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venerdì 19 dicembre 2025

Se volete dare un occhio al futuro verde del pianeta, fatevi un giro in Cina - Loretta Napoleoni

Chi avesse voglia di dare un’occhiata al possibile futuro verde del pianeta e alla transizione ecologica prodotta dall’innovazione tecnologica, dovrebbe farsi un giro in Cina.

La Cina, va detto, consuma più energia di qualsiasi altro paese al mondo. Ha un appetito vorace, alimentato per decenni dal carbone, che l’ha resa il più grande emettitore di CO₂ del pianeta. Ma da almeno dieci anni, questo gigante con una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone è impegnato in una svolta epocale. Il motivo? Raggiungere un obiettivo ambiziosissimo, il cosiddetto “doppio carbonio”: arrivare al picco delle emissioni entro il 2030 ed ottenere la neutralità carbonica entro il 2060. A che punto siamo? Nel 2024, per la prima volta, la capacità di energia non fossile installata in Cina ha superato il 60 per cento del totale nazionale, toccando i 2,2 miliardi di kW. Il resto, circa il 40 per cento, proviene ancora da fonti tradizionali, in primis il carbone, che rimane un pilastro per la stabilità della rete elettrica.

Si tratta di una transizione dove le tecnologie avanzate vanno a braccetto con un ripensamento radicale dell’intero sistema, una vera e propria rivoluzione energetica in casa. E per capire come questo futuro stia prendendo forma, bisogna guardare a una provincia lontana dai centri del potere finanziario e politico cinese, lo Xinjiang: 450 miliardi di tonnellate di riserve di carbone (il 40 per cento del totale cinese), un potenziale di energia solare pari al 40 per cento del potenziale tecnico nazionale e uno eolico di 1 miliardo di kW.

 

Siamo ad Urumqi, una cittadina vicina al confine nordoccidentale della Cina, sotto la Mongolia, a pochi kilometri dal deserto del Gobi. In una sala di controllo circondata da schermi olografici dove scorrono flussi di dati in tempo reale, pochi tecnici supervisionano 66 centrali energetiche sparse in una regione grande cinque volte l’Italia. È il Centro Operativo Intelligente di Urumqi, avamposto tecnologico e cervello operativo della più audace transizione energetica del pianeta. È infatti qui, in questa provincia remota battuta dai venti e bruciata dal sole, che si gioca una partita che potrebbe tra qualche decennio ridefinire gli equilibri energetici globali e per ora la Cina ha in mano tutti i jolly.

La Cina, a differenza delle nazioni occidentali, ha infatti capito da tempo una verità semplice ma rivoluzionaria: chi controllerà l’energia del futuro controllerà l’economia del XXI secolo e l’energia del futuro sono le rinnovabili. Xinjiang, con le sue distese assolate dove soffia vento costantemente, è il Texas cinese e le rinnovabili il suo petrolio verde.

Mentre l’Occidente dibatte sul costo della transizione ecologica, la Cina agisce and leads by example producendo una visione sistemica e comprensiva dello sfruttamento di diverse risorse. Il progetto “Energia dallo Xinjiang al resto della Cina” trasforma così l’abbondanza locale in uno strumento di politica nazionale. Corridoi a ultra-alta tensione (UHV) – come Hami-Zhengzhou e Zhundong-Anhui – sono le moderne arterie di un sistema circolatorio che pompa energia pulita verso le fabbriche e le città della costa orientale. Fino al 2024, hanno esportato oltre 800 miliardi di kWh, alimentando 22 province. È una strategia win-win: le regioni orientali ricevono energia a basse emissioni, lo Xinjiang si sviluppa e Pechino consolida il controllo su un’area strategicamente sensibile.

