giovedì 26 marzo 2020

Nuoro, a 81 anni con mascherina e in groppa all’asina accudisce i suoi animali




Ha 81 anni e ogni mattina, in groppa alla sua asina che si chiama Stella, si reca in campagna per accudire alcuni suoi animali come maiali, cani e pecore.
Nato a Meana Sardo, Marco Dessì fa la vita di sempre ma con delle accortezze in più: utilizza infatti la mascherina che gli ha regalato sua nipote che fa l’infermiera, porta sempre con se l’autocertificazione per gli spostamenti quando va a lavorare.
La foto, scattata da Lorella Cappai, una sua compaesana, è diventata subito virale sui social: anche se durante il suo percorso non incontra quasi mai nessuno, lui la mascherina la indossa comunque. “In segno di civiltà e rispetto verso il prossimo”
“In campagna non incontro quasi mai nessuno, ma capita di vedere un paesano e di fermarmi a parlare, e così – racconta l’81enne all’ANSA – da molti giorni mi metto la mascherina che mi ha procurato mia nipote infermiera. Seguo ogni giorno i telegiornali e so che questo è un virus pericoloso soprattutto per noi anziani ed è importante stare a distanza e usare la mascherina. Ho 81 anni e sono sempre stato sano come un pesce, ma questa volta bisogna stare attenti, io una situazione così non l’avevo mai conosciuta”.
Marco viene descritto come un uomo con un grande senso civico, persona buona e laboriosa.
“Lo vediamo passare quattro volte al giorno per andare in campagna ad accudire il suo gregge e sempre in groppa a Stella – dice Lorella Cappai – Stamattina, mentre andavo in farmacia, l’ho visto con la mascherina lo ho fotografato perché mi sembrava un’immagine con un significato forte: testimonia un senso civico straordinario. Anche sapendo che potrebbe non incontrare nessuno lungo il suo percorso, Marco mette la mascherina per rispetto di se stesso e degli altri”.

Sanificare le strade serve davvero a combattere il coronavirus COVID 19? - GRIG



Una delle richieste che in questi ultimi giorni è arrivata più di frequente riguarda l’utilità o meno degli interventi di sanificazione delle strade cittadine contro il diffondersi del coronavirus COVID 19.
La risposta arriva dall’ Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A.), che in proposito ha emesso il documento di indirizzo del 18 marzo 2020, approvato dal Consiglio del Sistema nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente (SNPA).
Sulla scorta delle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, che “valuta la ‘disinfezione’ quale misura la cui utilità non è accertata”, l’I.S.P.R.A. ritiene che “l’uso massivo e indiscriminato dell’ipoclorito di sodio per la disinfezione delle strade” sia “pratica dannosa per l’ambiente se non opportunamente gestita”.
In particolare, “le superfici esterne – quali strade, piazze, prati – non devono essere ripetutamente cosparse con disinfettanti, poiché ciò potrebbe comportare inquinamento ambientale e dovrebbe essere evitato”.
”Nel richiamare che, come noto, l’uso di ipoclorito di sodio, sostanza corrosiva per la pelle e dannosa per gli occhi, per la disinfezione delle strade è associabile ad un aumento di sostanze pericolose nell’ambiente con conseguente possibile esposizione della popolazione e degli animali, va sottolineato come tale utilizzo, qualora indiscriminato, sia in grado di nuocere alla qualità delle acque superficiali arrecando anche un danno alla vita negli ambienti acquatici, nonché alla qualità delle acque sotterranee qualora veicolato tramite acque di scolo non convogliate negli impianti di depurazione. Particolare attenzione va inoltre data anche nelle aree servite da fognatura con trattamento di depurazione all’impatto che quantità eccessive di ipoclorito di sodio possono avere sulla funzionalità degli impianti biologici di trattamento delle acque, con conseguenze negative sulla qualità degli scarichi finali. L’ipoclorito di sodio in presenza di materiali organici presenti sul pavimento stradale potrebbe dare origine a formazione di sottoprodotti estremamente pericolosi, quali clorammine e trialometani e altre sostanze cancerogene volatili. Non è inoltre possibile escludere la formazione di sottoprodotti pericolosi non volatili che possono contaminare gli approvvigionamenti di acqua potabile”.
In conclusione, sono queste le “indicazioni per l’eventuale uso straordinario di ipoclorito di sodio: 
* I sistemi di aspersione devono operare in prossimità delle superfici minimizzando il trasporto a distanza di aerosol; 
* È consigliabile che il servizio di pulizia sia effettuato con macchine spazzatrici e solo ove non possibile con dispositivi manuali a getto d’acqua a pressione ridotta e sospendendo in ogni caso l’utilizzo di soffiatori meccanici;
* È preferibile avviare le operazioni di aspersione esclusivamente in aree urbane pavimentate che siano drenate in pubblica fognatura mista o dedicata alle sole acque meteoriche; 
* L’applicazione delle soluzioni di ipoclorito di sodio deve avvenire bagnando le superfici ma evitando ruscellamenti che trasportino la sostanza in significative quantità nel sistema fognario con possibili ripercussioni sui sistemi biologici dei depuratori; in tutti i casi risulta necessario informare il gestore del Servizio Idrico Integrato, per consentire l’attivazione, dove possibile di misure di mitigazione; 
* L’applicazione delle soluzioni di ipoclorito di sodio deve avvenire osservando adeguate distanze da fossi, fossati, corsi e specchi d’acqua, preferendo per queste situazioni, ove possibile, metodi di nebulizzazione rispetto a quelli di lavaggio e comunque, in modo da evitare ruscellamenti di soluzione nelle acque superficiali che possano comportare effetti nocivi diretti e indiretti su fauna e flora che le abitano; 
* Va mantenuta un’adeguata distanza dalle colture in modo che queste non siano interessate da aerosol; 
* Va evitata l’applicazione sul suolo non impermeabilizzato (limitarsi a irrorare le superfici urbanizzate strade, piazze, marciapiedi); 
* Per ottimizzare l’azione dell’ipoclorito di sodio l’impiego dello stesso è opportuno avvenga nelle ore di minore insolazione (ore notturne); 
* Va evitata l’applicazione in caso di presenza di vento”.
Se non si è in grado di garantire il rispetto di criteri e indicazioni, è meglio soprassedere.
Gruppo d’intervento Giuridico onlus



