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giovedì 5 marzo 2026

Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari - Luisiana Gaita

Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento).

Una causa durata anni

La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio.

La difficile posizione di Greenpeace

Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.

da qui

sabato 8 novembre 2025

Eni diffida e ReCommon risponde «con determinazione»

 

In data 27 ottobre 2025 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una diffida e richiesta di rettifica da parte della Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali di ENI, a firma dell’Avvocato Stefano Speroni, relativa a quanto riportato da ReCommon nella newsletter del 10 ottobre 2025, dal titolo “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo.”
 
Le precisazioni inviate dalla Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali sulla presunta natura diffamatoria delle affermazioni di ReCommon sono le seguenti:
 
“1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
Nell'estate del 2023, quindi ben prima dei tragici eventi del 7 ottobre 2023, Eni, insieme ad altre compagnie energetiche, ha partecipato ad una gara internazionale indetta legittimamente da Israele nel 2022 per un’area offshore con sei blocchi esplorativi (in acqua di sfruttamento economico situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto). I risultati di tale gara hanno visto Eni vincitrice.
Tuttavia, nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In merito alla business combination con Ithaca Energy, l'operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra Eni UK ed Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra. Si rappresenta che il database Onu nel quale è citata Delek Group non è una “lista nera” e non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all'applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva.
Si ribadisce che Eni, in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani.
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
Anche questa affermazione è falsa. Eni non ha effettuato alcuna spedizione verso Israele in quanto il greggio Eni prodotto nel Centro Olio in Val D'Agri viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti”.

 

 

In relazione ai punti sopra riportati, ReCommon precisa e chiarisce la propria posizione:
1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
ReCommon prende atto del fatto che ENI giudica come “legittimamente indetta” da Israele la gara internazionale per l’assegnazione delle licenze di esplorazione nelle acque antistanti Gaza, poiché le acque di sfruttamento economico interessate sarebbero situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto. In proposito riteniamo grave che, così facendo, Eni trascuri che oltre 150 paesi hanno riconosciuto lo stato di Palestina e, per quel che concerne il diritto internazionale, l'UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alla Palestina la sovranità sulle sue acque territoriali e sulla zona economica esclusiva che si estendono fino a 200 miglia nautiche dalla costa di Gaza, per cui il 62% dell’area di esplorazione assegnata al consorzio a guida di ENI ricade nella zona economica esclusiva palestinese.
In secondo luogo, nonostante i reiterati tentativi di rassicurare gli azionisti e il pubblico che “nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi”, ReCommon prende atto del fatto che ENI non abbia smentito l’aggiudicazione delle licenze e che non abbia comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare. Dunque, dalle precisazioni ricevute da Eni è possibile desumere che l’azienda ha nei piani futuri di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In primo luogo, stupisce che la richiesta di rettifica da parte di ENI arrivi a più di un anno dalla pubblicazione del commento sulla business combination tra ENI UK e Ithaca Energy sul sito di ReCommon e dopo il lancio di una petizione firmata da oltre 3.400 persone e sostenuta da realtà della società civile italiana che chiedevano a ENI di annullare l’accordo con la società Ithaca Energy, proprio per i suoi legami con Delek Group.
In secondo luogo, si fa presente che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press ("UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements"), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.
Il database a cui fa riferimento ENI è un documento prodotto dall’Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns). Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività:
(e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l'esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport);
(g) L'uso delle risorse naturali, in particolare dell'acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes).
Sull’indipendenza di Ithaca Energy da ENI S.p.A. e da Delek Group, si segnala la mancanza di coordinazione nella comunicazione istituzionale tra ENI S.p.A. e Ithaca circa la relazione dell’azienda italiana con Delek. ENI S.p.A. si concentra, in questa richiesta di rettifica e in risposta ai suoi azionisti, sulla distanza tra le due società, corroborata dall’aver negoziato l’accordo di aggregazione solo con Ithaca; Ithaca, invece, della partnership allineata tra ENI e Delek ne fa un punto di forza, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(...) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
ReCommon prende atto del fatto che secondo ENI non c’è stata alcuna spedizione del greggio processato dal Centro Olio Val D’Agri (COVA) verso Israele. ReCommon ritiene peculiare che ENI non abbia commentato con la stessa sicumera e fermezza in risposta al Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) nel settembre del 2024, che chiedeva a ENI di rispondere proprio in merito al medesimo evento. La nostra affermazione sul carico di greggio trasferito dal COVA a Taranto e quindi partito da qui via nave verso Israele, così come quella del BHRRC, si basa sull’esito dell’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”. Data Desk ha utilizzato il modello Trade Flows di London Stock Exchange Group Data & Analytics, che fornisce una valutazione del commercio marittimo di petrolio greggio e prodotti raffinati sulla base dei dati AIS, dei dati doganali, delle informazioni pubblicate quali gli orari delle navi cisterna e dei porti e dei contributi degli analisti. I dati AIS (Automatic Identification System) sono informazioni scambiate elettronicamente tra le navi per migliorare la sicurezza della navigazione, tra cui posizione, rotta, velocità, nome, dimensioni e identificativi.
La tabella da cui si evince il dato riportato da OCI e Data Desk si trova al link https://docs.datadesk.eco/public/oil-to-israel/#table-of-shipments


Con determinazione,
il collettivo di ReCommon

sabato 16 agosto 2025

Falliscono i negoziati per il primo trattato internazionale contro l’inquinamento da plastica. I paesi produttori di petrolio si oppongono

 

184 paesi riuniti a Ginevra per mettere a punto il primo trattato internazionale per la lotta contro l’inquinamento da plastica non sono riusciti a raggiungere un accordo. Dopo oltre 10 giorni di intense trattative, sono state rispettate le più nere previsioni. I negoziati nella sede delle Nazioni Unite si sono conclusi senza un’intesa. Le divergenze riguardano questioni centrali: dai meccanismi di finanziamento, alla portata vincolante del testo, fino alla menzione degli effetti delle microplastiche sulla salute umana e perfino al titolo stesso del trattato. “Il mancato raggiungimento di un accordo deve essere un campanello d’allarme per il mondo intero: porre fine all’inquinamento da plastica significa affrontare direttamente gli interessi dei combustibili fossili“, ha affermato Greenpeace in un comunicato. Per Graham Forbes, capo delegazione dell’organizzazione ambientalista, “la crisi della plastica sta accelerando e l’industria petrolchimica è determinata a seppellirci per ottenere profitti a breve termine“.