Il Centro di Urumqi è il simbolo di questa regia centralizzata. Non è una semplice sala controllo, è un sistema nervoso digitale che, attraverso un’intelligenza artificiale avanzata, gestisce 170 impianti per una capacità di 11,12 milioni di kW. Trenta di questi funzionano già in modalità “presenza zero” o semiautomatica. Questo modello risponde a un’esigenza duplice: massimizzare l’efficienza e minimizzare l’errore umano in un territorio sterminato. È l’applicazione pratica di un principio di sviluppo: la fusione tra pianificazione statale e tecnologie d’avanguardia che crea un acceleratore di sviluppo senza pari.

 

Perché la Cina ci riesce mentre l’Occidente arranca? La risposta non è solo tecnologica. È politica e sociale. Il vantaggio del ritardatario: la Cina si è industrializzata tardi, saltando fasi inquinanti che per l’Occidente sono state un costo irrecuperabile. La pressione sociale: i cinesi vogliono aria pulita. L’inquinamento non è più un prezzo accettabile per la crescita. Il calcolo economico dello Stato: l’inquinamento ha un costo sanitario enorme. Investire nel verde non è solo una questione ambientale, ma un modo per ridurre la spesa pubblica sanitaria.

L’Occidente, d’altro canto, è intrappolato in un paradosso: ha firmato gli Accordi di Parigi, ma manca la volontà politica di affrontare i costi di una riconversione industriale radicale. Qui, invece, la transizione è una priorità nazionale assoluta.

La lezione di Urumqi non è solo per la Cina. Questo modello è un prodotto esportabile nell’ambito della Belt and Road Initiative e per i partner dei Brics. Immaginate questo sistema applicato ai deserti dell’Arabia Saudita, dell’Iraq o del Nord Africa.

Il centro di Urumqi è il prototipo di una futura rete energetica continentale, una “Via della Seta dell’elettricità” che potrebbe unire l’Eurasia con flussi di energia pulita. In un mondo dove Europa e Asia sono fisicamente un unico continente, questa non è fantascienza. È geopolitica.
Mentre da noi si negozia e si rimanda, qui, nel deserto del Gobi, il futuro energetico del mondo è già in funzione. E dall’Occidente non arriva la concorrenza, ma solo i visitatori, come me, a guardare e a prendere appunti.

da qui

mercoledì 18 maggio 2022

L’ipocrisia della transizione ecologica - Antonio Lupo

 

La preannunciata (ma da quasi tutti inaspettata) sindemia mondiale da Coronavirus ci ha lasciato impauriti e frastornati. E ora la guerra in Ucraina sta obbligando tutti noi, quelli dei Paesi ricchi dell’Occidente, a interrogarci sui nostri consumi, assurdi e privilegiati.

A Parigi 2015 la COP 21 sul clima aveva preso alcune decisioni, seppure non vincolanti, ma le successive COP sul clima non hanno prodotto nulla, se non diluvi di chiacchiere e scritti sull’economia circolare, cioè un’economia non lineare, e sulla transizione ecologica, analisi in massima parte dettate dal persistere della presunzione (o stupidità) antropocentrica.

Solo da qualche anno ho accettato, confesso con fatica, una verità della biologia, cioè il fatto che io (come tutti gli uomini e gli animali) sono un predatore, non ho vita autonoma, poiché solo le piante la hanno. L’umanità globale moderna deve prenderne consapevolezza con assoluta urgenza, se vuole fermare la sua corsa verso l’estinzione.

Il vecchio e saggio papa Francesco lo ha scritto con chiarezza nella sua Laudato si’. Poi, all’esplosione del coronavirus nell’aprile 2020, ha citato in un’intervista al settimanale cattolico britannico The Tablet un proverbio spagnolo: “Dio perdona sempre, noi qualche volta, la natura mai” e ha concluso dicendo“Non so se questa crisi sia la vendetta della natura, ma di certo è la sua risposta».

Siamo così stupidi che continuiamo a illuderci di poter vincere questa guerra alla natura, da noi iniziata duecento anni fa e intensificata sempre più, dalla fine della II Guerra Mondiale a oggi.

