martedì 7 febbraio 2023

Perché in Italia i medici obiettori sono così tanti - Annalisa Camilli

  

Stigma, tabù, opportunismo, una bassa remunerazione, concorsi deserti, mancanza di formazione, l’opposizione della politica: perché in molte regioni la legge 194 del 1978, che ha depenalizzato l’aborto, è ancora inattuata

All’ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza, in Calabria, i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Nell’ospedale calabrese l’interruzione di gravidanza è possibile solo due volte alla settimana quando è presente il medico “a gettone” che pratica l’ivg. “A più di sei mesi dalle dimissioni dell’unico ginecologo non obiettore dell’Annunziata, il servizio è ancora carente e procede a singhiozzo”, spiegano le attiviste del collettivo cosentino Fem.In che a dicembre hanno incontrato la direttrice amministrativa dell’ospedale, ottenendo la promessa di stipulare una convenzione per avere altri due medici a contratto e garantire il servizio sul territorio.

Ma “questo a oggi non si è ancora verificato e a svolgere il servizio c’è un solo medico”, scrivono le attiviste sulla loro pagina Facebook. Sul caso ha presentato un’interrogazione parlamentare la deputata Anna Laura Orrico, il 18 gennaio.

L’ospedale di Cosenza non è un caso isolato in Italia: secondo la relazione del ministero della salute presentata nel 2022, il 64,6 per cento dei ginecologi italiani era obiettore di coscienza nel 2020, un tasso in leggera diminuzione rispetto al 2019, mentre erano obiettori il 44,6 per cento degli anestesisti e il 36,2 per cento del personale non medico.

Tuttavia il report Mai dati dell’associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove (diventato un libro nel 2022), chiarisce che la situazione in alcune zone del paese è ancora peggiore, perché i dati della relazione ministeriale non sono aggiornati. Secondo il report, in Italia sarebbero 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100 per cento di obiettori di coscienza tra il personale sanitario; ventidue gli ospedali e quattro i consultori con il 100 per cento di obiettori tra tutto il personale sanitario, 18 gli ospedali con il 100 per cento di ginecologi obiettori e infine 46 le strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80 per cento.

Medici di serie b

Così, di fatto, a 45 anni dall’approvazione della legge che ha depenalizzato l’aborto in Italia entro il terzo mese di gravidanza, il tasso di obiezione tra i medici e il personale sanitario è talmente alto da rendere problematica o impraticabile l’interruzione di gravidanza in molte zone del paese: le donne che vogliono ricorrere all’ivg faticano a trovare informazioni, devono aspettare molto tempo per abortire oppure sono costrette a spostarsi in un’altra regione per fare l’operazione.

Dall’indagine di Lalli e Montegiove, basata su richieste di accesso civico generalizzato alle regioni, emerge che il Molise è la regione con la più alta percentuale di obiettori: su due strutture ospedaliere in totale, una ha tutti i medici ginecologi obiettori, mentre nell’altra sono obiettori otto medici su dieci. Seguono la Puglia – su 35 ospedali otto sono con obiezione al 100 per cento – e le Marche, dove in due strutture ospedaliere (Fermo e Jesi) tutti i medici sono obiettori.

In Molise l’ivg si pratica solo nell’ospedale di Campobasso e l’unico medico non obiettore della regione, Michele Mariano, è stato diverse volte costretto a rimandare la pensione, perché ai concorsi indetti per la sua sostituzione non si presentava nessuno. Secondo Mariano la maggior parte dei colleghi è obiettore “perché chi fa aborti non fa carriera: trovatemi un primario che ne faccia. In Italia c’è la chiesa, e finché ci sarà il Vaticano che detta legge il problema ci sarà sempre. E poi perché la maggioranza dell’opinione pubblica – e dei colleghi – considera chi pratica l’ivg come qualcuno da mettere da parte, ginecologi di serie b, che fanno qualcosa di brutto”.

Anche secondo Marina Toschi, ginecologa dell’Aied, il problema è soprattutto il giudizio legato all’aborto: “La difficoltà di accedere all’aborto in zone come le Marche è legato a diversi fattori, ma in primo luogo allo stigma che ancora circonda i medici che praticano l’ivg. Spesso i ginecologi non obiettori si trovano a fare solo aborti, con un carico di lavoro molto alto, senza una remunerazione adeguata e subendo il discredito ancora legato a queste operazioni. Molti pensano: chi me lo fa fare?”, commenta Toschi, che una volta ogni tre settimane andava all’ospedale di Ascoli Piceno per eseguire interventi di interruzione di gravidanza. Ma dal 31 gennaio 2023 la convenzione con l’Aied è stata revocata, dopo 42 anni, senza che sia stato chiarito come sarà garantito il servizio.

“I veri obiettori sono i direttori sanitari e quelli generali che non applicano la legge e, per esempio, lasciano un ospedale come quello di Fermo senza servizio di ivg”, continua Toschi, secondo cui esiste anche una carenza di personale sanitario: “I ginecologi in generale sono pochi e servirebbero più assunzioni di medici non obiettori”, aggiunge.

Inoltre, aggiunge la ginecologa dell’Aied, c’è un problema di formazione professionale: “Manca la formazione sul tema dell’ivg, ma anche sulla contraccezione. Questi argomenti sono ancora un grande tabù nelle università italiane, in particolare in quelle cattoliche. All’università s’insegna poco o niente come si usano i farmaci come il misoprostolo (un farmaco abortivo) o come s’inseriscono le spirali per la contraccezione, nonostante siano indicate dall’Organizzazione mondiale della salute (Oms) come i migliori contraccettivi”, continua. A riprova di questo, “le linee di indirizzo del ministero della salute che prevedono che le pillole abortive (Ru486) siano somministrate nei consultori non sono state adottate da molte regioni anche per mancanza di formazione degli operatori”. Per questo secondo le attiviste del collettivo marchigiano Sisters on the block, molte donne sono ancora costrette a spostarsi in altre regioni come l’Emilia Romagna per abortire.

Irene Cetin, docente di ostetricia e ginecologia all’università degli studi di Milano e primaria di ginecologia dell’ospedale Buzzi di Milano, osserva che per molti ginecologi il problema è legato al carico di lavoro e alla ripetitività delle operazioni di interruzione di gravidanza: “Come primario le posso assicurare che il problema organizzativo si presenta quando in un reparto c’è un tasso superiore al 50 per cento di medici obiettori. In quel caso il lavoro per i non obiettori diventa rilevante. Dal punto di vista professionale, occuparsi solo di ivg è penalizzante nella crescita, anche perché è un’operazione semplice”.

Secondo Cetin, che è una medica non obiettrice e fa parte della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), nel sistema sanitario italiano “bisogna essere molto motivati per continuare a essere non obiettori, soprattutto se in una struttura gli obiettori sono la maggioranza”.