Il trattato aveva l’obiettivo di ridurre la crescita esponenziale della produzione di plastica e imporre controlli globali e giuridicamente vincolanti sulle sostanze chimiche tossiche utilizzate per la produzione della plastica. Inger Andersen, direttore esecutivo del programma dell’Onu per l’ambiente, ha affermato che, nonostante le difficoltà e la delusione, “dobbiamo riconoscere che sono stati compiuti progressi significativi”. “Questo processo non si fermerà – ha affermato – ma è troppo presto per dire quanto tempo ci vorrà per arrivare a un accordo”. I negoziati avrebbero dovuto portare alla stesura del primo trattato giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica, anche negli oceani. Ma proprio come nella riunione in Corea del Sud dello scorso anno, si sono conclusi in un nulla di fatto.

Luis Vayas Valdivieso, presidente del comitato negoziale, ha redatto e presentato due bozze di testo del trattato, sulla base delle opinioni espresse dai paesi. Ma i rappresentanti non hanno accettato di utilizzarne nessuna delle due come base per i negoziati. Valdivieso ha dichiarato che in questa fase non sono previste ulteriori azioni. I rappresentanti di NorvegiaAustraliaTuvalu e altre nazioni hanno espresso profonda delusione per il fatto di lasciare Ginevra senza un trattato. Il Madagascar ha affermato che il mondo “si aspetta azioni”. La commissaria europea Jessika Roswall ha affermato che l’Unione Europea e i suoi Stati membri nutrivano aspettative più elevate per questo incontro e che, sebbene la bozza non soddisfi le loro richieste, costituisce una buona base per un’altra sessione negoziale. La delegazione cinese ha affermato che la lotta contro l’inquinamento da plastica è una lunga maratona e che questa battuta d’arresto temporanea è un nuovo punto di partenza per raggiungere un consenso. Ha esortato le nazioni a collaborare per offrire alle generazioni future un pianeta senza inquinamento da plastica.

Uno dei nodi principali durante i negoziati è stato se il trattato dovesse imporre limiti alla produzione di nuova plastica o concentrarsi invece su aspetti quali una migliore progettazione, il riciclaggio e il riutilizzo. I potenti paesi produttori di petrolio e gas e l’industria della plastica si oppongono ai limiti alla produzione. L’Arabia Saudita ha affermato che entrambe le bozze mancano di equilibrio.

La bozza, pubblicata a Ferragosto, non includeva un limite alla produzione di plastica, ma riconosceva che gli attuali livelli di produzione e consumo sono “insostenibili” e che è necessaria un’azione globale. È stata aggiunta una nuova formulazione per affermare che tali livelli superano le attuali capacità di gestione dei rifiuti e che si prevede un ulteriore aumento, “rendendo necessaria una risposta globale coordinata per arrestare e invertire tali tendenze”. Si parla di ridurre i prodotti di plastica contenenti “una o più sostanze chimiche preoccupanti per la salute umana o l’ambiente”, nonché di ridurre i prodotti di plastica monouso o a breve durata.

Si stima che ogni anno nel mondo vengano prodotte oltre 460 milioni di tonnellate di plastica, di cui circa il 75 per cento finisce tra i rifiuti, invadendo oceani ed ecosistemi. E, secondo l’Onu, la produzione annuale potrebbe raddoppiare fino a 884 milioni di tonnellate nel 2050. Ma, secondo alcune stime, potrebbe anche triplicare fino al 2060.

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giovedì 24 agosto 2023

In Ecuador un referendum lascia il petrolio sotto terra – Marina Forti

 

Lasciate il petrolio sottoterra. La maggioranza degli ecuadoriani si è espressa così, nel referendum popolare tenuto il 20 agosto in concomitanza con le elezioni politiche: quasi il 60 per cento degli elettori ha votato per mettere fine alle attività petrolifere nella zona di foresta amazzonica chiamata Blocco 43. La zona, nota anche come ITT perché include i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini, si trova all’interno del Parco nazionale di Yasunì, riserva naturale di oltre 900 mila chilometri quadrati di foresta pluviale considerata tra le più ricche al mondo di biodiversità. Il parco Yasuni e il “Territorio ancestrale Huaorani” adiacente, sono riconosciuti dall’Unesco come “riserva della biosfera” dal 1989.

Il quesito in effetti era molto semplice: “Lei è d’accordo che il governo del Ecuador lasci indefinitamente sottoterra il petrolio greggio contenuto nel ITT, conosciuto come Blocco 43?”. Per volere popolare dunque i pozzi petroliferi attivi in quella zona dal 2016 saranno smantellati. È una svolta storica per la regione del Yasunì e per le popolazioni indigene che vi abitano. E non solo per loro: mentre il mondo discute di cambiamento climatico, un voto popolare per chiudere dei pozzi di petrolio “è un esempio mondiale”, ha commentato Antonella Calle, portavoce della rete Yasunidos che ha promosso il referendum.

La battaglia per il Yasunì ha una lunga storia. Si può far cominciare nel 2007, quando l’allora presidente Rafael Correa ha lanciato la «Iniziativa Yasunì ITT», facendo proprio uno dei progetti più ambiziosi mai avanzati dai movimenti per la giustizia ambientale: l’Ecuador si impegnava a non estrarre il petrolio nella zona di Ishpingo-Tambococha-Tiputini, quindi a non mettere sul mercato un combustibile fossile che – si calcolava – avrebbe prodotto oltre 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica, gas «di serra» responsabile del riscaldamento del clima. Ma il petrolio era (ed è) la seconda voce delle entrate nazionali, e l’Ecuador chiedeva alle economie ricche di farsi carico di parte del mancato reddito: quantificato il valore del greggio giacente nel Yasuni in circa 7,2 miliardi di dollari, l’Ecuador chiedeva di sottoscrivere 3 miliardi e 600 milioni (la metà) in «certificati di garanzia» corrispondenti alle tonnellate di anidride carbonica che non andranno nell’atmosfera. Il progetto sembrava decollare nel 2010, quando il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp) ha accettato di gestire un fondo fiduciario. Tre anni dopo però erano stati effettivamente sottoscritti certificati per appena 13 milioni di dollari, una briciola.