Il ministero dell’Ambiente in Italia, da febbraio 2021, si chiama ministero della Transizione Ecologica (MiTe), un ministero fondamentale per l’applicazione del Next Generation EU, il progetto della Ue di fine 2020, stilato per risollevare l’economia Ue dal crollo postCovid. In applicazione di esso ogni Paese Ue ha predisposto un Pnrr, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Come si legge nel sito del governo italiano

“La transizione ecologica è uno dei pilastri del progetto Next Generation EU e costituisce una direttrice imprescindibile dello sviluppo futuro. La seconda Missione (delle sei totali), denominata Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, si occupa dei grandi temi dell’agricoltura sostenibile, dell’economia circolare, della transizione energetica, della mobilità sostenibile, dell’efficienza energetica degli edifici, delle risorse idriche e dell’inquinamento, al fine di migliorare la sostenibilità del sistema economico e assicurare una transizione equa e inclusiva verso una società a impatto ambientale pari a zero”.

A distanza di un anno, il 16 marzo 2022 il ministero della Transizione Ecologica ha pubblicato il Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (Pngr) in cui si parla di Economia circolare. Ricordo bene le speranze nate con la Legge Ronchi sui Rifiuti del 1997, con le sue tre R, la prima Riduzione, la seconda Riutilizzo, terza e ultima il Riciclo. A venticinque anni da essa, i dati Ispra 2000-2020 ci raccontano un fallimento totale e desolante:

1- nel 2001 i rifiuti urbani (RU) pro capite/anno erano 516 KG (Nord 524, Centro 595, Sud 463);
2 – nel 2011 RU pro capite/anno totali erano diventati 528 KG (Nord 526, Centro 604, Sud 486);
3 – nel 2019 RU procapite/anno in Italia erano di KG 503;
4- nel 2020 (dopo Coronavirus) RU procapite/anno 488 KG (Nord 506, Centro 524, Sud 442).

La Raccolta differenziata, cioè il terzo obiettivo, è arrivata a livello nazionale al 63% nel 2020, con un forte aumento in tutte le Regioni, dal 42,2% della Sicilia al 74,5% della Sardegna. Invece il primo obiettivo, la riduzione dei RU è stata di 28 KG procapite/anno rispetto al 2001, poco più del 5%… La grassa Emilia Romagna, con 639 KG procapite /anno (631 nel 2001) è il maggior produttore in Italia di Rifiuti Urbani, pur facendo un’ottima raccolta differenziata al 72,1%, che è gestita in gran parte dal gruppo Hera, quotato in Borsa.

Questo fallimento è avvenuto anche perché i media e tutti gli organi istituzionali (Stato, Regioni e Comuni) hanno manipolato la gente, ripetendo che per l’Economia circolare era fondamentalmente la Raccolta Differenziata, perché i Rifiuti sono sviluppo, anzi “sviluppo sostenibile”, l’importante è una buona gestione di essi. È evidente: i rifiuti sono ottimo business e danno bei dividendi agli azionisti. Il risultato di questa impostazione lo si continua a vedere, ad esempio, a Roma, con rifiuti nelle strade, la vecchia discarica chiusa e un nuovo inceneritore alle porte, proposto da una giunta “progressista.

La sovranità energetica

L’ultimo rapporto IPCC, la cui sintesi è stata approvata il 27 febbraio 2022 da 195 governi ha ribadito che

“I cambiamenti climatici indotti dall’uomo stanno causando pericolosi e diffusi sconvolgimenti nella natura e colpiscono la vita di miliardi di persone in tutto il mondo. Le persone e gli ecosistemi con minori possibilità di farvi fronte sono maggiormente colpiti…. è necessaria un’azione ambiziosa e accelerata per adattarsi al cambiamento climatico e, allo stesso tempo, ridurre rapidamente e profondamente le emissioni di gas serra”.

