venerdì 17 febbraio 2023

Garattini: "Investire nel privato non giova alla salute pubblica" - Simonetta Pagliani

 

 

In tutte le democrazie occidentali, sempre più si va verso una sanità privata e l'outsourcing di istituzioni che prima erano gestite dallo Stato: un recente convegno all'Istituto Mario Negri ha riportato l'attenzione su questi temi, analizzandone le implicazioni.

Privatocrazia: oltre il mantra della parità pubblico-privato in sanità è l'eloquente titolo di un convegno organizzato dall'Istituto Mario Negri di Milano lo scorso 6 febbraio, e che ha affrontato con nettezza la contraddittorietà di un sistema sanitario nato pubblico nel 1978 e poi scivolato in una problematico condominio con la sanità privata, che in regioni come la Lombardia ha decisamente preso il sopravvento su una controparte pubblica via via più debole e impoverita. La fondamentale legge 833 del 1978 aveva fatto dell'Italia un avamposto dell'applicazione del costituzionale diritto alla salute nel mondo intero, sancendo l'universalità della copertura del Servizio sanitario nazionale.

In questo momento, il nostro sistema sanitario è ancora effettivamente universale. Tuttavia, alcuni principi stanno venendo meno, come quello per il quale tutti i cittadini devono essere curati nello stesso modo. Non è così, in un'Italia dove non solo permangono, ma si acuiscono, disparità di assistenza tra regione e regione così gravi da portare a una differenza di 13 anni di vita in salute tra chi abita in Alto Adige e chi abita in Calabria.

Accesso negato nel pubblico, le scorciatoie nel privato

Anche la globalità delle prestazioni erogate è ormai messa in discussione: la gamma delle prestazioni in capo al servizio sanitario è molto ampia nel testo di legge ma, nella realtà, i LEA (livelli essenziali di assistenza) che avrebbero dovuto essere il "pavimento" sotto il quale non bisognava scendere, sono ora una chimera irraggiungibile in molte situazioni nazionali: LEA e LEP (livelli essenziali di prestazioni) sono ormai diritti esigibili per prestazioni non disponibili, in termini di presenza regionale, di tempi d'attesa e di qualità non sufficiente. Infine, i ticket sanitari sono differenziati per regione, pur su LEA identici.

Nel 2016, l'Italia era al 6° posto per percentuale di popolazione che non accedeva ai servizi sanitari; nel 2021 tale percentuale è salita all'11%, in tutte le regioni ma soprattutto al Sud. La crisi economica, accentuata dalla pandemia, ha portato alla rinuncia a spendere per la propria salute o all'impoverimento a causa dei consumi sanitari. La migrazione sanitaria, indice della disuguaglianza assistenziale, è aumentata del 50%, con trasferimento di risorse dalle regioni più povere alle regioni più ricche (e soprattutto al loro settore privato, più o meno convenzionato, più o meno mascherato) e, per di più, tali risorse sono spendibili solo da alcuni ceti sociali.

Quando è stata emanata la legge 833, la fiscalità era concepita in modo tale che il concorso alla spesa sanitaria era suddiviso in base alle risorse economiche di ciascun cittadino; ora, però, la progressività fiscale è stata gradualmente mutilata, con la conseguenza di alleviare il peso ai ricchi e di scaricarlo maggiormente sui poveri. In Italia ci sono 50 miliardari che hanno la stessa ricchezza dei 18 milioni più poveri: va impedito che la salute diventi l'appannaggio dei più ricchi.

Nei quarant'anni passati dal varo della legge, gli italiani hanno introiettato i principi di una sanità pubblica che, pur essendo sotto-finanziata (il fondo sanitario nazionale è il 6,1% del PIL, sotto il minimo adeguato di 6,5 secondo l'ONU e la metà della percentuale tedesca), ha prodotto ottimi indicatori di sopravvivenza, molto migliori, per esempio, di quelli degli USA, che pure devolvono alla sanità il 15% del PIL. Devono, perciò, vigilare perché tale eccellenza sanitaria generalista non vada progressivamente erodendosi: l'ipotesi di legge dell'"autonomia regionale differenziata", invece di spingere verso l'uguaglianza tra le regioni, tende ad accentuarla. Si pensi che la spesa sanitaria pubblica finanzia ora fornitori pubblici per il 70% e per il 30% fornitori privati, ma le percentuali si stanno avvicinando; portabandiera di questa tendenza sono Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che vogliono avocare a sé la governance di tutti gli enti sanitari e persino della prescrivibilità dei farmaci, pretesa che viene meno al dovere di solidarietà nazionale.

Il tramonto della sanità pubblica

A dispetto di tutte le prove esistenti sul rapporto inverso tra salute dei cittadini e assenza di un sistema sanitario universalistico, ovunque, in Occidente, vi è un restringimento della sanità pubblica a favore di quella privata. Negli Stati Uniti esso è palese (limitazione della popolazione assistita e riduzione delle prestazioni disponibili), ma anche in Italia questa tendenza è in atto da più di un decennio, serpeggiando, talvolta, in modo "carsico", con la riduzione dell'accessibilità alle prestazioni, con la defiscalizzazione che toglie risorse alla sanità pubblica, con l'affidamento a privati di servizi assistenziali e diagnostici, con la collocazione in edifici privati di presidi di sanità pubblica.

