lunedì 22 giugno 2026

Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis

 

La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.

L’approccio colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto agro-zootecnico.

I mass media italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.

Parlare della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.

L’ambito politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista, che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale, per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con larghissimo anticipo in ambito indipendentista.

L’attualità spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente, l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno cominciare ad allentarlo.

Faccio pochi esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le quali vige una procedura autorizzativa semplificata.

La Sardegna, in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata nella più vasta ZES del  Mezzogiorno, compresa la Sicilia (altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento Giuridico.

La stessa postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli, procedure, competenze regionali e quant’altro.

In queste stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari, perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.

L’inaugurazione del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico. L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente” (quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o nulla, a parte costi e servitù ulteriori.

Si è parlato ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero. Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.

Ora, che il disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis – potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia. Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto possa andare avanti.

Non è nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita – illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una provocazione.

Oggi, la prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica, adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire di conseguenza?

da qui

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