come “terroristi” e che hanno autorizzato l’uso di armi da fuoco di grosso calibro per affrontare «le forze avverse». Hanno affrontato la mobilitazione sociale con la logica della guerra per sterminare la parte avversaria. A un anno e mezzo dalle stragi non c’è giustizia. Raúl Samillan, presidente dell’Associazione dei Martiri e delle Vittime del 9 gennaio, descrive il regime come «una dittatura parlamentare», un punto che coincide con il saggio sulla militarizzazione del Wall Mapu.

La geografia della violenza statale è esattamente la stessa della violenza coloniale da cinque secoli, qualcosa che si ripete in tutta l’America Latina, dal Guatemala e Messico all’Argentina e Cile. È evidente che questa «guerra sistemica» è diretta contro le popolazioni indigene, i neri e i contadini. In passato per rubare oro e argento, ora per sgomberare territori e trasformare la vita in merce.

La geografia delle resistenze è la stessa della violenza coloniale ed estrattivista. La nostra sfida continua ad essere quella di espandere le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo. Non è facile. La militarizzazione ci impone dei limiti, minacciando la riproduzione della vita.


Pubblicato anche su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo.

da qui

sabato 27 aprile 2024

La Rinconada, la città estrema oltre le nuvole – Marta Zelioli

 

C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno, da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo – che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e continuate a leggere.

 

La località in questione è considerata la più vicina allo spazio. Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300 metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in altri luoghi.

Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco, Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual è la vita in questo posto dimenticato.

Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere, se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere, gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.

Più selvaggia del selvaggio West

La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù dalla montagna.

 

Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.

Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine. 

In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea, vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.

La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”

La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.

 

Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto, che è tutto dire.

Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono contaminati a loro volta dal mercurio. I bambini giocano fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi, l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle miniere.

A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a 50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come arrivino così lontano.

Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel nulla.

Tra superstizione e criminalità

A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché, guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di raccogliere qualcosa tramite gli scarti.

 

Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.

Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre Natura, che deve essere nutrita.

I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600 dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25 volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un affarone…

La Rinconada e i pericoli della notte

L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500 ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non esiste.

 

Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia arrivato anche fin là sopra.

A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso, logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.

Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli estranei, sono presenti i ronderos, delle guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino uccidere se si fanno prendere la mano.

Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.

La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi, violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.

Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto questo orrore.

da qui

 



mercoledì 5 luglio 2023

Dove va l’estrattivismo - Raul Zibechi

Adesso è la volta della provincia argentina di Jujuy, ma ieri era accaduto in Perù e Cile e Brasile. E domani succederà ancora in qualsiasi luogo in cui l’accumulazione di capitale attraverso l’espropriazione dei popoli e della terra è il modo di fare principale con cui operano le multinazionali. Un modo in cui conta solo la ricchezza del sottosuolo, mentre gli esseri viventi umani e non umani sono solo un ostacolo per l’arricchimento del capitale finanziario.

In Brasile, Lula non può mantenere la sua promessa elettorale di avanzare nel riconoscimento e la delimitazione delle terre indigene, alla quale ogni governo sarebbe obbligato dalla Costituzione del 1988, ma che nessuno, né la destra né la sinistra, ha mai pensato dover rispettare fino in fondo.

In Perù, la reazionaria Dina Boluarte (prima donna alla guida del Paese, cosa che – come si vede altrove – non è di per sé sufficiente a garantire alcunché, ndt) ha lanciato le forze armate e di polizia contro i popoli andini per favorire la libertà delle compagnie minerarie di prendersi le ricchezze e lasciare in cambio solo distruzione ambientale e sociale. Gli oltre cinquanta morti uccisi con colpi di armi da fuoco non hanno turbato né il governo né le organizzazioni internazionali che strepitano sui diritti umani solo quando sono direttamente interessate.

 

In Cile, il presidente “progressista” Gabriel Boric ha militarizzato Wall Mapu (il nome con cui i Mapuche designano il proprio territorio nella Patagonia cilena e argentona, ndt) con un dispiegamento militare maggiore rispetto a quello dei governi precedenti, per difendere le terre usurpate dalle compagnie forestali alle comunità indigene e contadine. Con la stessa mano con cui militarizza i territori mapuche, Boric perdona i Carabineros per gli oltre 400 occhi accecati da proiettili di gomma o lacrimogeni sparati in piano volto durante la rivolta del 2019. Il risultato è che l’istituzione statale ha il maggior sostegno popolare del Paese.

Per non parlare del Chiapas, dove sotto il governo progressista di López Obrador ci sono stati 110 attacchi armati contro le comunità che appartengono alla regione zapatista di Moisés e Gandhi, del Caracol numero 10, all’interno del municipio ufficiale di Ocosingo. I gruppi paramilitari hanno il sostegno del partito al governo attraverso il governo dello Stato del Chiapas.

A Jujuy, questa volta, si tratta dell’estrazione del litio, per la quale il governo provinciale argentino ha bisogno di colpire le popolazioni indigene e le loro oltre 400 comunità che si oppongono a essere rese invisibili dalla nuova Costituzione provinciale. Che il governatore Gerardo Morales sia genocida ed ecocida, disposto a eliminare chiunque pur di soddisfare la sua fame di potere, non dovrebbe nasconderci diversi altri fatti importanti.

 

Il primo è che quel governatore potrebbe diventare il prossimo vicepresidente dell’Argentina, grazie all’azione e alla benevolenza di classi medie che considerano gli indigeni gente di serie B, cioè che non li considera esseri umani come gli altri.

La seconda è che Morales fa parte di un sistema politico che si preoccupa solo di gestire il modello e, in questo senso, non è molto diverso dagli altri politici situati su entrambi i lati della “barricata” politica. Il governo nazionale non vuole, sebbene potrebbe, intervenire a Jujuy per porre fine alla repressione, perché di fatto, e molto al di là delle sue dichiarazioni, ha già militarizzato buona parte dei territori delle attività estrattive, a partire da Vaca Muerta.

Il resto sono soltanto dichiarazioni per carpire qualche voto. Chi vuole ostinatamente credere che ci siano differenze di fondo tra macristi (destra) e kirchneristi (sinistra) dovrebbe chiedersi perché nessuno dei due schieramenti abbia la minima intenzione di porre fine all’estrattivismo, all’industria mineraria e alle monocolture, all’estrazione dell’oro e del litio, alla soia e alle fumigazioni.