Dagli anni '70, d'altronde, è in atto in tutte le democrazie occidentali, una trasformazione della sanità in senso neoliberistico, in cui il primato è attribuito al mercato, che impone l'esternalizzazione (outsourcing) di tutte le istituzioni che un tempo erano in mano allo stato, in un regime in cui il privato diventa co-gestore delle risorse pubbliche. In Italia, per ora, l'esternalizzazione ha raggiunto solo marginalmente il nocciolo della cosa pubblica, ma lo sta assediando. La progressiva introduzione di strategie di mercato nella conduzione della res publica ha millantato una maggiore efficienza e un risparmio per i cittadini, ma nei paesi dove essa è più pronunciata (USA) ha già fallito in molti settori, da quello della sanità a quelli dell'istruzione e persino a quello militare.

È, comunque, un errore valutare la privatizzazione solo o soprattutto in termini costi-benefici economici: occorre valutarla rispetto al suo peso sulla legittimità stessa delle istituzioni democratiche. Come è stato ribadito durante il convegno, lo stato non è un'azienda, ma il luogo di esercizio dei diritti umani in assenza di dominio e di arbitrio. Questa è la lezione di Kant: nello stato pre-civile, è l'individuo a decidere i limiti della libertà altrui, in base al proprio potere fisico o economico. Solo lo stato democratico può definire e implementare i diritti, in nome della collettività. Le esternalizzazioni, che delegano ai privati grandi discrezionalità su tali diritti, mettono quindi a repentaglio le basi stesse della democrazia: l'appalto a organizzazioni private di funzioni pubbliche inficia la possibilità di controllo da parte dello stato, che ne viene depotenziato, mina la capacità di vigilanza civica, determinando la cosiddetta "apatia civica", per la molteplicità degli attori in ballo e per la difficoltà di riconoscere i responsabili di eventuali carenze di servizio.

Persino le associazioni no profit possono contribuire a depotenziare le funzioni pubbliche, spesso mischiando laico e religioso e albergando, in mezzo a organizzazioni socialmente benemerite, altre affette da corruzione.

Privatizzandosi, insomma, lo stato abdica alla sua responsabilità primaria di creare situazioni di giustizia per tutti, in assenza di dominio. Silvio Garattini ha chiuso il convegno con una lectio magistralis che ha richiamato tutti i temi cari alla medicina democratica, dalla sostenibilità ambientale alla non liceità morale dei brevetti sui farmaci utili, dalla facilità di autorizzazione di famaci inutili alla necessità di allineare le assunzioni e la retribuzione del personale sanitario alle medie europee e di aumentare il fondo sanitario nazionale. Vale la pena di leggerla (o ascoltarla) per intero.

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Ascolta l'intervento integrale di Silvio Garattini

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giovedì 16 febbraio 2023

Destino nigeriano per l’Uganda - Maria Rita D'Orsogna

 

Abbiamo sempre sentito parlare dei cattivissimi occidentali – le sette sorelle di decenni passati, le ditte petrolifere odierne Shell, ENI, Total, che hanno devastato l’ogni dove dell’Africa, i governi stranieri che li hanno appoggiati, e i governi africani che si sono lasciati corrompere e che hanno venduto tutto per pochi denari. Adesso però arriva la Cina.

Da come hanno gestito l’emergenza COVID, e da come gestiscono le loro società non so se sarà meglio. Intanto Xi Jinping, il presidente cinese rieletto per l’eternità, continua con i proclami green. Dice che i cinesi vogliono proteggere la biodiversità e rendere il pianeta sempre più verde. O cosi ha detto durante il COP15, il convegno annuale sull’ambiente promosso dalle Nazioni Unite e nel 2022, svoltosi a Montreal.

Sarà ma ecco qui una serie di progetti non proprio green promossi per l’Uganda.

Intanto c’è il cosiddetto East African Crude Oil Pipeline (EACOP) e lo sviluppo di due campi petroliferi, Kingfisher and Tilenga, che saranno sfruttati da ditte di stato cinesi. L’oleodeotto EACOP collegherà l’Uganda e la Tanzania, cosicché il greggio potrà essere mandato attraverso l’oceano indiano (verso la Cina?) dal porto di Tanga in Tanzania. I campi si trovano nella parte occidentale del paese, nel distretto Kikuube. Si parla di almeno 1,4 miliardi di barili.

Siamo in un angolo verdeggiante e ricco di natura spettacolare dell’Uganda. Ci sono qui il Lago Albert, dove nascono il Nilo e il fiume Congo e non lontano dal Murchison Falls National Park ed il Murchison Falls-Albert Delta zone protette perché dalla biodiversità unica in Africa, con foreste, zone umide e creature che non si possono trovare in alcun altro posto del mondo.

Davvero pensiamo che i cinesi tratteranno tanta bellezza con i guanti bianchi? Considerato come trattano i loro stessi cittadini, i loro stessi cieli anneriti, le loro non-democrazie ancora più malate…

Il progetto Kingfisher sarà realizzaato dal China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). Vogliono realizzare centri di trattamento, raffinerie, pozzi di petrolio lungo la riviera del Lago Albert. Assieme alla CNOOC, la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China Petrochemical and Chemical Corporation (Sinopec), tutte ovviamente sponsorizzate dal governo centrale. Ovviamente i finanziamenti verranno da enti cinesi, prima fra tutte la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC). L’unico progetto che prevede una partecipazione non cinese è quello delle trivelle in Tilenga che sarà realizzato dalla Francese Total con 140 pozzi di petrolio. Il tutto nel cuore del Murchison Falls National Park. Quelli dell’oleodotto EACOP dicono che creeranno 2.000 posti di lavoro, di cui però solo duecento per i locali. Una miseria, una miseria sporca e inquinata.

