mercoledì 4 gennaio 2023

L'inizio della fine dei PFAS - Maria Rita D'Orsogna

Ancora una volta una storia di gente comune che non si arrende, mette pressione, rompe le scatole e alla fine, un po’, vince.

La “3M” forse è meglio nota come la multinazionale statunitense che produce lo scotch adesivo, i bigliettini post-it e mille altri abrasivi, componenti elettronici, etichette, lubrificanti, isolanti. Cose per la casa, per l’ufficio, per l’industria. Fra le varie cose che la 3M produce ci sono i PFAS (acronimo di PerFluorinated Alkylated Substances), roba chimica usata un po’ dappertutto, incluse le due sottospecie, il perfluorooctane sulfonic acid (PFOS) e il perfluorooctanoic acid (PFOA). Queste sostanze dai nomi impronunciabili sono anche note come chimica per sempre, perché essenzialmente restano nell’ambiente ad infinitum e sono dannosi all’uomo, ai suoi figli, al suo futuro.

Dei PFAS abbiamo già parlato qui quando venne fuori che avevano ormai contaminato l’acqua piovana su tutto il pianeta. Tutto. Li hanno ritrovati pure al polo nord e al polo sud.

I PFAS sono usatissimi perché sono utili, facili, poco costosi. Resistono al calore, agli oli, ai grassi e rendono i prodotti impermeabili alle infiltrazioni d’acqua. Una specie di impermeabile a prova di bomba. E infatti si usano dappertutto, per fare vestiti, mobili, adesivi, imballaggi, padelle no-stick, materiale isolante.

Inizialmente non era chiaro quale fosse il loro impatto sull’ambiente e sulle persone, e nel dubbio o nell’ignoranza la 3M ha continuato a produrli. Ma con il passare degli anni ci si è resi conto che sono invece molto più pericolosi di quanto non ci si aspettasse e a livelli molto minori di quanto oggi non tolleriamo sul mercato.

Per esempio per la variante PFOA i livelli di tollerabilità secondo la comunità medica deve diminuire di 37.5 milioni di volte. Cioè se prima il limite poteva essere 37.5 milioni, ora deve essere 1. Quindi, per essere (forse) sicuri ci vorrebbero limiti migliaia di volte più stringenti di quelli attuali. E cosi la 3M ha volontariamente deciso di smettere di produrre PFAS entro il 2025.

Dicono che è sotto controllo e che smettono di produrne per… la sostenibilità! Scrivono cosi:

“….While PFAS can be safely made and used, we also see an opportunity to lead in a rapidly evolving external regulatory and business landscape to make the greatest impact for those we serve. This action is another example of how we are positioning 3M for continued sustainable growth by optimizing our portfolio, innovating for our customers, and delivering long-term value for our shareholders…”.

(“…Sebbene i PFAS possano essere realizzati e utilizzati in modo sicuro, valutiamo anche l’opportunità di amministrare in un panorama normativo e aziendale esterno in rapida evoluzione per ottenere il massimo impatto per coloro che serviamo. Questa azione è un altro esempio di come stiamo posizionando 3M per una continua crescita sostenibile ottimizzando il nostro portafoglio, innovando per i nostri clienti e offrendo valore a lungo termine ai nostri azionisti…”)

Un sacco di bla bla, ma alla fine smetteranno volontariamente di produrne. Voilà.

È come se l’ENI smettesse da sola di pompare petrolio dai suoi pozzi in tutto il mondo. La sola differenza è che qui la 3M si è presa un po’ di paura perché stavano arrivando leggi più severe. L’Ente per la Protezione dell’Ambiente statunitense, l’EPA, per esempio, voleva aggiungerci l’etichetta di sostanza tossica; lo stato della California ha lanciato una causa per recuperare i costi spesi per la pulizia dell’ecosistema dai PFAS. Il Centro per il controllo delle malattie americano, il CDC, ha anche confermato che i PFAS – che accumulati negli animali e migrati nei terreni – possono portare a gravi problemi alla salute, incluso tumori, problemi al fegato e di fertilità, problemi allo sviluppo dei bambini, rischi di asma e cattivo funzionamento della tiroide.

E quindi quelli della 3M avranno pensato che è meglio farlo da soli e programmare e pensarci per tempo piuttosto che mettersi contro il sistema e combattere l’inevitabile. Si aspettano di perdere fra gli 1,3 e 2,3 miliardi di dollari.

Ma… come è successo tutto questo? Come sempre, grazie alle pressioni della gente comune che a un certo punto ha scoperto di vivere vicino siti contaminati e che erano avvelenati laghi e riserve idriche. Se la sono presi con i produttori, con il dipartimento della difesa, con le ditte che hanno usato i PFAS. Per mesi hanno protestato presso la sede di REI (Recreational Equipment Inc) una grande catena di materiale sportivo e ricreazionale che fa tende per campeggio, scarpe, e roba per arrampicare. Sono arrivate lettere da circa 100.000 persone in moltissimi dei loro punti vendita, inclusi da gruppi sportivi e ambientali.

Ed eccoci qui.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). 

da qui

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