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domenica 4 febbraio 2024

L’Enel è stata condannata a risarcire una tribù di nativi americani - Monica Cillerai

 

La tribù Osage dell’Oklahoma ha ottenuto una vittoria storica per i diritti degli indigeni contro il gigante italiano dell’energia Enel, accusato di aver sfruttato la loro terra senza permesso nella corsa verso la transizione energetica. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, il tribunale ha sancito che Enel dovrà pagare quasi 260 milioni di dollari per rimuovere 84 turbine eoliche dalle terre della Nazione Osage. Si tratta di una delle prime sentenze negli Stati Uniti a richiedere la dismissione di un progetto eolico in funzione; un processo successivo stabilirà quanto la società dovrà pagare come risarcimento.

«Enel, ti costerà una fortuna non averci chiesto un permesso. Era tutto quello che dovevi fare», ha detto al Financial times il presidente dell’Osage Minerals Council, Everett Waller, la cui tribù era stata massacrata nel 1900. A riprendere la loro storia è anche il film di Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon, candidato all’Oscar. La pellicola racconta come il popolo Osage si fosse inizialmente arricchito con la scoperta del petrolio sulla sua terra, ma avesse finito per essere sfruttato e decimato dagli uomini bianchi che cercavano di impadronirsi dell’oro nero. Waller ha aggiunto che la Nazione Osage non è contro l’energia pulita, ma ha insistito sul fatto che le aziende si devono impegnare in una corretta consultazione previa. La vittoria degli Osage giunge mentre l’espansione della cosiddetta “energia pulita” negli Stati Uniti si fa sempre più rapida, arrivando a invadere le terre tribali e sollevando interrogativi sul fatto che la transizione verde rischia di infliggere gli stessi danni dell’industria dei combustibili fossili.

Gli attivisti per i diritti umani hanno infatti documentato numerosi esempi di abusi da parte di imprese del fossile che hanno violato i diritti delle terre indigene negli USA – e ovunque – per più di un secolo. Il rischio ora è che, nel nome della transizione energetica e dell’energia pulita, si ricommettano gli stessi abusi. Un rapporto annuale di benchmark globale dell’organizzazione no-profit Business and Human Rights Resource Centre ha esaminato 28 società pubbliche di energia eolica e solare e ha rilevato che praticamente nessuna di esse menziona i diritti delle popolazioni indigene né si assume impegni relativi alla Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite, un quadro non vincolante stabilito nel 2007. L’ottenimento del consenso informato da parte delle popolazioni indigene in merito all’uso delle loro terre e delle loro risorse è un diritto sancito dalla Dichiarazione.

Un portavoce dell’Enel ha dichiarato che l’azienda «non è d’accordo» con la recente decisione del tribunale e farà ricorso. La società continuerà in «buona fede» a gestire il progetto eolico fino a quando non sarà determinato un esito finale e non ha mai inteso imporsi sulla sovranità della nazione Osage, ha dichiarato il portavoce. L’Inflation Reduction Act (IRA), promosso dal presidente Joe Biden ed entrato in vigore nell’agosto del 2022, contiene una serie di incentivi per gli investimenti delle imprese statunitensi nelle tecnologie energetiche verdi. L’IRA spinge, inoltre, alla partecipazione delle nazioni indigene al processo di transizione energetica, e un motivo c’è: secondo un recente rapporto MSCI, la stragrande maggioranza dei metalli cruciali per la transizione energetica, tra cui rame e litio, si trova entro 35 miglia dalle riserve dei nativi americani. Anche il National Renewable Energy Laboratory ha rilevato che le terre tribali ospitano quasi il 7% del potenziale di energia rinnovabile del Paese. Forse, da questo nasce l’interesse degli USA a coinvolgere le comunità indigene all’economia dell’energia green.

Numerosi nativi si sono lasciati convincere e puntano agli incentivi del governo e alle compensazioni offerte dalle aziende che mirano ad estrarre materie rare dalle loro terre. La questione di come raggiungere gli obiettivi sul clima, sulla sicurezza energetica e sullo sviluppo economico preservando allo stesso tempo le istituzioni e le terre tribali, ha diviso le comunità indigene. In Arizona, ad esempio, la miniera Resolution Copper di Rio Tinto e BHP è in attesa dell’approvazione federale da più di un decennio, ritardata da una controversia con i membri della tribù Apache San Carlos, in disaccordo tra di loro. Molti dei membri della tribù sostengono che il progetto distruggerà Oak Flat, un sito sacro inserito nel Registro Nazionale dei Luoghi Storici, e che viola i loro diritti religiosi. Nel gennaio 2021, l’organizzazione comunitaria senza scopo di lucro Apache Stronghold ha intentato una causa chiedendo un’ingiunzione preliminare per fermare il progetto. Lo scorso marzo, il gruppo ha chiesto a un’intera giuria della Corte d’Appello del Nono Circuito degli Stati Uniti di impedire il trasferimento del terreno alla Resolution Copper. Alcuni membri della tribù hanno sostenuto il progetto e le opportunità economiche che porta; “molte decine di membri” della tribù Apache di San Carlos infatti erano stati comprati dall’azienda e lavoravano per la Resolution Copper. Se sviluppata, la Resolution Copper sarà la più grande miniera di rame del Nord America, che coprirà un quarto della domanda statunitense di rame. Il prezzo pagato sarà la distruzione delle terre ancestrali.