Così il progetto Yasunì ITT è fallito. Nell’agosto 2013 il governo dell’Ecuador ha sciolto il fondo fiduciario («Le nazioni ricche non hanno appoggiato il piano», aveva dichiarato Correa). Lo stesso anno il presidente ha ottenuto che il parlamento dichiarasse il Blocco 43 zona di “interesse strategico nazionale”, così da poter autorizzare attività estrattive: a chi lo accusava del voltafaccia diceva che il paese ha bisogno del reddito petrolifero “per combattere la povertà”.

È allora che una rete di organizzazioni sociali, ambientaliste e di popoli indigeni raccolta sotto il nome Yasunidos ha proposto un referendum: sostenevano che il paese ha interesse a proteggere il suo patrimonio naturale anche senza l’appoggio di altre nazioni. A sostegno della consultazione popolare avevano raccolto 850 mila firme, ben oltre la quota necessaria. La Commissione elettorale però ne ha considerate valide meno della metà; il quesito stesso era stato respinto, con un atto che solo più tardi è stato riconosciuto illegale. Prima ci sono stati dieci anni di ricorsi alla Corte Costituzionale, una vicenda legale tortuosa che ha attraversato tre diversi governi.

Durante i dibattiti che hanno preceduto il voto, il presidente uscente Guillermo Lasso ha sostenuto che rinunciare al blocco ITT farà perdere allo stato 1.200 milioni di dollari all’anno – tale è stato il reddito generato nel 2022. L’amministratore dell’ente nazionale PetroEcuador, Ramon Correa, ha rincarato: in vent’anni la perdita sarà di oltre 16 mila milioni di dollari, sommando il mancato reddito (13.800 milioni) alle spese per l’abbandono, per smantellare infrastrutture e pozzi, e 251 milioni di compensazioni sociali.

I promotori controbattono. L’economista Carlos Larrea, membro di Yasunidos, sostiene che il calcolo del governo è fuorviante: quei 1200 dollari sono calcolati su un prezzo di 60 dollari al barile per 55 mila barile al giorno per 365 giorni – che però è irreale. Inoltre sarebbe il ricavato delle esportazioni, non ciò che entra nelle casse dello stato, e nel conto non sono incluse le spese di estrazione. Soprattutto, non considera il fatto che il greggio estratto nel ITT è intriso d’acqua (si parla di 11 barili d’acqua per barile di greggio), cosa che fa salire i costi e la difficoltà dell’estrazione, e ne riduce la qualità. Tanto che il ministro dell’energia Francisco Santos aveva detto tempo fa che quel petrolio è stato “una delusione” per tutta l’acqua che “annega i pozzi” (riprendo queste dichiarazioni dal quotidiano spagnolo El Pais).

Nella sua campagna, la rete Yasunidos ha puntato sulla difesa delle risorse naturali, la biodiversità, l’Amazzonia e i suoi popoli. Ha indicato altre vie per compensare la fine delle estrazioni nel Blocco 43: abrogare alcune delle esenzioni fiscali per i super-ricchi nel paese (da sole farebbero 6.300 milioni di dollari in un anno, secondo dati dell’agenzia delle entrate ecuadoriana); magari introdurre una tassa dell’uno per cento sulle super-fortune. Ma questo richiederà un governo orientato alla redistribuzione – cosa per nulla scontata neppure se a vincere il ballottaggio del 15 ottobre fosse Luisa Gonzales, la candidata “correista” (attualmente favorita sul giovane imprenditore Daniel Noboa, conservatore).

Secondo la legge ora PetroEcuador ha tempo un anno per ritirarsi dal Yasunì, anche se l’azienda ha già fatto sapere che smantellare i circa 230 pozzi in attività richiederà almeno cinque anni di lavoro. “Ci assicureremo che i petrolieri se ne vadano quanto prima dalla nostra foresta” ha commentato Nemonte Nenquimo, leader indigena della nazionalità Hoaorani (e vincitrice nel 2020 del premio ambientale Goldman, detto “Nobel alternativo”). “Condivideremo questo modello di azione diretta per il clima con tutti i popoli e paesi, perché la crisi climatica nel mondo ha bisogno di modelli di lotta che mettano il potere nelle mani dei popoli”.

(Un altro esempio del resto viene dallo stesso Ecuador: dove gli abitanti del Distretto metropolitano di Quito, la capitale, hanno votato al 68 per cento contro nuove concessioni minerarie nel territorio chiamato Choco Andino, anche questo considerato Riserva della biosfera dall’Unesco (in questo caso però non saranno chiuse le miniere già esistenti). Anche qui il referendum è stato promosso da una rete popolare, chiamata Quito sin mineria: e ha vinto.

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martedì 23 maggio 2023

La Nigeria chiede 12 miliardi di dollari di risarcimento per i danni prodotti da Eni e Shell

 

Torniamo a occuparci della Nigeria e del petrolio che l’occidente ruba impunemente a questa nazione per pochi spiccioli, con danni umani e ambientali incalcolabili.

Le multinazionali petrolifere occidentali hanno tratto profitto dalla produzione di petrolio in Nigeria per molti anni, ma sono state criticamente censurate per il grave impatto ambientale che ne è derivato.

La Commissione ambientale dello stato di Bayelsa in Nigeria sta ora richiedendo almeno 12 miliardi di dollari, corrispondenti a 11 miliardi di euro, per affrontare l’inquinamento accumulato nella regione a causa dell’estrazione petrolifera.

Secondo un rapporto presentato dalla Commissione, le due principali aziende coinvolte, Shell ed Eni, sono responsabili del 75% dell’inquinamento.

Si stima che ben 47 compagnie petrolifere operino a Bayelsa, che insieme al resto del delta del Niger rappresenta una delle principali zone di produzione petrolifera della Nigeria.

