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mercoledì 21 ottobre 2026

In 5 anni chiuse 500 botteghe, in 38 Comuni non c’è neanche un negozio di alimentari: tutti i dati - Francesco Zizi

Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025. Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì, Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.

Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda, Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna, e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero negativo.

In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426, quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è negativo e solo in nove positivo.

Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche solo due significa dimezzare l’offerta.

Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020 le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine 2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici. Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a 1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024, ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833. Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia: si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.

La mappa della desertificazione commerciale ha un baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549 a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a 581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben ancorata alle radici.

La tendenza nazionale

Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base: forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno cupa.

Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del 4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.

da qui

lunedì 19 ottobre 2026

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Fàula? - Omar Onnis

 

Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.

In questi giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna, margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.

Sono gli stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.

Chiamo in causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente. Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di dispersione e abbandono.

La scuola sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle persone e nell’esercizio di altri diritti civili.

In Sardegna questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda, ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani generazioni sarde. 

Si dirà: è inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale, sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere competenze maggiori. 

La Sardegna non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi. 

Sotto il primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei alla realtà geografica, sociale e demografica locale. 

Quanto al secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti sarde. 

Purtroppo, nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione personale dalla propria realtà. 

La scuola italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà. Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda (o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte. Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i cambiamenti intercorsi in questi decenni. 

I risultati disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.

È un bel paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella sua terra suoni come una fàula, una bugia. Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio, come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito (qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa, segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e non in piccola misura, dalla scuola.

https://www.sindipendente.com/2026/10/08/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-faula/

mercoledì 7 ottobre 2026

La storia della Keller: sanzioni a Teheran, licenziamenti a Villacidro - Marco Piras

Ormai da mesi viviamo in modo diretto, sulla nostra pelle, la conseguenza dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e la crescita del prezzo del carburante che, a cascata, si ripercuote sui prezzi di numerosi beni di consumo e di prima necessità.

Non è la prima volta che in Sardegna tocchiamo con mano le conseguenze della guerra al paese dell’Asia Occidentale che, seppur precedentemente portata avanti principalmente in forma di guerra economica, va avanti da decenni.

È interessante, esplicativo e forse non abbastanza conosciuto, il caso della Keller di Villacidro, azienda al cui fallimento, e alla perdita di centinaia di posti di lavoro nel paese del Medio Campidano, contribuirono in modo decisivo le sanzioni economiche comminate all’Iran nel 2007.

La Keller di Villacidro e la commessa Iraniana

La Keller Meccanica viene fondata nei primi anni ’80. Si tratta di una azienda specializzata nella produzione e manuntenziuone di qualcosa che in Sardegna sarebbe di grande aiuto per la tanto agognata infrastrutturazione dell’isola: vagoni e carrozze ferroviarie. Vive un primo periodo di grande crescita, che la portano ad ottenere importanti commesse dalle Ferrovie dello Stato, con un numero di occupati variabile che oscilla seguendo le fortune dell’azienda, ma sempre comunque superiore alle duecento unità.

Negli anni novanta vive un primo periodo turbolento, con cambi di proprietà, e il rischio di un fallimento che viene scongiurato dal commissariamento dell’azienda che porta a un successivo periodo di maggiore stabilità.

I fantasmi del passato e l’andamento altalenante dell’azienda sembrano svanire definitivamente quando, nel 2007, l’azienda riceve una commessa dal valore di ben 120 milioni di euro dell’Iran per la fornitura di materiale ferroviario. L’ordine avrebbe garantito lavoro per anni, e il futuro dell’azienda sembrava finalmente al sicuro.

Le sanzioni e la cassa integrazione

L’orizzonte roseo che si prospettava per l’azienda, si fa grigio tuttavia molto rapidamente. A alcune migliaia di chilometri di distanza, stava accadendo infatti qualcosa di estremamente pericoloso per il mondo: l’Iran era in procinto di sviluppare l’arma atomica. Tuttoggi, a distanta di alcuni decenni, la possibilità che l’Iran si possa dotare a breve di una arma atomica, nonostante più volte smentita, rimane una delle principali ragioni che vengono portate dai presidenti statunitense e israeliano per dare una giustificazione alle aggressioni militari. Un mantra, insomma, che va avanti da tempo.

