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mercoledì 9 settembre 2026

I custodi della terra: se la risonanza magnetica dà ragione all’agroecologia - Rita Atzeri

 

Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola.

Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate.

A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto.

Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica.

Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno.

Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa.
C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche.

La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori.

In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale.

Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto.

Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni.

da qui

sabato 5 settembre 2026

La lezione di Corte per la Cagliari che non c'è più (e per la Sardegna ancora possibile) – Guido Garau

Analisi comparata tra due capitali mediterranee: l'una che si è sviluppata in una forza centripeta, l'altra che sta andando verso una pericolosa deriva turistica regolamentata solo dagli interessi economici del mercato

Il paesaggio prima di tutto. Chi arriva a Corte da Ajaccio, seguendo il corso del Tavignano fin dove la valle si stringe tra le pareti del Monte Cardo, vede la città prima di entrarci: la cittadella corso-pisano-genovese - costruita nel 1419 da Vincentello d'Istria - si arrampica su uno sperone di roccia proprio nel punto in cui la Restonica e il Tavignano si incontrano: attorno a quella roccia il paese si è disposto per secoli senza mai tradirsi. Partire dal profilo fisico delle cose, prima ancora che dai numeri, è la chiave per raccontare che rapporto un popolo abbia stretto con la propria terra. E Corte, guardata da lontano, dice subito una cosa che Cagliari, guardata da vicino, fatica ad ammettere: un luogo può restare fedele a se stesso e insieme cambiare, crescere, accogliere, senza svuotarsi.

Cagliari si è costruita sui suoi sette colli calcarei - Castello, Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, il colle di Bonaria, quello di San Michele, Calamosca - in un disegno che la accosta, non senza una certa vanità storica, a Roma e a Lisbona. Il più alto e il più fiero di essi, Castello, la sede del potere pisano e poi sabaudo, oggi è il quartiere con il più alto tasso di emigrazione residenziale dell'intera città. Ecco il primo dato che va messo sul tavolo, prima di ogni analisi: due colline, due destini.

Due capitali, due modi di essere

Corte fu capitale per soli quattordici anni, dal 1755 al 1769, sotto il generale Pasquale Paoli - capitale di uno stato corso indipendente che diede all'Europa dei Lumi una delle prime costituzioni democratiche del continente, e che proprio a Corte aprì, nel 1765, la sua università: chiusa nel 1769 con l'annessione francese, riaperta solo nel 1981 dopo due secoli di silenzio, in seguito a una mobilitazione popolare che va ricordata per quello che fu, cioè una rivendicazione di identità prima ancora che una scelta di politica universitaria. Cagliari è stata capitale quasi ininterrottamente per otto secoli, dai pisani agli aragonesi, dai sabaudi alla Repubblica: una continuità istituzionale che Corte non ha mai conosciuto, e che pure - è il primo paradosso di questa storia - non le ha impedito di perdere, negli ultimi vent'anni, ciò che Corte, capitale effimera e periferica, è riuscita a conservare: la propria gente dentro le proprie mura.

L'economia: l'università che nutre contro il turismo che svuota

Corte conta oggi circa 7.800 abitanti stabili. Ma a questi si sommano, per buona parte dell'anno, circa 5.000 studenti universitari - un rapporto demografico che in qualunque città italiana o sarda sarebbe definito senza esitazione straordinario. L'Università di Corsica Pasquale Paoli, con i suoi oltre 130 diplomi dal livello post-diploma al dottorato e con una scuola di medicina, propone un modello preciso: non un ateneo satellite in una città che vive d'altro, ma un ateneo che è la ragione stessa per cui la città vive. La presenza degli studenti modifica strutturalmente la domanda di servizi, crea opportunità dirette per il commercio locale, sostiene un tessuto di negozi di prossimità che altrove, in centri di dimensioni comparabili, sarebbe già scomparso. È un'economia della permanenza: chi arriva a Corte per studiare vi resta tre, cinque, otto anni, affitta una stanza, compra il pane dal fornaio, si iscrive in palestra, vota alle elezioni universitarie, entra - sia pure temporaneamente - nel corpo vivo della città.