L’unica seria disputa tra i due settori ruota attorno al come affrontare i settori popolari : alcuni puntano sull’addomesticamento con piani sociali e una buona dose di repressione; gli altri scommettono su una maggiore repressione e una buona dose di piani sociali. Come si vede, è appena una questione di proporzioni, perché entrambe le parti scommettono sulla repressione e i piani, contemporaneamente.

 

In casa di Milagro Sala, dove è costretta agli arresti domiciliari, irrompe la polizia, il 29 giugno. Un nuovo atto, violentissimo, di pura ritorsione contro le grandi proteste dei giorni scorsi a Jujuy, nel nord dell’Argentina, ma soprattutto una intimidazione perché l’estrattivismo, in particolare del litio, non trovi più alcun ostacolo sulla sua strada.

 

Non c’è altro da fare che resistere. Agli uni e agli altri. Con il tempo, i popoli stanno scoprendo che si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Quella dell’estrattivismo, che non può esistere senza la militarizzazione dei territori, contaminando la terra e annientandoli.

Il modello non ha limiti. I rapporti annuali dell’Instituto para el Desarrollo Rural de Sudamérica, a cui collabora il Grupo de Estudios Rurales de la Università di Buenos Aires, assicurano che circa il 40% della terra latinoamericana è ancora nelle mani di indigeni e neri, e contadini, oppure si tratta di aree di conservazione naturale, inalienabili secondo la legislazione.

L’estrattivismo sta avanzando su questi territori, in tutta la regione. Sottrarre la terra ai popoli equivale a togliergli la vita, per questo motivo la difendono con tanta forza. Non possono negoziarci su. Non lo faranno.

Per questo è bene ricordare al sistema politico argentino che sta giocando con il fuoco. La minaccia di condannare all’estinzione le comunità maya è stata ciò che li ha portati a organizzarsi nell’EZLN e a decidere inizialmente per una insurrezione armata. Qualcosa di simile accade già nel Cile meridionale, nel sud della Colombia meridionale e nell’Amazzonia brasiliana. Non vogliono la guerra, ma non la temono se quel che è in gioco è la loro esistenza come popoli.

Nessuno, domani, potrà dire che non lo sapeva.


Qui la versione in lingua originale su Pelota de Trapo

Traduzione per Comune-info: marco calabria

da qui

lunedì 25 luglio 2022

La rapacità estrattivista distrugge aree protette dell’Amazzonia - Diego Battistessa

 

 

Due diversi sversamenti di greggio hanno inquinato in gennaio enormi aree protette dell’Amazzonia ecuadoriana attorno a Piedra Fina e le coste peruviane nei pressi di Lima, tra due riserve naturali. Le ricostruzioni riconducono a cause evitabili, se si seguissero protocolli di sicurezza o materiali resistenti, ma ciò che risulta subito evidente è che la causa prima del disastro ecologico è il sistema estrattivista di un capitalismo rapace, le cui scelte di privatizzazione e di catene di approvvigionamento insicure sono improntate al massimo profitto. E non è mai un approccio a favore dell’ambiente, come si evince dall’esposizione di Diego Battistessa, che in questo pezzo accomuna i due eventi proprio per la riconducibilità palese al sistema di sfruttamento delle risorse fossili.


Nel mese di gennaio due gravissimi disastri ambientali hanno colpito il Perù e l’Ecuador. Non si tratta di casi isolati ma di esternalità negative prodotte da strategie economiche di estrattivismo massivo: esternalità che nel corso degli anni vengono ciclicamente prodotte da un capitalismo predatorio che in America Latina trova il suo asse portante nell’estrazione mineraria e nello sfruttamento delle risorse idriche e di idrocarburi. Le imprese private alla quali i governi latinoamericani garantiscono (o hanno garantito) concessioni lucrative e una quasi totale impunità, hanno calpestato per anni i diritti delle popolazioni indigene, non rispettando in molti casi la Convenzione dei popoli indigeni e tribali del 1989 (n. 169) dell’Oit che garantisce alle stesse il diritto del consenso libero, preventivo e informato sulla costruzione e/o attivazione di progetti con grande impatto socio-ambientale nei loro territori.

Il continuo attacco alle coste pacifiche

Il primo disastro in ordine di tempo è quello avvenuto in Perù, dove uno sversamento di 11.000 barili di petrolio avvenuto il 15 gennaio nella raffineria La Pampilla (nel quale è coinvolta la petroliera italiana Mare Doricum) ha contaminato decine di chilometri di costa tra cui due aree protette: la  Zona Reservada de Ancón e la Reserva Nacional Sistema de Islas, Islotes y Puntas Guaneras. Lo sversamento si sarebbe prodotto (da quanto ricostruito fino a ora) mentre la Mare Doricum, stava consegnando il suo carico di petrolio nella raffineria gestita dalla compagnia petrolifera spagnola Repsol. Durante le operazioni di scarico la petroliera sarebbe stata colpita dallo tsunami provocato dall’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha’apai (Tonga, Oceania): esploso proprio il 15 gennaio liberando una quantità di energia tra i 5 e i 30 megatoni di Tnt (secondo le prime stime realizzate dalla Nasa). Il risultato di quello che è già il più grande disastro ambientale della storia del Perù, sono decine di chilometri di costa pacifica a nord di Lima sommerse dal liquido nero, animali intossicati o uccisi dalla sostanza viscosa e migliaia di pescatori locali che hanno perso il lavoro. Se il danno è certo e visibile, stessa cosa però non si può dire della causa dello sversamento. La versione al vaglio degli inquirenti non è infatti la prima versione data da Repsol, che il 16 gennaio aveva riportato un piccolo incidente con la fuoruscita di poche decine di barili. Solo successivamente, di fronte all’innegabilità dei fatti, la compagnia spagnola ha ritrattato la sua versione offrendo supporto alle operazioni di mitigazioni del danno.

L’incredibile difesa di Repsol

Il presidente di Repsol Perù, Jaime Fernández-Cuesta, ha affermato nei giorni successivi all’accaduto che, sebbene la compagnia abbia commesso degli errori – soprattutto rispetto alle dichiarazioni iniziali sulla quantità di petrolio sversato –, a oggi il piano di contingenza di Repsol è attivo impegnando circa 850 persone sulla costa, oltre a tre macchine per la pulizia marina, sei serbatoi galleggianti, 13 navi di grosse dimensioni grandi e 31 navi più piccole nelle acque circostanti. Un’azione, quella di Repsol, che però è stata giudicata tardiva dalle autorità peruviane che, per bocca della (ora ex) prima ministra Mirtha Vásquez, hanno annunciato a gennaio la possibilità di denunciare la multinazionale in tre diversi ambiti: false dichiarazioni, deficienza e lentezza del piano di contingenza e la obbligatorietà di garantire aiuto umanitario alla popolazione danneggiata per l’accaduto.