Per mettere un freno al pericolo imminente, la soluzione era quella che viene spesso riproposta, in un mondo fino ad oggi dominato dal dollaro, come pressione politica nei confronti dei paesi non allineati ai voleri statunitensi: le sanzioni economiche.

Dopo un grande lavoro di persuasione da parte degli Stati Uniti sui membri del consiglio di sicurezza dell’ONU che erano riluttanti rispetto alla possibilità di votare una tale misura, una serie di risoluzioni emanate tra il 2006 e il 2007 impongono e successivamente inaspriscono sanzioni econimiche all’Iran. I paesi europei recepiscono le sanzioni.

Le sanzioni non impedivano di commerciare materiale ferroviario con il paese sanzionato. Almeno non direttamente. Tuttavia, la realizzazione del contratto presupponeva numerose transazioni finanziarie che, nel momento in cui il paese asiatico-occidentale venne escluso dai canari bancari internazionali, non potevano essere eseguite. Dopo alcuni anni durante i quali si cercò di trovare una via d’uscita da questa situazione, nel 2010 in contratto viene cancellato per l’impossibilità della sua attuazione. La Keller entra così in una gravissima crisi e quello stesso anno oltre 280 lavoratori vengono posti in cassa integrazione.

Il colpo di grazia

L’azienda già morente, che soppravvive con la cassa integrazione, riceve il colpo di grazia pochi anni dopo, nel 2014. Dopo essere stata rilevata da un gruppo di imprenditori indiani, firma un contratto con una società egiziana per la costruzione di carrozze, ma il contratto viene cancellato pochi mesi dopo, così come viene cancellata unilateralmente – per presunti ritardi nelle consegne – una consistente commessa da parte di Trenitalia per la costruzione di elettrotreni e la ristrutturazione di carrozze.

Nell’agosto dello stesso anno, gli oltre 280 lavoratori in cassa integrazone ricevono lettere di licenziamento di massa, e a novembre il Tribunale di Cagliari dichiara il fallimento della Keller Elettromeccanica, sancendo la fine definitiva della parabola di una azienda che – al di là dei benefici in termini di posti di lavoro in se – avrebbe potuto dare un contributo, endogeno, allo sviluppo infrastrutturale dell’isola.

Autonomia economica e strategica

Le vicende della Keller, qua riportate in modo sintetico, darebbero spazio a numerose riflessioni sul piano economico e politico. Ci mostrano, sicuramente, che le conseguenze dell’essere inseriti in un sistema mondo a dominio statunitense possono arrivare dove meno ce lo aspettiamo.

Seppur in esorabile decadenza, il paese a stelle e strisce può ancora, prepotentemente, stabilire in tutto il mondo chi, con chi e cosa si possa commerciare o meno. E può chiudere i rubinetti a chi non sottostà alla sua agenda politica.

Al giorno d’oggi, in una isola che pare un deserto dal punto di vista industriale, l’ampliamento di una fabbrica che produce le bombe con cui viene portato avanti lo sterminio del popolo palestinese, è considerata da alcuni una manna dal cielo, da difendere.

Ma l’isola potrebbe – e dovrebbe – avere uno sviluppo industriale differente, uno sviluppo industriale pacifico. La Keller – è di settembre la notzia della sua riapertura, ma è ancora presto per capire se non sia solo un annuncio propagandistico – ne è stata, per alcuni anni, una dimostrazione.

Affinché questo possa accadere, però, sono necessari due presupposti: in primis averlo, un piano di sviluppo industriale, avere un’idea di ciò che e come l’isola dovrebbe produrre e gettare a mare l’idea naif e pericolosa, che crea ulteriore dipendenza – che la Sardegna possa vivere – e vivere bene – di turismo o di solo settore primario.

In secondo luogo è imprescindibile avere una autonomia politca, economica e strategica, in cui la Sardegna possa decidere autonomamente – tanto dall’Italia di cui è periferia e terra di sfruttamento, quanto da attori più importanti ai quali è assoggettata la stessa Italia – cosa produrre, come e con chi commerciare: la sua condizione geografica al quale viene spesso attribuita il suo sottosviluppo non è altro che uno specchietto per le alloddole per mascherare responsabilità e scelte politiche.