Cagliari ha scelto, negli ultimi due decenni, un'altra economia: quella del passaggio. Il centro storico - Castello, Marina, Stampace, Villanova - è oggi in larga parte un'economia di locazione breve, costruita non su chi resta ma su chi arriva per pochi giorni. È un modello che produce reddito, certo, e che ha sue ragioni legittime: chi affitta case per brevi periodi non è, come talvolta si semplifica, il colpevole designato di uno svuotamento che ha cause più profonde e più antiche. Ma il risultato aggregato, al di là delle intenzioni dei singoli proprietari, è un centro storico dove le case sono sempre più spesso vuote di residenti stabili e piene, a intermittenza, di turisti: il Comune di Cagliari conta oggi circa 4.000 abitazioni sfitte nel cuore della città, mentre l'Unione Europea, dal 2026, individua proprio in queste "zone a stress abitativo" - i centri storici - il bersaglio di nuove regole che consentiranno ai Comuni di porre un tetto al numero di notti vendibili, con una soglia indicativa che chiede di non superare il 20% di alloggi turistici sul totale degli immobili di un quartiere, per lasciare spazio a chi vuole semplicemente abitarci.

La differenza economica di fondo non sta nel turismo in sé - Corte, va detto, vive anch'essa di un turismo storico e naturalistico legato alla cittadella e alle valli del Parco naturale regionale - ma nella funzione economica dominante che ciascuna città ha scelto, o si è lasciata imporre, come proprio motore: a Corte è un'economia che produce cittadinanza temporanea ma reale; a Cagliari, in troppi quartieri del centro, un'economia che produce presenza senza cittadinanza.

L'antropologia: chi abita davvero le pietre

Se si guarda a chi vive fisicamente dentro le mura, la divergenza si fa ancora più netta. A Corte convivono, nello stesso reticolo di vicoli, gli anziani cortenesi che non hanno mai lasciato la città alta, i commercianti che vendono salumi, formaggi, castagne e miele - prodotti che restano autentici perché hanno un mercato locale stabile che li richiede, non solo una vetrina turistica da riempire - e gli studenti, che portano ogni anno linfa nuova senza per questo cancellare quella già presente. È una convivenza intergenerazionale che si autoalimenta: gli anziani danno profondità storica al luogo, i giovani gli danno futuro, e i due gruppi si intrecciano nello stesso spazio fisico, la stessa piazza, lo stesso bar.

A Cagliari questo intreccio si è progressivamente sfilacciato. Lo storico Luciano Marrocu, che alla città ha dedicato studi approfonditi, descrive con crudezza il fenomeno: la città conta oggi poco più di 140.000 abitanti ma dispone ancora di servizi, infrastrutture e persino il carico di traffico e rifiuti pensati per le 400.000 persone che vi abitavano al culmine demografico del 1981. È uno scarto enorme fra la città dimensionata e la città vissuta, e a pagarlo per primo è proprio il centro storico: Castello, un tempo cuore del potere e della vita cittadina, ha oggi il quoziente di emigrazione residenziale più alto di tutta Cagliari, seguito a poca distanza dalla Marina. L'età media dei cagliaritani, nel giro di vent'anni, è salita da 43,8 a 50 anni: una città che invecchia mentre le giovani coppie, semplicemente, non riescono più a permettersi una casa dove restare. Il risultato, sul piano antropologico, è un centro storico che tende a diventare - nei quartieri e nei periodi in cui il fenomeno è più marcato - uno spazio scenografico più che abitato: bello da attraversare, difficile da vivere.

La comunità che si rigenera e la comunità che si sfila

La differenza è, in fondo, una differenza di funzione sociale attribuita al centro storico. A Corte il centro è il luogo dove la comunità intera - anziani, famiglie, studenti, insegnanti universitari - continua a incontrarsi per necessità quotidiane prima che per scelta estetica: ci si va a comprare il pane, non solo a fotografare la cittadella. Questo genera quella che i sociologi chiamerebbero coesione funzionale: il tessuto commerciale sopravvive perché risponde a una domanda reale e continuativa, non a un flusso stagionale e discontinuo.