La situazione politica in cui capita

Una battaglia che si preannuncia lunga e complicata anche per l’incerto orizzonte politico del Perù attuale. Mirtha Vásquez è infatti una delle protagoniste di quello che sicuramente è oggi uno dei panorami politici più complessi della regione. Pedro Castillo, nominato presidente a metà 2021 dopo una serrata, lunga e dura battaglia elettorale contro Keiko Fujimori, non sembra poter trovare il bandolo della matassa e dà l’impressione di camminare in un terreno minato dove è difficile distinguere gli amici dai nemici. Per responsabilità proprie, sabotaggi interni alla sua coalizione e attacchi costanti dall’opposizione (da distribuire secondo le simpatie e percezioni del caso), Castillo è stato incapace di dare continuità alla sua azione di governo e dopo 6 mesi di presidenza si trova in questi giorni a cambiare il suo gabinetto per la quarta volta. A Natale 2021 infatti, il paese e la stampa già facevano i conti con 11 cambi al vertice dei vari ministeri dando conto che dei 19 ministri in carica a quella data, solo 10 avevano iniziato il mandato insieme a Castillo 5 mesi prima.  Il 2022 non è iniziato in modo diverso. L’avvocatessa Mirtha Vásquez ha infatti rinunciato al suo incarico di primo ministro il 31 gennaio, allegando come detonante della sua decisione le dimissioni dell’ex ministro dell’interno Avelino Guillén. Al suo posto Castillo ha nominato a inizio febbraio l’avvocato e congressista Héctor Valer che però ha rinunciato all’incarico dopo soli 8 giorni per lo scandalo prodotto dalla pubblicazione di una serie di denunce per aggressione familiare che lo riguardano. Infine l’8 febbraio il presidente Castillo ha dovuto promuovere in modo repentino e urgente Aníbal Torres Vásquez (che era ministro della Giustizia e Diritti Umani da luglio 2021) al ruolo di presidente del consiglio dei ministri. In tutto questo l’opposizione non sta a guardare e il 18 novembre la congressista di Avanza País, Patty Chirino ha promosso una “moción de vacancia” (istanza di destituzione) per supposta incapacità morale nella guida del paese di Castillo. La mozione non ha prosperato visto che necessitavano 52 voti a favore nella votazione del 7 dicembre e ne sono stati ottenuti solo 46; contrari alla mozione: 76 e 4 astenuti.

Il partito di estrema destra Renovación popular ha però annunciato il 2 febbraio una nuova “moción de vacancia”, negando questa volta a Castillo le competenze per poter governare il paese. La questione risulta ancora più complessa se si pensa che mentre Renovación popular presentava la mozione, era primo ministro Héctor Valer, che in passato aveva militato nelle fila di quella formazione. Insomma una scacchiera degna di Garri Kaspárov.

Basta una pietra a produrre una falla micidiale

In Ecuador la fuoruscita di 6300 barili di petrolio in Amazzonia nella zona di Piedra Fina, provincia amazzonica di Napo (circa 80 km dalla capitale Quito) ha portato il greggio a raggiungere alcune aree protette nel Parco nazionale Cayambe Coca, provocando un grave disastro ecologico. La fuoruscita è avvenuta il 28 gennaio quando una pietra di grosse dimensioni è franata (a causa della forti piogge) sul grosso tubo dell’oleodotto dell’impresa privata Oleuducto de crudos pesados – Ocp Ecuador. La Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie) ha denunciato immediatamente attraverso le sue reti la fuoriuscita, allertando riguardo all’enorme danno ambientale e criticando le politiche estrattiviste del nuovo presidente Guillermo Lasso (alla presidenza dal maggio 2021).

Le riparazioni di Ocp Ecuador

Jorge Vugdelija, presidente esecutivo di Ocp Ecuador ha dichiarato a inizio settimana alla stampa ecuadoregna che il 7 febbraio sono terminati i lavori di riparazione all’oleodotto e che le operazioni di trasporto del greggio dall’Amazzonia fino al porto sul Pacifico di Esmeraldas, sono riprese senza inconvenienti. Incalzato rispetto al danno ecologico provocato, Vugdelija ha assicurato che le azioni di riparazione ambientale e compensazione sociale sono già state attivate seguendo gli accordi presi con il governo e con l’appoggio e l’accompagnamento delle autorità. Ocp Ecuador ha confermato che sono state già inviate sul posto tre imprese specializzate in mitigazione del danno ambientale, con un dispiegamento di 790 persone nella zona della fuoruscita. Allo stesso modo è stato comunicato da Vugdelija che sono stati ritirati circa 1000 metri cubi  di terra contaminata, che sono stati già distribuiti 120.000 litri di acqua e kit alimentari alla popolazione vittima del disastro e che sono state inviate delle equipe mediche per iniziare ad affrontare problemi di salute nei centri abitati della zona.

La lunga scia di danni nei 20 anni di oleodotti ecuadoriani

L’oleodotto Ocp è il secondo più grande dell’Ecuador e trasporta circa il 30% della produzione petrolifera del paese: è lungo 485 chilometri e può trasportare 450.000 barili al giorno (attualmente ne trasporta 180.000). Nel 2001 l’impresa privata Ocp Ecuador ha prodotto uno studio ambientale sull’impatto del progetto che è stato successivamente attivato nel 2003. Fin dall’inizio però si sono manifestate grosse negligenze che hanno portato a severi danni ambientali. Il tragitto dell’Ocp (che va da lago Agrio vicino ai giacimenti petroliferi della regione dell’Oriente dell’Ecuador fino al terminal petrolifero di Balao a Esmeraldas, sulla costa pacifica) infatti corre per buona parte parallelo all’oleodotto SOTE – Sistema de Oleoducto Transecuatoriano: il primo oleodotto partito dall’Amazzonia ecuadoriana nel 1972 e lungo 497 chilometri. Nell’aprile del 2003, durante i lavori per la costruzione dell’oleodotto Ocp è stato danneggiato il Sote, provocando una fuoriuscita di petrolio di 10.000 barili che ha raggiunto la Riserva Cayambe Coca e la laguna di Papallacta, che fornisce circa il 60% dell’acqua potabile di Quito. Da quel momento in poi si sono riportati numerosi incidenti e fuoruscite di petrolio (2009, 2013 zona di Esmeraldas  e 2020 zona cascata San Rafael).