Gli obiettori

Paolo Rollo, medico obiettore e primario di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, sostiene che l’obiezione di coscienza della totalità dei medici del suo reparto non impedisce all’ospedale di fornire il servizio d’interruzione di gravidanza in maniera regolare. Rollo, ginecologo dal 1985, ritiene giusto che nella legge italiana ci sia un articolo che consente ai medici di non praticare aborti per ragioni personali e di natura etica.

“Non ci deve essere nessuno stigma, né sugli obiettori né sui non obiettori. L’importante è che il servizio sia garantito, questo ci chiede lo stato. A prescindere dall’organico, l’applicazione della legge 194 deve essere garantita”, afferma Rollo, secondo cui non ci sono liste di attesa nel suo ospedale per chi vuole abortire nei termini stabiliti dalla legge. “Abbiamo un medico non obiettore a contratto per tre anni, per assicurare il servizio dell’interruzione di gravidanza nel nostro reparto. Non c’è nessuna lista di attesa, le donne possono venire in ambulatorio il giovedì, anche senza prenotazione”, afferma. Per il primario non dovrebbero esserci ospedali che non garantiscono questo servizio, anche nel caso in cui tutti i medici del reparto siano obiettori, perché dovrebbero intervenire i dirigenti sanitari e attivare dei contratti ad hoc per svolgere questo tipo di operazioni o delle convenzioni con strutture in cui il servizio è garantito.

È della stessa opinione Mario Meroni, primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Niguarda di Milano, obiettore di coscienza: “Il diritto della donna di poter effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza non deve scontrarsi con il diritto dei medici di avere le proprie idee: nell’ospedale pubblico dobbiamo tutelare i diritti di tutti. Al centro ci deve essere la donna. Ma questo può essere risolto lavorando insieme ai consultori e organizzando il lavoro in maniera adeguata”. Secondo Meroni, “non è vero che se il dirigente è obiettore considererà il servizio d’interruzione di gravidanza come di serie b”, né che i ginecologi obiettori siano favoriti nella carriera. “A Milano io sono l’unico primario obiettore, quindi al limite è vero il contrario”, sottolinea.

Il primario sostiene che ci sia una questione anche anagrafica sull’obiezione di coscienza: “I ginecologi più giovani sono quasi tutti non obiettori, perché culturalmente percepiscono l’interruzione di gravidanza in maniera diversa. Mentre la vecchia guardia ha ragioni di ordine personale, spesso legate a motivazioni etico-religiose”.

Nell’ospedale Niguarda di Milano ci sono otto non obiettori su 22 medici: “Ci sono stati momenti in cui avevo solo due non obiettori, ma anche in queste condizioni è possibile garantire il servizio”, ribadisce Meroni, che come Rollo suggerisce che primari e dirigenti sanitari dovrebbero in questi casi collaborare con i consultori e stipulare convenzioni con altri ospedali per attuare pienamente la legge 194.

Nessuna informazione e pochi dati

Ogni anno arrivano decine di testimonianze e di denunce alle associazioni che si occupano della piena applicazione della legge, come la Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l’applicazione della 194 (Laiga), l’associazione Luca Coscioni e le attiviste di Obiezione respinta e di Non una di meno. “Nonostante la legge 194 del 1978 sia stata adottata ormai 45 anni fa, non è mai stata fornita un’informazione chiara, pubblica e trasparente sulle modalità di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza e soprattutto sugli ospedali a cui ci si può rivolgere per ricorrere a questo servizio”, spiega la Laiga.

“Questo è particolarmente problematico dato che l’elevatissimo tasso di obiezione di coscienza lascia le donne in balìa della sorte in un momento in cui bisogna agire in fretta per restare nei limiti gestazionali previsti dalla legge. Le donne spesso si muovono per sentito dire, si rivolgono a personale obiettore, perdendo tempo prezioso”, continua la Laiga, che sul suo sito offre una mappatura delle strutture italiane dove è possibile effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza, sia farmacologica sia chirurgica.

Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, spiega che “la prima cosa da fare sarebbe aprire i dati, aggiornali, renderli noti e disponibili, in modo da avere una fotografia attuale della situazione al livello regionale e di ogni singola struttura. Ma questo al momento non c’è”. Secondo Gallo in ogni struttura dove sono troppi i medici obiettori bisognerebbe indire dei concorsi per medici prevedendo un 50 per cento di non obiettori e 50 per cento di obiettori, come è avvenuto all’ospedale San Camillo di Roma, perché non garantire il servizio o interromperlo “è un reato”, e “corrisponde a non attuare la legge”.

Molti concorsi di questo tipo, tuttavia, sono bloccati dalla politica. In Liguria per esempio (dove i medici non obiettori sono 59 su 123) la proposta di “valutare la possibilità di procedere all’indizione di uno o più concorsi, nelle strutture ove venga ritenuto più necessario, per l’assunzione di ginecologi non obiettori al fine di garantire la completa attuazione della legge 194/78” è stata bocciata dalla maggioranza di centrodestra nel consiglio regionale il 31 gennaio.

L’associazione Luca Coscioni riceve ogni anno decine di denunce di donne che addirittura raccontano di essere incappate in farmacisti obiettori, che si sono rifiutati di dare loro la pillola del giorno dopo, che è un contraccettivo. “L’obiezione dei farmacisti non è prevista da nessuna legge e le pillole del giorno dopo sono contraccettivi e non farmaci abortivi”, spiega Gallo. “È illegale che i farmacisti si dichiarino obiettori”. Tuttavia, continua l’avvocata, spesso le donne che inizialmente hanno presentato una denuncia per il mancato servizio ricevuto, poi non procedono per via legale: “Una volta che hanno risolto il loro problema, vogliono dimenticare il prima possibile l’esperienza negativa che hanno avuto”.

Una legge con molti limiti

Il diritto del medico, dell’anestesista o del personale sanitario a non operare l’interruzione di gravidanza attraverso l’obiezione è garantito dall’articolo 9 della legge 194 introdotta in seguito a un lungo dibattito parlamentare, che ha depenalizzato l’aborto in Italia entro il primo trimestre di gravidanza e a determinate condizioni per la donna.

“All’epoca si cambiava radicalmente una pratica dei medici ospedalieri pubblici, depenalizzando l’aborto che fino a quel momento era vietato. Così si inserì questo articolo per permettere di obiettare a quelli che avevano scelto di fare quelle professioni prima dell’introduzione della legge e che avevano delle questioni di tipo morale. Si permetteva quindi ai medici di continuare a esercitare la loro professione pur essendo cambiati i loro doveri”, spiega Caterina Botti, docente di filosofia morale ed esperta di bioetica all’università La Sapienza di Roma.

Ma per Botti, il principio dell’obiezione di coscienza è fortemente legato all’impianto della legge, frutto di grandi compromessi politici, che concepisce l’aborto non come “pratica di libertà della donna”, al pari di altre tradizioni giuridiche, ma come “pratica sanitaria a tutela della salute delle donne”.