La gente d’Uganda è contraria, specie per la presenza di enti cinesi, poco trasparenti e poco interessati al bene del paese. Anzi molte banche e assicuratori occidentali si sono rifiutati di finanziare queste opere non solo perché vanno contro gli standard ambientali ma anche per presunte violazioni di standard internazionali nei progetti decisionali. Anche il parlamento europeo ha messo pressione ai governi di Uganda e Tanzania contro la realizzazione di trivelle e oleodotti in zone cosi sensibili. È forse una sorpresa data la storia recente della Cina?

Intanto, le trivelle vanno avanti. I politici d’Uganda si sono fatti abbagliare dal denaro e dalle promesse cinesi. A Kingsfisher hanno iniziato a trivellare a gennaio 2023, con tanto di foto con sorrisi d’Africa e di Cina. Dicono che non ci saranno danni, dicono che la gente è stata già compensata, che sarà tutto bello e rosa. Ma lo sappiamo che mai è stato cosi e mai sarà.

Fra dieci anni, prevedo, tireremo fuori tutti gli articoli scritti sulla Nigeria devastata da Shell, ENI e compari d’Europa e li riscriveremo per l’Uganda devastata dalla CNOOC e compari di Cina. Una storia già scritta e già pianta.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). Da sempre accanto alle lotte locali per la difesa dell’ambiente naturale e contro i giganti del petrolio, ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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mercoledì 15 febbraio 2023

La nostra lotta di classe si chiama "Inverno Demografico" - Pasquale Cicalese

 

Ho letto una ricerca secondo cui da marzo le imprese richiederanno 540 mila lavoratori, specie nel turismo, ma anche informatici, medici, ingegneri, dipendenti pubblici e altro.


Ieri Il sole 24 ore titolava: 4 milioni di lavoratori nel green. Mi chiedo: dove li troveranno? L'indice di natalità è il piu' basso al mondo assieme a Giappone, l'invecchiamento della popolazione è drammatico, l'Istat parla di inverno demografico, per 30 anni, grazie alla deflazione salariale, alla precarietà, alla flessibilità, al taglio del salario sociale, le politiche economiche, per seguire l'euro, da parte di tutti, sono state indirizzate al crollo demografico.

Ora dove li prenderanno? Oltretutto 6 milioni, spesso lavoratori qualificati, li hanno fatti scappare all'estero causa bassissimi salari, dove li prenderanno? Questo è il vero dramma italiano, la distruzione del settore dell'istruzione, i numeri chiusi all'Università, la non possibilità di tantissime famiglie italiane di far continuare gli studi ai figli, la non possibilità di farsi una famiglia, comprare casa o avere una casa popolare, la non possibilità, in definitiva, di fare figli. 

Quando studiai l'esame di Storia delle  dottrine politiche, lessi tra l'altro Albert Hirschman, il quale sosteneva che nell'epoca moderna le masse o protestavano o facevano "exit", cioè abbandonavano, il paese o gli affari politici. Esattamente quello che è successo in questi decenni, una protesta di massa fatta da 6 milioni di emigrati all'estero.


Questa fu una forma, individuale ma di massa, di lotta di classe in Italia. Ecco perchè non siamo come la Francia, la protesta l'abbiamo già fatta. Rimangono i cinquantenni e i sessantenni prossimi alla pensione.

Tra dieci anni, se continua così, con i salari da 700-1000 euro, con contributi, non ci saranno risorse per fronteggiare conti pubblici e pensioni. Nessuno si pone questo problema, solo l'Istat parla di inverno demografico.

Non c'è nessuna "riforma delle pensioni" da fare, semplicemente l'Inps raccoglie i contributi per pagare le pensioni. Se i contributi sono bassi per via di salari bassi, ovvio che ci siano problemi. E' la matematica, non ci vuole un genio per capirlo. Poi ho visto un video di Vincenzo De Luca, il governo ha chiesto alle regioni un parere su di una bozza di decreto che smantella la sanità pubblica trasformandola in assicurazioni private, sul modello statunitense. Questi ambiti, assieme alla distruzione dell'istruzione avvenuta, portano il paese nel baratro. Rimarranno milionari e immigrati che li servono, ma l'emigrazione all'estero esploderà del tutto. Exit. Poi siamo sicuri che tunisini, marocchini, egiziani, algerini, africani in genere rimarranno nei prossimi decenni qui? Sono paesi che stanno economicamente esplodendo, molti se ne andranno...

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martedì 14 febbraio 2023

Una donna è stata condannata al carcere per aver esposto uno striscione NO TAV - Valeria Casolaro

 

Otto mesi di carcere per aver cercato di appendere uno striscione all’esterno del tribunale di Torino in segno di solidarietà per una compagna militante No TAV: questa la condanna spettata a Francesca, anche lei attivista del Movimento, giunta a ben dieci anni di distanza dai fatti. A imporre la misura il giudice del tribunale di Sorveglianza Elena Bonu, la stessa che impose due anni di detenzione all’attivista no Tav Dana Lauriola per aver parlato in un megafono nel corso di una manifestazione. Decisione che non può non suscitare una certa perplessità, considerato che la pena inflitta è inferiore a un anno e considerato il grave problema di sovraffollamento che affligge il carcere di Torino ormai da tempo.

I fatti contestati risalgono al 2013. il 26 luglio di quell’anno si era svolto un presidio di fronte al tribunale di Torino in sostegno a Marta, militante del Movimento contro l’Alta Velocità che era stata fermata e denunciata qualche giorno prima in Val di Susa, nel contesto di una manifestazione nei pressi del cantiere di Chiomonte. «La polizia ha bloccato il corteo sia davanti che dietro e ha iniziato a picchiare tutti, compresa Marta, che è stata anche molestata dagli agenti» racconta a L’Indipendente D., militante No TAV. All’indomani della manifestazione il Movimento organizzò una conferenza stampa per denunciare quanto accaduto e di lì a poco prenderà il via il processo che vedrà Marta coinvolta come imputata e come vittima (i poliziotti denunciati per le molestie verranno poi tutti assolti, riferisce D.).