La lotta delle comunità indigene

Rispetto a quest’ultima fuoruscita di petrolio di fine gennaio 2022, il ministro dell’Ambiente dell’Ecuador, Gustavo Manrique, ha segnalato che è stata avvistata una chiazza di petrolio arrivata fino ad Añangu, nel Parco nazionale Yasuní. Il rapporto del ministro coincide con quanto già affermato e denunciato dalle comunità indigene (come il video pubblicato dalla leader indigena Nina Gualinga), che hanno stimato che l’ultima fuoriuscita ha interessato almeno 300 chilometri, dall’area in cui l’oleodotto si è rotto fino all’ingresso dell’area dello Yasuní. Il petrolio ha contaminato le fonti di acqua e cibo di centinaia di comunità indigene visto che lo sversamento ha raggiunto gli affluenti del fiume Coca: almeno 60.000 persone sarebbero state colpite da questo disastro.

In un contesto difficile nel quale le comunità indigene e in generale gli abitanti dell’Amazzonia ecuadoriana vivono una ulteriore avanzata del neocolonialismo estrattivo è arrivata però una buona notizia. Il 4 febbraio infatti l’Ong Alianza Ceibo ha pubblicato questo comunicato stampa, dando conto di una grandissima vittoria per le popolazioni indigene ecuadoriane:

«La Corte Costituzionale dell’Ecuador infatti si è pronunciata poco fa a favore del diritto dei popoli indigeni di decidere, in base alle loro forme di governo, il futuro dei loro territori in Amazzonia. Questa sentenza è storica e fornisce uno dei precedenti più potenti al mondo sul diritto dei popoli indigeni ad avere l’ultima parola sui progetti estrattivi che interessano le loro terre. Questo diritto, noto anche come Consenso Libero, Previo e Informato (Fpic), ci offre un potente strumento per proteggere 9,3 milioni di ettari di territori ancestrali in tutto il paese, e quindi affrontare i piani del presidente Guillermo Lasso, che intende intensificare l’estrazione di petrolio e la produzione mineraria. La lunga battaglia che la Comunità di Sinangoe ha condotto per la difesa del proprio territorio è un’azione esemplare condotta dalle popolazioni indigene per mitigare la crisi climatica globale».

da qui

venerdì 4 febbraio 2022

Dopo il vulcano, la marea nera - Maria Rita D'Orsogna

Alla fine hanno dovuto chiedere aiuto a paesi stranieri. L’eruzione devastante dal vulcano sull’isola di Tonga ha causato uno tsunami lungo le coste del Perù, non lontano dalla capitale Lima. Le onde a loro volta hanno travolto una nave che scaricava petrolio destinata alla raffineria “La Pampilla”, gestita dalla spagnola Repsol. Bello scenario, eh?

Sono finiti in mare 24.000 litri di petrolio che hanno devastato l’ecosistema: ventuno spiagge sono a rischio per la salute umana e non si possono accedere. Ci sono pure scene di pinguini, foche e cormorani coperti di petrolio e morti. La pesca è stata chiusa, e pure la raffineria. In Perù non hanno personale adeguato e cosi hanno dovuto chiedere all’Onu di assistere.

Il copione è sempre lo stesso: a pagare il prezzo i pescatori che non hanno accesso al mare e dunque alla loro fonte di sostentamento, dalle sardine ai pesci più grandi. La pesca è uno dei più importanti settori economici del paese e qui almeno mille famiglie vivono di pesca. Adesso è tutto malato, morto, e dall’odore di petrolio e di morte. E poi ovviamente le creature del mare, incluse quelle che vivevano dentro due aree marine protette lungo la costa peruviana. Fra questi pinguini, foche, cormorani, delfini, gabbiani. Alcune sono specie rare.

La zona è particolarmente ricca di biodiversità perché le acque sono fredde e il plankton, alla base della catena alimentare marina, è particolarmente abbondante.

Il Perù pensava di non essere impattato dall’eruzione vulcanica in Tonga e non hanno messo in atto particolari misure di sicurezza. E infatti sono morte pure due donne travolte dalle onde.

Ma la Repsol, petrolditta spagnola, non è totalmente innocente in tutto questo perché non hanno avvertito le autorità in tempo e perché non hanno risposto in modo adeguato al disastro. La nave che scaricava il petrolio, la Mare Doricum, è italiana, e gli operatori dicono che è stato un oleodotto marino a cedere durante il processo di carico e scarico, causando le perdite. Inizialmente la Repsol ha parlato di perdite “contenute e limitate” ma invece non era vero niente, e infatti hanno successivamente confermato che i lavori di pulizia dureranno almeno fino a febbraio. Ci sono ora 840 persone dedicate alla pulizia e sono state rimosse almeno 500 tonnellate di sabbia.

Tine Van Den Wall Bake, portavoce della Repsol, dice che non è colpa loro. Liquida tutti con quattordici parole: “We did not cause this ecological disaster and we cannot say who is responsible”. Ponzio Pilato in gonnella.

Il ministro dell’ambiente Ruben Ramirez dice però che tutto quello che la Repsol ha fatto o sta facendo è improvvisato e che lui ha solo visto gente con scope, secchi e buste di plastica, mentre invece ci vorrebbe attrezzatura e personale molto più avanzati. Alcuni dei volontari sono pescatori ora senza lavoro. Qualcuno è finito all’ospedale per le esalazioni dal greggio. Ramirez dice che potrebbero esserci fino a 36 milioni di dollari di multa per la Repsol: sono tanti soldi, ma sempre noccioline per i petrolieri.