Secondo la legge, infatti, ancora oggi possono interrompere la gravidanza le donne che certificano “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, o alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Botti spiega che l’aborto, secondo la formulazione della legge italiana, non è una scelta della donna, ma “un dovere del medico per tutelare la salute della donna, per questo si permette al personale sanitario di obiettare, di non adempiere cioè a quel dovere per ragioni etiche”.

Quarantacinque anni dopo la sua approvazione, non si può capire questa formulazione della legge se non si considera che all’epoca “è stata frutto di grandi negoziati tra partiti che erano molto reticenti a depenalizzare l’interruzione di gravidanza”, depenalizzazione di cui si discuteva senza risultato dal 1971. Ma proprio in questa prospettiva storica, secondo Botti, oggi quell’articolo che prevede l’obiezione di coscienza “potrebbe essere superato, perché oggi chi sceglie quella professione sa che tra i suoi doveri c’è anche quello di praticare aborti. Chi non vuole farlo potrebbe scegliere un’altra professione, un’altra specializzazione oppure operare fuori del servizio sanitario nazionale”.

La docente di bioetica e di storia della medicina Chiara Lalli, autrice del libro C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto, come cambia l’obiezione di coscienza (Il Saggiatore), ha posizioni simili. “L’obiezione di coscienza non dovrebbe essere ammessa per legge”,scrive Lalli nel suo libro. “È spesso usata come un ariete per contrapporsi a diritti individuali sanciti dalla legge, i medici che non vogliono fare aborti per ragioni di coscienza entrano direttamente e personalmente in conflitto con le donne che richiedono quel servizio”, continua la saggista.

“Ammettere che un medico possa fare obiezione di coscienza è una forma di moralismo paternalistico. Si radica nell’idea che il medico sia detentore della verità o di una verità più forte della nostra e che pertanto sappia anche cosa sia il nostro bene e decida di conseguenza”, continua Lalli. “Un medico non può scegliere di fare il medico e poi esercitare questo potere per imporre la propria visione del mondo e per sottrarsi ai suoi doveri”, conclude nel saggio.

Non è sulle stesse posizioni Mirella Parachini, ginecologa, attivista radicale, vicepresidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac) e tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni. Secondo Parachini, l’obiezione di coscienza può convivere con il diritto all’aborto. “Non sono contraria all’obiezione di coscienza, perché è presente anche in paesi in cui l’aborto è accessibile come la Francia e il Regno Unito. Permettere l’obiezione di coscienza presenta problemi organizzativi, ma si può conciliare con la garanzia di un accesso rapido: dovrebbe essere la struttura che non fa ivg a informare la donna e addirittura a prenotare l’intervento in strutture in cui l’ivg è praticata. Le donne non dovrebbero trovarsi nella condizione di cercare da sole le strutture o tramite amiche e conoscenti, né dovrebbero aspettare più di due settimane per sottoporsi all’operazione”, continua Parachini, secondo cui un sistema di incentivi anche economici per i medici non obiettori favorirebbe l’attuazione del sevizio.

C’è un dato, infine, che secondo la ginecologa dovrebbe farci riflettere: “Il numero degli aborti è in costante diminuzione in Italia dal 1978, quando la legge è stata approvata. Invece gli aborti clandestini rimangono stabili, secondo la relazione ministeriale, e sono stimati tra i 15mila e i ventimila all’anno. Questo dato, che si conferma anche negli ultimi anni, nasconde un aumento in percentuale degli aborti clandestini nelle aree in cui l’ivg è meno accessibile”. Questo è un altro punto che dovrebbe spingere le istituzioni a garantire l’applicazione della legge su tutto il territorio nazionale.

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lunedì 6 febbraio 2023

La passione per le bollicine è sempre meno sostenibile - Marina Forti

 

Abbiamo cominciato ad aggiungerle anche quando non ci sono in natura. È un amore che viene da lontano, che ora però va ridimensionato

Bollicine, sostantivo plurale: piccole bolle di anidride carbonica che sciolte nell’acqua o in altre bevande le rendono frizzanti. Per metonimia, vino spumante o champagne, da cui “brindare con le bollicine”. Difficile spiegare l’insana passione della specie umana per le bollicine, in tutte le possibili accezioni: acqua effervescente, bibite gassate, fino ai più nobili perlage dei vini della Champagne (regione nel nordest della Francia) o dei loro cugini italici.

Non è chiaro perché ci sembri più dissetante l’acqua frizzante della liscia; perché la sensazione pungente delle bollicine sul palato ci provochi piacere. Certo è che il nostro stesso lessico riflette questa passione: frizzante è qualcosa di allegro, che suscita interesse, solletica – una conversazione frizzante, un carattere effervescente.

Non tutte le bollicine però sono uguali. Naturali, o artificiali? Prendiamo l’acqua: in natura non esiste pura, la H2O porta sempre in sé tracce di sali, minerali, sostanze organiche e inorganiche assorbite nel suo viaggi0 attraverso strati di terreno e di roccia prima di risalire in superficie. Ci sono acque che sgorgano dal terreno bollenti, fumanti, solforose; acque bullicanti (con le bolle, come la fonte naturale alle porte di Roma nota fin dall’antichità), o frizzanti a causa dei sali che vi sono disciolti.

Certe fonti sono state venerate dagli antichi, a cui apparivano come misteri di natura, quasi miracolose per le loro proprietà curative: oggi sappiamo che dipende tutto dalla conformazione geologica degli strati di roccia che l’acqua ha attraversato. Sta di fatto che nel corso della storia alcune sono state cercate per curare o per purificare l’organismo e tonificare lo spirito. Acque termali in cui bagnarsi o da bere: e quelle con bollicine sono da sempre le più ricercate.

Fin dal medioevo sappiamo di acque minerali messe in boccette sigillate per essere vendute ai pellegrini come medicinale o reliquia. Ma la moderna storia delle acque minerali comincia nel diciannovesimo secolo, quando le località termali della vecchia Europa diventano meta di un turismo facoltoso, dove il bel mondo frequenta eleganti hotel con marmi e specchi alternando passeggiate con feste mondane, e bagni salutari.

All’apice del turismo termale si afferma anche l’abitudine di portare con sé bottiglie d’acqua di note fonti, le francesi Evian o Vittel, la tedesca Apollinaris. Un consumo di lusso, s’intende. Un lusso che varca l’oceano: pare (ma forse è solo un aneddoto) che sia stato Benjamin Franklin, dopo un soggiorno termale quando era ambasciatore in Francia, a importare per primo bottiglie dell’acqua che aveva tanto apprezzato. Certo è che nel 1845 entra in commercio negli Stati Uniti la Poland Spring, prima acqua minerale americana, estratta da una fonte nel Maine.