In quest’ottica non possiamo che augurarci che il declino statunitense prosegua, e che sia superato da un mondo multipolare in cui gli stati, e tra loro una Sardegna indipendente, abbiamo la facoltà di stabilire autonomamente le proprie strategie geopolitiche e commerciali. Fino a che questo non avverrà, possiamo quanto meno immaginarlo, questo futuro, e lavorare affinché i cambiamenti che ci si prospettano davanti non ci trovino impreparati.

https://www.sindipendente.com/2026/10/01/la-storia-della-keller-sanzioni-a-teheran-licenziamenti-a-villacidro/

mercoledì 23 settembre 2026

Turismo e autogoverno: quanto potere vuole la Sardegna sui propri interessi fondamentali? - Alessandro Cuccu


Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.

Da una parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.

Entrambe le posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza concentri sull’isola.

Misurare questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.

Le due domande, però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.

Il turismo è il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo, trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi passaggi a un centro decisionale esterno.

Quanto pesa il turismo nella programmazione

Prima di discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale, vale la pena guardare i numeri.

Il principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e assistenza tecnica.

Le quote maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano (225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina, energia e reti intelligenti, turismo e cultura.

Questo dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a una sola filiera.

La questione più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?

Il turismo genera valore

Il turismo pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti, poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, cultura, agricoltura, produzioni alimentari.

Il solo comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026 sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a reperire personale.

Ma è nei flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.

Nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22 milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state 21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La crescita è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni, la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo mercato extraeuropeo.

Questi numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire una presenza commerciale internazionale.

Su questo il punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il motore esclusivo dell’economia regionale.

Non tutto il valore resta in Sardegna

È qui che occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso trascurata.

La spesa di un turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.

Per questo il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene remunerata fuori dall’isola.

La letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia, marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.

In Sardegna il problema passa per almeno tre canali.

Il primo è la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.

Il secondo è l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare quella domanda.

Il terzo è fiscale. Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi societari, intermediari e piattaforme digitali.

Struttura della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.

Il valore netto territoriale si può cominciare a misurare

È qui che il tema diventa interessante.

Un indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non significherebbe partire da zero.

La Sardegna dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.

I dati consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o agenzie situate fuori dall’isola.

Questo è un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono remunerate fuori dall’isola.

Il passo successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per infrastrutture e servizi pubblici.

A quel punto il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa. Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo. Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.

Il turismo concentra alcuni costi sul territorio

Gli stessi flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone, costi precisi.

Nel 2025, circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.

Il dato non è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023, la bassa stagione del 32,1%.

È un segnale positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda stabile e in valore economico durevole.

Più è ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.

La pressione riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di maggiore scarsità idrica.

C’è infine un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante. Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.

Quindi non è una questione di quantità

La domanda “più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi, ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei residenti.

La domanda che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.

Le politiche dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei periodi di picco.

Distribuire meglio la domanda

Spostare parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione estiva.

Gli incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.

In questo senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori stagione.

Una domanda distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.

Qualcosa sta già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur restando marginale in termini assoluti.

Trattenere più valore nella filiera

La seconda leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai servizi professionali.

Non significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi economicamente interessanti della filiera.

Questo significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.

Significa anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le politiche verso i flussi economicamente più interessanti.

La Regione dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto territoriale per presenza.

Produttività, non soltanto occupazione

Il turismo sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse persone.

Banalmente, un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in competenze.

Governare i costi

Sul fronte abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più che su un divieto generalizzato.

Per questo il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con l’offerta abitativa disponibile.

In Sardegna esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della popolazione residente.

La logica dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act, pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.

La stessa logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico deve diventare una variabile economica.

Quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali

Il turismo rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo davvero.

Una comunità che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua, mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli strumenti che già ci sono. 

Sapere usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.

Ed è qui che le dimensioni del problema si tengono insieme.

C’è una questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere catturata fuori dal territorio.

C’è una questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive, aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio i dati disponibili.

E c’è una questione di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese altrove.

Questo vale anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.

È questa la differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi, senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori, senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.

Ecco perché la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo, ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.

