Il dibattito
sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la
marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che
per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della
militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di
allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da
decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che
presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di
quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi
reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo
parlando?
Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.
Il lavoro di
chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per
secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per
nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua,
delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è
un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare
diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte
e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono
costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno
di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si
sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi,
smette di bussare.
Ho visto
questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da
decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale —
studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta —
trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica
diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose
preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo
più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova
normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di
interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente,
in una nuova soglia.
C’è una
contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo
denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che
presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno
fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione?
Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che
sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per
leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli
strumenti non venivano trasmessi.
Quella
interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni
di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto
il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a
quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?
La Sardegna
non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze.
L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un
percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso,
attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la
guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non
basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di
parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già
attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.
Quando un
movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a
coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi
ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un
segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta
consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso
la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.
Serve
qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra
chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori
posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una
colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta
precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le
proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per
segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma
per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.
Là fuori c’è
Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu,
che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da
dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché
suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha
commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che
scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione.
Stanno solo aspettando una porta aperta.
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