Dopo 36 anni trascorsi nei capannoni delle aziende, la scena è quasi sempre la stessa. Entro nell’ufficio dell’imprenditore e, prima ancora di parlare di utile, liquidità o debiti, mi viene mostrato il fatturato. “Quest’anno siamo cresciuti del X per cento”, mi dice con soddisfazione. Poi apro il conto economico e scopro che l’utile si è assottigliato (o addirittura si evidenzia una perdita), la cassa è sotto pressione e i fidi bancari vengono utilizzati più di prima (per finanziare la “crescita”).
Il paradosso
è solo apparente. Un’impresa può vendere di più e guadagnare
di meno. Può perfino aumentare il fatturato producendo perdite. Accade quando
ogni nuovo ordine genera ricavi, ma non lascia abbastanza denaro per coprire
tutti i costi che l’azienda sostiene. In questi casi la crescita non risolve il
problema: lo moltiplica.
Nella mia
esperienza, almeno nel 95 per cento dei casi in cui incontro questa dinamica,
all’origine c’è un errore molto semplice: l’imprenditore non sa determinare
correttamente il prezzo di vendita. Conosce il costo della
materia prima o della merce acquistata, aggiunge una percentuale decisa per
abitudine, guarda il prezzo del concorrente e formula l’offerta. Il
resto viene affidato all’istinto, alla trattativa o alla paura di perdere il
cliente. Il prezzo, però, non può essere il risultato di una sensazione. Deve
incorporare almeno tre componenti: i costi diretti, i costi
indiretti e l’utile che l’impresa intende ottenere. I costi diretti sono quelli
collegabili al prodotto o alla commessa: materiali, lavorazioni esterne,
trasporto specifico e, quando è misurabile, manodopera impiegata. I costi
indiretti sono meno visibili ma altrettanto reali: amministrazione, affitto,
energia generale, software, manutenzioni, consulenze, assicurazioni e personale
non direttamente produttivo. Se il prezzo copre solo i primi, l’azienda vende
prodotti ma regala la propria struttura.
Prendiamo un
esempio diverso da quelli più comuni. Una piccola impresa realizza un
componente il cui costo diretto è di 100 euro. Dall’analisi dei conti emerge
che, per ogni 100 euro di costi diretti, occorre attribuire 55 euro di costi
indiretti. Il costo complessivo è quindi 155 euro. Se l’imprenditore vuole
ottenere un utile del 10 per cento sul costo complessivo, il prezzo-obiettivo
diventa 170,50 euro.
Il
coefficiente di conversione è 1,705: basta dividere il
prezzo-obiettivo, 170,50 euro, per il costo diretto, 100 euro. Da quel momento,
moltiplicando per 1,705 il costo diretto di ogni prodotto omogeneo,
l’imprenditore ottiene una prima indicazione del prezzo necessario per coprire
la struttura e realizzare l’utile programmato. Questo numero permette anche di
distinguere tre soglie che spesso vengono confuse. Sotto 155 euro si vende in
perdita. Tra 155 e 170,50 euro si coprono i costi, ma si ottiene un utile
inferiore all’obiettivo. A 170,50 euro si raggiunge il risultato programmato.
Sopra quella cifra si crea un margine maggiore, a condizione che il mercato
riconosca quel valore.
Non
occorre un sistema informatico sofisticato. È sufficiente un
semplice foglio di calcolo o uno strumento di controllo di gestione nel quale
inserire i dati del conto economico, separare correttamente i costi e formulare
un’ipotesi di utile. Il risultato è un coefficiente da aggiornare
periodicamente, soprattutto quando cambiano il costo delle materie, dell’energia,
del lavoro o la struttura aziendale.
Naturalmente
il coefficiente non decide da solo il prezzo finale. Occorre
considerare anche il mercato, la qualità del prodotto, il valore percepito dal
cliente, i prezzi dei concorrenti, i volumi, la stagionalità e la forza
commerciale dell’impresa. Ma il mercato può suggerire quanto il cliente è
disposto a pagare; non può cancellare i costi sostenuti dall’azienda. Se il
prezzo calcolato è superiore a quello accettato dal mercato, la soluzione non è
vendere sistematicamente in perdita. Bisogna intervenire sul prodotto, ridurre
la complessità, rinegoziare gli acquisti, migliorare la produttività, cambiare
il posizionamento o rinunciare alla commessa. Un ordine antieconomico non
diventa conveniente solo perché aumenta il fatturato.
C’è poi la
questione degli sconti. Molti listini nascono senza conoscere il prezzo minimo
e lo sconto viene concesso durante la trattativa come se fosse
una variabile innocua. In realtà, senza una soglia calcolata, il commerciale
può trasformare una vendita apparentemente importante in una perdita certa. Lo
sconto massimo sostenibile non è quello che chiude l’ordine: è quello che non
porta il prezzo sotto il limite economico stabilito dall’impresa.
Il fatturato
ha un grande vantaggio psicologico: è visibile, cresce
facilmente e consente di raccontare un’azienda dinamica. L’utile è più scomodo,
perché obbliga a misurare l’efficienza. La cassa è ancora più severa, perché
prima o poi presenta il conto degli errori commessi nei prezzi. Dopo tanti
anni, continuo a incontrare imprenditori che conoscono a memoria il fatturato
del mese ma non sanno indicare il prezzo minimo dei cinque prodotti più
venduti. È da qui che dovrebbe cominciare ogni controllo di gestione. Non dalla
domanda “quanto abbiamo venduto?”, ma da una domanda molto più utile: “Quanto
ci è rimasto dopo aver venduto?”.
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