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mercoledì 16 settembre 2026

Nuoro, città “fu-turistica” - Francesco Mariani


Qualche giorno fa, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, dinanzi al Municipio, sono stato fermato da un turista. Aveva l’aria un po’ smarrita di chi cerca e non trova. Mi ha chiesto come raggiungere Esit Ortobene. Per un attimo ho pensato a uno scherzo. Poi ho alzato gli occhi e ho visto il vecchio cartello che ancora indica, con ammirevole fedeltà al passato, la strada verso lo storico albergo, chiuso ormai da innumerevoli anni. Il turista cercava una struttura che non esiste più. Nuoro, invece, continua a indicargliela.

E’ una perfetta metafora della politica turistica nostrana: segnaliamo ciò che non c’è e non riusciamo a valorizzare adeguatamente ciò che abbiamo.

Da qui la domanda: Nuoro è una città turistica oppure è stata, per qualche fugace momento, una città “fu-turistica”? Perché, a essere sinceri, di veramente turistico in città si vede ancora poco. Non perché manchino le cose da raccontare, ma perché manca il modo di raccontarle, un sistema.

Nuoro possiede musei importanti, luoghi della cultura, case storiche, tradizioni, identità, paesaggi, quartieri e personaggi che potrebbero sostenere un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Abbiamo persino una gastronomia di livello: a Nuoro si mangia bene quasi ovunque, grazie alla professionalità, alla passione e alla qualità dei nostri ristoratori. Eppure tutto questo non basta per prendere per mano il visitatore, spiegargli dove si trova, cosa può vedere, dove può mangiare, quali eventi sono in programma, come può muoversi e fermarsi una notte in più. A Nuoro, il turista è spesso lasciato solo con il proprio telefonino, qualche cartello inaffidabile e il prezioso aiuto dei passanti. Non sappiamo ancora accogliere pienamente chi arriva. Manca soprattutto un’idea condivisa di cosa Nuoro voglia essere agli occhi di chi viene da fuori. La città deve essere meta scelta non soluzione di ripiego. 

Il momento culminante dell’anno continua a essere la Festa del Redentore, una manifestazione straordinaria per valore religioso, culturale, identitario e popolare. Per qualche giorno arrivano visitatori, gruppi folk, fotografi, studiosi e appassionati. Poi, finita la festa, si torna al “travaglio usato”. 

Il Redentore dovrebbe essere il vertice di una programmazione annuale, non l’unico grande momento capace di rendere visibile la città. Intorno dovrebbero esserci eventi culturali, musicali, enogastronomici, sportivi, letterari e tradizionali, organizzati secondo un calendario unico e promosso con largo anticipo.

Gli eventi, in realtà, si fanno. Anche tanti. Il problema è che spesso non si sa che si fanno. Ogni ente, associazione o istituzione comunica per conto proprio, con tempi e modalità differenti. Le iniziative si accavallano, si ignorano reciprocamente o vengono annunciate pochi giorni prima, come se il turista decidesse di organizzare il proprio viaggio consultando casualmente una locandina affissa il giovedì per il sabato successivo.

Un calendario unico degli eventi non sarebbe un’opera faraonica. Sarebbe uno strumento normale. Un calendario annuale, continuamente aggiornato, promosso negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sui siti istituzionali, sui social e nei territori costieri. Per fare un esempio: di Alghero o Olbia sappiamo già date e luoghi degli eventi dell’anno venturo.

Servirebbe una regia. Una destinazione non nasce per generazione spontanea e neppure sommando iniziative scollegate. Occorre qualcuno che organizzi, coordini, programmi e misuri i risultati.

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sabato 12 settembre 2026

La sanità sarda oltre i gettonisti: una crisi che parte da molto più lontano - Matteo Cardia

L'addio ai gettonisti ha aperto una nuova fase, ma le criticità restano: organizzazione, medicina territoriale, attrattività e programmazione continuano a mettere sotto pressione il sistema.

Immagine di sfondo repertorio Canva

«Quella della Sardegna è una realtà dove il sacrificio dei professionisti copre carenze organizzative e di sistema. È qualcosa di abituale per i medici, per gli infermieri e talvolta anche per gli operatori socio sanitari». Giovanni Marco Ruggiu, presidente dell’associazione Mèigos – Giovani Medici Sardegna e Consigliere dell'Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Sassari e Gallura, risponde in un orario diverso rispetto a quello inizialmente accordato. Il motivo sono i tempi più lunghi del previsto allo smonto del turno nel reparto dove lavora. Basterebbe questo piccolo spaccato della quotidianità di un professionista e le parole che lo accompagnano a spiegare quella che è la situazione del sistema sanitario isolano.

