giovedì 10 febbraio 2022

Le “Grandi Dimissioni” delle donne con figli espulse dal mondo del lavoro - Claudia Torrisi

 

Negli ultimi tempi si è parlato molto del fenomeno della “Great Resignation”, la “Grande Dimissione”, che negli Stati Uniti ha portato circa 24 milioni di persone a lasciare il proprio impiego nei primi tre trimestri del 2021. La sociologa Francesca Coin ha analizzato le ragioni di questa fuga di massa dal lavoro, evidenziando come, perlomeno negli USA, più che di processi individuali si tratti di un “fenomeno politico” e collettivo, “teso a rinegoziare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non è più accettabile” - un orario di lavoro eccessivo, non riuscire a pagare l’affitto, comprare una casa o permettersi cure mediche, bassi salari, troppo poco spazio per i tempi di vita.

Moira Donegan sul Guardian si è chiesta se esista anche una questione di genere attorno al fenomeno della “Great Resignation” statunitense: “Durante la pandemia, le donne sono uscite dalla forza lavoro a un tasso doppio rispetto agli uomini; la loro partecipazione è ora la più bassa da oltre 30 anni. Circa un terzo di tutte le madri lavoratrici ha ridimensionato o lasciato il lavoro da marzo 2020”.

Secondo Donegan questi dati hanno poco a che fare con scelte personali e molto con condizioni materiali, come quella banalmente del non avere avuto nessuno che si occupasse dei figli tra scuole chiuse per quasi due anni, quarantene e carenza di strutture per bambini piccoli (o a prezzi molto alti diventati ancora più proibitivi). Un discorso analogamente applicabile anche all’assistenza delle persone anziane e tutte quelle attività di cura non retribuite che, non ricevendo dovuta attenzione da parte dei governi, hanno l’effetto di spingere le donne nella sfera domestica. “Potrebbe essere più corretto, quindi, dire che per quanto riguarda le madri che lavorano, la ‘Grande Dimissione’ non riguarda le donne che lasciano la forza lavoro. Riguarda il loro esserne espulse”, scrive. Un trend che era già in atto sin dal 2008, ma che la pandemia ha drammaticamente accelerato.

In Italia secondo il ministero del Lavoro nel terzo trimestre del 2021 le cessazioni richieste dai lavoratori sono state 569mila, di cui 524mila sono dimissioni, cresciute del 26,7%. Queste ultime nel trimestre precedente avevano segnato un aumento dell’85% rispetto allo scorso anno e del 10% rispetto al 2019. Qui però va fatta una precisazione, perché nel 2020 le dimissioni si erano praticamente dimezzate: è stato l’anno dell’arrivo del nuovo coronavirus, dell’incertezza e dei lockdown, chi aveva un lavoro tendeva a tenerselo. Coin ritiene che la riflessione sul nostro paese circa la “Grande dimissione” sia parzialmente diversa da quella che riguarda gli Stati Uniti: più una dimensione personale che collettiva e di lotta - almeno fino a questo momento. Non vanno trascurate, tra l’altro, le diversità strutturali del mercato del lavoro in Italia, caratterizzato da alti tassi di disoccupazione, crescita di contratti a termine e lavoro dequalificato. Siamo l’unico paese d’Europa dove negli ultimi 20 anni gli stipendi sono diminuiti invece di aumentare, con un tasso di soddisfazione dei lavoratori tra i più bassi al mondo. La scelta di lasciare il lavoro diventa una sorta di salto nel buio.

E sulla questione di genere? Se si vanno a guardare i dati del ministero del Lavoro, non c’è grossa differenza tra uomini e donne sulle percentuali in aumento delle dimissioni. Nelle rilevazioni più recenti, ad esempio, si parla di +27,6% per il sesso maschile e +25,5% per quello femminile.

Le cose però assumono una prospettiva diversa se si mette in ballo la famiglia. Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro che prende in considerazione i provvedimenti di convalida di dimissioni di lavoratori e lavoratrici con figli fino a tre anni, nel 2020 il 77,2% di quelle relative a dimissioni volontarie ha riguardato donne. Nel 2019 la percentuale era del 73%.

“La condizione di genitorialità ha strutturalmente un impatto diverso sulla partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. Sussiste infatti una relazione tra la diminuzione degli indicatori relativi alla partecipazione e all’occupazione in coincidenza della maternità e in relazione al numero dei figli”, scrive l’Ispettorato. Quando ci sono bambini, all'aumentare dei figli la partecipazione maschile aumenta, quella femminile si riduce sempre di più. Stessa cosa succede con l’inattività (cioè non avere un lavoro e non cercarlo).

È interessante guardare le motivazioni delle dimissioni, sulle quali “esiste una profonda differenza di genere”: quelle che riguardano difficoltà di conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate all'organizzazione del lavoro sono presentate quasi esclusivamente da donne (tra il 96% e il 98%). Per gli uomini, la motivazione più comune è invece il “passaggio ad altra azienda”.

Quello che emerge allora è il solito elefante nella stanza: il grosso problema dello squilibrio di genere nei carichi di cura in Italia, specchio di una divisione dei compiti stereotipata e profondamente maschilista.

Una concezione, quella dell’uomo come breadwinner e la donna regina del focolare, che è piuttosto radicata: le rilevazioni dell’Eurobarometro 2014-2017 mostrano che in Italia il 51% del campione intervistato pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. È diffusa anche la convinzione che i figli soffrano quando la mamma lavora, che se ci sono pochi posti di lavoro siano gli uomini a doverseli prendere e che le donne siano più adatte al lavoro di cura. Secondo il rapporto Istat “I tempi della vita quotidiana - lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo” del 2019, il 62% del tempo di lavoro totale degli uomini è assorbito dal lavoro retribuito e il 38% da quello non retribuito. Per le donne, invece, il tempo di lavoro non retribuito copre il 75% loro monte ore di lavoro quotidiano.