La più rinomata delle acque minerali però sarà quella che viene da una fonte di Vergèze, non lontano da Nîmes, nel sud della Francia: così ricca di anidride carbonica che le sue bollicine pizzicano nel naso. La svolta avviene nel 1863, quando l’imperatore Napoleone III concede a un medico, ex sindaco della cittadina, il permesso di vendere l’acqua di quella fonte a cui fino ad allora tutti potevano attingere. Il dottor Alphonse Granier organizza soggiorni curativi con docce e bagni di bollicine, e perfino inalazioni.

L’affare funziona così bene che per gestire la stazione termale assume un giovane collega interessato all’idroterapia, Louis Perrier. A fine secolo il dottor Perrier, insieme a un gruppo di investitori, comincia a imbottigliare quell’acqua frizzantissima e la mette in commercio con il proprio nome. La pubblicizza come “la principessa delle acque da tavola”, e il successo è travolgente. A cavallo del secolo l’acqua Perrier sfonda nel mondo anglosassone, anche perché l’azienda viene acquistata da tale St John Harmsworth, che aveva fatto fortuna con i giornali: sarà lui a lanciare la Perrier nel Regno Unito come la cosa migliore da miscelare al whisky. Il nuovo marketing fa della Perrier “lo champagne delle acque in bottiglia”. Nel 1930, la Compagnie de la source de Perrier dichiara di aver venduto 18 milioni di bottiglie (traggo queste notizie dalla bella storia dell’acqua potabile di James Salzman, Drinking water. A history).

Da allora, il mercato dell’acqua in bottiglia è cresciuto senza sosta – soprattutto da quando siamo stati convinti che quella imbottigliata sia meglio di quella del rubinetto, perfino quando si tratta di acqua liscia. Ma questo è successo negli ultimi trent’anni, ed è un altro discorso.

Le bollicine sono talmente ricercate che abbiamo imparato ad aggiungerle anche se non ci sono in natura. Così oggi è “effervescente naturale” un’acqua che contiene anidride carbonica già alla fonte, distinta da quella con “aggiunta di anidride carbonica”. La prima contiene almeno 250 milligrammi di anidride carbonica per litro. Nell’altra, la quantità può variare (ma di norma va sottoposta a diverse verifiche, in particolare sul contenuto di sali). Per il resto cambia solo il gusto di chi la beve, in tutte le varianti dal leggermente frizzante all’esplosione che pizzica nel naso, all’acqua “fatta in casa” con le bustine (chi ricorda l’Idrolitina?) o più modernamente con macchinette della soda. Il risultato è pur sempre acqua.

Dissetante, digestiva? Miti. Le bollicine di gas “stimolano i recettori del gusto sulle papille gustative, simulando un effetto anestetizzante che, anche se di breve durata, può dare una sensazione di freschezza”, leggiamo nelle schede della fondazione Umberto Veronesi. La sensazione che l’acqua frizzante disseti di più è appunto una sensazione.

Né si può dire davvero che sia digestiva, sebbene molte acque si pubblicizzino come tali: sembra che anche questa sia solo una sensazione dovuta all’espulsione del gas dopo aver bevuto. In compenso non è ingrassante, tutt’al più gonfia un po’ lo stomaco. Fanno ingrassare invece le bibite gassate, vera passione insana del mondo contemporaneo: non per il gas, ma per gli zuccheri e i sali che contengono, una delle cause della moderna epidemia di obesità.

Freschezza illusoria

Le sensazioni però contano: quell’effetto di freschezza sul palato sarà illusorio, ma è potente. Tanto che l’industria dell’acqua in bottiglia è diventata gigantesca, per non parlare delle bibite, con miliardi di litri venduti ogni anno, per lo più in bottiglie di plastica monouso che andranno a inquinare mari e discariche.

L’estate scorsa però acqua e bibite gassate hanno cominciato a scarseggiare, perché la filiera industriale dell’anidride carbonica si è inceppata…

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domenica 5 febbraio 2023

Venezia alla portata di tutti - Mattia Giusto Zanon

 

 “Bisogna girare Venezia a piedi. Chi la gira soltanto in barca ne ha un’immagine morta; la Venezia dei decadenti è lunare, lievemente putrida, vista da persone adagiate sui cuscini delle imbarcazioni”. Raccogliendo l’invito del giornalista e scrittore Guido Piovene, ci si mette allora in marcia volentieri. A piedi. D’altronde Venezia sembra grande, ma in realtà si gira tutta camminando, basta non andare di fretta.

La sfida è riuscire a passare tre giorni in città spendendo non più di 60 euro al giorno. Può sembrare impossibile ma non lo è, basta lasciar stare il weekend. Visitare Venezia nei giorni feriali vuol dire trovarsi di fronte un’altra città, e non certo peggiore. A cominciare dalle opzioni per dormire a basso prezzo: nel grande e relativamente tranquillo sestiere di Cannaregio ci sono vari affittacamere dove si possono spendere 28 euro a notte per una matrimoniale. Un suggerimento potrebbe essere Corte Loredana, mentre per chi ha il gusto degli istituti religiosi ci sono anche opzioni come Casa Caburlotto, secolare istituzione di suore rimodernata di recente e convertita in residenza per soggiorni brevi.

Incamminandosi verso Rialto dalla stazione ci può essere subito l’occasione di mettere qualcosa sotto i denti, per prepararsi alle camminate del resto della giornata. Nelle calli intorno al famoso ponte, che è una tappa immancabile e gratuita, s’incontra tutta una costellazione di bacari, enoteche che fanno piccola ristorazione. È il paradiso dei “cicchetti”, fettine di pane con sopra di tutto, dal lardo alle acciughe al baccalà, declinato in ogni sua possibile sfumatura, da accompagnare con “un’ombra” della casa, cioè un calicino di bianco o di rosso. In una zona ad alto tasso di trappole per turisti, Cantina Do Mori – bacaro tra i più antichi di Venezia – mantiene una sua romantica crociata nel preservare la tradizione. Ecco allora bottiglie secolari alle pareti, pentolame in rame e un tripudio di cicchetti, frittatine, polpette, ovetti con l’acciuga e “francobolli”, minuscoli tramezzini quadrati che sono una specialità della casa.

Dopo lo spuntino si prosegue verso piazza San Marco, dove affacciano due dei principali gioielli della città: palazzo Ducale e la basilica di San Marco, secondo Stendhal “la prima moschea che si incontra andando verso oriente”. Arrivati in piazza, l’immagine non è delle migliori: ad attendere i visitatori, più che le atmosfere oniriche di The new pope di Sorrentino sono degli eterni lavori in corso. Stanno mettendo al sicuro la basilica dall’acqua alta con scintillanti barriere in vetro, ma da mesi tutto procede a rilento.