Intanto, si moltiplicano le cause legali condotte da gruppi indigeni contro progetti che vanno dai parchi eolici ai cavi di trasmissioni, fino alle miniere di litio, spinti dal timore che lo sviluppo green si traduca in una perdita di territorio indiano. «Per qualunque altra controversia che riguarda il Paese indiano, ora si ha un caso su cui si può fare leva», ha detto Waller, riferendosi alla storica vittoria contro Enel. Un precedente giuridico per combattere le imprese. Almeno in Tribunale.

da qui

martedì 15 febbraio 2022

Caro bollette? Cerchiamo di capire… - Carlo Bertani

  

Le cause di questi aumenti (soprattutto ENEL ed ENI) sono da ricercare in alcuni fattori:

1) La vendita da parte della Russia di decine di miliardi di tonnellate di metano alla Cina, che ha fatto scattare, ovviamente, gli aumenti europei per “non perdere il tram”;

2) La situazione geopolitica ucraina, la quale – ovviamente – “premia” le nazioni europee che cercano “un po’ meno di NATO e maggiori accordi con la Russia”;

3) Gli USA vogliono venderci il loro metano: peccato che dal Texas all’Italia il prezzo raddoppi…c’è il trasporto per valicare un oceano!

Queste sono le ragioni di politica estera che hanno fatto scattare gli aumenti.

Il Governo dei “Migliori”, però, ha scelto l’incasso immediato senza riflettere che sul lungo termine si subiranno guai ancora peggiori: perché?

Il costo, alla fonte, dell’idroelettrico è intorno ai 4 euro/cent per chilowatt/ora, quello dell’eolico è sui 6 euro/cent mentre quello del carbone è oramai intorno ai 13 euro/cent e quello del metano supera oramai i 18 euro/cent. La soluzione trovata?

Tassare maggiormente l’idroelettrico e l’eolico, perché hanno avuto maggiori guadagni (se costa di meno…) il risultato è già oggi, ma lo sarà ancor più in futuro, che nessuno vorrà più investire nelle rinnovabili, giacché le tasse faranno passare la voglia d’investire. Si andrà, quindi, sempre di più a cacciarsi nella “forbice russa” di carbone e, soprattutto, metano: le nuove installazioni nel settore eolico sono diminuite di un -60% negli ultimi due anni! E non si vogliono dare permessi per i campi di aerogeneratori in mare, i più produttivi. Perché? Perché le concessioni delle acque territoriali sono tutte riservate ad ENI per il suo improbabile metano italiano.

Una situazione che ricorda le accise sui prodotti petroliferi: è terminata la crisi di Suez del 1956? Ma continuiamo a pagare:

• 14 lire (0,00723 euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;

• 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963;

• 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966;

• 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968;

• 99 lire (0,0511 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli del 1976;

• 75 lire (0,0387 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980;

• 205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della missione ONU durante la guerra del Libano del 1982;

• 22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione ONU durante la guerra in Bosnia del 1995;

Fino al terremoto dell’Aquila del 2009: tutto ciò, più le imposte di fabbricazione e l’IVA (22%) portano ad un aggravio di 0,88 centesimi sulla benzina, pressappoco la metà di quanto paghiamo alla pompa.

Oggi, tutti questi bei “ricordi” sono stati radunati e Monti, nel 2013, le fece diventare “strutturali” e tutto ciò indica una sola volontà: si vuole cancellare l’energia rinnovabile per andare avanti col nucleare. Ehm…Draghi…c’è ancora una centrale nucleare abbandonata da decenni a Caorso…vuole rimettere in moto il macinino chiuso nel 1986? Oppure puntare su quei 5 minuti che ha funzionato la fusione nucleare? Aveva già funzionato per una manciata di secondi, ma trent’anni fa!