È praticamente sconosciuto che fino al 2015 c’è stata un’esenzione militare generale nel calcolo delle emissioni di gas serra, cioè non venivano calcolate le emissioni prodotte dalle guerre e dalle attività militari degli Stati (fonte Focus). L’accordo di Parigi del 2015 (Cop21) ha rimosso questa esenzione militare, ma ha lasciato che la segnalazione delle emissioni dell’intero comparto fosse volontaria, e quindi i dati o non ci sono o sono di difficile interpretazione. Di certo la guerra in Ucraina, la più recente delle 58 guerre in atto nel mondo, aggraverà la situazione delle emissioni e avvicinerà ulteriormente la catastrofe climatica.

L’uscita dall’uso del carbonfossile, carbone, petrolio e gas, con il blocco dell’estrazione dal sottosuolo e dal mare, è la lotta indispensabile di tutti i popoli, ma può avvenire solo se i popoli ricchi diminuiranno drasticamente i loro consumi e le loro emissioni di CO2 procapite/anno.

Grandi titoli sui media informano che le emissioni di gas serra di Cina e India hanno superato quelle degli Stati Uniti, ma sono 15,3 Ton. le emissioni procapite/anno di ogni abitante degli Usa, rispetto a 1,71 Ton. di ogni abitante dell’India e 6,84 Ton. di ogni cinese.

L’Associazione per la decrescita pochi giorni fa ha rilanciato:

Finalmente si è cominciato parlare di sovranità energetica, un obiettivo che non c’entra niente con i sovranismi degli Stati nazione. La sovranità energetica deve essere realizzata a partire nei Territori e dalle sue Comunità, con la riduzione dei consumi e l’uso di energie rinnovabili autentiche.

La sovranità alimentare

Nel mondo obesità e fame sono ormai due facce della stessa medaglia. Il 2000 ha segnato una svolta per l’umanità: il numero degli adulti in sovrappeso ha superato il numero di quelli sottopeso (fonte Istituto superiore di sanità). Secondo i dati più recenti della Fao, a fronte di circa 800 milioni di denutriti (in rapido aumento soprattutto in Africa), in tutto il mondo sono circa 1,9 miliardi gli adulti sovrappeso e 700 milioni gli obesi: sono obesi 600 milioni di adulti e oltre 100 milioni di bambini. Ad esempio l’obesità negli adulti è del 38-35% nei Paesi petroliferi del Medio Oriente è del 36%, in Usa del 22%, in Brasile del 20%, in Italia del 6%, in Cina e India del 4%.

L’epidemia di obesità globale ha cause sociali multiple, ma certamente la più importante è la produzione, la disponibilità e il consumo di cibo spazzature, Junk Food, soprattutto le bevande gassate e zuccherate, snack ecc, e di cibi processati e pronti, prodotti dal matrimonio tra agrobusiness e industria alimentare. Questi cibi, in gran parte patologici, sono tutti a basso prezzo, motivo per cui è in grande aumento il loro consumo, anche tra le popolazioni povere dei paesi del terzo mondo. In America Latina 96 milioni di adulti soffrono di obesità.

Nel Next Generation EU 2020 si parla di Agricoltura sostenibile, un termine generico, non compare la parola Agroecologia, né si parla di Agricoltura Biologica. Il 23 novembre 2021 è stato votato dal Parlamento Europeo il nuovo documento per la Politica Agricola Europea (PAC) 2023-2027, che prevede di stanziare 386 miliardi di euro (40 miliardi di euro all’Italia), circa un terzo del totale del bilancio dell’Unione Europea. Slow Food ha dichiarato: “Questo fondamentale Piano strategico è un vero e proprio disastro e a pagarne il conto sono ancora una volta le piccole aziende agricole, l’ambiente e il clima”.