Il rapporto evidenzia che la produzione petrolifera a Bayelsa apporta al governo nigeriano oltre 9 miliardi di euro all’anno.

La Commissione lancia un appello alla comunità internazionale affinché si impegni a riparare i danni all’ambiente e alla salute, raccogliendo i fondi necessari in una “campagna concertata” nei prossimi 12 anni. Le indagini per la stesura del rapporto sono durate complessivamente quattro anni.

La speranza di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, segnalando l’impatto negativo sulla salute della popolazione locale.

Gli indennizzi previamente erogati sono stati ben al di sotto delle richieste attuali.

Nel 2015, ad esempio, Shell ha accettato di pagare circa 70 milioni di euro a 15.600 pescatori e agricoltori del Delta del Niger, i cui mezzi di sussistenza erano stati compromessi a causa di due incidenti di fuoriuscita di petrolio nel 2008.

Nel 2021, il gruppo ha promesso 95 milioni di euro per due ulteriori perdite di petrolio verificatesi negli anni ’70.

Il rapporto recentemente presentato sottolinea ulteriori gravi conseguenze sia per i residenti che per l’ecosistema della regione.

Centinaia di migliaia di persone a Bayelsa sono costrette a vivere su terreni contaminati. In alcuni luoghi, sono state riscontrate concentrazioni di inquinanti derivanti dall’industria petrolifera, come il cromo, che superano di oltre mille volte i limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per le acque sotterranee.

Inoltre, in alcuni luoghi, le concentrazioni di altri composti, come gli idrocarburi presenti nel petrolio grezzo, superano persino i livelli di sicurezza di un milione di volte.

La Commissione descrive la situazione come una “crisi sanitaria silenziosa” che finora ha ricevuto scarsa attenzione.

Solo nel 2012, si stima che circa 16.000 neonati siano morti poco dopo la nascita a causa dell’inquinamento petrolifero. L’aspettativa di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, evidenziando la gravità della situazione.

da qui

martedì 2 maggio 2023

Iraq, poveri nonostante il petrolio - Sara Manisera e Daniela Sala

 


All’alba del 20 marzo 2003, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Iraq. Inizia così la Seconda Guerra del Golfo, un intervento giustificato come "guerra preventiva" ed "esportazione della democrazia". Saddam Hussein era accusato di possedere armi di distruzione di massa e di nascondere militanti di al-Qaida. Secondo le parole di George W. Bush, la missione militare "Iraqi Freedom" avrebbe combattuto il terrorismo, difeso il mondo da un serio pericolo, esportato libertà, prosperità e laicità.

Dal 2003, l’Iraq ha subito un’invasione militare, una guerra civile, l’occupazione di un terzo del paese da parte dell’autoproclamato Stato Islamico, la diffusione di milizie e gruppi armati e una "liberazione" che ha causato migliaia di vittime civili e sparizioni forzate. Al tempo stesso, la società civile irachena non ha mai smesso di lottare e di difendere i diritti umani con campagne nonviolente, spesso ignorate dalla comunità internazionale. Se è vero che l’Iraq è uno dei Paesi più ricchi al mondo di petrolio, è altrettanto vero che la maggior parte della popolazione in questi ultimi vent’anni non ha mai beneficiato della ricchezza del petrolio.

Acqua salata dai rubinetti

Nell’estate del 2018, le temperature a Basra, nel sud dell’Iraq, hanno raggiunto i 52 gradi e dai rubinetti usciva acqua salata. Benché il governatorato di Basra ospiti i giacimenti petroliferi che producono la maggior parte di barili di petrolio esportati ogni giorno dall’Iraq, la regione - e la maggior parte dell’Iraq- resta sottosviluppata, priva di servizi, di acqua, di elettricità e fortemente inquinata. Nel 2011, 2015 e 2019 migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il governo per la mancanza di servizi pubblici e diritti. La repressione da parte delle forze di sicurezza e delle milizie armate è stata durissima.

Giovani manifestanti uccisi

Solo nel 2019, più di 800 giovani manifestanti sono stati uccisi e oltre 25’000 sono stati feriti. A vent’anni di distanza dall’invasione a guida statunitense, l’Iraq è uno dei paesi più corrotti al mondo, dove classi dirigenti locali, con il supporto di milizie, e uomini d’affari si dividono la torta secondo i propri interessi. Nonostante sia stato fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica che il problema fossero le armi di distruzione di massa e al-Qaida, la geopolitica e il petrolio restano le cause principali della fragilità irachena.

Sara Manisera e Daniela Sala - con la collaborazione di Lina Issa ed Essam al Sudani - realizzato grazie al supporto del JournalismFund

qui un video interessante: 

 

da qui



Iraq senz’acqua: il costo del petrolio che arriva fino in Italia - Sara Manisera, Daniela Sala

 In Iraq i giacimenti di petrolio estraggono il greggio utilizzando l'acqua dirottata dai fiumi. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i loro profitti si sono moltiplicati. Ma a Basra mancano acqua e elettricità

Basra, Iraq. Quando nel 1990 Saddam Hussein prosciugò gran parte delle paludi mesopotamiche per punire i ribelli nascosti tra i canneti che si opponevano al suo regime, Mahdi Mutir prese i suoi pochi averi, le reti e la piccola barca e fuggì verso le paludi di Hammar, a nord est di Basra, dove pensava di poter continuare a vivere grazie alla pesca. Le paludi di Hammar sono un grande complesso di zone umide nel sud-est dell’Iraq e fanno parte delle paludi mesopotamiche, originate dal sistema fluviale del Tigri ed Eufrate.

Questi antichi fiumi nascono dalle sorgenti innevate dei monti del Tauro nella Turchia sud orientale, attraversano valli e gole verso gli altipiani della Siria e dell’Iraq settentrionale e poi scendono paralleli verso la pianura alluvionale dell’Iraq centrale. Come le arterie dell’apparato circolatorio, i fiumi, raggiunti da altri affluenti, scivolano verso sud e si uniscono ad Al-Qurnah per formare il maestoso Shatt al-Arab, un fiume che viaggia per duecento chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico.