Nel corso del presidio in suo sostegno le compagne, tra le quali Francesca, hanno cercato di appendere uno striscione all’esterno del tribunale. «Come donne No TAV abbiamo deciso di scendere dal presidio di Venaus a Torino per esprimere solidarietà a Marta fuori dal Tribunale» ci racconta Alice, altra militante presente quel giorno. «”Se toccano una toccano tutte – Non un passo indietro! Solidarietà a Marta”: questa era la scritta sullo striscione, non c’era nulla di violento o offensivo. Eravamo quasi tutte donne a portare questo striscione, peraltro erano cose che già avevamo fatto in precedenti manifestazioni a scopo dimostrativo. La celere presente all’ingresso ci ha caricati e successivamente sono arrivate denunce a carico di alcuni per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, che i poliziotti si sono causati da soli inciampando nei panettoni in cemento davanti al tribunale». Alle accuse è seguito un processo, al termine del quale Francesca è stata condannata a otto mesi di carcere. «Il suo avvocato ha chiesto l’applicazione delle misure alternative, anche in ragione del fatto che lei aveva un contratto di lavoro a tempo indeterminato – dal quale, in ragione della condanna, è stata costretta a licenziarsi – e il procuratore sembrava favorevole alla cosa. Sfortunatamente il giudice del Tribunale di Sorveglianza no». Si tratta del medesimo giudice, Elena Bonu, che ha condannato Dana Lauriola a due anni di detenzione per aver parlato a un megafono nel corso di una manifestazione.

Il carcere di Torino è da tempo afflitto da un grave problema di sovraffollamento, che causa non pochi disagi nella gestione della struttura stessa e nel benessere psicologico dei detenuti. Il 2022 è stato l’anno nero dei suicidi in carcere, con 84 reclusi che si sono tolti la vita nelle carceri di tutta Italia anche a fronte di reati minori commessi, con una media di 15 casi ogni 10 mila detenuti a fronte di una media di 0,67 tra le persone libere. Eppure, la macchina della giustizia sembra ancora non conoscere alternative migliori.

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domenica 12 febbraio 2023

In 10 anni la desertificazione del Sud: via oltre 500mila residenti - Giambattista Pepi


Il dato non è nuovo ma si aggrava: il Mezzogiorno continua a perdere popolazione a vantaggio del Centro-Nord. Nel decennio 2012 – 2021 ha perso 525mila residenti accrescendo l’impoverimento strutturale sia per lo spopolamento, sia per il depauperamento di risorse umane qualificate.

Si parte di più da Campania (30%), Sicilia (23%) e Puglia (18%). Tassi sopra il 6% in Basilicata e Molise. I principali flussi sono diretti verso Lombardia (28%) e in particolare l’Emilia-Romagna. Visto da Sud il Rapporto dell’Istat sulle migrazioni interne e internazionali (relativo al 2021 e aggiornato ai primi 10 mesi del 2022) conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il divario della popolazione residente tra il Mezzogiorno e le altre macro aree del Paese. Del resto è l’Istituto nazionale di statistica stesso nell’incipit del Rapporto a confermare la ripresa nel 2021 della mobilità interna (un milione 423mila trasferimenti, + 6,7% rispetto al 2020, che era stato l’anno in cui era esplosa la pandemia Covid-19).

Nei 10 anni 2012-2021 sono stati circa 1,13 milioni i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-Nord e a circa 613mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto, come detto, in una perdita netta di 525mila residenti per il Mezzogiorno. Nel 2021 la ripresa della mobilità interna ha interessato anche gli spostamenti lungo questa direttrice. Ammontano a circa 112mila i trasferimenti dai comuni meridionali verso quelli settentrionali, in lieve aumento (+3%) rispetto al 2020, ma in deciso calo (-17%) rispetto al periodo pre-pandemico.

La regione del Mezzogiorno da cui si parte di più è la Campania (30% delle cancellazioni dal Mezzogiorno), seguita da Sicilia (23%) e Puglia (18%). In termini relativi, rispetto alla popolazione residente, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Calabria (circa otto residenti per 1.000). Tassi sopra il 6‰ si registrano per Basilicata e Molise. La regione verso cui si dirigono prevalentemente questi flussi è, in termini assoluti, la Lombardia (28%) ma, in termini relativi, l’Emilia-Romagna è quella che li attrae di più (quattro trasferimenti dal Mezzogiorno per 1.000 residenti).

La provincia del Mezzogiorno da cui si registrano più partenze verso il Centro-nord è Napoli in termini assoluti (17mila partenze), mentre Crotone ha il tasso di emigratorietà più elevato: 11 residenti su 1.000 che si spostano al Centro-nord. Viceversa, la provincia centro settentrionale che riceve più emigrati dal meridione è Milano (14mila arrivi), ma, in termini relativi, l’area metropolitana di Bologna è più attrattiva (6‰).

Ci confortano fino ad un certo punto gli altri dati salienti dell’Istat: l’aumento delle immigrazioni (oltre 318mila; +28,6%) la diminuzione delle emigrazioni (poco più di 158mila; -1% sul 2020) soprattutto dei cittadini italiani (94mila; -22%).