Le Associazioni della Coalizione italiana #CambiamoAgricoltura hanno giudicato così il Piano Strategico Nazionale (PSN) per l’attuazione della PAC post 2022:

“Non siamo più neanche di fronte a un tentativo di greenwashing, ma di un vero e proprio patto per l’agricoltura industriale, che relega a contorno gli impegni per l’ambiente e il lavoro”

Si stima che nel mondo vivano circa 476 milioni di indigeni, distribuiti in 5.000 comunità differenti in tutti i continenti, anche se il 70% di essi abita in quello asiatico.

Ma io concordo con Giovanni Pandolfini, un contadino tra gli animatori della decennale esperienza di Mondeggi Bene Comune – Fattoria Senza Padroni, che “indigeni” sono tutti i contadini del mondo, circa 3 miliardi con le loro famiglie.

Esistono attualmente nel mondo più di 608 milioni di aziende agricole a conduzione familiare, che occupano tra il 70 e l’80 per cento dei terreni agricoli mondiali e producono approssimativamente l’80 per cento dei generi alimentari mondiali in termini di valore. Circa 200 milioni di piccoli contadini di tutti i continenti sono organizzati in Via Campesina Internazionale (VCI), che ha lanciato l’idea di “Sovranità Alimentare“, in occasione del Vertice mondiale sull’alimentazione del 1996.

Sul sito di ARI, Associazione Rurale Italiana, che fa parte di VCI, si legge :

“La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti sani e culturalmente appropriata prodotta con metodi sostenibili e il loro diritto di definire il proprio cibo e sistemi agricoli.… La sovranità alimentare da priorità alla produzione alimentare locale e di consumo…. La sovranità alimentare appare come una delle risposte più potente per il bisogno di cibo, la povertà e la crisi climatica attuale”.

Da anni lo slogan di VCI è “l’Agricoltura contadina può nutrire l’Umanità e raffreddare il Pianeta”. È ancora valido, dato che circa il 50 per cento delle emissioni di gas serra sono determinate dalla produzione e consumo di cibo industriale (sommando deforestazione, agricoltura, trasporti, industria alimentare, refrigerazione ecc), contribuendo a quel surriscaldamento globale che genera eventi estremi, siccità, incendi e alluvioni, ultimamente perfino ripetute tempeste di sabbia in Iraq, con polvere che ha oscurato Baghdad e gran parte di quel Paese.

VCI lo ha ribadito alla inutile COP 26, svoltasi a Glasgow il 26 Novembre 2021: “Sovranità Alimentare per la Giustizia Climatica”.

Noi dei paesi ricchi ci crediamo innocenti, ma le deforestazioni, dell’Amazzonia e non solo, vengono fatte in tutto il mondo per estrarre minerali per i cellulari (anche i nostri) e coltivare materie prime Ogm per mangimi (soia e mais in primis), da usare negli allevamenti intensivi dell’Europa e della Cina. Nel mese di febbraio 2022, ci sono state in vari Stati del Brasile, Bahia, Minas Gerais, San Paolo, Rio de Janeiro, piogge torrenziali straordinarie, nonostante che le piogge siano diminuite e la stagione secca si sia allungata. A metà febbraio le piogge torrenziali hanno colpito la località turistica, seppure piena di favele, di Petropolis, in una regione montuosa a sessanta chilometri dal Rio de Janeiro, su cui è caduta in tre ore una quantità di pioggia (260 mm) pari a un mese di precipitazioni, determinando lo smottamento della collina che sovrasta il centro abitato, un tragico bilancio di 150 morti e più di 100 dispersi.

I metereologi brasiliani stanno cercando di capire in che misura le deforestazioni stiano determinando una riduzione dei corridoi di umidità (chiamati «fiumi volanti») provenienti dall’Amazzonia, importanti nel regolare le precipitazioni nel sud del paese. Si indaga sulle variazioni di temperatura delle acque oceaniche e come un oceano più caldo sulla costa brasiliana favorisca la formazione di aree di basse pressioni che portano piogge particolarmente intense. Tutte cose assai importanti a livello globale, non solo in Brasile.