«Manca ancora nel sistema sanitario regionale una regia che permetta di assicurare ed ottimizzare i servizi» ammette Ruggiu, mentre l’analisi passa velocemente alle guardie turistiche che non si sono evolute nel corso degli anni, così come la continuità assistenziale [l’ex guardia medica, ndr]. Luoghi dove il medico spesso si ritrova solo, senza una storia clinica e con pochi strumenti a disposizione per rispondere alle richieste del paziente odierno. A poco a poco si risale verso l’apice del sistema, a quegli ospedali sardi che meno di un mese fa vedevano finire l’era dei cosiddetti “gettonisti” e che oggi, malgrado gli sforzi di lavoratori e lavoratrici e l’ottimismo della Giunta regionale, continuano a essere percepiti come isole di incertezza.

Gettoni d’oro

Il 30 giugno si concludeva il capitolo dei gettonisti chiamati a rispondere ai codici minori nei pronto soccorso e il 4 luglio, con un messaggio sui propri canali social, la presidente della Regione Alessandra Todde ringraziava i professionisti impegnati nei pronto soccorso dell’isola per i loro sforzi, parlando di «giornate particolari per il servizio sanitario regionale». Ammettendo così, ancora una volta, le difficoltà tra le corsie. Cinque giorni dopo, Todde commentava un sistema di emergenza-urgenza capace di reggere l’urto dell’assenza dei medici provvisori.

Tuttavia, nel frattempo il primo luglio la direttrice del Pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia annunciava le proprie dimissioni, il 4 luglio il pronto soccorso di Isili chiudeva per ventiquattro ore mettendo in allarme un intero territorio e il giorno successivo, a Sorgono, si ripeteva l’ennesima manifestazione dei cittadini per chiedere un servizio emergenziale all’altezza delle richieste. L’isola è la stessa, le impressioni, invece, appaiono differenti. Con la risonanza delle spese dei gettonisti - oltre 328 milioni spesi tra il 2024 e il 2026 secondo l’Autorità nazionale anticorruzione - e l’assenza di risposte sul territorio oramai data per endemica sul fronte ospedaliero e della medicina di base, che hanno continuato ad alimentare il malcontento e la preoccupazione della popolazione.

«Va fatta una premessa - afferma Claudia Zuncheddu, presidente della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica - la crisi nei nostri pronto soccorso era prevedibile ed è la conseguenza inevitabile dello smantellamento del sistema sanitario pubblico, a partire dalla sanità territoriale. Stupisce però che la presidente Todde non riesca a interpretare la drammaticità della sanità sarda. L’emergenza-urgenza è sotto pressione, ma questo ha poco a che fare con i costosissimi e impreparati gettonisti - chiosa Zuncheddu - Il problema è la gestione e l’organizzazione del personale che invece di essere attratto, a oggi, si mette nella condizione di fuggire».

Una lettura che allontana la narrazione di professionisti che non si vogliono spostare per assumere incarichi in altre zone dell’isola. «Prima di tutto - continua Zuncheddu - un medico, come chiunque di fronte a una proposta lavorativa, sceglierà la proposta più conveniente. Per agevolare la vita del sistema esistente, bisognerebbe impegnarsi per rendere il lavoro più semplice e meno gravoso, ma soprattutto chiedersi continuamente che qualità dell’assistenza sanitaria si intende garantire a chi si ammala».

A monte

Bassa retribuzione, monte orario in ascesa e responsabilità medico-legali in continuo aumento sono alcuni degli elementi che influiscono sullo stato non solo dell’emergenza-urgenza in Sardegna, ma su tutto il sistema ospedaliero regionale e sulle condizioni di lavoro dei professionisti. Un sistema che soffre anche di alcune scelte del passato sul fronte della formazione di cui oggi si notano maggiormente gli effetti. A partire dal passaggio dei test d’ingresso per le scuole di specializzazione dal piano regionale a quello nazionale, che ha negato la possibilità di controllare la programmazione del turnover nel sistema sanitario regionale.