 

IN RIPRESA LA MOBILITÀ DEI COMUNI

Nel 2021 il volume dei trasferimenti di residenza interni al Paese, pari a 1 milione 423mila (+6,7% rispetto al 2020), è quasi in linea con il dato del 2019 quando si registrava circa 1 milione 485mila movimenti tra Comuni. L’aumento della mobilità residenziale si riflette sia tra i movimenti all’interno delle regioni (+7,4%) sia tra regioni diverse (+4,6%).

 

IL CENTRO-NORD “RECUPERA” GIOVANI LAUREATI DAL SUD

Con riferimento alle regioni d’origine, le perdite di popolazione dovute allo scambio con l’estero possono essere compensate dai trasferimenti di residenza tra le ripartizioni del Paese. Il movimento di giovani risorse che si spostano dal Mezzogiorno verso il Centro e il Nord riesce, talvolta, a invertire il bilancio negativo trasformandolo in guadagno di popolazione.

È quello che accade al Nord Italia dove, durante il decennio, a fronte di perdite complessive di giovani residenti causate dai movimenti con l’estero, si osserva un saldo migratorio positivo dovuto agli scambi di popolazione in maggioranza proveniente dal Mezzogiorno.

Negli ultimi dieci anni, infatti, gli espatri di giovani laureati sono sempre stati quantitativamente superiori ai rimpatri e hanno prodotto, per ciascuna ripartizione, un saldo migratorio con l’estero negativo

La perdita complessiva di giovani risorse del Nord a favore dell’estero ammonta a circa 39mila unità, quella del Centro è di circa 13mila mentre quella del Mezzogiorno è di circa 28mila unità in tutto il periodo considerato. A fronte di queste significative perdite, il Nord e il Centro riescono a compensare in buona parte le uscite verso l’estero grazie ai movimenti migratori provenienti dal Mezzogiorno. Il Nord guadagna oltre 116mila giovani risorse provenienti dal Sud e dalle Isole, il Centro quasi 13mila. I saldi migratori interni evidenziano la perdita o il guadagno di popolazione dovuti ai trasferimenti di residenza da una regione all’altra. In termini relativi i saldi migratori per 1.000 residenti più elevati si hanno in Emilia-Romagna (+3‰) e nella provincia autonoma di Trento (+2,3‰), quelli più bassi in Basilicata (-4,7‰), Calabria (-4,3‰), e Molise (-3,7‰). In generale, le regioni del Centro-Nord mostrano saldi netti positivi (in media, +1,3‰); viceversa, quelle del Mezzogiorno riscontrano tutte perdite nette di popolazione (-2,5‰).

 

PIÙ RIMPATRI DAI PRINCIPALI PAESI EUROPEI

Con riferimento alla componente italiana proveniente dall’estero, nel 2021 i rimpatri dei cittadini italiani sono stati 75mila (+34% rispetto al 2020 e +10% rispetto al periodo pre-pandemico).

I rimpatri provengono in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione. Con in testa Regno Unito e Germania (che, insieme, originano complessivamente il 27% dei flussi di immigrazione), il 7% dei flussi di rientro proviene dalla Svizzera, il 5% dalla Francia, il 4% dalla Spagna. Per quanto riguarda le provenienze oltre oceano, il 5% dei rimpatri arriva dagli Stati Uniti, il 4% dall’Argentina e dal Brasile.

 

I PAESI DOVE VANNO GLI ITALIANI

L’Europa continua a essere la principale area di destinazione delle emigrazioni dei cittadini italiani (83% degli espatri) ma è anche l’area che ha risentito maggiormente del calo degli espatri nel 2021 (-22% rispetto al 2020). Rallentano, ma restano numerose, le partenze degli italiani verso il Regno Unito (23mila, 24% del totale degli espatri), così come quelle verso la Germania (14mila, 15%), la Francia (11mila, 12%), la Svizzera (9mila, 9%) e la Spagna (6mila, 6%). Tra i paesi extra europei, le mete preferite sono gli Stati Uniti (4mila, 4%) e l’Australia (2mila, 2%).

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sabato 11 febbraio 2023

I mediatori culturali sono una risorsa che rischia di sparire - Jada Bai

 

La mediazione è fondamentale, soprattutto nelle scuole, per facilitare i rapporti tra le istituzioni e le persone di origine straniera. Ma la professione non è riconosciuta a livello nazionale e gran parte degli operatori lavora senza tutele

Annie ha nove anni ed è appena arrivata a Milano dalle Filippine, dove era stata lasciata dai genitori venuti a lavorare in Italia. A scuola Annie si accorge subito che non sapere l’italiano è un problema, non capisce neanche cosa dicono le insegnanti, lei che nelle Filippine ha sempre avuto ottimi voti. In più, non sa com’è organizzata la scuola italiana e non riesce a parlare con i compagni perché non ha argomenti in comune con loro.

Innanzitutto Annie ha bisogno di un corso di prima alfabetizzazione, che la sua scuola organizza, poi le insegnanti devono capire il livello delle competenze che ha già acquisito e chiedono quindi l’aiuto di una mediatrice linguistico-culturale. Connie Castro, una donna di origine filippina con esperienza ventennale, accompagnerà la bambina per una settimana lavorando insieme alle insegnanti. “Fare accoglienza a scuola è gratificante, aiuti i bambini e a volte li vedi cambiare in una settimana”, dice Castro. “Mi piace anche fare i colloqui con i genitori, a volte mi sembrano fragili come i loro figli. Annuiscono anche se non hanno capito bene, ma si vergognano di ammettere di non sapere bene la lingua”.