Mentre il cambiamento climatico avanza e la guerra in Ucraina provoca il blocco dei cereali destinati in varie parti del mondo, con il conseguente aumento del numero di affamati, il capo del colosso degli Ogm Syngenta, Erik Fyrwald, in un’intervista al quotidiano svizzero NZZ am Sonntag ha detto: “Di fronte alla minaccia di una crisi alimentare globale, aggravata dalla guerra in Ucraina, è necessario rinunciare all’agricoltura biologica per ottenere rese produttive maggiori… Dobbiamo smettere di coltivare bio altrimenti le persone in Africa muoiono”. Evidentemente fa finta di non sapere che la fertilità della terra, quella che i piccoli contadini curano e preservano e l’agrobusiness distrugge, è quella che produce il cibo, trattiene l’acqua dolce e impedisce l’emissione della CO2 contenuta nella terra, in una quantità doppia di quella contenuta nell’atmosfera.

Una conversione ecologica globale dei territori

Il termine transizione ecologica, ora è evidente, è pura ipocrisia, la decrescita è necessaria, quella dei Paesi ricchi, che sia più o meno felice, una vera e urgente conversione ecologica, come ci ricorda spesso Guido Viale su Comune.

L’urgenza assoluta è rallentare il surriscaldamento globale, e le guerre folli, che infiammano ulteriormente l’umanità e il Pianeta, abbiamo bisogno di ripristinare la fertilità della Terra e degli Oceani, migliorare lo stato attuale, alterato, dei cicli naturali (il ciclo dell’ossigeno, del carbonio, dell’acqua, dell’azoto ecc.).

Si parla spesso di plastica e inquinamento degli oceani, ben poco del riscaldamento del mare, che accelera l’evaporazione e il ciclo dell’acqua: i ghiacciai e i Poli si sciolgono per il caldo e le acque dolci, solo il 3 per cento del totale, tornano più velocemente al mare, sempre meno disponibili. Ripristinare i livelli di duecento anni fa è probabilmente impossibile, tanto è vero che gli scienziati parlano solo di mitigazione degli effetti del surriscaldamento globale, prodotto dalla guerra alla natura fatta dalla cosiddetta “Civiltà industriale”. In questo scenario l‘agricoltura agroecologica resta la vera economia circolare, perché rifertilizza i suoli, riassorbe la CO2 dall’atmosfera e raffredda il pianeta. Per avere qualche speranza si dovrà dunque sconfiggere l’apparato industriale-militare, ormai controllato da pochi Big della finanza globale. Di certo, ci vorranno molte e diverse lotte popolari. Come dice Via campesina: “Globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza”.

da qui

venerdì 7 maggio 2021

La transizione ecologica non è una riforma ma una rivoluzione - Piero Bevilacqua

 

Come bene argomentato da P.G. Ardeni e M. Gallegati l’annunciata rivoluzione verde europea e la sua versione italiana, la transizione ecologica, sembrano esaurirsi in un progetto di innovazione tecnologica orientato a ridurre i gas climalteranti, a limitare gli impatti dell’energia fossile, a rendere insomma il mondo un po’ meno sporco e a continuare tuttavia nella «crescita». Come se il problema fosse solo questo. C’è un treno che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti. La grande questione è il capitalismo nella fase storica presente e nella configurazione dei suoi poteri a livello mondiale.

Sino a poco meno di un secolo fa il capitalismo, nonostante le alterazioni prodotte nel corso del 1800, era un sistema compatibile con le risorse disponibili e con gli equilibri del pianeta.