Il coraggio di capovolgere il mondo - Paolo Piacentini

Se provassimo ad approfittare di questo momento per capovolgere il mondo? La mia prima moglie è morta di cancro e da quel momento il rapporto con la malattia è cambiato radicalmente. E’ subentrata una certa dose di sano fatalismo che mi ha portato a curare l’anima e il corpo ogni giorno seguendo le indicazioni dell’OMS che parla da decenni di prevenzione attraverso stili di vita sani.
Dopo quel lutto ed altri più o meno vicini, non ho più cercato la cura per vivere 100 anni, non sta a noi decidere quando morire: può accadere all’improvviso per mille cause. Ho pensato solo a fare ogni giorno ciò che poteva nutrire d’amore il mio corpo e la mia anima per pensarli in salute. Svegliarmi la mattina e ringraziare per esserci. Pensare alla morte come parte della mia vita.
Ho deciso che dovevo provare a stare bene ogni giorno, sentire dentro di me un’energia positiva per donarmi amore e trasmetterlo a chi mi è vicino: non solo fisicamente. Oggi gli studi più importanti ci dicono che il cancro e anche altre patologie importanti si curano attraverso un rafforzamento delle difese immunitarie.
Ci sono storie vere di persone che stanno lottando contro il cancro camminando o altre che affrontano la malattia attraverso la scrittura, la recitazione, il canto, l’arte, la musica. Le difese immunitarie si alzano curando corpo e spirito : io amo citare anche l’anima.
Lungi da me entrare nel merito di come limitare la diffusione di questo virus simil-influenzale ( i virologi di fama mondiale dicono di chiamarlo così) ma credo che ci sia una grande contraddizione nel chiudere gli eventi culturali, gli spazi dove andiamo a curarci l’anima per lasciare aperti i supermercati dove fare incetta di cibo in abbondanza per magari fare ammalare davvero i nostri corpi.

Capisco la necessità di procurarsi il cibo ma non si vive solo di quello che inviamo alla nostra pancia. A forza di alimentare solo lo stomaco abbiamo dimenticato che esiste una testa collegata alla dimensione dello spirito.
Mi ha sorpreso molto la raccomandazione fatta ai viandanti ad evitare di percorrere un tratto della Via Francigena in Lombardia.
Se c’è un modo per alzare le nostre difese immunitarie è proprio quello di mettersi in cammino, ci sono dati medici comprovati, non lo dico io.
Si parla di un crollo verticale di vari settori economici e tra questi il turismo.
Se provassimo a capovolgere il mondo potremmo fare emergere quelle che ci hanno costretto a chiamare economie di nicchia, residuali, marginali.
Provate ad immaginare i ” margini” fisici, geografici, sociali ed economici che finalmente squarciano il velo di un modello non più sostenibile e che cade a pezzi alla prima epidemia.
Un modello sociale che ritrova linfa vitale ribaltando il tavolo, mettendo in un angolo un “centro” malato. Quello che vale per la nostra salute individuale si può traslare alla dimensione della comunità.
Abbiamo la grande occasione di prendere coscienza che viviamo in una società malata nel profondo. Approfittiamo di questa grande occasione non per pensarci eterni ma per riscoprire la gioia di una pienezza di vita del qui ed ora.
Una gioia da condividere costruendo nuove reti di comunità solidali. E’ illusorio pensare di salvarsi da soli alzando muri in ogni dove.
I muri sono contagiosi più del virus ma noi possiamo abbatterli se avremo il coraggio di ”capovolgere il mondo”.