A Cagliari si è fatta invece strada, in alcuni quartieri del centro, quella che si potrebbe chiamare una sociologia della vetrina: strade che restano vive nelle ore e nelle stagioni turistiche e che si svuotano nel resto dell'anno, servizi di prossimità sostituiti da attività orientate quasi esclusivamente al visitatore. Il turismo resta una risorsa fondamentale per l'intera economia sarda, ma quando un quartiere smette di rispondere ai bisogni di chi vi risiede stabilmente la comunità residente tende a spostarsi altrove, e con essa se ne va quella rete di relazioni quotidiane - il fornaio che conosce i clienti per nome, il vicino che ritira il pacco, il bambino che gioca nella piazza sotto gli occhi di più adulti - che è poi la sostanza di ciò che chiamiamo comunità.

La lezione, per la Sardegna ancora possibile

Non si tratta di romanticizzare Corte, che ha le sue difficoltà - un entroterra che si spopola attorno a una città che tiene, un mercato del lavoro fuori dall'università più fragile di quanto la vivacità del centro lasci intuire. E non si tratta nemmeno di condannare Cagliari, che resta una capitale vera, con una storia, un porto, un'università antica quanto quella còrsa è giovane, e possibilità di rigenerazione che le "zone a stress abitativo" individuate dalla nuova normativa europea potrebbero, se applicate con intelligenza, contribuire ad attivare.

Si tratta, piuttosto, di riconoscere un principio semplice: le città non muoiono per il turismo, muoiono quando smettono di offrire a chi le abita una ragione economica e sociale per restarci. Corte l'ha capito facendo dell'università il proprio principio ordinatore. Cagliari - e con essa altri centri storici sardi, da Alghero a Sassari, da Bosa a Iglesias - ha ancora davanti a sé la possibilità di scegliere: se continuare a essere una città che si affitta a sera per essere restituita vuota al mattino, o tornare a essere, come Corte, un luogo dove qualcuno resta a vivere anche quando i turisti se ne sono andati.

da qui

martedì 1 settembre 2026

Una risposta a Il Post: davvero i sardi si sono stancati del turismo per ricchi? - Alessandra Saiu e Federica Marrocu

 

Un articolo pubblicato su Il Post qualche giorno fa, intitolato: “I sardi si sono stancati del turismo per ricchi”, è stato accolto sui social da commenti di continentali preoccupati dal fatto che “i sardi dicono di no a tutto, di cosa vogliono campare?” e che non capiscono le lamentele visto che il turismo “porta ricchezza e posti di lavoro”.

Chi parla e con chi? 

Un giornale italiano che partecipa all’organizzazione del sapere con una prospettiva focalizzata su un pubblico che si vorrebbe ampio, ma non si interroga prima di trattare quella che non si percepisce neanche come una realtà subalterna. Questa è la prima deviazione di uno sguardo portatore di privilegio e di potere. Parla della Sardegna al lettore italiano senza in realtà dare chiavi di lettura e reiterando dinamiche di oppressione. 

Il Post è un giornale ritenuto progressista, che adotta uno stile neutrale (apparentemente) nel suo essere analitico e quasi didascalico. In realtà qui si capisce bene che non basta lavorare sul linguaggio se il punto di vista non viene sottoposto a una doverosa verifica della presenza di eventuali bias. Questo articolo sembra (e magari negli intenti è così) voler dare spazio alla protesta sarda ma rivela una prospettiva distorta e superficiale sulla Sardegna data dalla scarsa conoscenza e dalla (molto grave visto che si posizionano come neutrali) inconsapevolezza di stare parlando di un contesto subalterno e marginalizzato.

La protesta sul resort viene ricondotta a una più ampia protesta senza definirla. Il soggetto implicito è un osservatore esterno che arriva in Sardegna e interpreta ciò che sta accadendo per spiegarlo ai continentali senza dare loro strumenti reali di comprensione del contesto. Da quando semplificare e banalizzare sono sinonimi?

L’articolo porta come esempio di questa presunta crociata sarda contro i ricchi la protesta a Lu Fenosu. Nell’articolo si legge: ”Cala Finanza, o Lu Fenosu, come viene chiamata in sardo, si trova nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Gallura Nord-Est.” Sembra una frase neutra ma non lo è: le lingue e i nomi dei luoghi sono dispositivi di sguardo e di potere. Siamo di fronte al meccanismo dell’occupazione simbolica esercitata a danno della cultura sarda. Il toponimo italiano è presentato come “IL nome del luogo”, mentre quello locale viene presentato come una denominazione alternativa. Inoltre si cancella la specificità della lingua che si parla nell’area della Sardegna interessata, ovvero il gallurese.