Insomma, in Italia più della serietà conta “puntare” su qualcosa…se giocassero solo al Lotto farebbero meno danni…

da qui

domenica 24 gennaio 2021

“Il governo fa ciò che vogliono Eni ed Enel”

 

(Intervista di Andrea Turco al chimico Vincenzo Balzani)


Il professor Vincenzo Balzani è coordinatore del gruppo di lavoro Energie per l’Italia. Da tempo si mostra critico sulla strategia italiana per l’idrogeno e soprattutto sui progetti per lo stoccaggio e la cattura di carbonio. “Meglio puntare subito su energia elettrica rinnovabile”

Nel 2016 sfiorò addirittura il premio Nobel per la Chimica grazie alla ricerca pionieristica sulle macchine molecolari. Recentemente ha partecipato agli Stati Generali del premier Giuseppe Conte, dove ha espresso le proprie idee sul futuro energetico dell’Italia. Ora Vincenzo Balzani, professore emerito all’università di Bologna e coordinatore del gruppo di lavoro Energia per l’Italia, racconta ad EconomiaCircolare.com le sue perplessità in merito alle azioni italiane sull’idrogeno, sia da parte del governo che della grande industria. Sotto la lente di ingrandimento del noto chimico italiano c’è soprattutto il progetto di Eni al largo della costa adriatica, con il quale il cane a sei zampe intende catturare e stoccare l’anidride carbonica.

Che ne pensa della corsa all’idrogeno da parte della grande industria italiana? Eni ed Enel sembrano voler sviluppare diversi tipi di idrogeno (verde per Enel, blu per Eni), anche se recentemente hanno firmato un accordo in tandem. Più simili ai progetti di Eni appaiono quelli di Snam, che parla di gas verde, cioè di miscela tra idrogeno e metano. Lei che valutazione ne dà?

Incomincio dal gas verde, una cosa che non ha senso, una pura trovata pubblicitaria. Come fa ad essere verde, se per verde si intende, come si dovrebbe, energia che non produce CO2 e neppure inquinamento? Il metano produce sia CO2 che inquinamento.

Per ottenere i fondi europei, Eni ed Enel hanno pensato che sia meglio mettersi d’accordo. Eni è interessato a produrre idrogeno blu, un idrogeno più o meno sporco, ottenuto dai combustibili fossili, ma catturando la CO2 che si produce nel processo. Come è noto, Eni vuole realizzare a Ravenna un mega impianto Ccs, con i fondi del Next Generation Eu, che invece dovrebbero servire per sviluppare le energie rinnovabili. Il metodo Ccs, cioè produrre CO2 per poi riprenderla, dal punto di vista logico è un assurdo rispetto a non produrre CO2, dove al posto dei combustibili fossili si usano le energie rinnovabili. Enel è invece più orientata a produrre idrogeno verde, cioè puro, da elettrolisi dell’acqua. Fino a poco tempo  fa Enel, per bocca del suo ceo, aveva dichiarato che chi era interessato a produrre idrogeno blu lo avrebbe dovuto fare senza sussidi. E si riferiva evidentemente a Eni. Ora, in vista dell’arrivo dei 209 miliardi dall’Europa, le due aziende si sono messe d’accordo, a quanto pare.

Come giudica la strategia italiana del governo sull’idrogeno? In passato lei ha criticato il Piano dell’Italia per l’Energia e il Clima: le sembra che in questo senso la strategia sull’idrogeno faccia comunque dei passi in avanti?

Secondo me il governo non ha una sua strategia, come dimostra il Piano dell’Italia per l’Energia e il Clima. Ha firmato l’accordo di Parigi per l’uscita dai combustibili fossili entro il 2050, ma è “costretto” a fare ciò che vogliono Eni ed Enel. Le compagnie petrolifere contano di riuscire a fare utilizzare combustibili fossili anche oltre il 2050, promettendo che la CO2 prodotta sarà catturata e sequestrata. Anziché portare avanti l’uso di idrogeno, che all’inizio sarà in gran parte grigio, sarebbe meglio puntare decisamente alla produzione di energia elettrica rinnovabile mediante fotovoltaico e eolico, per poi usarla per generare idrogeno verde.

È così lontano nel tempo l’utilizzo esclusivo dell’idrogeno verde, davvero al momento non è un processo economicamente conveniente? E quanto è energivoro il processo che porta alla sua produzione?

L’idrogeno verde per ora è più costoso dell’idrogeno grigio. Nulla si può dire al momento riguardo al costo dell’idrogeno blu. La tecnologia per produrre idrogeno verde è però in rapida evoluzione e non è che poi serva subito. È più importante produrre energia elettrica rinnovabile.

Sarà possibile vedere mezzi alimentati a idrogeno, o si sta andando verso un’elettrificazione degli stessi? E in questa partita, l’idrogeno che ruolo gioca?

Ci sono già auto a idrogeno, dove l’idrogeno viene convertito in elettricità per alimentare un motore elettrico, esattamente come nelle auto elettriche l’energia per far andare la macchina viene presa da una batteria. Forse la soluzione da preferire per un uso ad ampio raggio dell’idrogeno sarà quella privilegiata per mezzi di trasporto pesanti (autocarri, navi e anche aerei).

da qui