La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.
Il TFA è stata una delle sostanze
introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo,
rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno
visibile ma potenzialmente persistente.
Il TFA: un inquinante discreto ma
persistente
L’acido trifluoroacetico è un composto
organofluorurato caratterizzato
da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la
permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne”
(forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere
alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.
Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, le concentrazioni di TFA rilevate in diversi
ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco
degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento
significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione
ormai globale.
Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala
per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte
il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni
gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli
idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni
chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta
generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le
precipitazioni.
Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere
l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente
impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di
distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero
introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno
dannosi per l’ozono.
Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul
potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non
intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore
nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO,
considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore
impatto in termini di effetto serra.
È in questo contesto di continua sostituzione
tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la
loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche
producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.
Un accumulo globale silenzioso
La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta
depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È
altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde
sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né
viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.
L’aumento registrato negli ultimi due decenni
suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei
refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni
attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità
acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile
accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.
Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un
uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli
più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.
Effetti ecologici
Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici
del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che
concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di
determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni
ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che
hanno prodotto effetti evidenti.
Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente
dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale
richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla
difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle
sostanze perfluoroalchiliche.
La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una
delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione
regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a
effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali
rischi cancerogeni.
Il paradosso della transizione ambientale
Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna
spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con
un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali
inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione
su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora
vengono comprese appieno.
Questo scenario mette in luce la complessità dei
sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una
molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può,
attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze
persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.
Un equilibrio delicato da preservare
La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la
necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai
essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto
chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione
tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.
L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato
attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al
cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare.
La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate
con finalità virtuose possono generare effetti secondari.
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