Si parla poi della presenza di attivisti ambientalisti, ignorando il tessuto molteplice dei comitati sardi che non sono “semplicemente” dediti alla difesa ambientale, ma che da decenni si mobilitano per proteggere la Sardegna da investimenti esterni di dubbio valore economico e sociale, oltre che ambientale. Questi comitati, inoltre, non si riducono a Surra, che ha una sua linea ben distinta da quelle di altre associazioni. La realtà sarda è complessa e meriterebbe più attenzione nella sua descrizione

Dopo aver riassunto brevemente (e forse un po’ superficialmente) quanto accaduto a Lu Fenosu, l’articolo prosegue: “Le proteste contro il resort si sono sommate a rivendicazioni molto più radicate ed estreme: quelle per la tutela di tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso […]”

In questa descrizione le lotte per l’emancipazione sono svuotate delle cause storiche e strutturali alla base delle rivendicazioni di una parte della società sarda. Nel definirle “estreme”, il discorso egemonico definisce ciò che è “ragionevole” (protestare contro l’iperturismo) e confina le istanze indipendentiste nell’alveo del radicalismo e dell’irrazionale

Nell’articolo, inoltre, le frasi in lingua sarda, slogan politicamente connotati come l’espressione “a foras”, che si lega ad esempio alla lotta antimilitarista e che farebbe emergere l’intersezione tra le rivendicazioni sarde, vengono virgolettati e isolati, atteggiamento rivelatorio del condizionamento orientalista della creazione dell’altro da sé. Barbaro, incivile nella misura in cui non si integra, si autoafferma secondo il principio della diversità linguistica, legittimata solo quando intrattiene.

Cosa scatena “l’estremismo e la radicalizzazione” di questi attivisti?

L’impatto antropico sull’isola si concretizza in consumo di suolo e trasformazione delle coste: hotel, seconde case, villaggi turistici, porti, strade e parcheggi aumentano l’urbanizzazione delle zone costiere. Questo frammenta e modifica habitat naturali e paesaggi; 

consumo di acqua: in una delle regioni a maggior rischio di desertificazione in Europa il problema è rilevante. La pressione turistica si concentra in estate, quando l’acqua già scarseggia. Piscine e strutture ricettive aumentano lo stress idrico; 

produzione di rifiuti e acque reflue: nei comuni turistici la popolazione può aumentare enormemente durante l’estate (ad Alghero nel 2023 si sono registrati 373.767 arrivi turistici e 1.594.558 presenze, a fronte di una popolazione di circa 40 mila abitanti). Questo contribuisce a produrre ingenti quantità di rifiuti e mette sotto pressione depuratori, reti fognarie e sistemi di raccolta pensati per una popolazione residente molto più piccola. Quest’estate circa venti comuni hanno interrotto la raccolta della plastica perché i centri sono saturi e la stagione particolarmente calda, col conseguente consumo di bottigliette d’acqua, probabilmente non ha aiutato. Senza contare l’attuale sistema di raccolta porta a porta dei rifiuti che può favorire l’abbandono degli stessi lungo le strade; 

emissioni di CO₂: una parte significativa dell’impronta climatica deriva dagli spostamenti. Per raggiungere un’isola sono normalmente necessari aereo o traghetto, ai quali si aggiunge spesso l’utilizzo dell’automobile durante il soggiorno. Cara RAS come va con i voli interni? 

pressione sugli ecosistemi marini e costieri: l’elevata presenza sulle spiagge, il calpestio delle dune, gli ancoraggi e le attività ricreative possono danneggiare habitat sensibili come le praterie di Posidonia oceanica, le “schifosissime alghe” che sono in realtà una pianta fondamentale per la biodiversità e per la protezione delle coste dall’erosione: sono utili anche da secche, perché è la loro stratificazione con la sabbia che ci permette di avere delle spiagge, nonostante ogni anno si ripresenti la questione del “sono un cattivo biglietto da visita per i turisti, vanno ripulite”. La natura ha un suo equilibrio che non necessita alcuna pulizia, semmai di manutenzione, come accade(va) per la legna nei boschi o l’erba secca nei campi per ragioni di sicurezza. La questione Posidonia è meramente estetica.