La magnificenza del potere

Palazzo Ducale è sconfinato già a vederlo da fuori, ma solo entrandovi ci si rende conto di cosa doveva essere Venezia sotto la Serenissima, quell’immenso carrozzone politico e militare che governava terre fino alle coste siriane. A sorprendere, oltre alla magnificenza del potere, è la sua segmentazione: chi oggi si lamenta della burocrazia italiana dovrebbe visitare le aule, le stanze e le stanzette di questo palazzo, ognuna con una sua precisa e insostituibile funzione, almeno a detta dei rispettivi funzionari che le occupavano. Nel senato c’è un orologio con ventiquattr’ore e una sola lancetta. Guardandolo meglio ci si rende conto che i numeri sono messi in ordine antiorario. Non c’è nessun apparente motivo, solo a sottolineare che a Venezia molte cose funzionano al contrario. Il biglietto per palazzo Ducale è costoso (25 euro), ma si ha poi accesso anche al museo Correr, alle prigioni e alla Biblioteca marciana.

A una certa ora, camminando intorno alla piazza e a riva degli Schiavoni si nota qualcosa di inaspettato: nei giorni feriali Venezia di sera è vuota. I residenti del centro sono meno di 50mila, i pendolari se ne sono già andati e i turisti che restano a dormire non sono molti. Quando s’incontra qualcuno, ci si sorride. Alle sei di pomeriggio di un mercoledì perfino il Florian – probabilmente il caffè più antico del mondo, è del 1720 – ha le porte sbarrate. A questa stessa ora le enoteche della zona del mercato di Rialto, invece, cominciano ad animarsi. Sarde in saor (cioè fritte e condite con cipolle in agrodolce, pinoli e uvetta), schie (gamberetti della laguna), seppie in nero con polenta, un quartino di bianco e la cena è fatta. Al tavolo della Cantina do Spade si gioisce per aver mangiato con 20 euro in modo egregio.

Al mattino, se è il periodo di carnevale, si deve partire con le frìtoe, le frittelle, che a Venezia sono grandi come un pugno. Con lo zabaione, con la crema oppure veneziane, cioè con uvetta e ricoperte di zucchero, la cui semplicità le fa vincere a mani basse. Due pasticcerie consigliate sono Dal Mas e Tonolo, entrambe botteghe centenarie…

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sabato 4 febbraio 2023

L’Italia torna al turismo delle rovine - Anna Lombroso

 

Si sa che l’uomo medio contemporaneo, promosso ormai ad animale metropolitano, immagina il resto del mondo, al di là del suo rione, come una arcadia, un paesaggio confezionato in forma di location per le sue gite fuori porta, le soap e punteggiato di tanti Rio Bo: tre casettine dai tetti aguzzi, popolati di gente affabile destinata a mettersi al servizio del turista in veste di affittacamere, locandiere e oste, pronto a prodigarsi con i piatti nel solco della tradizione ma già piegati all’innovazione.
In realtà chiunque davvero poi attraversi questo Paese troppo lungo si accorge che soprattutto nel mezzogiorno sono tanti i paeselli fantasma, le “casettine” in rovina, gli esercizi chiusi o con le serrande tirate giù e davanti due o tre vecchi seduti al tavolino traballante, non c’è la scuola, non c’è la farmacia, non c’è il pronto soccorso, resiste qualche botteguccia che imita su scala un supermercato, di giovani non se ne vedono. Sono ben pochi quelli beneficati da tenzoni televisive intese a selezionare i borghi più belli, anche se quasi tutti i paeselli italiani possono esibire un santo, una chiesetta con affresco e pala d’altare, un sito archeologico di qualche civiltà sepolta.

Sono questi quelli “meritevoli” di valorizzazione, tanto che per l’inossidabile ex ministro Franceschini la conversione di uno dei paesaggi più belli e leggendari del mondo in albergo diffuso, la cancellazione dell’identità culturale del paese che ha “inventato” il museo, la destinazione d’uso della Sicilia, né più né meno di Briatore, in una stesa di campi da golf con i paeselli intorno condannati a casa vacanza e dei residenti rimasti a inservienti, facchini, baristi, era diventata un’ossessione.
Dobbiamo a lui – un anno fa – l’iniziativa per finanziare con un 1 miliardo 250 borghi, attraverso due linee di azione con 420 milioni di euro a 21 borghi individuati da Regioni e Province autonome e 580 milioni di euro destinati ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni per consentire l’accesso alle risorse del Piano Nazionale Borghi previsto dal PNRR.
La prima direttrice di azione con uno stanziamento di 420 milioni prevedeva la realizzazione di un numero limitato di interventi di carattere esemplare, uno per ciascuna Regione o Provincia Autonoma per un totale di 21, “grazie all’insediamento di nuove funzioni, infrastrutture e servizi nel campo della cultura, del turismo, del sociale o della ricerca: scuole o accademia di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (RSA) dove sviluppare anche programmi a matrice culturale, residenze per famiglie con lavoratori in smart working e “nomadi digitali” (sic)”.
La seconda linea d’intervento mirava alla realizzazione di progetti locali di rigenerazione culturale di almeno 229 borghi storici. In particolare, 380 milioni dovevano “sostenere le proposte presentate dai Comuni” mentre 200 milioni di euro dovevano essere indirizzati “quale regime di aiuto a micro, piccole e medie imprese localizzate o che intendono insediarsi nei borghi selezionati”.

Si dice che arrivarono prima della scadenza del marzo 2022, 1800 proposte tutte intese a promuovere la rigenerazione in chiave “culturale e turistica”, come unica via per favorire socializzazione, ripopolamento, coesione. Basta guardare ai 21 Rio Bo selezionati: c’è Sirolo che vuole rilanciare un teatro sorto nelle vecchia cave dismesse, c’è Cunziria, una frazione abbandonata di Vizzini, in provincia di Catania, dove gli unici esseri viventi sono una cagna e i suoi cuccioli, tra case abbandonate e macerie, resti di «un mirabile esempio dell’architettura rurale della Sicilia orientale, nonché testimonianza dell’archeologia industriale del secolo XIX dove, sino agli anni Sessanta del secolo scorso, si operava, grazie ad un ingegnoso sistema di utilizzazione delle acque, la lavorazione delle pelli».
Il fatto è che per spendere i quattrini conquistati, servirebbero idee, competenze, organizzazione, non come a Livemmo, un comune della Valsabbia, in provincia di Brescia, dove i residenti vorrebbero realizzare “nuove piste ciclopedonali, ristrutturare edifici pericolanti e farli diventare alloggi per i turisti, creare una rete wi-fi libera, convertire alcuni capannoni abbandonati e trasformarli in luoghi di lavoro per artigiani del legno e produttori di formaggio”, ma l’unica risorse professionale incaricata dei progetti è un funzionario che gestisce l’ufficio comunale, guida lo scuolabus, disbriga le pratiche, gestisce l’amministrazione.
Non rincuora vedere come si è espressa la creatività delle amministrazioni, largamente condivisa dalla popolazione. Ci si trova tutta la paccottiglia imperante e i canoni vigenti, iniziative green, ospitalità e accoglienza con la conversione di un paesaggio in location, il mito della digitalizzazione in posti leggendariamente esclusi dalla rete. E possiamo aggiungere quelle iniziative care al norcino di regime, il Farinetti, con i finti laboratori artigianali che producono cioccolata Venchi, con le latterie che confezionano le crescenze della Coop e i lavoratori ormai trasformati in figuranti, pronti al selfie col turista.