mercoledì 25 marzo 2020

Sardegna terra (in)felix


Assessore Nieddu, sul Coronavirus lei ha mentito ai sardi: ecco perché dovrebbe dimettersi – Vito Biolchini

Oggi, lo dico con dispiacere e con tanto rispetto per un giornale che sta facendo veramente un grande lavoro in un momento così difficile, l’Unione Sarda non ha avuto il coraggio di varcare il Rubicone. 
Eppure l’assessore regionale alla Sanità Mario Nieddu ha detto una bugia proprio a un suo cronista, affermando prima di avere ordinato i test rapidi contro il Coronavirus (e non era vero), poi di non averli voluti perché quell’impresa era inaffidabile (e anche questo non era vero). 
La nota della società Tema Ricerca ha svelato il gioco: parlando di test rapidi contro il Coronavirus, l’assessore Nieddu ha mentito ai sardi. Platealmente, clamorosamente, spudoratamente. Ma il giornale questo non ha avuto il coraggio di dirlo ai suoi lettori, forse perché spaventato dalle conseguenze che un’affermazione del genere avrebbe dovuto comportare. Il giornalismo sardo quasi mai attacca frontalmente la politica, gli scontri sono quasi sempre simulati e di sicuro mai all’ultimo sangue. Così è stato, purtroppo, anche in questo caso.
Sulla Nuova Sardegna invece, nel suo pezzo “Coronavirus, Nieddu fa danni e voi state zitti” lo scrittore Marcello Fois si lascia andare più ad uno sfogo che a un ragionamento, chiedendosi dove sia l’opposizione di centrosinistra in questo momento. Tutte le domande sono lecite, a patto però che non sviino l’attenzione dalle questioni centrali. E il Pd e l’assenza di Massimo Zedda dal dibattito, a mio avviso non lo sono così tanto. Oggi la questione centrale riguarda infatti l’assessore alla Sanità Mario Nieddu e la sua inadeguatezza a governare la macchina della sanità in un momento così drammatico.
Nieddu è inviso a tanti perché leghista, perché sfoggia sul bavero la spilla con Alberto da Giussano. Ma questo non è un argomento sufficientemente valido per accanirsi contro di lui così come sta avvenendo in questi giorni. I problemi sono altri.
La questione riguarda la sua preparazione e la sua credibilità. Sul primo punto vorrei dire che nessuno, in Italia e nel mondo, era pronto a questa crisi. Fatte le dovute proporzioni, quello che Franceschini ha detto di Conte (“Sulle sue spalle responsabilità senza precedenti”) vale anche per Solinas e per Nieddu. Vale per tutti.
Il punto centrale e dirimente è allora quello della credibilità e della reputazione.
Fin dall’inizio della crisi del Coronavirus, la giunta Solinas ha continuato come suo solito a giocare con le parole, come quando (era il 23 febbraio) assicurava a Conte che in tutti i porti e aeroporti sardi erano già attivi i termoscanner. Non era vero.
Ma adesso ci sono i morti, la paura, il disastro economico. Ora serve più responsabilità. Serve anche mostrarsi deboli, se questo fa essere più credibili. Serve anche ammettere le proprie colpe, i propri limiti, se si deve chiedere ai cittadini di fare sacrifici. Serve anche chiedere scusa, se questo fa aumentare nelle persone il rispetto nelle istituzioni.
Dire bugie in maniera così plateale non aumenta la fiducia nei cittadini nei confronti di chi ha nelle sue mani, letteralmente, la vita e la morte delle persone. Ieri, nella prima delle conferenze stampa quotidiane che il presidente Solinas ha convocato, invece che chiedere scusa l’assessore Nieddu ha attaccato “certa stampa”.
Peccato assessore, ha perso un’occasione. Forse l’ultima per salvare la propria reputazione. Non continui a dare interviste nel tentativo patetico di salvare il salvabile, ogni volta che finisce in tv lei peggiora la situazione, mi creda. Stasera non vada a Videolina, mandi qualcun altro allo sbaraglio.
Il caso dei test rapidi su cui è stato incredibilmente smentito dimostra definitivamente che di lei, assessore Nieddu, non ci si può fidare. E una persona di cui non ci si può fidare non può avere in questo momento una responsabilità così grande.
Ieri il gruppo consiliare del Pd lo ha detto in un modo eccessivamente timido e con una prosa che neanche il miglior Forlani dei tempi d’oro avrebbe saputo utilizzare (“Pur evitando, ancora una volta, ogni spunto polemico, tantomeno ogni strumentalizzazione politica, riteniamo che il presidente della Regione debba valutare ogni iniziativa urgente da intraprendere per ripristinare le condizioni minime e necessarie di credibilità e affidabilità del governo dell’emergenza sanitaria in questa drammatica fase”).
Oggi invece nove parlamentari dei 5 Stelle, insieme ai 5 consiglieri regionali, lo hanno detto con maggiore nettezza.
Ma qui i partiti c’entrano fino ad un certo punto. C’entriamo noi come cittadini, come persone che stanno vivendo un momento drammatico. C’entrano quei medici, quegli infermieri, tutte le persone in prima linea e lasciate a combattere senza mascherine, che dovrebbero essere rassicurate da chi ci sta governando, persone di cui ci dovremmo fidarci ciecamente, a prescindere dal partito in cui militano. 
Assessore Nieddu, di lei purtroppo non ci si può fidare ciecamente. Ha tradito definitivamente la nostra fiducia. Per questo si deve dimettere. Subito. Perché si è mostrato inadeguato al compito che le è stato dato. E si deve dimettere per fare il bene delle istituzioni, per la loro credibilità.
E in un momento così drammatico sarebbe un gesto di responsabilità che, lo dico senza ironia, tutti apprezzeremmo. 


