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venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

da qui

sabato 6 settembre 2025

Internet e sovranità: la Bolivia dice no a Musk e Starlink - Paolo Laforgia

  

In un continente in cui le connessioni digitali sono spesso fragili e diseguali, la Bolivia rappresenta un caso anomalo. Mentre gran parte del Sud America accoglie con entusiasmo Starlink — il sistema di internet satellitare di Elon Musk — la nazione andina ha deciso di tenere le distanze.

Una scelta sorprendente, soprattutto per un Paese dove oltre il 40% della popolazione vive senza una connessione fissa a banda larga, e dove intere comunità montane restano tagliate fuori dalla rete. Il motivo? La Bolivia teme che la tecnologia portata dallo spazio possa costare troppo, non in termini economici, ma di sovranità.

Il dilemma boliviano: connessi, ma a che prezzo
Starlink ha già trasformato l’accesso a Internet in molte aree remote dell’Amazzonia, nelle Ande, nel Cerrado brasiliano. Ma in Bolivia la porta è rimasta chiusa. Il governo ha rifiutato la licenza operativa alla società americana, preferendo continuare a utilizzare il proprio satellite, lanciato nel 2013 grazie a una collaborazione con la Cina. Una tecnologia ormai datata, con capacità ridotte e una vita operativa che terminerà, forse, nel 2028.

Il punto, secondo l’Agenzia Spaziale Boliviana, non è solo tecnico. “Ogni azienda che entra nel nostro mercato prende una parte della torta. E quella torta oggi è nostra”, ha dichiarato Iván Zambrana, direttore dell’agenzia. Per le autorità, il timore è che l’arrivo di Starlink possa innescare una concorrenza insostenibile per i fornitori locali, mettendo il controllo delle telecomunicazioni boliviane nelle mani di un colosso straniero già oggetto di controversie in altri Paesi.

Una scelta geopolitica
La posizione boliviana riflette un crescente scetticismo globale verso Musk. La sua influenza — sia economica sia politica — è al centro di un dibattito che attraversa il mondo. In Brasile, ad esempio, Starlink ha ottenuto rapidamente una vasta base di utenti, ma le autorità hanno avviato collaborazioni alternative con fornitori cinesi dopo che la piattaforma X (di proprietà di Musk) ha rifiutato di rispettare ordini della Corte Suprema.

In Bolivia, intanto, si guarda con interesse a SpaceSail, un nuovo player cinese che punta a lanciare una costellazione di oltre 15.000 satelliti nei prossimi anni. Una risposta orientata non solo alla tecnologia, ma a un modello diverso di relazioni internazionali, in cui la cooperazione con Pechino è vista come più rispettosa delle regole locali.

La realtà sul terreno: studenti offline, hotel illegali, walkie-talkie
Ma al di là delle scelte geopolitiche, la vita quotidiana in Bolivia è segnata da connessioni fragili. A Quetena Chico, cittadina di mille abitanti nella regione sud, il preside Adrián Valencia è costretto a guidare sei ore per caricare i video delle sue lezioni. Gli studenti seguono con fatica e in ritardo, ostacolati da una rete debole, lenta, spesso assente.

Nelle regioni amazzoniche, i ricercatori comunicano ancora via walkie-talkie. Alcuni hotel nelle zone di confine hanno contrabbandato router Starlink dal vicino Cile. Ma dopo pochi mesi, la connessione viene interrotta: il sistema riconosce la posizione illegale e disattiva il servizio.

“Abbiamo un satellite nello spazio, ma non un modo per connetterci”, dice la geografa Patricia Llanos, che lavora in zone isolate della Bolivia. La frase suona come una metafora precisa di un Paese sospeso tra l’ambizione di proteggere la propria autonomia e l’urgenza di offrire ai cittadini strumenti di base per istruirsi, lavorare, partecipare.

Una scelta reversibile?
La mappa di copertura futura pubblicata da Starlink indica la Bolivia come “in arrivo nel 2025”. E mentre il dibattito politico prosegue, alcuni legislatori boliviani stanno riaprendo la discussione: vale ancora la pena dire no?

La risposta non sarà semplice. Da un lato, c’è il fascino di una tecnologia che promette connessione ovunque. Dall’altro, la consapevolezza che internet oggi non è solo un’infrastruttura tecnica, ma una leva di potere, influenza e persino pressione politica.

Per la Bolivia, il problema non è tanto connettersi o no, ma a chi affidare la chiave di quella connessione.

da qui