perdita di biodiversità e disturbo della fauna: la presenza di grandi quantità di persone, imbarcazioni, traffico e rumore in aree naturali disturba specie terrestri e marine e contribuisce a degradare habitat vulnerabili. Quest’anno abbiamo visto parecchi video social di cinghiali e volpi che si avvicinavano alle spiagge e ai bagnanti, alcuni persino nutriti come animali domestici.

Infine, c’è  il problema dell’impatto concentrato maggiormente negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

L’accanimento contro gli yacht è causato dall’invidia per i ricchi?

Nel periodo giugno-settembre 2025, il sistema Pelagus della Guardia Costiera ha rilevato 3.114 yacht unici, per un totale di 93.450 rilevazioni di navigazione nella sola Gallura, nell’area che comprende Costa Smeralda, Arcipelago di La Maddalena, Santa Teresa Gallura e San Teodoro. Rispetto all’estate del 2024 l’aumento è stato del 15,8%. Fra quelli sono stati identificati 347 superyacht, cioè yacht di almeno 24 metri. L’inquinamento acustico subacqueo prodotto da yacht e superyacht è una pressione ambientale importante: il suono sott’acqua si propaga molto efficacemente, perciò una barca non deve necessariamente passare a pochi metri da un animale per interferire con il suo ambiente acustico. 

Nel 2020, nell’Area Marina Protetta Capo Caccia–Isola Piana, dei ricercatori hanno installato registratori subacquei scoprendo che i livelli sonori erano significativamente superiori durante il giorno proprio a causa dell’elevato numero di imbarcazioni. Il rumore antropico arrivava a dominare il paesaggio sonoro subacqueo; il picco fu rilevato persino nella zona a protezione integrale. L’Unione Europea considera esplicitamente il rumore subacqueo una pressione sull’ambiente marino nel Descriptor 11 della Marine Strategy Framework Directive, riconoscendo possibili danni alla biodiversità, disturbi comportamentali e compromissione dell’udito della fauna. In parole povere, gli animali marini potrebbero non riuscire a comunicare con il proprio gruppo né a percepire i predatori; potrebbero inoltre abbandonare ripetutamente i loro habitat, avere problemi a nutrirsi, riposarsi e orientarsi. Con buona pace di chi sostiene che gli yacht “portano valore perché l’IVA è pagata in Italia”: l’IVA è un’imposta statale e il fatto che venga versata in Italia non significa che il corrispondente gettito rimanga sul territorio sardo, mentre una parte rilevante dei costi ambientali della presenza di queste imbarcazioni è necessariamente locale. Inoltre, non tutte le imbarcazioni che transitano nelle acque sarde sono italiane, né tutte le operazioni che le riguardano sono necessariamente soggette all’IVA italiana. Non dimentichiamo poi il rilascio di CO₂, NOx e particolato, lo scarico di reflui, acque grigie, acque di sentina e il rischio di sversamenti accidentali (come già avvenuto in passato) e l’attrito sui fondali delle catene e loro ancore che danneggia la Posidonia.

Vi immaginate migliaia di SUV fare avanti e indietro per i boschi e organizzare feste dove si pompa la musica nelle casse e si canta a squarciagola fra gli alberi? 

Siamo stati abituati a vedere il mare come divertimento e a pretendere di consumarlo come pare e piace a noi, ricchi e poveri. Chiaramente poi ognuno impatta proporzionalmente e mi dispiace dissentire rispetto alle parole dell’Assessore Cuccureddu che, come riporta l’articolo de Il Post, dichiara che l’obiettivo della Regione sarebbe attirare un certo tipo di turista con grandi capacità di spesa e rispettoso dell’ambiente. Dubito che questa accoppiata di virtù sia facilmente ottenibile, ma d’altronde “non tutti possono permettersi la Sardegna”, dice sempre Cuccureddu. Infatti ha ragione: gli stessi sardi residenti in Sardegna non se la possono più permettere, perché grazie a questa aspirazione sarda alla mono-economia, è sempre più difficile affittare o comprare casa: gli immobili sono per i turisti, per i nomadi digitali e per chi ha le tasche piene. Per non parlare degli aumenti dei prezzi di generi alimentari e dei ristoranti a fronte di stipendi mediamente normali o in zone depresse economicamente e con gravi problemi di disoccupazione. 