Una realtà contrastata in parte con le borse di specializzazione finanziate direttamente dalla Regione Sardegna, 185 nell’area medica tra le Università di Cagliari e Sassari nel 2025, ma che ha prodotto conseguenze sull’attualità: «Nel nostro percorso come Meigos - sottolinea Ruggiu - facemmo una statistica: su una base del 100%, solo il 10% dei colleghi venuti da fuori poi decideva di scegliere la Sardegna come luogo dove esercitare la professione. C’era chi decideva di trasferirsi durante il corso della propria scuola di specializzazione o appena specializzato. Questo anche perché non avendo un sistema sanitario attrattivo per noi sardi, difficilmente poteva esserlo per chi proveniva da altre realtà».

Ogni livello conta

Quello dell’attrattività è un concetto che torna anche guardando ai bandi annunciati dalla Regione lo scorso 15 luglio. Il primo dedicato alla ricerca di 1.000 infermieri e di 500 medici da assumere a tempo indeterminato, dalla valenza extraregionale. Il secondo, valido per assunzioni a tempo determinato per il biennio 2027-2028, indirizzato al reclutamento di professionisti internazionali: una soluzione temporanea, che sembra ripercorrere le rotte tracciate dai gettonisti e che vedrebbe professionisti destinati "prioritariamente alle strutture territoriali delle aree con maggiori criticità e ai pronto soccorso individuati dal provvedimento", lì dove il termine continuità appare ancora più sconosciuto. 

Tutto accade mentre convincere medici e infermieri a restare è una necessità che avvolge l’intero sistema, vittima però di una coperta sempre più corta, in qualunque direzione la si tiri. Anche perché sullo sfondo rimangono le domande su Case e Ospedali di comunità, per cui la Regione avrebbe raggiunto gli obiettivi messi nero su bianco dal Pnrr, e sul futuro della medicina di base. «Quando parliamo di Case di comunità - riprende Zuncheddu - torniamo sempre al problema del personale e all’orientamento delle risorse economiche a disposizione. Le scelte fatte sulla presenza del medico curante per sei ore settimanali ad assistere chiunque arrivi in queste strutture è in realtà una tendenza a scardinare l’ultima roccaforte del sistema sanitario pubblico, ovvero il medico di famiglia».

Una figura, quella del medico di base, che soffre di fronte a carichi di lavoro e responsabilità che divengono sempre più grandi e di una burocrazia che ha finito per cambiare la professione, fino ad allontanare anche i giovani laureati dalla scelta di perseguire la scuola di formazione specifica. Nel settembre scorso, la morte a Dorgali della dottoressa Maddalena Carta, sopraffatta dal peso di giornate lavorative infinite, sembrava poter aprire una riflessione sulle condizioni di vita dei medici di medicina generale che ancora, tuttavia, non è iniziata malgrado l’importanza.

«Non esiste una medicina generale che riesce a fare bene il suo lavoro senza i servizi specialistici ospedalieri di supporto e viceversa - aggiunge Giovanni Marco Ruggiu - I pronto soccorso soffrono perché si confrontano con le carenze dell’assistenza primaria, ma nel frattempo manca una lettura della società isolana: una realtà che invecchia, dove paradossalmente è in aumento l’emigrazione dei giovani in età attiva lavorativa mentre rientrano i pensionati con tutte le problematiche croniche tipiche dell’isola. Un medico di medicina generale di nuovo incarico oggi si trova a far fronte al triplo dei pazienti cronici, pluripatologici ed allettati rispetto al passato. È incredibile - continua - come le aziende sanitarie si ritrovino a chiedere a questi medici l’incremento del numero degli assistiti (da 1500 a 1800), quando per riumanizzare le cure sarebbe molto più utile ridurne il numero, riconoscendo il maggiore impegno e mantenendo intatta la retribuzione».

Game over (o quasi)

La sanità sarda sembra trasformarsi in un videogioco anormale, dove puoi conoscere tutti i livelli essendo però consapevole che a ogni step si presenterà un problema che appare insormontabile. Una serie di sfide, a cui si aggiunge una spesa sanitaria extraregionale in continua crescita, che per essere risolte hanno bisogno di una risposta sistemica di cui, però, non si sa ancora la combinazione. «C’è bisogno di una politica che smetta di far fronte sempre all’emergenza - conclude Ruggiu - Inutile dire che la responsabilità faccia sempre capo al Ministero, quando si ha un'autonomia che si dovrebbe essere in grado di far funzionare». 