Per millenni, la vita degli abitanti delle paludi è stata strettamente legata al Tigri, all’Eufrate e alle zone umide che stagionalmente venivano sommerse dalle inondazioni dei fiumi. Grazie all’acqua e ai canali, si trasportavano merci, si navigava da una regione all’altra, si coltivava e si viveva di pesca, in un rapporto simbiotico con l’ambiente circostante. Così ha vissuto anche Mutir.

Ogni giorno, alle due di pomeriggio, usciva da casa per andare a gettare le reti con la tradizionale mashuf, una canoa in legno, lunga e stretta, utilizzata come mezzo di trasporto principale dai pescatori di questa zona per navigare canali e paludi. Aspettava il calare del sole e il giorno seguente, alle prime luci dell’alba, le andava a raccogliere. Dei pesci catturati riusciva a guadagnare circa 17.000 dinari al giorno, circa tre euro, una cifra esigua ma sufficiente per mantenere la sua famiglia…

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giovedì 16 febbraio 2023

Destino nigeriano per l’Uganda - Maria Rita D'Orsogna

 

Abbiamo sempre sentito parlare dei cattivissimi occidentali – le sette sorelle di decenni passati, le ditte petrolifere odierne Shell, ENI, Total, che hanno devastato l’ogni dove dell’Africa, i governi stranieri che li hanno appoggiati, e i governi africani che si sono lasciati corrompere e che hanno venduto tutto per pochi denari. Adesso però arriva la Cina.

Da come hanno gestito l’emergenza COVID, e da come gestiscono le loro società non so se sarà meglio. Intanto Xi Jinping, il presidente cinese rieletto per l’eternità, continua con i proclami green. Dice che i cinesi vogliono proteggere la biodiversità e rendere il pianeta sempre più verde. O cosi ha detto durante il COP15, il convegno annuale sull’ambiente promosso dalle Nazioni Unite e nel 2022, svoltosi a Montreal.

Sarà ma ecco qui una serie di progetti non proprio green promossi per l’Uganda.

Intanto c’è il cosiddetto East African Crude Oil Pipeline (EACOP) e lo sviluppo di due campi petroliferi, Kingfisher and Tilenga, che saranno sfruttati da ditte di stato cinesi. L’oleodeotto EACOP collegherà l’Uganda e la Tanzania, cosicché il greggio potrà essere mandato attraverso l’oceano indiano (verso la Cina?) dal porto di Tanga in Tanzania. I campi si trovano nella parte occidentale del paese, nel distretto Kikuube. Si parla di almeno 1,4 miliardi di barili.

Siamo in un angolo verdeggiante e ricco di natura spettacolare dell’Uganda. Ci sono qui il Lago Albert, dove nascono il Nilo e il fiume Congo e non lontano dal Murchison Falls National Park ed il Murchison Falls-Albert Delta zone protette perché dalla biodiversità unica in Africa, con foreste, zone umide e creature che non si possono trovare in alcun altro posto del mondo.

Davvero pensiamo che i cinesi tratteranno tanta bellezza con i guanti bianchi? Considerato come trattano i loro stessi cittadini, i loro stessi cieli anneriti, le loro non-democrazie ancora più malate…

Il progetto Kingfisher sarà realizzaato dal China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). Vogliono realizzare centri di trattamento, raffinerie, pozzi di petrolio lungo la riviera del Lago Albert. Assieme alla CNOOC, la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China Petrochemical and Chemical Corporation (Sinopec), tutte ovviamente sponsorizzate dal governo centrale. Ovviamente i finanziamenti verranno da enti cinesi, prima fra tutte la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC). L’unico progetto che prevede una partecipazione non cinese è quello delle trivelle in Tilenga che sarà realizzato dalla Francese Total con 140 pozzi di petrolio. Il tutto nel cuore del Murchison Falls National Park. Quelli dell’oleodotto EACOP dicono che creeranno 2.000 posti di lavoro, di cui però solo duecento per i locali. Una miseria, una miseria sporca e inquinata.

La gente d’Uganda è contraria, specie per la presenza di enti cinesi, poco trasparenti e poco interessati al bene del paese. Anzi molte banche e assicuratori occidentali si sono rifiutati di finanziare queste opere non solo perché vanno contro gli standard ambientali ma anche per presunte violazioni di standard internazionali nei progetti decisionali. Anche il parlamento europeo ha messo pressione ai governi di Uganda e Tanzania contro la realizzazione di trivelle e oleodotti in zone cosi sensibili. È forse una sorpresa data la storia recente della Cina?

Intanto, le trivelle vanno avanti. I politici d’Uganda si sono fatti abbagliare dal denaro e dalle promesse cinesi. A Kingsfisher hanno iniziato a trivellare a gennaio 2023, con tanto di foto con sorrisi d’Africa e di Cina. Dicono che non ci saranno danni, dicono che la gente è stata già compensata, che sarà tutto bello e rosa. Ma lo sappiamo che mai è stato cosi e mai sarà.

Fra dieci anni, prevedo, tireremo fuori tutti gli articoli scritti sulla Nigeria devastata da Shell, ENI e compari d’Europa e li riscriveremo per l’Uganda devastata dalla CNOOC e compari di Cina. Una storia già scritta e già pianta.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). Da sempre accanto alle lotte locali per la difesa dell’ambiente naturale e contro i giganti del petrolio, ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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domenica 3 luglio 2022

Gli attivisti per il clima si uniscono per fermare l’oleodotto dell’Africa orientale - Nick Engelfried

 

Mentre un movimento nato in Uganda e Tanzania arriva negli Stati Uniti, gli attivisti per il clima si uniscono per fermare l’oleodotto dell’Africa orientale e traggono forza dalle lezioni delle precedenti battaglie

Il mese scorso, in occasione della celebrazione annuale nota come Giornata dell’Africa, gli attivisti di Uganda, Kenya, Nigeria, Ghana e altri Paesi hanno organizzato manifestazioni contro il coinvolgimento del gigante petrolifero francese TotalEnergies nei progetti di estrazione di combustibili fossili in Africa. Al centro delle proteste c’è stato l’oleodotto East Africa Crude Oil Pipeline, o EACOP, proposto dalla Total, che trasporterebbe 200.000 barili di petrolio al giorno dall’Uganda occidentale ai terminali di esportazione a 1.445 chilometri di distanza, sulla costa della Tanzania.