Ma non importa, perché abbiamo delle bellissime notizie! Intanto l’insularità ci protegge naturalmente dal sovraffollamento turistico, perché, come ci ricorda l’Assessore nell’articolo, essendo la Sardegna un’isola, gli arrivi sono “naturalmente contingentati”. Allo stesso tempo, per fortuna, l’insularità non ha impedito l’aumento del numero degli ospiti: nel 2025 la Sardegna ha registrato oltre 5 milioni di arrivi. In percentuale, l’aumento di presenze rispetto al 2024 è stato del 15,9% e rispetto al 2023 di ben il 34,2%. Inoltre la Sardegna è sempre più meta del turismo internazionale. Se l’aumento delle presenze degli italiani è stato di circa il 10% sul 2024 e del 19% sul 2023, quello degli stranieri è stato del 21,5% rispetto all’anno precedente e di circa il 50% rispetto al 2023 .

 La Regione Sardegna, il 23 luglio 2026, ha comunicato che tra gennaio e giugno 2026 le presenze turistiche sono aumentate dell’8,24% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: +11,44%, contro +4,04% degli italiani. Dice bene Cuccureddu: i nostri competitors ora sono la Polinesia francese, la Thailandia, le Maldive e Mykonos. Tutti posti nei quali, si sa, gli indigeni si sono arricchiti grazie ai turisti. La Sardegna, essendo una terra magica, vive in un limbo nel quale è allo stesso tempo periferica rispetto alla continuità territoriale italiana e collegata a New York con volo diretto: ciò le permette sia la naturale contenzione che il prezioso incremento di peso antropico.

Di cosa vogliono vivere i sardi e perché sono ingrati verso chi porta loro denaro e lavoro?

Nel 2024, la filiera turistica ha generato circa 6,8 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto, pari, secondo la ricerca, a circa il 19% del valore aggiunto complessivo della Sardegna. Per avere un termine di paragone, questi 6,8 miliardi equivalgono numericamente a circa il 16% dei 43,4 miliardi di euro del PIL regionale nello stesso anno. Il turismo è attualmente un settore importante, ma non costituisce affatto la maggioranza dell’economia sarda.

Il fatto che il turismo generi una quota rilevante del valore aggiunto regionale non dice come tale ricchezza venga distribuita, né consente di ignorarne i costi sociali, ambientali e infrastrutturali. Il punto non è negare che il turismo produca ricchezza, ma chiedersi chi ne giovi e a fronte di quali costi per il territorio. Sono pochi gli economisti importanti che sostengono che un territorio debba basarsi quasi esclusivamente sul turismo. Più comune è la tesi secondo cui una forte specializzazione turistica può essere una strategia razionale di crescita, soprattutto per piccole economie ricche di risorse naturali. Anche la letteratura favorevole alla tourism-led growth dimostra essenzialmente che il turismo può trainare la crescita, non che massimizzare indefinitamente la quota di turismo nell’economia sia ottimale. E alcuni risultati successivi indicano esattamente il contrario: oltre un certo grado di specializzazione i benefici marginali diminuiscono e aumenta l’importanza della diversificazione.

In parole semplici: il turismo sardo specializzato nel patrimonio marittimo, costiero, paesaggistico e naturalistico è stato trainante per un periodo, ma arriverà (o è già arrivato) un momento in cui i benefici non saranno maggiori dei costi che si concretizzano in nuovi parcheggi, strade, depuratori, maggiore raccolta dei rifiuti, cementificazione delle coste, case più costose, maggiore costo della vita, più traffico, più consumo d’acqua, più inquinamento. 