Ma non è che il petrolio scomparirà magicamente dopo febbraio. Il petrolio, i metalli pesanti che ci si annidano dentro, resteranno per anni nascosti nelle profondità del mare, nelle pinne dei pesci, e nelle pance di chi li vive.

da qui

domenica 11 aprile 2021

Acqua, forza motrice della Natura. La sua emancipazione attraverso la via delle consultazioni popolari - Alberto Acosta

 

 “Sotto il dominio della proprietà privata e del denaro,
l’atteggiamento nei confronti della Natura è il suo reale disprezzo,
la sua violazione di fatto”

Karl Marx, “La questione ebraica” (1844)

Quando noi esseri umani, già molti secoli fa, ci mettemmo figurativamente parlando ai margini della Natura, iniziammo a concederle un ruolo passivo in quanto oggetto la cui mercificazione finì per diventare pienamente accettabile. E così, alimentato dalle origini stesse della nozione di progresso, a poco a poco si andò consolidando quel ruolo di fornitrice di materie prime per la produzione e di deposito dei rifiuti, e comunque da dominare. La “rottura metabolica” di società e Natura immaginata da Karl Marx è stata ostacolata, sia per le posizioni antropocentriche di questo geniale pensatore universale, sia soprattutto per la semplicità di molti dei suoi seguaci. Così, con il predominio dell’impulso marginalista e neoclassico, il pensiero economico seppellirebbe la riflessione “metabolica” per finire per consolidare la mercificazione della Natura. E in questo mercato l’acqua è solo una ulteriore merce.

Alla crescente snaturalizzazione delle attività economiche, che ha indebolito la comunità naturale della vita, si è aggiunta l’individualizzazione della comunità umana, soprattutto attraverso il consumismo sfrenato legato a una cupidigia senza fine. E così la Natura, trasformata in oggetto dell’accumulazione, e gli esseri umani, anch’essi assunti come elementi da sfruttare, individualizzati in quanto produttori e consumatori, entrano a pieno titolo in una sempre più forsennata danza di mercificazione della vita e delle sue relazioni.
L’acqua, come già detto, non ha fatto eccezione ed è ridotta in schiavitù, financo alla Borsa di Wall Street.

Gli sforzi per emancipare l’acqua

Di fronte a questa dura realtà, si moltiplicano sempre più le lotte per l’acqua. Gli esempi sono tanti, presenti in tutti gli angoli del pianeta. Da diversi approcci e processi, si sta avanzando in questa direzione. Anche all’interno delle Nazioni Unite – su iniziativa dello Stato Plurinazionale della Bolivia – si è arrivati nel luglio 2010 a una dichiarazione a favore dell’acqua, sancendo che l’accesso all’acqua potabile è un diritto umano fondamentale. Malgrado questo passaggio sia caratterizzato dalla mancanza di sostegno da parte dei paesi ricchi – proprietari delle società idriche transnazionali – il suo significato rimane comunque importante. Perché quel risultato è stato possibile grazie ad altre lotte che mirano a una grande trasformazione.
Il frutto immediato di questa decisione in seno alle Nazioni Unite è stata la Costituzione ecuadoriana del 2008, nota in tutto il mondo per essere stata la prima a costituzionalizzare i diritti della Natura e, di conseguenza, concedendo uno status speciale all’acqua. Ricordiamo che, sin dall’inizio, l’articolo 3 della Costituzione stabilì come primo dovere primordiale dello Stato quello di garantire, senza alcuna discriminazione, a tutti i suoi abitanti l’effettivo godimento dei diritti all’istruzione, alla salute, all’alimentazione, alla sicurezza sociale e all’acqua.

Da questa definizione iniziale, nell’Assemblea Costituente di Montecristi sono stati approvati principi fondamentali, come recita l’articolo 12:
“il diritto umano all’acqua è fondamentale e irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico, inalienabile, imprescrittibile, inattaccabile ed essenziale per la vita”.
Tra i tanti elementi costituzionali legati al liquido vitale, è vietato l’accaparramento dell’acqua (e della terra). E, oltre a quanto esposto sopra, è stato sancito che l’acqua, in quanto diritto umano, supera la visione commerciale e quella di “cliente” che può accedere solo all’acqua che ha la capacità di pagare. L’acqua, in quanto bene nazionale strategico di uso pubblico, riscatta il ruolo dello Stato, avendo questo la potestà di concedere l’uso dell’acqua nonché un ruolo guida a tal proposito. L’acqua, in quanto patrimonio della società deve essere gestito in una prospettiva di lunga scadenza, cioé guardando alle future generazioni, liberando l’acqua dalla dimensione di breve prospettiva propria del mercato e della speculazione. E l’acqua, in quanto bene comune, recupera l’elemento comunitario da cui è necessario riconsiderare questo tema vitale nella sua integrità, poiché una delle priorità del suo utilizzo è il mantenimento del ciclo ecologico dell’acqua.

L’acqua, quindi, rientra a pieno titolo nella definizione della Natura come soggetto di diritti. Si tratta di diritti propri che garantiscono pienamente l’esistenza, il mantenimento e la rigenerazione dei suoi cicli vitali, struttura, funzioni e processi evolutivi. Si stabilisce che qualsiasi persona, comunità, popolo o nazionalità può esigere alla pubblica autorità il rispetto di questi diritti. E, in linea con queste disposizioni chiaramente rivoluzionarie, la Natura ha diritto alla reintegrazione, che è indipendente dall’obbligazione dello Stato e delle persone fisiche o giuridiche di riparare il danno ambientale o di indennizzare individui e gruppi che dipendono dai sistemi naturali danneggiati. Vale altresì la pena segnalare che esistono chiare disposizioni a sanzionare i casi di distruzione ambientale, integrate dai principi di precauzione e restrizione per le attività che possono portare all’estinzione di specie, alla distruzione di ecosistemi o all’alterazione permanente dei cicli naturali. Riassumiamo quanto sopra citando Leonardo da Vinci: “L’acqua è la forza motrice di tutta la Natura”. E per questo motivo, la difesa dell’acqua come diritto umano, così come i diritti intrinseci dell’acqua stessa, acquisisce progressivamente forza.
Sebbene queste posizioni non siano state rispettate dai governi posteriori alla maggioritaria approvazione nelle urne della Costituzione di Montecristi del 2008, diverse organizzazioni e comunità, quelle che superando un’infinità di difficoltà hanno ispirato queste conquiste costituzionali, hanno moltiplicato le loro lotte di resistenza.