La mediazione linguistico-culturale è presente nelle scuole italiane da più di vent’anni e ha aiutato molte Annie di diverse origini. Ma non solo: opera in tutti i rapporti tra gli enti pubblici e gli utenti stranieri. Nonostante l’importante ruolo svolto dalla mediazione, non esiste ancora una normativa nazionale che definisca le qualifiche, le mansioni e l’inquadramento contrattuale della professione. La situazione varia da regione a regione, a volte anche da comune a comune, e la maggior parte dei mediatori si ritrova a lavorare a chiamata, senza tutele e garanzie.

Un mondo esteso

Per il ministero dell’istruzione Annie è un’alunna Nai (NeoArrivati in Italia), cioè arrivata in Italia “negli ultimi due anni”. Nell’anno 2019-2020 c’erano quasi 23mila Nai nel sistema scolastico italiano, un numero consistente anche se rappresenta solo il 2,6 per cento del totale degli alunni provenienti da contesti migratori. A livello nazionale gli studenti con cittadinanza non italiana rappresentano il 10,3 per cento del totale della popolazione scolastica, ma bisogna considerare che il 66,7 per cento di questi sono seconde generazioni. Più di un quarto degli alunni con background migratorio frequenta le scuole della Lombardia.

La mediazione nelle scuole di solito funziona ancora “a chiamata”, cioè su richiesta degli insegnanti e nell’ambito di progetti finanziati dal comune o dal ministero dell’istruzione, che però non sempre hanno a disposizione un numero di ore sufficiente per coprire la richiesta. “Nell’anno scolastico 2021-2022 a Milano potevamo distribuire 560 ore tra le scuole primarie di tre zone della città e per tutte le lingue. Già a febbraio 2022 le avevamo terminate”, racconta Eva Veroli, della cooperativa Farsi Prossimo, che gestisce il servizio di mediazione di uno dei poli territoriali Start, enti incaricati dal comune di Milano di supportare le scuole in ambito interculturale.

I mediatori lavorano anche nel settore socio-sanitario. Nel consultorio di via Monreale a Milano, per esempio, il martedì è “la giornata delle donne arabe”: la segreteria raggruppa tutti gli appuntamenti in un’unica mattina, quella in cui è presente Nagla Gaffar, mediatrice araba di origine egiziana. “Seguiamo molte gravidanze dall’inizio fino a dopo il parto, ma anche visite ginecologiche e corsi pre e post parto”, spiega Gaffar.

A Milano si contano sedici consultori dotati di un servizio fisso di mediazione (su diciotto sedi) e le lingue più richieste riflettono la presenza delle comunità straniere della città: arabo, tagalog, cinese e srilankese. “Spesso capitano situazioni di diversità culturale”, continua Gaffar. “Per esempio si mangiano cose diverse durante la gravidanza e per molte donne non è semplice rispettare le indicazioni. Per me la parte più difficile è non ‘stare dalla parte’ di nessuno, né della donna né dell’operatore”.

Il mondo della mediazione è molto esteso e spesso i mediatori partecipano a progetti più ampi con ruoli diversi. “Da un paio d’anni tengo dei corsi di formazione per operatori, spiego la complessità del mondo arabo, partendo per esempio da come viviamo il Ramadan o i diversi tipi di velo”, spiega Zeenat Raja, mediatrice di origine pachistana. “Proviamo a portare gli operatori a ‘decentrarsi’ cioè a cercare di capire che il proprio modo di pensare, la propria cultura non è l’unica possibile. È una competenza importante quando lavori con i migranti”. Si tratta di un approccio che viene dalla Francia, dove la psicoanalista e docente universitaria Marie Rose Moro ha fondato la “clinica transculturale” per supportare psicologicamente i migranti fragili che non sanno la lingua, delineando così alcune caratteristiche del lavoro del mediatore e degli operatori quando hanno a che fare con persone con background migratorio.

Punto morto

Il ruolo del mediatore è richiesto anche in ambito giuridico-istituzionale. È il tribunale, spesso quello dei minori, a richiederne il servizio per poter comunicare con le parti. “I casi possono essere molto vari”, racconta Omar Raja, mediatore di origine pachistana di seconda generazione. “Famiglie segnalate per qualche fragilità, donne che scappano dal compagno violento. Assisto spesso minori richiedenti asilo, tutti quei ragazzi dai 12 ai 15 anni che arrivano in Italia dopo viaggi via mare e via terra. Oltre a fare da interprete, li aiuto a risolvere le questioni burocratiche grazie alle mie conoscenze”.

Raja è uno studente di giurisprudenza ormai alla fine del suo percorso e ha vissuto il lavoro da mediatore come un preludio al suo futuro da avvocato in ambito internazionale. La professione del mediatore, infatti, non ha un percorso di carriera definito: libero professionista, collabora con più cooperative, chi è fortunato riesce a far parte di progetti che prevedono un consistente monte ore in qualche centro o consultorio.

In Lombardia, a differenza di altre regioni come per esempio il Lazio, la professione del mediatore non è riconosciuta ufficialmente. “Da anni combattiamo per avere un albo”, dice Karina Vergara Scorzelli, mediatrice di lingua spagnola e presidente della cooperativa Crinali. “Vorremmo sapere quanti siamo, avere una deontologia professionale definita, migliorare le nostre competenze, ma siamo sempre a un punto morto”.

Non esistono norme nazionali, anche se alcune leggi come la 40 del 1998, la cosiddetta Turco-Napolitano, afferma che le “istituzioni possono avvalersi di mediatori qualificati con permesso di soggiorno non inferiore a due anni”, con l’implicito che il mediatore sia una persona con background migratorio.