Resta poi da sfatare il mito dei sardi arricchiti dal turismo. Una parte rilevante delle proprietà e dei capitali è esterna all’isola; ai sardi resta spesso invece il ruolo di forza lavoro stagionale, in un settore caratterizzato da precarietà, bassi salari e limitate prospettive di carriera. Il punto non è quindi soltanto quanta ricchezza produce il turismo, ma chi possieda gli strumenti che la producono e quale parte di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio. Inoltre, non tutte le persone sarde aspirano a lavorare nel settore turistico, ma se il turismo continua a espandersi, diventando sempre più importante, aumenta la domanda di camerieri, cuochi, receptionist, personale delle pulizie, manutentori, addetti agli stabilimenti, autisti ecc. Perciò per i giovani diventa facile trovare lavoro (povero) nel turismo, mentre gli altri settori crescerebbero sempre meno e quelli che aspirano a un altro tipo di carriera dovrebbero andare via, come già fanno.

Il territorio mette a disposizione paesaggio, coste, acqua, infrastrutture e lavoro, mentre le rendite finiscono nelle tasche altrui: questo permette di capire perché PIL e benessere della popolazione residente non siano la stessa cosa. Il turismo è un’azienda che obbliga tutto un territorio a sobbarcarsi dei costi sociali ed economici, senza dare quasi nulla in cambio. Abitare in un posto di vacanze significa rinunciare a vivere il centro storico, rinunciare ad accedere a posti naturali del proprio territorio, essere ospiti a casa propria, dover adeguarsi alle tasche dei viaggiatori, gestire (o subire) inquinamento di cui non si è responsabili, non trovare casa, accettare la progressiva folklorizzazione delle proprie identità e cultura. Non è vero che la filiera del turismo si basi esclusivamente su stabilimenti, alberghi, parcheggi, bar, ristoranti, artigianato: principalmente si basa su persone che, pur non lavorando nell’ambito, vengono vendute assieme alla terra.

Di cosa vogliono vivere, quindi, i sardi che “ultimamente dicono no a tutto” come afferma un commentatore de Il Post su Facebook? Forse della possibilità di investire in prima persona nelle proprie risorse, non solo paesaggistiche, ma anche umane, in modo sostenibile, senza essere sfruttati. Potendo scegliere tra diverse opzioni e curando una propria agenda di interessi. Questo può essere concretizzato solo col coinvolgimento della popolazione dal basso, tramite i comitati locali e con politiche mirate a investire in una seria e variegata formazione per i giovani sardi.

Fonti:

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-l-istat-certifica-che-la-sardegna

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-con-un-15-assessore-cuccureddu-crescita-esponenziale-mai-riscontrata-prima-che-conferma-la-validita-delle-politiche-messe-in-campo-dalla-regione

https://osservatorio.sardegnaturismo.it/it/report

https://www.cipnes.eu/news/nautica-/studio-arrivi-superyacht-in-gallura-2025

https://pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2025-12-13/superyacht-gallura-2025-3114-unita-tracciate-16-su-2024-87466

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35003918

https://group.bper.it/documents/d/bper-istituzionale/economia_del_turismo_indagine_campionaria_bper_completa

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2026/2026-0020/2620-sardegna.pdf?language_id=1

NDR: nel documento BPER il dato 6,8 miliardi / 18,6%, arrotondato al 19% nell’articolo, si trova a pagina 14; nel rapporto Banca d’Italia il dato PIL 2024 = 43,438 miliardi di euro è nella tabella a pagina 57 del PDF.

da qui

lunedì 31 agosto 2026

Sardegna 2026: come il turismo cafone ruba (definitivamente) l'anima ai nostri luoghi più belli - Angela Fais

 

Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».

Ma va tutto così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?

In questi giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto, costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece ne abbiamo rilevato 6500”.

Purtroppo la situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna. Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai, piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto,  l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.

A ragion veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi. “Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0 centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi, neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.

Dunque non possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole, porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila, scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione, privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole. Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta avulso da questo universo semantico.

Allora quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.

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domenica 23 agosto 2026

A chi serve davvero un linguaggio che non integra? - Andrea Locci

 

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.

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venerdì 21 agosto 2026

La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas

 

Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.

Proprio qui si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.

La Sardegna conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca, competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola, eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa, quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.

La vera questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte compiute da altri.

Sarebbe tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia, acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e amministrati nell’interesse della collettività.

Una Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere risorse e ad acquistare valore aggiunto.