Le consultazioni popolari per l’acqua nelle Ande equatoriali

Di fronte alle pressioni estrattive inarrestabili – tra cui segnaliamo l’estrazione mineraria su larga scala imposta dal governo di Rafael Correa – molte comunità difendono i diritti alla vita, brevemente menzionati sopra. Così, in molti territori dove l’estrazione mineraria ha seminato a “sangue e fuoco” odio e divisione tra le stesse famiglie, con il recupero del diritto costituzionale alla partecipazione ai processi decisionali, le comunità hanno dispiegato varie azioni di lotta. Con le loro risposte affrontano saccheggi, devastazioni, violenze, false speranze di prosperità, annunci di guadagni milionari che in realtà non sono altro che perverse chimere…
Allo stesso tempo sfidano il potere politico e mediatico che incoraggia le compagnie minerarie tollerando o addirittura sponsorizzando violazioni sistematiche della Costituzione: una situazione perversa in cui anche le società minerarie considerate legali si basano sull’illegalità e persino sull’incostituzionalità. E ricorrendo ai diritti esistenti, compreso il diritto costituzionale alla resistenza dell’articolo 98, molte comunità hanno messo e mettono in scacco il potente blocco governativo minerario.

Così, lo scorso 7 febbraio, nell’ambito del primo turno del processo elettorale per eleggere il Presidente della Repubblica e il nuovo organo legislativo, nella città di Cuenca, il terzo cantone più popoloso dell’Ecuador, all’interno di quanto stabilito dall’art. 104 della Costituzione, si è tenuta una storica consultazione popolare. L’80% dei voti si è espresso a favore dell’acqua contro l’estrazione di metalli nelle zone di ricarica dell’acqua dei fiumi Tarqui, Yanuncay, Tomebamba, Machángara e Norcay; acqua che ha origine nei paramos e nelle foreste che circondano il Parco Nazionale di Cajas e che viene utilizzata per vari usi dagli abitanti di questa zona.
Questi fiumi, infatti, forniscono l’irrigazione per l’agricoltura e le attività lattiero-casearie, forniscono direttamente l’acqua alla popolazione di Cuenca e a molte comunità della zona, molte delle quali vivono di turismo. La cosa preoccupante è che più di 200 concessioni minerarie circondano i paramos del cantone, e ciò minaccia seriamente l’approvvigionamento del liquido vitale. In sintesi, sono in gioco interessi strategici vitali per Cuenca, perché lo sfruttamento minerario nelle zone di ricarica idrica dei suddetti fiumi lederebbe il diritto umano all’acqua dei suoi abitanti.
Come risultato di un lungo processo, superando innumerevoli difficoltà, si è arrivati alla storica data indicata. La strada percorsa è lunga. Per più di vent’anni le comunità contadine e indigene della provincia di Azuay, la cui capitale è Cuenca, hanno affrontato le pressioni minerarie.
C’è un antecedente che non può essere dimenticato. Nella stessa provincia, nel cantone di Girón, a sud di Cuenca, utilizzando varie forme di lotta che vanno dai blocchi stradali ai passaggi per i complessi meandri della giustizia, si iniziò a costruire ciò che poi è diventata la prima consultazione popolare vincolante, cioè riferita alle norme costituzionali nel citato articolo 104, per il quale si sono dovute raccogliere le firme necessarie. Ma ci sarebbero voluti quasi 8 anni affinché questa consultazione si potesse cristallizzare: il governo dell’epoca, fedele alleato dei capitali minerari, bloccò sistematicamente l’esercizio del menzionato diritto costituzionale.
Domenica 24 marzo 2019, giorno delle elezioni per i prefetti provinciali, i sindaci e le altre personalità locali, fu la data in cui si diede luogo a un passo sostanziale per la successiva consultazione di Cuenca. Nel piccolo cantone di Girón, nella provincia di Azuay, attraverso un pronunciamento popolare, si è deciso sul tema dello sfruttamento minerario: la prima consultazione vincolante di questo tipo in Ecuador. A capo c’erano varie organizzazioni soprattutto contadine: la Federazione delle organizzazioni indigene e contadine di Azuay (FOA) e l’Unione dei sistemi idrici comunitari di Girón, che avevano il sostegno di diversi gruppi cittadini, tra cui spiccava il Collettivo Yasunidos de Guapondelig (Cuenca).
Le comunità hanno combattuto contro il potere delle grandi compagnie minerarie e dello Stato, e la loro determinazione a bloccare la consultazione con qualunque mezzo. Anche nella fase finale sia il capitale minerario che lo Stato hanno presentato all’autorità elettorale numerose impugnazioni per bloccare lo svolgimento della consultazione. Con questi precedenti, il referendum di Girón, in cui le comunità hanno ottenuto una clamorosa vittoria con l’87% dei voti, è stato decisivo per proteggere casi del páramo di Kimsacocha e poi dare impulso alla consultazione di Cuenca.

La decisione popolare di Cuenca si è concretizzata dopo tre tentativi falliti che erano stati proposti per l’intera provincia, promossi da varie organizzazioni, con la guida dell’ex prefetto provinciale: Yaku Pérez, in seguito candidato indigeno alla Presidenza della Repubblica (al quale in modo fraudolento la cricca al potere ha impedito di raggiungere il secondo turno dopo le elezioni del 7 febbraio). Questa consultazione di Cuenca ha superato ogni tipo di trappola legale con una strategia intelligente, in alcune circostanze anche appoggiata dalla Corte Costituzionale, contando sul sostegno e la guida di un’alleanza contadina-cittadina, che è l’elemento che motiva il grande trionfo ottenuto. In questo caso la via della consultazione popolare non è stata aperta con la raccolta delle firme dei cittadini come nel caso di Girón, ma – come prevedono le norme costituzionali – si è raggiunta la maggioranza nel Consiglio cantonale di Cuenca per avanzare verso il referendum, il quale sta già provocando echi sempre più forti. Ad esempio, già si sta lavorando per nuove consultazioni vincolanti in altre aree dell’Ecuador, come nel caso del Distretto Metropolitano di Quito, la cui regione nord-occidentale è gravemente minacciata dalle attività minerarie.

Così, ispirata dall’esempio di Azuay, e tenendo come asse portante una forte alleanza di contadini e cittadini, si sta sviluppando una consultazione popolare per proteggere l’acqua e la biodiversità anche nella città di Quito, capitale dell’Ecuador. L’approvvigionamento idrico, le forniture di cibo di qualità, nonché l’esistenza di foreste incontaminate con la loro enorme e ricca biodiversità, sono già gravemente minacciate dalle attività minerarie. E per rendere possibile questa consultazione vincolante, a seguito di una lunga resistenza, si è formato un ampio fronte al quale partecipano l’Unione dei Governi Locali e la Rete dei Giovani Leader della Mancomunidad del Chocó Andino, Fronte Antiminerario di Pact, i comitati di gestione delle aree di conservazione e uso sostenibile, nonché vari collettivi urbani come Yasunidos e Caminantes, tra i tanti. La domanda per questo esercizio democratico è già pronta: sta solamente aspettando l’approvazione della Corte costituzionale per poter iniziare la raccolta delle firme, come parte di un processo sicuramente  complesso, ma che sarà anche un grande esercizio di pedagogia popolare.

