lunedì 26 aprile 2021

A quando un nuovo patto tra scienza e società? - Elena Camino

 

Piuttosto che affermare a gran voce di conseguire la verità, peraltro difficilmente conseguibile, la pratica scientifica dovrebbe ammettere incertezza e ignoranza, esercitare un giudizio etico e una riflessione epistemica, e assicurare per quanto è possibile che siano i bisogni della società a guidare i progressi delle scienze, anziché la scienza a presumere di saper condurre la società.

(Jasanoff, 2009)

 

In questo articolo presento una specie di ‘studio di caso’: si tratta di una sequenza di decisioni via via modificate nel processo di individuazione – da parte dell’Unione Europea – di criteri di ‘sostenibilità’ per assegnare finanziamenti utili alla decarbonizzazione dell’economia. Le riflessioni che emergono da questa singola storia possono essere applicate a molte situazioni che si stanno verificando con crescente frequenza a livello nazionale e sovranazionale, e che riguardano in generale le crisi sanitarie, economiche, ambientali in cui siamo ormai da tempo coinvolti.

Fin dagli anni ’80 due studiosi, J.Ravetz e S.Funtowicz, avevano scritto che “non è più possibile per l’élite al potere servirsi degli esperti per convincere il pubblico che le loro politiche sono vantaggiose, corrette, inevitabili e sicure”. Negli anni successivi essi proposero una nuova concettualizzazione della scienza, da utilizzare in situazioni in cui i fatti sono incerti, la posta in gioco elevata, i valori in conflitto e le decisioni urgenti. La chiamarono Scienza Post Normale (Post Normal Science – PNS), sottolineando che questa modalità di indagine non è libera da valori né eticamente neutrale. La riflessione sulla natura e sulle proprietà di questo modo di investigare le relazioni tra le azioni umane e gli ecosistemi si è sviluppata negli ultimi decenni dando luogo a una vasta letteratura. Anni fa ne avevamo parlato anche nelle pagine del CSSR.  

Un anno fa, il 2 aprile 2020, un breve articolo firmato da un team internazionale aveva richiamato l’attenzione dei lettori con questo titolo: “Pandemie post-normali. Perché CoViD-19 richiede un nuovo approccio alla scienza”.  Come per la pandemia, per molte altre situazioni complesse e controverse in cui siamo ormai coinvolti, l’approccio della scienza post-normale potrebbe risultare prezioso. A differenza della scienza disciplinare, specialistica e necessariamente riduzionista, la scienza post-normale richiede la partecipazione di tutti gli ‘stakeholders’, cioè di tutti coloro che sono coinvolti nel problema di cui si cercano soluzioni: occorre il contributo di tante prospettive diverse (studiosi di diverse discipline), e di una varietà di interessi e visioni (categorie sociali,  comunità, associazioni, singoli cittadini), per affrontarlo in modo democratico.

Leggendo lo ‘studio di caso’che vi propongo qui di seguito risulta evidenteche il vecchio schema della scienza che ‘dice la verità al potere’ non funziona più: dal confronto tra esperti di diversa preparazione, e spesso di diversa ideologia, si arriva spesso a una situazione di paralisi che il più delle volte si risolve con la ‘vittoria’ di chi ha più potere politico, più denaro, più controllo dei media… e spesso più capacità di corruzione.

Il caso studio. Come finanziare la transizione ecologica del settore energetico?

Ben prima che il COVID-19 facesse irruzione nelle nostre vite, in Europa era iniziato un acceso e articolato dibattito volto a stabilire alcune regole comuni da condividere per orientare i flussi finanziari verso una decarbonizzazione dell’economia. Già a maggio 2018 la Commissione Europea aveva sottolineato che la transizione energetica non poteva essere realizzata solo con fondi pubblici: occorreva coinvolgere le imprese private, selezionandone le proposte più ‘sostenibili’. Il 28 marzo 2019 il Parlamento Europeo approvò con voto una proposta di classificazione delle attività sostenibili, che escludeva l’energia da gas fossile e quella prodotta da impianti nucleari, allo scopo di ri-orientare gli investimenti da queste tecnologie, considerate inquinanti, verso tecnologie ‘pulite’.   

Ma i sostenitori dei combustibili fossili e del nucleare non si diedero per vinti, e a più riprese reinserirono nuove proposte per far accogliere l’industria basata su queste fonti tra le opzioni ‘verdi’ da finanziare. 

La tassonomia UE

La classificazione delle attività economiche in grado di favorire la transizione ecologica ha preso il nome di ‘tassonomia UE’. Il 9 marzo 2020 è stato pubblicato il report finale che individua le attività economiche sostenibili, redatto dopo oltre un anno di lavoro dal Technical Expert Group on Sustainable Finance (TEG), un gruppo di esperti – 35 membri e oltre 100 consulenti – incaricati dalla Commissione Europea di fornire le loro raccomandazioni sulle nuove normative per una finanza sostenibile.