Senza la descrizione del passato e la comprensione del presente, sarebbe difficile prevedere il futuro, avrebbe forse ricordato Ippocrate parlando della medicina ancora oggi. Una lezione valida anche per la politica, in una Sardegna che aspetta ancora una presa di coscienza sullo stato di salute di ogni forma di uno dei diritti più sentiti dalle comunità.

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venerdì 11 settembre 2026

Compleanno per i 70 anni del Poligono di Pedrasdefogu, quando la festa te la organizza la Leonardo - Valter Canavese

 

Come diamine inizia questa storia? Tra quanto e come finirà, se mai finirà? 26 agosto 1956, se si va a leggere L’Unione Sarda di quei giorni il tutto suonava come un’opera importante con aspettative di sviluppo tecnologico e di rilievo per l’occupazione dell’Ogliastra.

26 agosto 2026, il poligono di armamento Aeronautico di Perdasdefogu – ora PISQ, gli acronimi salveranno il mondo – compie 70 anni e per festeggiare e festeggiarsi si è regalato una esercitazione estiva terminata il 14 agosto, mentre a Decimomannu il 74° reparto della Tattical air force della Germania si sono fermati il 4 agosto

Le cose, in breve, sono iniziate con una richiesta della società Leonardo al Ministero della Difesa. È vero che esiste un accordo del 2017 che prevedeva la sospensione delle esercitazioni in estate, vero anche che i primi di luglio il Comitato Misto Paritetico aveva respinto il calendario delle esercitazioni. Oltre alla violazione dell’accordo del 2017 c’era qualche altra cosettina che, pur nello stile Pisq, non era proprio trasparente.

L’utilizzo del poligono di Quirra, ma anche degli altri centri sardi, da parte di non meglio specificate ditte operanti nella vendita di articoli bellici, bonifiche che hanno una cadenza inferiore alla proclamazione dei giubilei, comprese quelle di un missile disperso poco più di un anno fa di fronte il mare di Arbatax.

Se poi si va a cercare la relazione sul sito della Difesa sui risultati dell’inquinamento a Quirra non c’è, sono rimasti una serie di dati chimici sulle acque e i terreni, mentre le vicende legate all’inchiesta di Quirra e del procuratore Fiordalisi sono ben conosciute e in attesa della sentenza del processo di appello per il novembre di questo anno.

La spallata era però partita all’inizio del 2026, quando Alessandra Berry – componente del Comipa – era intervenuta per denunciare come nella relazione illustrativa alla legge sulla autonomia regionale differenziata i deputati di FdI avevano inserito un codicillo che ostacolava il “fastidio” che l’autonomia sarda potesse intralciare le esercitazioni per la Difesa e la sicurezza nazionale.

La Regione Sardegna, pur di fronte a queste premesse non equivocabili, con una rapida e contestata ordinanza ha sgomberato le zone e dato il via libera alle esercitazioni a Perdasdefogu, richieste dalla Leonardo.

Che torta ha preparato la Leonardo per festeggiare i 70 anni di Perdasdefogu? Nei primi sei mesi di questo anno gli ordini sono saliti intorno ai 16,3 miliardi di euro (+ 44%), il portafoglio di ordini arriva a 59 miliardi (+ 30%) – giusto per un minimo di raffronto la manovra estiva della Regione Sardegna è stata di 2,5 miliardi- i ricavi sono di 10 miliardi e nella relazione del semestre seguono una ventina di pagine di dati strabilianti. Non da ultimo il sostegno delle banche con 231 milioni di euro di finanziamenti da parte di Unicredit. Intesa Sn Paolo, Cassa Depositi e Prestiti, Bper e Banco Bpm

Se dai numeri si passa ad alcune operazioni, o linee politiche ed economiche, che la Leonardo sta seguendo ci si addentra in scenari lontani dal nostro vivere quotidiano ma che lo determinano in maniera tanto inavvertibile quanto grave.

Ad esempio Leonardo ha tassi di crescita che oscillano tra 5,4% e il 12,3% nella elettronica per la difesa, gli elicotteri aeronautica, la Cyber Security e Solutions (In questo settore andate a vedere chi era il protagonista negli ultimi due incontri organizzati nella facoltà di Ingegneria di Unica sulla cyber security).