Questo è ciò che si riflette nella domanda formulata collettivamente, con l’obiettivo di vietare ogni forma di giacimento minerario metallifero dal Sottosistema Metropolitano delle Aree Naturali Protette del Distretto Metropolitano di Quito; e, all’interno dell’Area di Importanza Ecologica, Culturale e di Sviluppo Produttivo Sostenibile costituita dai territori delle parroquias che compongono la Mancomunidad del Chocó Andino.
Questi indiscutibili risultati sono però ancora insufficienti. La perversa alleanza tra le compagnie minerarie e lo Stato non si basa solo sul desiderio di imporre la loro volontà. L’elenco dei cavilli addotti, usati con la finalità di non riconoscere la volontà popolare a Cuenca, o per reinterpretare le sentenze dei tribunali che paralizzano l’attività mineraria, è enorme. Si sostiene che, se proprio vogliamo menzionare una delle questioni, le concessioni sono precedenti alla consultazione popolare e che questa non può avere un effetto retroattivo. Alla stessa maniera viene usato l’argomento della sicurezza legale a rischio, qualora venissero interrotte le attività minerarie, agitando la minaccia di cause legali internazionali.

Sostenere i progetti in corso e anche le concessioni affidate, ignorando le norme costituzionali e legali per non intaccare interessi particolari che colpiscono la comunità umana e naturale, è un’aberrazione: sarebbe come giustificare il mantenimento della schiavitù per non colpire i proprietari di schiavi…
Basterebbe ricordare che quando gli schiavi furono liberati, non mancarono coloro che rivendicavano le “perdite” subite dai loro “proprietari”, a cui era stata limitata la “libertà” di commercializzarli, usarli, sfruttarli…
Qualcosa di simile accadde quando, nell’Inghilterra di inizio XIX secolo, fu messo in discussione il lavoro dei bambini e delle bambine: “la polemica fu enorme”, ci ricorda Ha-Joon Chang, uno dei principali professori dell’Università di Cambridge: “per i detrattori della proposta (essa) minava la libertà di contratto e distrusse le fondamenta del libero mercato”. Indubbiamente, in un’ottica di assoluta certezza giuridica, ciò che conta in ogni momento è il bene comune e non esclusivamente gli interessi privati, compresa la piena vigenza dei Diritti della Natura, oltre ai Diritti Umani.

Ora, queste società minerarie transnazionali, che hanno liste per valutare la maggiore o minore apertura dei paesi, cioè il loro maggiore o minore grado di sottomissione all’estrattivismo minerario, vedono con grande preoccupazione come questi “cattivi esempi” siano aumentati già da molti anni non solo in Ecuador, ma in tutto il mondo.
E hanno ragione.

Il “cattivo esempio” si diffonde in tutto il mondo

“L’acqua non è in vendita, l’acqua si difende”, “prima l’acqua poi la miniera” sono alcuni dei tanti slogan che risuonano nella Nostra America. Intensificando gli sforzi, affrontando multinazionali e governi complici, migliaia di persone nella regione difendono ogni giorno i propri territori. Sarebbe impossibile citare tutte queste situazioni, ma vale la pena ricordarne alcune che sono passate anche per i difficili corridoi della giustizia e delle istituzioni costituzionali, promuovendo consultazioni popolari.
Senza pretendere un elenco esaustivo, ricordiamo le consultazioni popolari più importanti, che sono servite anche da esperienza e incoraggiamento per quelle dell’Ecuador. Tra le decine di consultazioni popolari “di buona fede” o vincolanti svolte, ne ricordiamo alcune: il distretto di Tambogrande a Piura in Perù è riconosciuto come uno dei pionieri per la consultazione popolare che ebbe luogo il 2 giugno 2002, contro i progetti finalizzati all’estrazione di oro dal giacimento situato proprio sotto alla popolazione.
Il 23 marzo 2003, a Esquel, in Argentina, si tenne un plebiscito che con l’82% dei voti respinse le attività minerarie nell’area: anche se non con carattere vincolante, ha comunque consentito a Esquel di essere dichiarato “municipio non tossico ed ecologicamente sostenibile”. Attualmente in quello stesso paese, si sta lavorando duramente per avviare una consultazione popolare a favore di una legge per la protezione integrale dell’acqua, al fine di sostenere la vita delle comunità e gli ecosistemi.
In Colombia, paese di governi neoliberisti ed iperestrattivisti, sono già dieci le consultazioni realizzate e altre decine proposte: il 28 luglio 2013, nel piccolo e quasi sperduto comune di Piedras nel Tolima – con un’economia agricola e zootecnica – si è tenuta la prima consultazione popolare vincolante contro il distretto minerario La Colosa, progettato per essere una delle più grandi miniere a cielo aperto del pianeta; e da allora, superando una serie di difficoltà, le consultazioni popolari si sono moltiplicate fino a renderle apparentemente inutili, a causa delle pressioni del potere minerario-governativo.

