L’uomo in foto si chiama Orestes López Piloto. Figlio di un contadino nero dell’Oriente di Cuba, ha studiato medicina, si è fatto medico e oggi è Direttore dell’Istituto di Neurologia e Neurochirurgia (INN) de L’Avana, la capitale.
Prima della Rivoluzione cubana quell’Istituto era tra le cliniche più
costose di tutta l’isola. In pochissimi potevano permettersela. Dopo
la vittoria della guerriglia dei “barbudos”, nel 1965 si trasforma in ciò che è
anche oggi: un centro medico totalmente gratuito.
Un Istituto che nasce soprattutto per avanzare nel campo della ricerca, ma
che ha sempre avuto anche la missione dell’assistenza medica: nel solo
2025 ha effettuato 25.373 visite e 431 interventi in sala operatoria. “Come
possono, fossero anche solo pochi cubani, appoggiare il ‘bloqueo’ degli
Usa e di Trump? Non hanno famiglia qui?”, ci chiede mentre ci accompagna in
giro per i reparti, subito dopo averci raccontato la storia di Sara.
Metà febbraio. In sala operatoria Sara, una paziente con un tumore
vascolare complesso. L’intervento richiede anche tanto sangue: per
le trasfusioni, da effettuare prima, durante e dopo. Tutto è pronto.
All’improvviso, però, salta l’elettricità. I medici corrono,
si interrogano sul da farsi. Parlano con i familiari: bisogna sospendere
l’operazione. Passano due ore, torna l’elettricità. L’operazione può quindi
riprendere. I generatori che dovrebbero garantire l’autonomia energetica,
almeno in emergenza, ci sono: due, come in ogni struttura medica. Ma non sempre
si attivano nell’immediato. Ne servirebbero di nuovi. Acquistare e
sostituire un generatore può sembrare semplice routine; non a Cuba, a causa
del bloqueo statunitense.
E questo è un problema enorme. Per tante operazioni c’è bisogno della
garanzia della continuità elettrica. Se viene meno, bisogna posticipare le
operazioni. Orestes fa un lungo elenco di bambini che da mesi erano in attesa
di entrare in sala operatoria e che dovranno aspettare ancora. Per
quanto? Non si sa.
Il dott. Orestes ci mostra il reparto pediatrico, le mattonelle prodotte
sulla base dei disegni realizzati dai bambini. Ci racconta la sofferenza di
chi è in quell’Istituto: dei pazienti e dei familiari, ma anche del personale
sanitario, che vorrebbe fare di più, che prova a fare l’impossibile e che però
non sempre riesce.
Ci sono tanti luoghi in cui poter toccare con mano gli effetti di quella
misura criminale che è il bloqueo statunitense, puntualmente condannato dall’Assemblea
dell’Onu eppure in vigore da 67 anni. Centri medici e ospedali danno la
dimensione di una battaglia che è anche per la vita. Il bloqueo, cioè, uccide.
È una misura di stampo terroristico, i cui tratti sono stati messo
nero su bianco già nel 1960 nel Memorandum Mallory che rivendicava l’uso di
“tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba […], una
linea d’azione che raggiunga i maggiori risultati nel privare Cuba di denaro e
forniture, per ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare
fame, disperazione e l’abbattimento del Governo”.

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