Gli organizzatori di base in Uganda e Tanzania hanno parlato contro l’EACOP per anni, a volte con grande rischio per la propria sicurezza. Ma a testimonianza dell’importanza del progetto per la biodiversità e i diritti umani, la campagna per fermare l’oleodotto sta entrando in una nuova fase, sempre più globale.

L’EACOP minaccia di sfollare circa 100.000 persone le cui case si trovano sul percorso dell’oleodotto. Attraverserebbe oltre 200 fiumi e il bacino del Lago Vittoria, fonte di irrigazione e acqua potabile per 40 milioni di persone. Avrebbe inoltre un impatto negativo su numerose aree protette in Uganda e Tanzania, tra cui parchi nazionali e riserve naturali. Tuttavia, è il potenziale contributo dell’oleodotto alla crisi climatica – 34 milioni di tonnellate di carbonio emesse ogni anno nell’atmosfera – che ha reso il suo arresto una priorità per i gruppi di attivisti per il clima non solo in Africa, ma anche in Europa e negli Stati Uniti.

“L’EACOP è un enorme progetto aziendale che interesserà migliaia di persone”, ha dichiarato Baraka Lenga di Fridays for Future Tanzania, che ha guidato l’opposizione all’oleodotto nel suo Paese. Vogliamo passare dai combustibili fossili all’energia verde e la Total sta cercando di riportarci indietro nella direzione sbagliata”. Ecco perché nel Nord e nel Sud del mondo gli attivisti per il clima si uniscono contro questo oleodotto”.

Le proteste dell’Africa Day sono state un segno di come l’opposizione all’EACOP si sia diffusa in tutto il continente. Tuttavia, potrebbe essere solo un assaggio delle cose che verranno, dato che il movimento per fermare uno dei più grandi progetti di nuovi combustibili fossili proposti in Africa continua a crescere.

Le radici della resistenza all’EACOP

Le origini della lotta contro l’EACOP risalgono al 2006, quando la Tullow Oil, con sede nel Regno Unito, scoprì circa 1,7 miliardi di barili di riserve sotterranee recuperabili nella regione dell’Albertine Graben in Uganda. Negli anni successivi, con l’aumento dei prezzi della benzina in molte parti del mondo, i colossi petroliferi globali hanno iniziato a intensificare gli sforzi per estrarre petrolio in luoghi dove un tempo sembrava troppo costoso o impraticabile farlo, come le sabbie bituminose canadesi e più a nord nell’Artico. È in questo contesto che Total e altre compagnie petrolifere, che alla fine hanno rilevato la quota di Tullow nei giacimenti appena scoperti, hanno iniziato a pianificare l’apertura dell’Africa orientale a un’enorme espansione delle attività di trivellazione petrolifera, di cui l’EACOP è una parte fondamentale.

Per gli attivisti per il clima del Nord America, questa storia potrebbe suonare stranamente familiare. Infatti, l’EACOP e l’opposizione di base ad esso richiamano alla mente la lotta di alto profilo per l’oleodotto Keystone XL, che ha imperversato per anni negli Stati Uniti e in Canada. Come il Keystone XL, l’EACOP attraverserebbe due Paesi per trasportare il petrolio sul mercato internazionale. Entrambi gli oleodotti provocherebbero lo spostamento di proprietari terrieri lungo il loro percorso, comprese le comunità indigene i cui antenati hanno convissuto con il paesaggio per millenni. Come il Keystone XL, l’EACOP rappresenta un elemento cruciale di un piano più ampio di espansione massiccia dell’estrazione di combustibili fossili in una regione ecologicamente sensibile.

 “In origine, la maggior parte delle persone si è unita alla campagna per fermare questo oleodotto perché rappresenta una minaccia per i diritti umani, la giustizia sociale e la biodiversità”, ha detto Lenga. “Ma alcuni di noi, che si preoccupano della giustizia climatica, sono stati coinvolti fin dall’inizio perché sapevano che questo progetto avrebbe amplificato la crisi climatica”.

Mentre l’impatto diretto della costruzione dell’EACOP si farebbe sentire soprattutto in Africa orientale, le compagnie che tentano di costruirlo hanno sede soprattutto in altre parti del mondo. La Total detiene la quota maggiore del progetto, mentre la China National Offshore Oil Corporation è il secondo investitore. Molte delle banche e delle assicurazioni che più probabilmente sottoscriveranno l’oleodotto hanno sede in Europa e negli Stati Uniti. Con la crescita dell’opposizione all’EACOP, è cresciuta anche l’attenzione del movimento per il clima nel portare la campagna di resistenza nei Paesi che detengono le chiavi delle finanze del progetto.

Un movimento internazionale prende il via

Il mese scorso, in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti della Total a Parigi, quasi 300 attivisti di Greenpeace France e di altre organizzazioni hanno bloccato le porte e si sono radunati all’esterno, fino a costringere la società a chiudere l’incontro di persona in cui aveva cercato di impressionare gli investitori. L’obiettivo delle proteste era quello di fare pressione sulla Total affinché ponesse fine al suo coinvolgimento nei principali progetti sui combustibili fossili, tra cui l’EACOP, in solidarietà con le comunità di base dell’Africa orientale. È stato un segno di come l’opposizione dei gruppi per il clima all’oleodotto sia diventata globale.

“La campagna contro l’EACOP è cresciuta a macchia d’olio man mano che sempre più persone sono venute a conoscenza del progetto”, ha dichiarato Ryan Brightwell, attivista di BankTrack con sede nei Paesi Bassi. “Nel 2018, quando la nostra organizzazione è stata coinvolta per la prima volta, era frustrante che ci fosse poca attenzione internazionale sul gasdotto. La situazione è cambiata, soprattutto in Francia, dove ha sede Total”.