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venerdì 3 febbraio 2023

I narcotrafficanti della ‘ndrangheta visti dalla Colombia - Douwe Den Held

 

 

Alcune delle tappe più significative che hanno legato a doppio filo i narcos calabresi ai narcos latini, colombiani ma non solo, in questo speciale di InSight Crime

 

Da alcuni decenni ormai, i clan della ‘ndrangheta sono diventati i più importanti alleati europei dei narcotrafficanti di cocaina dell’America Latina. Dal Messico all’Ecuador, dalla Colombia al Brasile, sono moltissimi i broker della ‘ndrangheta arrestati per traffico di droga, praticamente in ogni Paese delle Americhe. Perfino l’Uruguay nel 2017 ha fermato uno dei principali narcotrafficanti calabresi, Rocco Morabito, ricercato da vent’anni e pronto a scappare di nuovo, in una serie di rocamboleschi eventi tra cui l’evasione dal tetto della prigione e la cattura in Brasile a maggio 2021, ben due anni dopo.

La ‘ndrangheta delle origini non sembrava destinata a un simile successo. Eppure, è diventata il principale fornitore di cocaina per l’Europa. Ma lo sarà per sempre? L’ascesa del gruppo mafioso è in parte dovuta alla fortuna e in parte a circostanze. E così anche il suo futuro può dipendere da situazioni imprevedibili.

 

La prima porta per la cocaina colombiana: il Nord America

La ‘ndrangheta è un’associazione mafiosa che è stata formata in Calabria, si crede attorno al XIX secolo. Man mano che cresceva, l’organizzazione criminale si intrecciava sempre più con la società civile calabrese, seguendone i passi durante l’emigrazione di massa dalla Calabria, causata da difficoltà economiche e sociali, e gettando le basi per la sua futura internazionalizzazione.

A partire dagli anni Sessanta, i clan accumulano grandi quantità di denaro attraverso attività legali e illegali come pizzo e rapimenti. Cosa fare con tutti quei soldi? Vent’anni dopo, negli anni Ottanta quindi, i clan calabresi che più si erano arricchiti iniziano a investire in spedizioni di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, all’epoca ancora organizzate dalle famiglie di Cosa Nostra negli Usa. Presto supereranno Cosa Nostra e diventeranno egemoni.

Ma nonostante ciò e nonostante i clan della ‘ndrangheta siano riusciti a stabilire una presenza stabile in alcuni Paesi, tra cui Germania, Canada e Australia, non sono stati in grado di fare lo stesso in America Latina. Tutt’oggi, anche in Paesi come l’Argentina, meta di grandi diaspore calabresi, la presenza della ‘ndrangheta è limitata principalmente a broker che gestiscono il traffico di droga per i clan.

Il vero pioniere da questo punto di vista, è stato Roberto Pannunzi. Nato a Roma, già alla fine degli anni Ottanta si era affermato come broker indipendente in Colombia, facendo da ponte tra il Cartello di Medellín di Pablo Escobar e i clan italiani di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta. Pannunzi in pochi anni diventa un influente broker della cocaina, in grado di organizzare spedizioni di diverse tonnellate in tutta Europa. Viene arrestato due volte, e altrettante volte evade, per poi finalmente venire catturato in Colombia a luglio 2013 e successivamente estradato in Italia.

Ma mentre una volta di Pannunzi ce n’era solo uno, verso la fine degli anni ‘90 la ‘ndrangheta già poteva contare su una vera e propria rete di broker di stanza in Colombia.

Non poteva esserci momento migliore. Proprio mentre il governo statunitense intensificava la sua “guerra alla droga” per tutti gli anni ‘80 e ‘90, la domanda di cocaina aumentava in Europa. I clan della ‘ndrangheta erano in una posizione perfetta per sfruttare il mercato in crescita: le connessioni con i broker latinoamericani portavano grossi vantaggi, ma i clan calabresi godevano di un privilegio ancora più importante: il controllo del porto di Gioia Tauro.

 

La perfetta rotta per l’Europa

Il porto di Gioia Tauro diventa operativo nel 1995 e già durante la costruzione, la ‘ndrangheta riesce a infiltrarsi. La presenza stabile, da allora in poi, della ‘ndrangheta nel porto lo rende ideale anche per il traffico di cocaina, in quanto i clan possono offrire un ingresso sicuro ai carichi illeciti.

«Divenne la scelta più ovvia, anche per gli altri trafficanti», ha dichiarato a InSight Crime Anna Sergi, professoressa di criminologia dell’Università di Essex e specializzata in criminalità organizzata italiana. «La ‘ndrangheta divenne una sorta di garante per il traffico di cocaina in Europa perché aveva Gioia Tauro, che per anni è rimasto un varco d’ingresso intoccato dalle forze dell’ordine». A conferma, la Commissione parlamentare antimafia del 2008 ha dichiarato che la ‘ndrangheta gestiva fino all’80% delle spedizioni di cocaina in Europa.

Quattro anni dopo, un rapporto della Commissione europea giungeva a una conclusione simile, affermando che l’internazionalizzazione dell’attività della ‘ndrangheta negli anni ‘90 corrispondeva agli anni della costruzione del porto di Gioia Tauro, e illustrava come «probabile che la criminalità organizzata avesse prosperato grazie alle operazioni portuali [a Gioia Tauro, ndr]».

Negli ultimi due decenni, le forze dell’ordine e le dogane italiane hanno aumentato le operazioni di controllo e le indagini criminali attorno al porto di Gioia Tauro, prendendo di mira i principali clan che vi operano. Nel 2021, le autorità hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina nel porto, che rappresentano il 97% di tutta la cocaina confiscata alle frontiere italiane e circa il 20% di tutta la cocaina che transita sul territorio italiano, come ha dichiarato il questore di Reggio Calabria Bruno Megale, in un’interrogazione parlamentare di dicembre 2021.

Va comunque tenuto conto che oggi Gioia Tauro ha perso di importanza come snodo commerciale rispetto ad altri porti europei, sia per le merci legali che per quelle illegali. Per i trafficanti, i flussi commerciali legali spesso dettano le rotte più convenienti: una minore quantità di spedizioni legittime che passano per Gioia Tauro offre meno opportunità di introdurre carichi illeciti.

I trafficanti si sono quindi rivolti ai maggiori porti europei, Anversa e Rotterdam. Le autorità belghe e olandesi in questi due porti hanno sequestrato rispettivamente 89 e 70 tonnellate di cocaina nel 2021, molto più delle 13 tonnellate di Gioia Tauro.

