mercoledì 11 febbraio 2026

Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori

 

La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.

Il TFA è stata una delle sostanze introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo, rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno visibile ma potenzialmente persistente.

 

Il TFA: un inquinante discreto ma persistente

L’acido trifluoroacetico è un composto organofluorurato caratterizzato da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne” (forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Lettersle concentrazioni di TFA rilevate in diversi ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione ormai globale.

 

Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le precipitazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno dannosi per l’ozono.

Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO, considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore impatto in termini di effetto serra.

È in questo contesto di continua sostituzione tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.

Un accumulo globale silenzioso

La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.

L’aumento registrato negli ultimi due decenni suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.

Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.

Effetti ecologici

Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che hanno prodotto effetti evidenti.

Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle sostanze perfluoroalchiliche.

La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali rischi cancerogeni.

Il paradosso della transizione ambientale

Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora vengono comprese appieno.

Questo scenario mette in luce la complessità dei sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può, attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.

Un equilibrio delicato da preservare

La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.

L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare. La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate con finalità virtuose possono generare effetti secondari.

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