“Avevamo sperato che con l’apertura del corso di laurea in mediazione linguistica e culturale, ormai vent’anni fa, si delineasse in modo professionale la nostra figura ma così non è stato”, continua Scorzelli. “Nel corso ci sono molti esami di economia che sembrano portare gli studenti verso la mediazione commerciale. In più non si studiano il tagalog o il romeno, lingue di due delle comunità straniere più numerose in Italia”.

“Non è facile fare il mediatore”, concorda Hong Yanyan, una delle poche mediatrici sinoitaliane di seconda generazione, spiegando che nel settore privato potrebbero esserci più sbocchi lavorativi e che a Milano diversi centri stanno attivando servizi di mediazione linguistica. “Io ho lavorato come precaria per le cooperative per un anno o due. Poi per fortuna ho trovato un centro medico privato che aveva molti pazienti cinesi e cercava una persona che parlasse cinese e rispondesse al telefono. Così ho finalmente ottenuto un contratto”.

È ancora difficile capire come si evolverà la professione. “A volte”, conclude con amarezza Scorzelli, “è come se aspettassero che questo lavoro muoia”.

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giovedì 9 febbraio 2023

La montagna non è una fabbrica - Wu Ming, Paolo Piacentini

Piacentini – In questi giorni è arrivata un po’ di neve ma nulla cambia ed invece vedo un accanimento terapeutico verso un modello di sviluppo turistico quasi sacralizzato, come se quella forma di fruizione della montagna in inverno fosse l’unica possibile.

Situazione preoccupante perché non si vuole prendere atto di quello che sta accadendo e si pensa di risolvere tutto con l’illusione “tecnocratica”

Si posizionano cannoni sparaneve sempre più potenti anche ad alte temperature, non importa se intorno la terra è brulla: pura follia. 

Wu Ming – Anzitutto c’è un problema simbolico, di immaginario: la montagna è vista come una fabbrica che d’inverno deve produrre neve, e questa neve ha l’unico scopo di imbiancare il paesaggio e consentire lo sci. Così, quando la neve non arriva, nessuno pensa al danno per le sorgenti, per la biodiversità, per gli equilibri ambientali, i pascoli, l’agricoltura. L’unico problema è che non si può sciare, e nessuno dice che proprio l’industria dello sci, con il suo enorme dispendio di energia, contribuisce al riscaldamento globale, il quale comporta meno neve naturale, quindi un maggiore ricorso a quella artificiale, e un maggiore consumo energetico: il classico serpente che si morde la coda.

Il mito della “settimana bianca” è talmente forte che certi rifugi, in assenza di neve, invece di puntare su chi cammina, organizzano serate disco sul modello delle “Vacanze di Natale” dei film di Vanzina. Perché la montagna d’inverno dev’essere quella roba lì. Se non c’è la neve, bisogna farla a tutti i costi: trovare una soluzione tecnologica, non cambiare mentalità.

D’altronde, succede così anche con la “transizione ecologica”: invece di ammettere che c’è un intero modello economico da cambiare, si preferisce pensare che le rinnovabili, i crediti del carbonio e qualche milione di alberi piantato qua e là ci permetteranno di mantenere le stesse abitudini.

Piacentini – Per questo parlo di conversione ecologica perché la transizione è più che sputtanata e comunque saremmo in netto ritardo. Va cambiato radicalmente il modello socio-economico. La necessità di una svolta radicale deriva proprio dalla tua riflessione, dalla considerazione che nell’immaginario del turista non si riesce a smontare un modello di fruizione che nasce negli anni del boom economico e che arriva ad oggi con una progressiva degenerazione.

Mi sembra molto importante anche la tua riflessione sulla carenza di neve – Si chiedono risorse pubbliche ingenti gridando all’emergenza come si trattasse di affrontare una catastrofe legata ad un terremoto devastante. Un’emergenza da carenza neve senza per nulla considerare che il vero problema semmai è la conseguente carenza d’acqua nel sistema idrografico.

Wu Ming– Sì, l’ordine delle priorità viene capovolto. Ma non è accaduto lo stesso anche con l’emergenza Covid? Una cassiera di supermercato poteva lavorare otto ore a contatto con i clienti, però, tornata a casa, non poteva farsi una passeggiata nel parco. Inutile stupirsi: come diceva Marx, «il morto afferra il vivo e lo tiene prigioniero»

Piacentini- Dovremmo avere la forza di lavorare per un nuovo paradigma e provare a cambiare l’immaginario sul come abitare e fruire le nostre montagne. Il turismo ok ma va diversificato davvero, le “terre alte” non possono vivere solo di turismo.

Penso al tema dei Cammini, quando nel periodo della pandemia per due anni il Cammino di Santiago ha visto un annullamento del flusso turistico con gli enormi danni relativi. Certo non è facile cambiare rotta visto il forte intreccio tra politica ed imprenditoria, una sorta di patto per utilizzare risorse ingenti che andrebbero indirizzate su progetti a favore delle comunità locali con un occhio rivolto al futuro. Come possiamo secondo te provare, nel nostro piccolo, a ribaltare l’immaginario delle comunità locali oltre a quello della città e dei turisti e portarli alla costruzione di una sorta di patto tra città e montagna che include anche quello tra generazioni?