 

La ‘ndrangheta sta anche affrontando una crescente concorrenza da parte di altre reti di narcotrafficanti in Europa. In Colombia, il principale Paese produttore di cocaina, le grandi organizzazioni criminali, i cartelli e i gruppi paramilitari che sono stati egemoni per decenni, si sono frammentati in fazioni più piccole. Questo ha aperto la porta ad altri gruppi criminali europei, come le organizzazioni albanesi, per trattare direttamente con i fornitori e acquistare grandi quantità di cocaina direttamente in Sud America.

La ‘ndrangheta, tuttavia, sembra ben posizionata per sopravvivere al declino dell’importanza di Gioia Tauro come porta d’ingresso della cocaina in Europa. L’infiltrazione della mafia calabrese presso altri porti italiani ha contribuito a mantenere in vita i traffici.

Nell’agosto del 2022, le autorità brasiliane hanno sequestrato oltre mezza tonnellata di cocaina destinata al terminal portuale di Vado Ligure, utilizzato come alternativa a Gioia Tauro, secondo quanto riportato da Reggio Today.

Il porto di Genova, che fa parte dello stesso gruppo portuale, è tra «i più infiltrati dalla ‘ndrangheta», ha dichiarato nel 2017 Federico Cafiero de Raho, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, come riportato in una relazione della Commissione parlamentare del 2022. Nonostante le operazioni di polizia e i sequestri presso i porti, i clan calabresi riescono sempre a organizzare nuovi carichi poiché si alleano con altri gruppi, trafficando attraverso diversi porti europei e condividendo i costi e i rischi di una spedizione...

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giovedì 2 febbraio 2023

RD Congo, il Paese dove i minerali valgono più delle persone

 

Il signor Bruno (omettiamo per prudenza il cognome) è residente a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, all’est della Repubblica Democratica del Congo. In questa intervista del 27 gennaio 2023 racconta la situazione di questa città e dell'interno, in preda alla guerra iniziata dal movimento M23 sostenuto da Rwanda e Uganda e da potenze internazionali.

 

Come si vive a Goma in questi tempi?

Viviamo, ma non come esseri umani. Se salisse la strada che porta al cimitero, vedrebbe come vivono le persone fuggite dalla guerra: come animali, nella miseria. Non hanno nemmeno dei teloni per costruire un riparo. Com’è possibile che delle persone possano far questo ad altri esseri umani? Se piove, piove su di loro; se c’è il sole, è su di loro. I loro rifugi sono fatti con pezzi di tela cerata, zanzariere, qualunque cosa raccolgono. Sono molto numerosi, muoiono di fame e di sete. La popolazione della città è troppo povera per aiutarli e sono praticamente abbandonati a sé stessi: abbandonati dalle autorità di Kinshasa, che se ne infischiano, e senza una significativa assistenza internazionale. Sono fuggiti dalla guerra...

 

Parliamo di questa guerra...

Una guerra che ci è stata imposta... È proprio la giungla: i potenti di questo mondo impongono la loro volontà, non gl’importa della gente: ci schiacciano, ci uccidono come mosche, come vogliono. Non abbiamo nessuno che ci aiuti! La guerra qui, secondo le nostre analisi, non viene dal Rwanda: esso conta solo 26.000 kmq, non può fare la guerra a un Paese di 2.345.000 kmq. I Ruandesi non hanno oro, sono molto poveri, come si procurano le armi? Ci stanno facendo la guerra per procura.

Ora hanno preso la città di Kitchanga, per sfruttarne i minerali. Per alimentare la città di Goma, ci sono due assi: l’asse Rutshuru-Kiwanja-Goma e l’asse Kitchanga-Masisi. Hanno tagliato queste due strade, prendendo così la città di Goma in una morsa. I prezzi stanno aumentando e presto la gente morirà di fame qui a Goma. I minerali: per questo ci uccidono, ci trattano come dei sub-umani. Non c’è amore sulla terra! Siamo abbandonati dal governo di Kinshasa e dalla comunità internazionale! Conoscono il motivo di questa guerra, ma tacciono.

 

Le forze dell’ONU e della Regione vi sono utili?

Come spiegare che l’ONU, che è qui con noi da vent’anni, che ha più di 18.000 uomini nel Kivu, elicotteri da combattimento, carri armati, non possa neutralizzare i ribelli dell’M23, anche se sono sostenuti da Rwanda e Uganda? Le forze keniote hanno fatto molto rumore dicendo che sono venute ad aiutarci: niente! I ribelli, che dicevano che si sarebbero ritirati da Kibumba il 15 gennaio, sono ancora lì e stanno rafforzando la loro posizione. Sul lago si vedono le barche dei Ruandesi: la città di Goma può cadere da un momento all'altro. Sono i leader di questo mondo che semplicemente impongono la loro volontà.

 

Come valuta le dichiarazioni di alcuni Stati, come Francia e Stati Uniti, che condannano l'aggressione del Rwanda?

Sono solo affermazioni. Se gli Stati Uniti e la Francia lo volessero, oggi non ci sarebbe guerra. Nel 1998, dopo che l’AFDL con i soldati ruandesi è entrato in Congo e ha preso Kinshasa, centinaia di soldati ruandesi che accompagnavano Mzee Laurent Kabila sono rimasti nel Kivu e non volevano più tornare a casa. È bastato un ordine da Washington, dalla Casa Bianca, e li abbiamo visti attraversare a piedi la città di Goma, in un solo giorno, mentre affermavano di aver bisogno di settimane o mesi per lasciare il Congo. Tutta la popolazione, ammassata sulla strada maestra, li vide rientrare. Quindi basta un ordine della Casa Bianca o di Macron affinché i ribelli M23, sostenuti da Uganda e Ruanda, tornino a casa. Ma vediamo che la comunità internazionale è complice, lascia perdere. Ciò costituisce un incoraggiamento per i nostri aggressori.

 

Qual è la responsabilità congolese in tutto questo?

La maggior parte dei leader attuali non è venuta per servire i propri connazionali, ma per i soldi. Quasi tutti i giorni un ministro o un dirigente d’azienda si appropria di denaro, mentre il Paese è nel baratro: la maggior parte delle persone vive nella miseria, non ci sono abbastanza strade, scuole, ospedali... I nostri leader accettano tutto ciò che decidono le grandi potenze: potrebbero forse opporsi? Il nostro Presidente ha speso un sacco di soldi visitando i grandi di questo mondo, per niente: siamo nel mezzo di una guerra e non abbiamo ancora visto gli americani, o i francesi o altri paesi del mondo venire in nostro aiuto.

 

Lo stato d'assedio che va avanti nelle province dell’Est del Paese da maggio 2021 è servito a qualcosa?

Prima che arrivasse la guerra qui, i militari sono venuti a gestire le nostre istituzioni con il pretesto di proteggere e mettere in sicurezza la città. Non vediamo però l’aiuto che ci è stato dato; al contrario, ci sono stati più morti. Se dà un’occhiata al campo militare qui vedrà le miserabili condizioni in cui vivono le nostre truppe. Come vuole che vivano? Aspettano il calar della notte e col fucile entrano nelle case dei civili e li uccidono, e nessuno dice niente. I grandi di questo mondo sono attratti dai minerali e per loro la vita umana non conta.

