Abbiamo visto tutti le immagini del deserto di Atacama, in Cile, sommerso da montagne di capi d’abbigliamento dismessi, rotti, inservibili. Impossibile restare indifferenti di fronte allo spettacolo di tonnellate di rifiuti a perdita d’occhio. Tanto più perché, seppure a migliaia di chilometri di distanza, quelle discariche a cielo aperto sono la logica conseguenza dei nostri modelli di produzione – o meglio, sovrapproduzione – e consumo. Il settore della moda deve cambiare, e farlo nella direzione dell’economia circolare: ciò significa abbandonare il paradigma lineare del “prendi, consuma e butta” e trarre valore il più a lungo possibile dalle risorse che la natura ci offre, evitando che diventino rifiuti.
Varie
normative, europee e nazionali, vanno in questa direzione. Il 16 ottobre,
infatti, è entrata in vigore la revisione della direttiva quadro sui rifiuti
che allarga al settore tessile il regime di responsabilità estesa del
produttore (EPR). I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno
quindi trenta mesi di tempo per adeguarsi. Ma di cosa si tratta? L’EPR è un
principio secondo cui chi immette un prodotto sul mercato deve farsi carico
anche della sua gestione a fine vita, cioè di raccolta, selezione, riuso,
riciclo o smaltimento. In pratica, il costo ambientale dei prodotti non ricade
più solo sulla collettività, ma su chi li produce o li vende. Progettare capi
più più durevoli, riparabili e riciclabili diventa quindi economicamente
conveniente, perché riduce la quantità di rifiuti e dunque i costi da
affrontare successivamente.
Il
meccanismo di responsabilità estesa del produttore nasce a livello europeo già
negli anni Novanta e oggi in Italia si applica a imballaggi, pneumatici fuori
uso, oli esausti, pile e apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). Per
il settore tessile la sua genesi è stata piuttosto complicata.
I primi consorzi infatti sono nati già a partire dal 2022 ma a lungo è mancato
il decreto attuativo: stando agli ultimi aggiornamenti diffusi dal ministero
dell’Ambiente e della transizione ecologica, dovrebbe essere concluso entro il
primo trimestre 2026.
Cosa
cambierà a quel punto? I produttori e i venditori di abiti, scarpe e tessili per la casa
(e-commerce compresi) dovranno farsi carico della raccolta dei capi usati o
dismessi, del trasporto al centro di smaltimento o riciclo, della selezione,
riciclo e preparazione per il riuso. Dovranno inoltre pagare il
cosiddetto “contributo ambientale”, proporzionato ai volumi immessi
sul mercato, e iscriversi a un registro nazionale, pubblicando i dati e
tenendoli aggiornati ogni anno.
Sarà anche
uno sprone per dare reale attuazione all’obbligo di raccolta differenziata dei
rifiuti tessili, che formalmente è in vigore (anzi, l’Italia ha anticipato di
ben tre anni gli obblighi europei, introducendolo il 1° gennaio 2022) ma
funziona ancora a macchia di leopardo nel territorio. L’Istituto superiore per
la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) riferisce che nel 2023 la
raccolta differenziata tessile si è attestata sui 2,9 kg per abitante all’anno;
ma, sottolinea il consorzio Erion, in un anno i kg di prodotti tessili e
calzature immessi sul mercato sono ben 23 pro capite. Considerato
il velocissimo ciclo di vita soprattutto dei capi a basso costo, è evidente che
i conti non tornano.
A questo
squilibrio si aggiunge un ulteriore fattore critico: l’aumento dei quantitativi
di capi a bassissimo costo e di qualità molto ridotta che entrano nel mercato
europeo attraverso piattaforme di ultra fast fashion come Shein e Temu. Prodotti
pensati per cicli di vita brevissimi, difficilmente riutilizzabili e spesso
complessi da riciclare, che finiscono rapidamente nel flusso dei rifiuti,
aumentando il carico sui sistemi di raccolta e trattamento. In questo senso, il
collegamento tra EPR e regolamento Ecodesign (ESPR) sarà decisivo: l’auspicio è
che il contributo ambientale venga applicato in modo pieno anche
a questi prodotti, evitando che i costi della loro gestione ricadano ancora una
volta sulla collettività.
In questo
quadro, l’EPR non sarà una bacchetta magica, ma un passaggio
strutturale: costringerà la filiera a misurarsi con ciò che oggi resta
fuori dallo sguardo, cioè la gestione dei rifiuti che la moda genera ogni
giorno. Sarà un banco di prova per capire se imprese, consorzi e istituzioni
sapranno costruire un sistema capace di intercettare e valorizzare materiali
che oggi finiscono dispersi. I consumatori, da parte loro, non avranno più
scuse: avranno da un lato gli strumenti per comprendere l’impatto sociale e
ambientale di ciò che indossano, col digital product passport, e dall’altro
lato una rete più capillare di infrastrutture per il recupero e il riciclo.
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