A partire dagli anni 30 del ‘900, durante la Grande Depressione, alcuni manager americani si accorgono di ciò che Marx aveva già colto a suo tempo: l’industria capitalistica produce molte più merci di quante i salariati e il mercato riescano ad assorbirne. Una contraddizione da cui si poteva uscire in due modi: rendendo più rapidamente deperibili le merci, programmandone l’obsolescenza, e mettendo in piedi una gigantesca macchina pubblicitaria, in grado di inventare sempre nuovi desideri, così da trasformare gli individui in consumatori ansiosi di comprare cose di cui non hanno alcun bisogno.

Questo mutamento storico avviato negli Usa è diventato il modello di tutti i paesi capitalistici e oggi appare configurato in un sistema internazionale il cui tracollo catastrofico è l’esito più probabile. Come ha scritto Luigi Ferrajoli in uno splendido capitolo del suo La costruzione della democrazia (Laterza,2021): è «inverosimile che 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro a catastrofi umanitarie, nucleari, economiche ed ecologiche».

Dunque il problema, gigantesco, è duplice: rendere circolare la corsa del treno, vale a dire rendere riparabili e riciclabili le merci, i materiali ecc, mutare la scala dei bisogni e soprattutto puntare a un nuovo ordine mondiale, a un «costituzionalismo sovranazionale» come dice Ferrajoli, che insieme a Raniero La Valle ha costituito il movimento Costituente Terra. Si tratta di una strada obbligata per la salvezza del pianeta eppure non utopica. Nel dopoguerra, lo ricorda sempre Ferrajoli, la nascita dell’Onu aveva per qualche tempo orientato gli Stati verso una condotta cooperante ormai perduta. Ma ci sono prove storiche poco note di come si può fare per intervenire con potere politico, sulle produzioni, sui mercati, sui singoli Stati. Il 1988 non evocherà nessun passaggio epocale nella mente dei lettori. Ebbene, in quell’anno vengono avviati in Europa, all’interno della Politica Agraria Comunitaria, i programmi di set-aside (messa da parte) per limitare gli eccessi di produzione agricola e alimentare.

Ai contadini viene richiesto di smettere di coltivare in cambio di un rimborso economico da parte della Comunità Europea. È un piccolo episodio legislativo, ma una svolta di portata simbolica universale. Mai era accaduto nella storia delle società umane che gli stati (i re, gli imperatori) esortassero a non coltivare la terra, ricevendone addirittura un compenso. Per millenni è accaduto il contrario. Questa politica di contenimento degli eccessi di produzione è proseguita con gli allevamenti, le note Quote latte, continua oggi anche con la viticultura. Nessun imprenditore europeo è oggi libero di coltivare viti sul suo terreno se non possiede quote disponibili che lo autorizzino. Non ha qui senso entrare nel merito di questi provvedimenti, ma voglio sottolineare il loro carattere dirompente e carico di indicazioni per il futuro prossimo. Per la prima volta nella storia un potere sovranazionale interviene sulla libertà d’impresa dei diversi Stati, limita la produzione, regola il mercato.

Dunque, se è stato possibile in Europa deve essere possibile anche a livello globale: è solo questione di volontà politica. Ma questa volontà politica bisogna costruirla subito, puntare a un ordine internazionale di cooperazione non più rinviabile. Per questo restiamo sgomenti di fronte all’ottuso atlantismo del nostro ceto politico e del giornalismo che gli dà voce, incapace di vedere dove corre la storia del mondo.

Come si fa a seguire gli Usa che credono di essere ancora nel ‘900 e di poter continuare la guerra fredda per conservare una centralità ormai perduta? Come si può restare dentro un’alleanza che ha fatto esplodere guerre dappertutto, sta facendo lievitare la produzione e la vendita di armi in ogni angolo del mondo? Un macabro festival degli armamenti, in cui il nostro paese è protagonista, di ordigni di morte, mentre nel mondo già muoiono milioni di persone per un virus. E a quale fasulla mascherata si è ridotta la nostra democrazia, se di fronte a scelte tanto gravi dei governi la voce dell’opinione pubblica conta men che nulla.

da qui