Eppure, tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.

Prima di domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la propria natura.

Forse è proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima ancora dei mezzi.

La Sardegna, invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla politica italiana.

Chi continua a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune superiore.

Se davvero dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere finalmente possibile tutto il resto.

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mercoledì 19 agosto 2026

Aeroporti: ordine del giorno - Lucia Chessa

 

Che sorpresa in consiglio regionale. Dopo aver eliminato lo stanziamento di 30 milioni di euro che avevano destinato alla privatizzazione degli aeroporti sardi, che detto così, se ci fai caso, fa già ridere (o piangere), hanno votato un bell’ordine del giorno. All’unanimità. Proposto dalla destra, meritoriamente, ma votato da tutti, maggioranza ed opposizione.

Un bell’ordine del giorno dove il Consiglio Regionale, impegna la giunta a garantire che la società che controllerà gli aeroporti sardi sia a maggioranza pubblica. Cioè l’esatto contrario del percorso impostato e seguito fino a ieri da Alessandra Todde.

Non si sa bene se i consiglieri del Campo Largo avessero capito bene cosa stavano votando. Non è chiaro se fossero consapevoli che stavano pesantissimamente sconfessando l’operato della Giunta e cannoneggiando le fondamenta stesse del castello che la Presidente aveva costruito in mesi di solitarie trattative con il presidente della camera di commercio di Cagliari e il fondo privato di investimento F2i Ligantia. Lo so che può sembrare strano. Lo so che sembra impossibile ipotizzare inconsapevole ed unanime leggerezza nel voto su una partita come questa. Ma il momento era concitato. Un emendamento dopo l’altro, nel giro di meno di una settimana, stavano programmando, anzi frantumando due miliardi e mezzo di euro in decine se non centinaia di piccoli interventi ad personam, puntuali li chiamano loro, attraverso i quali ogni consigliere si curava il proprio collegio, senza bandi a cui tutti potessero partecipare, senza criteri in base ai quali effettuare gli stanziamenti, senza niente se non lo sguardo benevolo di un consigliere regionale su quella singola associazione, quel singolo comune, quel singolo evento, quel singolo futuro elettore.

Quell’ordine del giorno a me, firmataria di un ricorso al Presidente della Repubblica contro l’operato della Regione Sardegna che avrebbe consegnato ad un preciso privato, sempre senza bando, gli aeroporti sardi, fa estremamente piacere. Potrebbe mettere una pietra tombale su quel pessimo e prepotente percorso di privatizzazione, sempre che i consiglieri della maggioranza non abbiano la faccia tosta di tornare indietro dopo essersi studiati le carte ed essersi resi conto di quello che hanno votato. Tenderei a non escluderlo completamente anche se, certo, credo che gli venga in salita.

Ma la domanda è. Come mai nessuno della maggioranza, in primo luogo la Presidente Todde, dopo una inversione ad U rispetto ad un percorso che caparbiamente si è seguito per mesi e forse per anni, un percorso anche dispendioso di incarichi esterni e di consulenze, come mai nessuno sente il bisogno di spiegare ai cittadini?

E anche il gruppo di centro destra, rispetto ad un Consiglio che sconfessa in questo modo l’operato della Giunta e della presidente, rispetto ad un voto che la mette palesemente in minoranza rendendola ovviamente inaffidabile agli occhi di tutti gli interlocutori coinvolti e non coinvolti nell’operazione, come mai non chiede a gran voce le dimissioni.

Il Campo Largo, in parlamento, platealmente ha chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni perché è andata sotto di un voto e qui nel Consiglio Regionale Sardo la destra cosa fa? Giocherella?

Si. Giocherella esattamente come fa il Campo Largo in parlamento. Maggioranza ed opposizione sono due facce della stessa medaglia che si inter-scambiano il ruolo e, a turno, recitano la loro parte in un teatrino che ci trascina giù. E questo spettacolo avvilente è esattamente la ragione per la quale occorrerebbe rifondare tutto e immaginare un’altra via capace di invertire la tendenza.

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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E NewsBrussels SignalEU Alive, Legambiente via TelemiaMeridioNewsIl Sole 24 OreSardiniapostReport Sardegna 24Euronews.


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