Nella Elettronica in Europa la Leonardo ha un peso specifico secondo, forse solo alla Germania. Si va dai radar Kronos ai sensori da applicare per la difesa missilistica. Ha fatto spesa in America acquisendo la Raft – specializzata in intelligenza artificiale e software per la difesa, precedente proprietà di una public company americana condotta da Mark Newman, mentre nel 2022 è stata fatta la fusione con la società israeliana Rada – specializzata in radar tattici e sistemi anti droni.

Piccolo particolare, la Raft rende noto che vanta una particolare specializzazione nella fusione di dati multi dominio e nella IA per “rendere più rapidi i processi decisionali operativi per i clienti”.

Si muove la Leonardo si muove ed anche con una certa soddisfazione in Sardegna. Nel 2022 la Scuola internazionale di Volo si sposta a Decimo Mannu. Obiettivo: “fornire una capacità di addestramento di altissimo livello”. Se questo era l’obiettivo nel 2022 non deve essere un motivo per sedersi sugli allori. Sempre quest’anno, a luglio, Leonardo rafforza l’alleanza con la CAE – ne parleremo tra poco – per migliorare l’addestramento sull’aereo M-346e “sviluppare capacità di addestramento integrate di nuova generazione”. In parole povere competenze senza precedenti integrate dallo sviluppo della componente elettronica in azioni di guerra. A Decimo Mannu vengono piloti della Nato, americani, del Giappone, Quatar, Arabia Saudita Kuwait e in operazioni congiunte piloti israeliani

“Noi di CAE esistiamo per rendere il mondo più sicuro, al fine di preparare i professionisti della aviazione e le forze armate ai momenti cruciali” La Cae, uno dei partner della Leonardo. La più grande azienda militare canadese, come La Leonardo ha una certa passione per le Università canadesi per le quali ha stanziato dei fondi del Security Defense Forum.

Seguendo l’ottica del suo obiettivo, la Cae ha fornito la tecnologia utilizzata per addestrare il personale militare israeliano all’utilizzo di “velivoli da combattimento di nuova generazione” impiegati nella così detta “operazione piombo fuso” (con una relazione dell’Onu redatta da Richard J. Goldstone – università di Gerusalemme, che critica entrambe le parti imputando responsabilità maggiori all’esercito israeliano).

A giugno di questo anno la Presidente Meloni incontra il suo collega Canadese Mark Carney -duro oppositore di Trump e fautore, a gennaio, di uno spostamento economico e politico del proprio paese verso i Paesi europei- con dei risultati molto positivi relativi al rafforzare le scorte dei minerali critici, l’acquisto degli M-346 by Leonardo nel solco della politica canadese “della strategia industriale per la difesa”.

Questa sorta di parziale risiko edito dalla Leonardo può permettersi di fare una capatina nel Corno d’ Africa dove dal 2021, con la benedizione di Marco Minniti – a capo ancora oggi della fondazione Med-Or – addestra l’esercito somalo, finanzia alcune borse di studio per l’Università di Rabat, fornisce radar alle forze militari di Gibuti e si aggira in Kenia, Niger. Come la Leonardo ed il governo italiano abbiano una visione molto personale del cosiddetto “piano Mattei” in Africa, lo possiamo vedere in una notizia laterale di questi giorni. Dopo appena 10 mesi l’ambasciatore italiano in Etiopia – Sem Fabrizi – viene sostituito. La Farnesina si adopera per attenuare il desiderio del governo etiope di una vera e propria espulsione. L’informazione nazionale nicchia, riduce la cronaca e non dà informazioni.

Nella realtà, ben ricostruita da Massimo Alberizzi in “Africa Express”, il diplomatico operava con scrupolo , competenza e severità, tanto da azzerare un flusso di visti non proprio a costo zero ed un transito pezzi di ricambi, mobili e anche armi. Un ripristino di legalità “sgradito” al governo etiope impegnato in un conflitto a geografia variabile che nel Tigrai ha segnato oltre i 600 mila morti

Ritorniamo al poligono di Quirra. Le esercitazioni sono finite. In un esercizio filmico di elapsed time si potrebbero scorrere le immagini nell’arco di questi 70 anni, le ferite della terra visibili e i veleni che la segneranno per svariati decenni, magari con un focus che parta dal 5 ottobre 2021: inaugurazione del banco di prova per motori a razzo di carburante liquido. Indovinate chi ne fa parte.

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