 

Dietro questa aggressione c’è solo l’avidità di minerali, o anche di terre?

Le due cose. Ci sono multinazionali che cercano minerali; c'è anche il fatto che il Rwanda è un paese piccolo con una forte demografia: potrebbe voler scaricare qui parte della sua popolazione. Ma questo non è un motivo per fare guerra! Il Congo è ancora vergine: possiamo accogliere qui tutto il Rwanda e ci sarà ancora tanto spazio.

 

Alcuni dicono che molti nomi di località del Nord-Kivu sono in lingua ruandese, il che significherebbe che appartengono al Rwanda…

Forse, ma non sono stati i Congolesi a stabilire i confini: è stato il Congresso di Berlino del 1885. Da allora, come mai solo adesso rivendicano queste terre? Inoltre, l'Unione Africana ha deciso di considerare definitivi i confini tracciati a Berlino.

Vivo in questa regione da quando sono nato: non si distingueva un congolese da un ruandese. Ai tempi di Habyarimana, non c'erano problemi tra ruandesi e congolesi: era come un unico paese. Inoltre, la regione era un tempo chiamata Congo-Rwanda-Urundi. È dal momento in cui Kagame ha preso il potere in Ruanda nel 1994 che abbiamo visto arrivare queste guerre. Anche se si vuole prendere delle terre, non si viene con fucili per uccidere: c’è modo di risolvere il problema. Il popolo congolese è ospitale e accogliente: milioni di Ruandesi vivono da decenni sul suo suolo senza problemi.

 

C’è un legame tra i massacri che si susseguono dal 2017 nel Nord Kivu e nell’Ituri e la guerra che sta vivendo il sud del Nord-Kivu?

Sì, c’è un collegamento. Coloro che uccidono le persone a Beni sono ugandesi: perché non attaccano il loro Paese? Le ADF stanno massacrando le persone in modo che le popolazioni fuggano e abbandonino la terra che occuperanno i Ruandesi o gli Ugandesi. O gli Interahamwe, perché non attaccano il loro Paese, il Ruanda? Li ricevono in Rwanda e dopo pochi mesi li rimandano qui per massacrare la popolazione congolese.

 

Cosa chiede ai grandi di questo mondo?

La pace. La vita umana è sacra. Che facciano quello che vogliono, ma abbiano pietà della gente che stanno massacrando. È orribile quello che sta accadendo in questo Paese: un vero e proprio genocidio.

 

Oggi, 27 gennaio, è il giorno della memoria dell’Olocausto degli Ebrei. Si può parlare di Shoah anche per il popolo congolese?

Non servirà a nulla nel futuro scegliere un giorno di memoria, quando le persone sono già state massacrate, per ricordarle. È adesso che si deve intervenire e mettere fine ai massacri. Sono milioni i Congolesi che hanno perso la vita dall’entrata dell’AFDL nel 1996, nessuno ne parla e si continua a morire.

 

Il fatto che il Mapping Report non abbia avuto un seguito giuridico ha il suo peso su questa situazione?

A cosa serve questo rapporto? Di rapporti sulla Repubblica Democratica del Congo ce ne sono tanti alle Nazioni Unite, ma sono messi nel cassetto. C’è molta ipocrisia e menzogna nella politica.

 

È quindi una guerra che è contro la popolazione stessa...

Avete sentito parlare di Kishishe, dove il 29 e 30 dicembre 2022 sono state uccise circa 300 persone: è la popolazione che viene massacrata. E anche se fosse uno scontro tra due eserciti, la popolazione è implicata: dove due elefanti combattono, è l’erba che soffre! Quanti morti tra gli sfollati!

 

Dal 1996, il Paese ha vissuto guerre guidate da movimenti con diverse denominazioni AFDL, RCD, CNDP, M23… Sono davvero diversi?

Perché queste guerre ripetute? Ovviamente non nell’interesse della popolazione, ma di chi le fa. Questi movimenti sono un’unica realtà, che viene sempre da Kagame, dal Rwanda. So perché le grandi potenze hanno scelto il Ruanda: è un Paese molto povero, che non può vivere senza gli aiuti internazionali. Avete sentito dire che Kagame era pronto ad accogliere immigrati dalla Gran Bretagna, mentre non ha spazio e ha milioni di cittadini rifugiati in Congo e nel mondo. Sfortunatamente Kagame ha accettato di fare il gioco dei grandi di questo mondo e ora ha contrapposto la popolazione congolese a quella ruandese.

 

Dei Congolesi vogliono che il presidente dichiari guerra aperta al Ruanda. Cosa pensa di questa ipotesi?

Questa non è una buona cosa: la guerra non è una soluzione. Le vittime sono la popolazione, quella congolese come quella ruandese. Pensa che tutti i ruandesi applaudano Kagame? No! Un essere umano non può amare la guerra. La guerra non sceglie le sue vittime.

 

Quando si pensa che basterebbe una telefonata, come nel 1998...

Questa è la soluzione. Non armi, perché la violenza genera violenza. È sufficiente che il governo degli Stati Uniti e Macron facciano pressione e una settimana dopo non ci sarà più guerra. La guerra non è una soluzione.

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mercoledì 1 febbraio 2023

Mai sanzionare un paese ricchissimo di materie prime - Pasquale Cicalese

Mai sanzionare un paese ricchissimo di materie prime, specie se le tue sanzioni colpiscono le tue industrie e contemporaneamente questo paese ha sbocchi commerciali ben più floridi, redditizi, capace di farti schizzare in alto la bilancia commerciale e il surplus delle partite correnti, che si riflette in un rafforzamento della sua moneta, mentre la tua ormai è dollarizzata.

Fonte Bloomberg di oggi, prodotti energetici russi verso la Cina aumentati da febbraio a settembre, fonte Gacc (General Administration of chinese customs) da 30 miliardi a 50. E poi boom di importazioni cinesi dai russi di nlckel, carbone, alluminio, palladio ecc. Una massa enorme di 1,4 miliardi di persone affamate di materie prime o che cambiano partner economici, visto che sul petrolio i russi si stanno avvicinando ai sauditi come primo partner dei cinesi.

Due giorni fa la notizia dell'associazione degli importatori europei che pregano la Commissione di non mettere sanzioni sull'alluminio, pena chiusura di migliaia di aziende. Prezzi alla produzione eurozona 43.2, la Commissione, in nome dell'alleanza atlantica, sta distruggendo l'apparato industriale europeo.

I prezzi alla produzione cinese pari allo 0.9, frutto anche del fatto che scontano prezzi minori sul mercato russo, li porta ad una posizione invidiabile. Mi chiedo se nella Commissione ci sia gente preparata sul commercio internazionale, sull'economia industriale e sulle relazioni internazionali. Ma ormai ne dubito fortemente. L' Accademia ha sfornato asini negli ultimi 40 anni.

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