Il loro compito era di individuare le attività economiche in grado di contribuire a raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2050 e i relativi criteri di selezione. Questo “vocabolario” della sostenibilità ambientale doveva essere un riferimento per molti soggetti: per il mondo della finanza responsabile, al fine di indicare quanto sostenibile fosse effettivamente un investimento; per i governi, per stabilire gli incentivi ad aziende green; per le aziende, cui si richiedeva  l’impegno a dichiarare il proprio impatto sull’ambiente.

Il 18 giugno 2020 la Commissione Europea ha approvato il Regolamento sulla tassonomia, e a dicembre 2020 – a integrazione di questo Regolamento – è stata pubblicata  sul sito della Commissione europea una bozza di ‘Atti delegati’, redatta da una piattaforma di esperti creata a settembre dalla Commissione europea, che contiene i criteri tecnici per attribuire il bollino di attività sostenibile

La consultazione sulle bozze degli Atti delegati si è conclusa il 18 dicembre 2020. La Commissione europea ha dichiarato che avrebbe valutato entro il 31 dicembre i feedback ricevuti, prima di finalizzare l’adozione degli atti delegati. La bozza dovrebbe poi essere soggetta all’esame del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri che rappresentano i 27 Stati membri dell’UE e – una volta adottata, si applicherà dal 1 ° gennaio 2022.

All’assalto della tassonomia verde

Prima il gas fossile….

Il 22 marzo 2021 il sito francese Contexte rende pubblica una bozza di documento inviato dalla Commissione Europea ai 27 Paesi della UE, in cui propone importanti modifiche nei criteri di accesso alla tassonomia dello sviluppo sostenibile, in particolare nel settore energetico. La nuova proposta elaborata dalla Commissione prevede che il gas fossile possa entrare nella tassonomia come investimento verde, se la nuova centrale a gas rispetta una serie di condizioni. Secondo questa proposta, un’attività è sostenibile se fornisce un contributo sostanzialeallamitigazione del cambiamento climatico oppure all’adattamento al cambiamento climatico, e se non danneggia in modo rilevante gli altri obiettivi ambientali della tassonomia, come la tutela della biodiversità e la riduzione dell’inquinamento.

Il 25 marzo il WWF, insieme a scienziati, istituzioni finanziarie e ONG, lancia l’allarme su questa proposta, che permetterebbe ai combustibili fossili di entrare nella Tassonomia UE sugli Investimenti Sostenibili.  Greenpeace denuncia che «Dopo mesi di intense pressioni a Bruxelles, una serie di industrie – dal gas alla bioenergia, all’aviazione e al nucleare – sono pronte a incassare grazie alla nuova bozza della cosiddetta tassonomia della Commissione europea».uestas

Il 29 Marzo 2021, in una lettera aperta indirizzata alla Commissione europea, questi  scienziati, esperti e ONG ambientaliste hanno messo nero su bianco i loro timori di fronte alla proposta di includere fra le attività di transizione ammesse dalla Tassonomia Ue anche quelle relative allo sfruttamento del gas di origine fossile, e hanno chiesto ai massimi vertici dell’esecutivo di Bruxelles di non dare seguito a una simile ipotesi. I firmatari della lettera ricordano come l’inclusione di impianti a gas fossile vada apertamente contro le raccomandazioni, basate su studi e analisi scientifiche, del Technical Expert Group (il TEG).

… poi il nucleare!

Si pensava che l’opzione dell’energia nucleare, soprattutto a causa degli enormi investimenti richiesti, ai molti anni necessari per la realizzazione, e a causa dei problemi irrisolti sullo smaltimento delle scorie radioattive, sarebbe rimasta definitivamente fuori dalla lista delle iniziative sostenibili. Invece, dopo pressioni politiche molto forti e azioni concordate delle lobbies nucleari, ecco spuntare un’ulteriore proposta di modifica della tassonomia UE:  il 29 marzo l’industria nucleare ha chiesto alla Commissione Europea di accelerare la pratica di inclusione dell’energia nucleare nella Tassonomia UE sulla finanza sostenibile, accompagnando la richiesta con un documento nel quale si legge:

Le analisi non hanno messo in luce alcuna evidenza scientifica che l’energia nucleare arrechi più danni alla salute umana o all’ambiente rispetto ad altre tecnologie di produzione di elettricità già incluse nella tassonomia come attività a sostegno della mitigazione del cambiamento climatico.

Questa è infatti la conclusione di un Report redatto dal Joint Research Centre (JRC), la cui missione ufficiale è quella di sostenere le linee di condotta dell’UE con prove indipendenti durante l’intero processo decisionale.  