Una pietra miliare per la campagna è arrivata nel febbraio dello scorso anno, quando più di 250 organizzazioni di tutto il mondo hanno formalmente lanciato la coalizione internazionale #StopEACOP. Nelle lettere inviate agli amministratori delegati delle aziende che con maggiore probabilità finanzieranno l’oleodotto, la coalizione ha fatto pressione affinché non dessero il loro sostegno. Ad oggi, almeno 20 banche e otto assicurazioni – tra cui Barclays, Citi, Wells Fargo, JPMorgan Chase e Axa – hanno risposto impegnandosi a non finanziare direttamente l’EACOP. Anche per questo motivo, il gasdotto ha subito una serie apparentemente interminabile di ritardi.

Inizialmente la costruzione dell’EACOP doveva terminare nel 2020, ma la tempistica è stata posticipata perché il progetto sta lottando per assicurarsi i finanziamenti necessari. “Nel 2018 si pensava di finalizzare i finanziamenti entro la metà del 2019, in modo che la costruzione potesse iniziare subito dopo”, ha spiegato Brightwell. “Di recente, hanno detto che avrebbero concluso il prestito entro la fine di quest’anno. Questi ritardi danno alla nostra campagna il tempo di prendere slancio”. La Total sta lottando per finanziare l’EACOP, ma i prossimi mesi potrebbero essere cruciali. Non possiamo permetterci di dare nulla per scontato”.

Almeno un importante broker assicurativo, Marsh McLennan negli Stati Uniti, sta ancora lavorando con la Total per cercare di ottenere una copertura per l’oleodotto – ed è questo, più di ogni altra cosa, che ha fatto sì che il movimento Stop EACOP si diffondesse oltre l’Africa e l’Europa. A maggio, 350 Stati Uniti ha lanciato ufficialmente una campagna di pressione su Marsh McLennan affinché abbandonasse il progetto. È stato l’inizio di una nuova fase per il movimento, incentrata su un obiettivo aziendale con sede negli Stati Uniti.

Attivisti statunitensi coinvolti

Il movimento Stop EACOP è ancora giovane negli Stati Uniti e finora i gruppi che si occupano di clima hanno sottolineato l’uso dell’attivismo online per fare pressione su Marsh McLennan e sulle altre società coinvolte nel gasdotto. “Ci sono molti modi per avere un impatto”, ha detto Brightwell. “Per esempio, molti fondi pensione negli Stati Uniti sono esposti alla Total. Chiunque investa in loro è esposto anche ai rischi di questo progetto e al suo contributo alla crisi climatica”.

Con l’intensificarsi del movimento, gli attivisti statunitensi per il clima avranno l’opportunità di trarre insegnamento da altre lotte contro gli oleodotti. Il successo della campagna per fermare il Keystone XL, che l’amministrazione Biden ha respinto l’anno scorso, può offrire insegnamenti particolarmente preziosi. La prima vera campagna internazionale di tale portata contro un oleodotto in Nord America, la lotta per il Keystone XL, ha avuto i suoi alti e bassi. Ha comportato molte dure lezioni sulle sfide da affrontare per sfruttare le risorse dei grandi gruppi per il clima, elevando allo stesso tempo la voce di coloro che sono maggiormente colpiti da un progetto di espansione dei combustibili fossili. Ma nei suoi momenti migliori e più efficaci, la campagna ha fornito agli attivisti statunitensi e canadesi un modello per il successo della contestazione di un oleodotto internazionale.

Le tattiche che hanno giocato un ruolo importante nella lotta contro il Keystone XL sono state le dimostrazioni di massa rivolte ai politici e ai finanziatori del progetto, l’azione diretta contro le compagnie coinvolte e l’invio di risorse ai gruppi guidati dagli indigeni in prima linea nell’opporsi all’estrazione delle sabbie bituminose. Da allora, gruppi climatici statunitensi e canadesi hanno applicato approcci simili per contrastare altri oleodotti. Sebbene alcuni di questi sforzi si siano rivelati più efficaci di altri, tutti hanno contribuito a creare lo slancio per un movimento veramente internazionale di sfida all’industria petrolifera. Resta da vedere come i gruppi ambientalisti statunitensi potrebbero sfruttare alcune delle stesse tattiche per sfidare l’EACOP – una lotta non solo internazionale, ma globale.

Ci sono già segnali che indicano che la solidarietà tra le organizzazioni di base in Africa orientale e le grandi organizzazioni internazionali si sta dimostrando efficace. I gruppi che si occupano di clima e di diritti umani sono riusciti a focalizzare l’attenzione globale sugli organizzatori in Uganda e Tanzania, che altrimenti avrebbero rischiato di essere presi di mira con la violenza per essersi opposti all’industria petrolifera. “In Tanzania, molte persone hanno paura di parlare contro questo progetto perché temono di essere arrestate”, ha detto Lenga. “Ma so che le organizzazioni internazionali saranno al mio fianco”.

Un nuovo fronte contro il colonialismo

La maggior parte dei Paesi non africani le cui società sono coinvolte nell’EACOP, sia come proprietari che come finanziatori, hanno una lunga storia di colonizzatori o sfruttatori di Paesi sovrani del continente africano. Per alcuni oppositori dell’EACOP, quindi, lottare contro questo oleodotto è una forma di resistenza al colonialismo sotto un’altra veste.

“Sono passati più di 60 anni da quando l’Uganda e la Tanzania hanno annunciato la loro indipendenza”, ha dichiarato Omar Elmawi, un organizzatore di 350.org con sede a Nairobi, in occasione di un evento online per la campagna Stop EACOP negli Stati Uniti. “Queste compagnie devono finalmente capire che questi sono Paesi liberi e non dovrebbero essere coinvolte nello sfruttamento delle loro risorse”.

L’opposizione delle comunità lungo il percorso dell’oleodotto continua a costituire il cuore del movimento Stop EACOP. Tuttavia, proprio come nel caso della campagna contro il Keystone XL, è necessaria una risposta internazionale degli attivisti, perché le multinazionali coinvolte non rispettano i confini nazionali. La differenza principale è che nel caso del Keystone XL, la maggior parte degli attori aziendali aveva sede negli Stati Uniti o in Canada. Nel caso dell’EACOP, sono sparsi in almeno quattro continenti: Africa, Europa, Asia e Nord America. La campagna per fermare l’EACOP rappresenta quindi un’opportunità quasi senza precedenti per costruire un movimento veramente mondiale incentrato sull’opposizione a un gigantesco oleodotto.