 

Wu Ming – L’importanza economica del turismo è sovrastimata, perché un Paese come l’Italia, quando è in crisi nera e non ha idee per rilanciarsi, si rifugia in quel che ha già, per certi versi a costo zero, e prova a convincersi che sia la panacea di tutti i mali. Lo stesso vale per la montagna. Che offre, e potrebbe offrire ancora di più, lavoro nell’agricoltura, nell’allevamento, nell’artigianato, nella salvaguardia e cura del territorio, nella cultura. Ma per sviluppare questi settori bisognerebbe investire sui servizi, sui trasporti pubblici, sugli ospedali, sull’abitare. E allora si preferisce la montagna parco giochi, perché tenere aperto un parco giochi è più semplice, più compatibile con l’idea che certe zone non vanno davvero abitate, vanno solo consumate. Chi invece vorrebbe fare altro viene zittito, intimidito, non rappresentato, isolato. Eppure sull’Appennino ci sono ormai tanti giovani che svolgono attività slegate dal turismo. Si dice che senza quest’ultimo la montagna si spopola, ma in realtà il turismo è perfettamente compatibile con una montagna poco abitata: bastano poche centinaia di persone che garantiscono l’accoglienza stagionale.

Per questo, e non solo per le evidenti ragioni ambientali, prima di spendere per dei cannoni energivori che sparano la neve anche a 10 gradi, bisognerebbe garantire collegamenti frequenti, anche notturni, tra montagna e città, e tra comune e comune.

Piacentini – A proposito di servizi è ridicolo strumentalizzare i disabili narrando che gli impianti servono a portarli in alto anche d’estate, quando poi in paese non c’è nessuna attenzione all’accessibilità diffusa. Altro scandalo è che questi finanziamenti spesso arrivano dal PNRR con un’operazione di scippo verso le future generazioni che può fare scattare sentimenti di ribellione più che legittimi.

Bisognerebbe creare i presupposti per far crescere la coscienza su come lo sperpero di risorse pubbliche per alimentare un’economia “estrattiva” toglie l’aria al futuro dei giovani e delle comunità locali. Penso anche alla follia degli impianti eolici industriali nei fragili crinali appenninici.  Bisogna rivedere radicalmente il paradigma dello sviluppo lineare che non tiene conto dei vincoli naturali. Urgono nuovi progetti che mettono al centro la conservazione e la cura del territorio. Un’economia che sposa il concetto del limite e la sfida alla complessità.

Wu Ming – Parlando degli impianti di risalita, prima o poi si arriva sempre alla contraddizione tra ambiente e lavoro, l’occupazione viene usata come ricatto per perpetuare i danni al territorio. Invece, proprio la montagna è un territorio dove la cura dell’ecosistema può produrre lavoro, in tanti settori. Occuparsi di un castagneto, per dire, può avere una valenza produttiva, culturale e turistica allo stesso tempo. In un Paese con un dissesto idrogeologico mostruoso sarebbe facile creare nuova occupazione puntando sulla messa in sicurezza del territorio. O sul patrimonio forestale.

Il tema dell’occupazione viene anche usato per etichettare “gli ambientalisti” come un’élite cittadina, che vive comoda e dà più importanza ai faggi che agli esseri umani. Dobbiamo invece sottolineare l’ingiustizia profonda di un’industria come quella dello sci, che in molti territori si regge sul denaro pubblico, speso per tenere in piedi una macchina inquinante e prossima alla rottamazione, invece di aiutare attività virtuose.

Quest’anno il governo italiano ha chiesto ai cittadini di ridurre i consumi energetici: poi però i signori dello sci da discesa ricevono aiuti per le loro bollette e parlano di usare ancora più energia, e più acqua, per l’innevamento artificiale. Anche questa è un’ingiustizia che andrebbe denunciata.

Piacentini– Come vedi il rapporto con la politica istituzionale? Non credo siano tutti uguali e quindi credo sia opportuno aprire dei canali di confronto istituzionali, mantenendo una piena autonomia. Oggi la politica istituzionale è troppo spesso condizionata dagli interessi economico – finanziari e non è assolutamente indenne anche un pezzo importante dell’ambientalismo politico ed associativo. Lo dimostra anche l’approccio alla politica energetica cosiddetta green.  Davanti a questo scenario pensi si possa riuscire a far penetrare in alcuni ambiti le nostre istanze o non rimane invece che concentrarsi sulla costruzione di vertenze dal basso ?

Wu Ming -Paolo, anch’io non credo che siano tutti uguali, però sono quantomeno simili: fanno gli interessi dei loro clientes, almeno finché ritengono che questo non li danneggi sul piano dell’immagine pubblica, ovvero della carriera politica.

Oggi servono cambiamenti radicali e questi non sono mai venuti dall’interno delle istituzioni, dove il cerchiobottismo è una tattica di sopravvivenza, se non proprio una forma mentis. Una vera alternativa è possibile solo se molte persone la sostengono, la raccontano, la praticano sui territori, la pretendono e hanno la forza per pretenderla.

Piacentini– ti ho fatto la domanda perché pensando, ad esempio, alla posizione dei Verdi che da una parte provano a spingere verso un cambiamento radicale e dall’altra arriva la “necessità politica” del compromesso. Un po’ come la lista civica di Bologna che dice di sì al Passante basta che sia green.

Dovremmo provare a comunicare meglio le contraddizioni della politica. Far capire che alcune scelte sono, non solo insostenibili, ma profondamente incompatibili con le vere azioni virtuose. Non basta opporsi ma bisogna fare rete per costruire e praticare alternative radicali da comunicare in modo efficace.

Wu Ming – Qualche giorno fa, il danneggiamento di nove cannoni sparaneve sul Corno alle Scale ha fatto gridare all’ecoterrorismo. Io non so se sia stato un sabotaggio consapevole o un semplice vandalismo.  Però sono sicuro che ad essere sabotato con progetti insostenibili e ingiusti è il futuro dei territori, delle comunità locali e delle nuove generazioni. Non si può continuare a inseguire una monocultura, quella del turismo invernale, che non ha prospettive e sega il ramo su cui stiamo sedute.

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