Le opzioni per concretizzare questi diritti vanno oltre quanto esposto in forma telegrafica. C’è di più, anche in altri settori e li specifichiamo di seguito. Nel novembre 2016, il fiume Atrato e il suo bacino, in Colombia, sono stati riconosciuti come soggetto di diritto dalla Corte Costituzionale, il massimo organo di controllo costituzionale. Stessa cosa è accaduta nel 2018 con l’Amazzonia colombiana: due azioni notevoli in un Paese dove i Diritti della Natura si conquistano con risposte creative provenienti dall’ambito cittadino, non essendo costituzionalizzati.
E non solo l’America Latina si mobilita in difesa dell’acqua e dei Diritti della Natura.
Nel 2016 la Corte Suprema dell’Uttarakhand a Naintal, nel nord dell’India, ha stabilito che i fiumi Gange e Yumana sono entità viventi.
Nel marzo 2017, il fiume Whanganui in Nuova Zelanda è stato riconosciuto come soggetto di diritto in modo che possa comparire in tribunale attraverso i suoi rappresentanti: il popolo Whanganui iwi. Nel 2013, anche il Parco Nazionale Te Urewera, sempre in quel paese, è stato riconosciuto come soggetto giuridico con i diritti di una persona: se la terra non ha un proprietario, viene gestita congiuntamente dai popoli Crown e Tuhoe.
In Nepal è in corso un’iniziativa per riconoscere i diritti della Natura tramite emendamento costituzionale.
In Africa, tra le tante lotte, possiamo citare la difesa del delta del fiume Niger in Nigeria.
Anche negli Stati Uniti si stanno compiendo passi degni di nota. A Toledo, Ohio, nelle urne del 26 febbraio 2019 è stato deciso che il lago Erie, l’undicesimo più grande del mondo e che fornisce acqua potabile a 12 milioni di americani e canadesi, ha dei diritti. A sua volta, un gruppo di cittadini nordamericani ha intentato una causa affinché le Montagne Rocciose e il deserto del Nevada possano citare legalmente individui, società o governi negli Stati Uniti.
In Europa, per citare un altro continente, centinaia di migliaia di cittadini, con esiti più o meno positivi, affrontano la privatizzazione dei servizi idrici. In Germania, a Berlino, gli sforzi per rendere di nuovo comune l’acqua hanno avuto successo, qualcosa di simile è accaduto a Parigi, in Francia.
In Italia questo giugno segnerà il decimo anniversario della storica vittoria del referendum popolare quando il 95% dei 27 milioni di partecipanti respinse categoricamente la privatizzazione dell’acqua.
Sforzi simili vengono portati avanti anche in Spagna, Portogallo, Grecia…

La conclusione è inoppugnabile. Le organizzazioni comunitarie, impegnate in questi intrecci inestricabili della giustizia – quasi sempre manipolati o controllati da interessi di grandi aziende in collusione con i governi – sono obbligate a utilizzare in modo intelligente e creativo tutti gli strumenti offerti dall’istituzionalità esistente. Allo stesso modo, resistono a varie forme di violenza aperta o nascosta con cui vengono perseguitati, stigmatizzati, criminalizzati e persino assassinati i difensori della vita, che tra l’altro è ciò di cui tratta questa lotta: la difesa della vita. Ovviamente la questione va oltre l’ambito tecnico-giuridico, costringendoci a ripensare le forme di resistenza e di re-esistenza.

Urgente, tessere lotte globali di resistenza

È evidente, quindi, che la transizione per cristallizzare i diritti di Madre Terra, che sono in definitiva i diritti che garantiscono l’esistenza degli esseri umani, richiede molteplici alleanze. Occorre costruire ponti tra la campagna e la città, ponti tra le diverse regioni di un paese e sempre più ponti tra tutte le lotte di resistenza nel mondo: insomma i sud del mondo – e anche il nord globale -, attanagliati dagli estrattivismi, devono unirsi.

Senza minimizzare le origini storiche e i contenuti sociali e ambientali propri di ogni lotta, la posta in gioco in queste lotte è la democrazia. Si tratta di fatti politici che sintetizzano il diritto di una comunità di decidere sul proprio territorio e sul proprio progetto di vita in comune. Riassume la decisione di sopravvivenza dei popoli che hanno resistito e continuano a resistere alla logica dell’accumulazione capitalista che soffoca la vita, sia degli umani che della Natura. Si cerca di dare priorità alla vita degna per tutti gli esseri umani e non umani piuttosto che a un insostenibile produttivismo e un inarrestabile consumismo forgiato s’un individualismo alienante: la particolarità locale e l’uniformità globalizzante.

È la lotta tra queste visioni del mondo, il cui superamento dovrebbe orientarsi verso un orizzonte pluriversale: un mondo dove entrano molti mondi, assicurando contemporaneamente giustizia sociale e giustizia ecologica. Ed è per questo che in ogni consultazione popolare è in gioco molto di più delle mere controversie giuridiche. Queste consultazioni, assai più delle lunghe e complesse resistenze e costruzioni di alternative, evidenziano – senza mezzi termini – il grande potenziale di una democrazia vissuta, praticata e conquistata dal basso, dalle comunità, e da lì estesa ad altri ambiti governativi. Alla stessa maniera sintetizzano stili di vita che devono essere rispettati, mentre si aprono spazi per costruire altri tipi di economia. E nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, si avverte molto più intensa la necessità di preservare questo liquido vitale come un diritto e non più come una merce.

E questa democrazia richiede azioni permanenti in molti campi, poiché le consultazioni popolari, come abbiamo visto a Cuenca, non finiscono per risolvere i problemi. Se la volontà popolare espressa nelle urne di quella città non viene rispettata, oltre a continuare a lottare lungo il complesso cammino della giustizia, bisogna tenere aperta la via della resistenza, nelle strade e nelle campagne, ribellioni e blocchi, cortei e manifestazioni, e anche nuove consultazioni popolari. Non dimentichiamo che questo percorso per difendere la vita è pieno di azioni anche eroiche, come quella conosciuta come la Guerra dell’Acqua che si svolse a Cochabamba, tra gennaio e aprile del 2000, quando i settori popolari di quella città boliviana si mobilitarono con successo contro la privatizzazione della fornitura dell’acqua potabile comunale.

Quello che abbiamo sintetizzato in queste brevi righe rappresenta il grande messaggio di questa giornata storica a Cuenca, che proseguirà a Quito, così come in tante altre regioni del pianeta: il nostro impegno è per una vita degna degli esseri umani e non umani. Per usare le parole schiette dell’infaticabile combattente argentino Fernando Pino Solanas**, in occasione della sua partecipazione al Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura, a Parigi, nel dicembre 2015, “forse non esiste causa più grande, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che lottare per i Diritti della Natura”.
 

* Economista ecuadoriano. Attualmente è professore universitario, docente e soprattutto compagno di lotta dei movimenti sociali. Giudice del Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura (dal 2014). Ministro dell’Energia e delle Miniere dell’Ecuador (2007). Presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador (2007-8). Autore di numerosi libri.

** Fernando Ezequiel Solanas (1936-2020), argentino, meglio conosciuto come Pino Solanas: regista e politico, deputato, senatore, ambasciatore; giudice del Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura. Un grande punto di riferimento della dignità nelle lotte che ha intrapreso e alle quali ha partecipato.

da qui