“È stato fantastico collaborare con persone in tutta l’Africa, in Europa e in tutto il mondo per questa campagna”, ha dichiarato Lenga. “Noi nei Paesi colpiti non chiediamo molto. Abbiamo solo bisogno di sostegno, perché finché resteremo uniti, sono sicuro che vinceremo questa battaglia”.


Fonte: Waging Nonviolence, 28 giugno 2022

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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venerdì 18 marzo 2022

Comiche petrolifere (già raffinate) - Grig

 

Nel giro di qualche giorno il prezzo dei carburanti è aumentato a dismisura (+84,28% per la benzina, +88,86% per il gasolio) con l’alibi della guerra in Ucraina.

Accise e tasse sono invariate.

In realtà, non siamo in presenza di una misura per scoraggiare il traffico veicolare privato, non siamo in presenza di un consistente aumento del prezzo del petrolio a livello internazionale (al 15 marzo 2022 è inferiore ai 100 dollari al barile), siamo in presenza di una pura speculazione.

Avviene solo in Italia.

Siamo in presenza di una colossale truffa”, ha affermato senza tanti giri di parole il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani.

Bene, dopo averne preso coscienza, in attesa di una seria politica ambientale dei trasporti, non sarebbe il caso di fare un passo in più?

er esempio, perché non far diminuire i prezzi all’ENI s.p.a., controllata dallo Stato, che detiene più del 22% della quota di mercato[1] dei carburanti in Italia?

Per esempio, perché non ridurre la quota di accise (insieme all’IVA, il 55% del prezzo della benzina, il 52% del prezzo del gasolio, ben 1,13 miliardi di euro nel solo mese di gennaio 2022)?

Per esempio, perché non imporre un prezzo equo calmierato, almeno temporaneamente?

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

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mercoledì 23 febbraio 2022

Affondamento catastrofico della FPSO petrolifera Trinity in Nigeria - Maria Rita D'Orsogna

 

Avro’ predicato tutto questo per anni, in tutti gli angoli d’Italia in cui si parlava di petrolio, di Ombrina Mare, del perche’ no alle trivelle.

Il problema del petrolio e’ non se succedera’ mai un incidente, piuttosto quando succedera’. Perche’ e’ garantito che quando meno te l’aspetti prima o poi qualcosa andra’ storto.

Ed infatti eccoci qui, in Nigeria. La tanto martoriata Nigeria. Come se non bastasse tutto lo schifo che ENI, Shell e compari hanno fatto nel corso degli anni, ecco un’altra petrol-tragedia.

Una FPSO - che sta per Floating, Production, Storage and Offloading unit - e’ esplosa in mare lasciando disastri e dispersi. La FPSO esplosa si chiamava Trinity.

Le FPSO sono navi-raffineria che stanno li, ferme in mezzo al mare, spesso vicino ai campi petroliferi. Il loro compito e’ di raffinare petrolio in loco, di stoccarlo, e poi di agevolare il trasferimento su navi merci in modo che il prodotto finale possa essere mandato nel resto del mondo.

E’ per questo che c’e’ sempre la fiamma accesa, perche’ la FPSO raffina petrolio ed emette fumi di scarto, specie di tipo sulfureo.

E’ esattamente la stessa infrastruttura che l’amico Sergio Morandi della Rockhopper Exploration voleva propinarci in Abruzzo a 5km da riva.

Il lotto di mare nigeriano dove sorge questo petrol-mostro della trinita’ si chiama OML 108 e si trova nel mare dello stato di Warri. Trinity e’ di proprieta’ di una ditta americana Allenne Ltd, ma e’ gestita da una ditta Nigeriana che si chiama Shebah Exploration & Production Company Ltd (SEPCOL).

 

La SEPCOL aveva rilevato delle quote dalla Conoco-Phillips ed ora si trova (e’ il caso di dirlo) in cattive acque finanziarie.

Forse le ristrettezze finanziarie hanno contribuito alla mancanza di sicurezza. E poi c’e’ da tenere conto che i protocolli di sicurezza nigeriani sono assolutamente inadeguati e anche laddove ci sono nessuno li rispetta. Ad ogni modo, non si sa bene cosa sia successo, ma dopo l’esplosione e il fumo e le fiamme il risultato e’ che dieci persone mancano all’appello.

La FPSO era ancorata a 25 metri di profondita’ e raffinava 22,000 barili di petrolio al giorno. Non si sa quanto petrolio fosse stoccato a bordo ma si parla di circa 200,000 barili, quasi tutti provenienti dal vicino campo Ukpokiti che contiene cinque pozzi estrattivi ed uno di reiniezione.

Ovviamente il timore, a parte l’ansia per i dieci dispersi, e’ ora che ci possa essere un mega riversamento in mare di tutto questo greggio.

Trinity e’ stata una petroliera attiva prima di essere una FPSO, e va in giro dal 1976. Ben 45 anni. Non e’ l’unica nave-antica ad operare come FPSO in Nigeria ed in molti sono preoccupati di altri disastri dovuti alla mancanza di manutenzione, di regolamentazioni e all’eta’ di questi mostri.

Un altro ingrediente che genera timore e’ che vari colossi internazionali, Shell in primis, abbandonano la Nigeria, e subentrano operatori piu’ piccoli, come questa sconosciuta SEPCOL con meno garanzie di sicurezza e con infrastruttura che diventa sempre piu’ vecchia.

Ecco, questa Trinity potrebbe essera la prima di una lunga seria.

Restiamo a vedere.

In me, a parte il dispiacere per la Nigeria (e la Basilicata, e l’Ecuador, e il Peru’, e ovunque vivano con questi schifi) c’e’ un pizzico di orgoglio ed un sospiro di sollievo a pensare che all’Abruzzo tutto questo e’ stato risparmiato.

Vorrei solo che queste lezioni non andassero dimenticate perche’ e’ successo in Nigeria ma puo’ succedere ovunque arrivano trivelle e trivellatori e occorre sempre stare all’erta.

Il petrolio migliore del mondo e’ quello che resta sottoterra.

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