La pandemia – così come per altri contesti – non ha fatto che confermare e acuire le storture.

Il progetto Career – CARE for womEn woRk (nato dalla collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore e Politecnico di Milano) ha elaborato un’analisi sugli effetti dello smart working sulle donne lavoratrici. «Abbiamo iniziato i nostri studi in pieno lockdown, nel marzo 2020. Volevamo cercare di capire cosa stesse succedendo alle lavoratrici. Da un primo studio trasversale, confrontando l’Italia con altri paesi dell’Europa mediterranea come Spagna e Grecia, è emerso che la situazione delle lavoratrici italiane è peggiorata più che nelle altre nazioni, perché da noi le donne si sono trovate a fronteggiare una drastica diminuzione degli aiuti provenienti dalla famiglia allargata, senza riuscire a coinvolgere di più i partner nell’organizzazione familiare», ha spiegato la coordinatrice Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale alla Cattolica. «Risultato: i carichi sono diventati più gravosi. E oggi la situazione, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia, è peggiorata. Le donne sono più stressate e fanno sempre più fatica a conciliare famiglia e lavoro».

Dallo studio è emerso che se da un lato le lavoratrici hanno visto nello smart working un’occasione di maggior presenza in casa, dall’altro il carico domestico ha reso difficile conciliare lavoro e vita familiare. A subirne le conseguenze non sono stati tanto i risultati, quanto i livelli di stress e benessere mentale. Messe a confronto le due giornate lavorative in ufficio e da casa per uomini e per donne, emerge come queste ultime facciano più fatica a gestire le interferenze della vita familiare in quella lavorative.

Il passaggio dal lockdown alla cosiddetta fase 2 ha confermato il modello tradizionale di divisione dei ruoli di cura.

Uno studio portato avanti da alcune ricercatrici per la Fondazione Collegio Carlo Alberto nella prima e nella seconda ondata mostra come in quasi tutte le possibili modalità lavorative – da casa o in ufficio - le donne dedichino più ore dei loro partner al lavoro domestico. "La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano da casa (1,81 ore). Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne dedicano comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40 ore al giorno). La distribuzione del lavoro familiare penalizza le donne anche nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia lavorano da casa", spiegano le curatrici.

“Le donne italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante tutto il 2020”. Questo, secondo le ricercatrici, è dovuto anche alla chiusura delle scuole.

Anche secondo un rapporto curato dall’Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), in periodo di lockdown, nonostante la compresenza del partner, le attività di cura sono rimaste prevalentemente a carico delle donne: “La crisi ha rafforzato l’etichetta di sandwich generation con cui si definiscono le donne, prevalentemente di età compresa tra i 35 e i 45 anni, compresse da esigenze di cura multiple a cui si trovano a far fronte senza aiuto stabile del partner”. Al carico di cura ordinario, in questo periodo, si sono aggiunte le attività connesse alla prevenzione sanitaria e la didattica a distanza. “In questo scenario, la transizione a una fase di ripresa, non è stato un processo neutro”.

Dopo il lockdown, infatti, a rientrare al lavoro fuori casa sono stati prima – e in misura maggiore – gli uomini. Le donne con figli o carichi familiari e con un reddito medio inferiore a quello del partner sono state penalizzate da “accordi” familiari: in base a questi hanno spesso rimandato il rientro al lavoro, sino ad arrivare in alcuni casi alla decisione delle dimissioni. Perché le donne e non i loro mariti o compagni? “Per la mia capacità/ruolo di gestione e cura familiare”, “il mio orario di lavoro mi consente maggiore flessibilità del partner” o “il mio stipendio è più basso di quello del partner, se resto io a casa, la perdita economica è minore”: sono motivazioni usate esclusivamente dalle lavoratrici.

La disponibilità delle donne a modificare la propria prestazione lavorativa fino alla rinuncia e la discontinuità occupazionale in presenza di carichi familiari non sono certo nate con la pandemia. Rappresentano, anzi, spiega l’INAPP, “una criticità che intreccia la dimensione reddituale con quella culturale in una spirale tuttora irrisolta”.

In Italia, infatti, nelle coppie in cui entrambi guadagnano, il contributo delle donne non supera il 40% del reddito familiare, con la maternità una donna su sei esce dal mercato del lavoro perché non riesce a conciliare l’impiego con le esigenze di cura e le dimissioni volontarie delle madri di figli da 0 a 3 anni sono in costante aumento negli ultimi anni, superando le 35mila unità nel 2019. Sono le donne, infine, come mostrano anche gli ultimi dati Istat, ad avere i contratti più precari e la maggioranza di quelli part-time. A questo scenario si aggiunge la carenza di servizi per l’infanzia, con 24,7 posti disponibili in asili nido ogni 100 bambini da 0 a 2 anni in Italia.

Se dunque esiste una questione di genere nella “Grande dimissione”, è certo che la pandemia ha grattato su una ferita già aperta. Uno squilibrio dei carichi di cura che non può più essere considerato un fatto privato e un mercato del lavoro tutt’altro che favorevole, quando non decisamente ostile, nei confronti delle lavoratrici, specialmente se decidono di avere dei figli.

da qui

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