Le reazioni sono immediate: a esprimersi sono sia le organizzazioni pro-nucleari (Quarante-six organisations pronucléaires demandent à la Commission d’intégrer l’atome dans la taxonomie verte sia quelle che chiedono conferma dell’esclusione (Une large coalition demande l’exclusion des énergies nucléaires et fossiles de la directive ENR).  Purtroppo gli articoli di cui ho riportato i titoli non sono accessibili al pubblico, e non ho potuto ‘comparare’ il peso (scientifico? politico?) dei due schieramenti contrapposti.  Come finirà? Per il 29 aprile è in programma un evento pubblico organizzato dalle Authority di vigilanza europee

Per saperne di più… su scienza, politica, potere

Nelle grandi questioni in cui si dibatte la società mondiale, la politica continua a rivolgersi alla ‘scienza’ e agli ‘esperti’ per giustificare le proprie scelte di fronte al pubblico. Ma le modalità, gli strumenti, e persino i fini per indagare la realtà sono profondamente mutati, nell’ultimo secolo. Persiste ancora, nell’immaginario collettivo e – purtroppo – nel nostro sistema educativo, l’idea che la scienza sia una grandiosa impresa sociale che descrive e spiega il mondo oggettivo dei fatti, (ben separato dal mondo soggettivo degli affari umani e dei valori), liberandoci dalla visione primitiva e carica di superstizioni dei nostri antenati.

In un articolo pubblicato pochi anni fa – Science on the verge [1] – alcun* studios* hanno provato a richiamare l’attenzione sull’esistenza di alcuni aspetti preoccupanti nell’attuale uso della scienza per la ‘governance’, cioè per l’esercizio delle scelte politiche da parte delle istituzioni pubbliche. Il libro esplora le dimensioni etiche, epistemologiche, metodologiche e persino metafisiche della crisi in cui si trova la scienza, che ha perso il carattere di comunità autonoma di pari, auto-governata e disinteressata, in grado di ‘dire la verità al potere’.  Nella progressiva ‘ibridizzazione’ della scienza con la tecnologia, e nello sviluppo della ‘big science’, sempre più si incontrano problemi che emergono dall’applicazione stessa della tecnoscienza, e che non possono più trovare risposte nella scienza intesa in senso tradizionale.

Nella pratica della scienza non possono più essere ignorati né il mondo soggettivo di emozioni e passioni né il mondo esterno dei valori sociali, politici ed economici.  Nell’interazione della tecnoscienza con il mondo reale dei sistemi sociali ed ecologici emergono rischi, incertezze e complessità che non possono più essere esternalizzate, e rendono impossibile separare fatti e valori.

Due sono le soluzioni che vengono proposte per gestire questo nuovo scenario, che in qualche misura sono antagoniste tra loro: c’è chi ritiene ancora (grazie alla scienza) di poter controllare e misurare le situazioni di incertezza riducendole a ‘rischi’ statisticamente quantificabili; chi invece sente l’esigenza di discutere apertamente i problemi accettando la prospettiva che non esista UNA soluzione, e attivando quindi processi democratici per arrivare a decisioni condivise.

Daniel Sarewitz, co-direttore del Consorzio for Science, Policy & Outcomes, nell’introduzione al libro[2] da cui è tratto l’articolo sopra citato, scrive:

“La comunità scientifica continua a concepirsi come un’impresa auto-correttiva e autonoma, ma la conoscenza che crea non è più contenibile all’interno di laboratori, pubblicazioni tecniche e brevetti. […]

Molte istituzioni e pratiche moderne sono state progettate nell’aspettativa che la scienza fosse una sorta di ‘macchina della verità’ che potesse aiutare a superare le condizioni fondamentali di incertezza e disaccordo. La dolorosa lezione degli ultimi decenni, tuttavia, è che la vera scienza non costruirà mai un’immagine unica, coerente e condivisa delle complesse sfide del nostro mondo e che la ricerca in tal senso promuove invece la corruzione dell’impresa scientifica, e l’incertezza e il sospetto tra i decisori e i cittadini impegnati (esemplificati nei dibattiti sugli OGM o sull’energia nucleare). Nella migliore delle ipotesi, tuttavia, la scienza può fornire una molteplicità di intuizioni che possono aiutare le società democratiche a esplorare le opzioni per affrontare le sfide che devono affrontare”.

La battaglia che da decenni il Movimento NOTAV sostiene contro la linea ad Alta velocità Torino Lione, e la costruzione dal basso di un progetto  di ‘società della cura’ sono due esempi di fruttuosa applicazione di un approccio post-normale alla scienza: gli esperti sono coinvolti in riflessioni e dibattiti ai quali partecipano – con uguale diritto di parola e di ascolto – cittadini e cittadine di competenze, situazioni economiche, esperienze e visioni molto diverse.    

La natura dei problemi richiede un cambiamento dei criteri di qualità e di verità della scienza tradizionale, e il riconoscimento di una molteplicità di interpretazioni tutte ugualmente rispettabili.


Note

[1] Benessia, A., Funtowicz, S., Giampietro, M., Guimarães Perei-ra, Â., Ravetz, J., Saltelli, A., Strand, R., and van der Sluijs, J. P. 2016. The Rightful Place of Science: Science on the Verge. Tempe, AZ: Consortium for Science, Policy & Outcomes.

[2] Benessia, A., Funtowicz, S., Giampietro, M., Guimarães Perei-ra, Â., Ravetz, J., Saltelli, A., Strand, R., and van der Sluijs, J. P. 2016. The Rightful Place of Science: Science on the Verge. Tempe, AZ: Consortium for Science, Policy & Outcomes.

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