C’è un punto che va chiamato per nome, perché è il vero “soggetto” di questa storia: il mercato della scorciatoia sanitaria. Non nasce dal nulla, né da qualche mela marcia isolata. È una creatura perfettamente coerente con anni di sottofinanziamento, esternalizzazioni, incentivi distorti e retorica dell’“efficienza” che, nella pratica, ha significato una cosa sola: tempi più lunghi nel pubblico e spazio crescente per chi può vendere un accesso più rapido.
Quando le liste d’attesa diventano la norma, la
privatizzazione non è uno slogan: è un dispositivo che converte la scarsità in
profitto. E dentro quel dispositivo prosperano figure riconoscibili, con nome e
cognome “sociale”: il gestore della fila, l’intermediario dell’accesso,
l’imprenditore dell’intramoenia, il ripulitore amministrativo che trasforma
l’irregolare in “registrato”.
È con questa lente che va letto il bilancio
2025 dei Carabinieri NAS, presentato con il ministro Orazio
Schillaci e il generale Raffaele Covetti. I numeri, di per sé, sono
impressionanti: 45.762 ispezioni, 6.255 sanzioni penali e 23.397
amministrative, 148 arresti, 2.829 deferimenti all’autorità giudiziaria e
13.390 segnalazioni a quella amministrativa; sequestri per un valore
complessivo indicato oltre 197 milioni di euro, 1.660 strutture chiuse o
sequestrate, 24 milioni di euro di somme contestate.
Ma il punto non è l’enormità della macchina
repressiva. Il punto è ciò che questi numeri dicono sul sistema: la deviazione
non è marginale, è abbastanza diffusa da richiedere un dispiegamento continuo e
capillare.
Dentro quel quadro, la pagina più politica è quella su
liste d’attesa e intramoenia (ALPI). Nel 2025 i controlli dedicati sono 1.930,
tra direzioni sanitarie, reparti e CUP, con 9 arresti, 105 denunce e circa 474
segnalazioni amministrative.
Ed ecco che il bilancio smette di essere statistica e
diventa radiografia: perché quando la filiera dell’accesso è opaca, quando le
agende sono “manovrabili”, quando l’urgenza di cura incontra il bisogno di
“saltare la fila”, l’illecito non è solo un reato. È un modello di business.
Le vicende richiamate lo mostrano con crudezza. A
Catanzaro, nelle indagini su una presunta intramoenia “allargata” in studi privati
esterni, l’elemento più rivelatore non è solo il contante: è la logica
industriale con cui si “normalizza” l’abuso.
Prestazioni registrate a posteriori, pagamenti
intestati a pazienti ignari, quote minime al pubblico per coprire l’operazione.
Questa non è semplicemente corruzione: è la figura del ripulitore
amministrativo, quello che usa la burocrazia sanitaria non per garantire
trasparenza, ma per creare una traccia fittizia che legittima l’extra-sistema.
È la trasformazione della contabilità in scudo, e del
paziente in un nome da mettere a bilancio. Nel momento in cui un cittadino
ignaro diventa intestatario di un pagamento, il sistema non sta solo rubando
denaro: sta rubando identità e fiducia, trattando la persona come materiale
amministrativo.
A Parma, la contestazione a un dirigente medico per
visite private in giorni non autorizzati e in orario istituzionale, incassi in
contanti e uso di farmaci dello studio ospedaliero, illumina un’altra figura:
il monopolista della corsia rapida, quello che controlla l’offerta pubblica e,
nello stesso tempo, apre il rubinetto privato parallelo.
Il vantaggio non è solo economico, è di potere: chi
decide tempi e priorità può far pesare la lentezza come leva, può spingere la
domanda verso il canale che remunera meglio. Le liste d’attesa, così, non sono
più un problema da risolvere: diventano un serbatoio da cui estrarre rendite.
Ecco perché la questione non si esaurisce nella caccia
all’irregolarità. Il “nome e cognome” che manca nelle cronache tradizionali è
questo: il privatizzatore di fatto. Non necessariamente un ministro, non
necessariamente un partito, non necessariamente un singolo manager.
È una filiera materiale, fatta di procedure,
discrezionalità, opacità, e di un’idea di sanità che accetta come fisiologico
ciò che non lo è: che l’accesso dipenda dalla capacità di pagare, di conoscere,
di agganciare la persona giusta. È la sanità trasformata in imbuto: larga nelle
promesse, stretta nella pratica, lucrativa per chi vende il passaggio.
L’accusa, allora, deve essere altrettanto chiara:
questo sistema produce frode perché produce scarsità governata. Se l’ordinario
è attendere mesi, chi offre il “subito” può costruire un mercato.
Se le agende sono poco trasparenti, chi le gestisce
può fare il selezionatore. Se la tracciabilità è debole, il contante diventa
linguaggio. E se è possibile “registrare dopo”, allora la legalità diventa un
timbro da apporre a posteriori, non una regola che previene.
La conseguenza è devastante per il Servizio sanitario
nazionale: i cittadini pagano due volte, prima con le tasse e poi con la
scorciatoia; chi non può pagare resta in coda; i professionisti corretti
vengono travolti da un discredito generalizzato; e la sanità pubblica perde la
sua ragion d’essere, che non è offrire un servizio “per chi riesce”, ma
garantire un diritto.
Il bilancio dei NAS, se letto davvero, non racconta
soltanto che “ci sono reati”: racconta un fallimento insopportabile, ci dice
che la cura è soltanto un terreno di rendita. E se diventa rendita, non è solo un
problema penale ma politico, una politica fraudolenta mascherata da
inefficienza.
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