Biolchini solleva un tema: il personale sanitario deve risiedere in ospedale? - Andrea Pubusa

Vito Biolchini, con la sua solita acutezza, nel suo bel blog richiama l’attenzione su una delibera della giunta regionale. Per rispettare il decreto Conte e per “garantire il mantenimento dei servizi essenziali di cura e di assistenza alla popolazione sarda e di tutelare, al contempo, gli stessi operatori, i pazienti e i familiari degli operatori”, la giunta Solinas lo scorso 17 marzo ha adottato una delibera (la 13/24) con la quale innanzitutto si fissano in maniera precisa di quali protezioni devono essere adottati dagli operatori sanitari in tutti i contesti possibili (ecco l’allegato con le tabelle).
Ma il punto incandescente è un altro. Eccolo. “Considerato che agli operatori in argomento (asintomatici e con tampone negativo) è richiesta la prosecuzione dell’attività lavorativa, sebbene con le cautele e le precauzioni riportate dettagliatamente nell’allegato alla presente deliberazione, al fine della maggiore tutela della popolazione generale e in particolare dei familiari, le direzioni sanitarie aziendali, in collaborazione con le direzioni di presidio ospedaliero, potranno allestire dei moduli abitativi in spazi attigui alle strutture ospedaliere o dedicare allo scopo porzioni degli stabilimenti ospedalieri, atti ad ospitare i predetti operatori”.
Vito si chiede se son stati sentiti i sindacati e la domanda mi sembra sacrosanta, come mi pare ovvia la risposta: la concertazione è doverosa. D’accordo con Vito, su questo punto.

E che dire sul merito? E cioè, è utile ai fini del contenimento della pandemia prevedere che il personale sanitario rimanga in una sorta di quarantena ospedaliera? Certo, quanto sta avvenendo in Sardegna ha dell’incredibile. E’ paradossale che nella nostra isola la maggior parte degli infetti venga dagli ospedali. All’ospedale ci si dovrebbe curare e invece si prende il virus! Qui c’è una questione organizzativa ineludibile. Questi esiti assurdi sono il frutto di un deficit organizzativi gravi. Una struttura sanitaria deve avere dirigenti e mezzi all’altezza di queste evenienze. A Sassari e a Nuoro c’è stata la prova clamorosa di una grave carenza. E su questi aspetti la giunta dovrebbe correre ai ripari sulla base delle indicazioni di esperti di sicuro affidamaneto. Altro che tentare di chiuderee la bocca a chi mette in luce le criticità! Ma Solinas, fresco di laurea in Giuiriprudenza, ha mai letto l’art. 21 Cost.? Lo legga così evita quantomeno di fare brutte figure e di dedicarsi a quanto gli compete. I suoi sproloqui sul tema sono vani e ridicoli.
E’ anche chiaro, per quanto se ne può capire, che questo personale sanitario, nei casi in cui non presenta sintomi, può difondere in modo esponenziale l’infezione. Neutralizzare questo possibile focolaio non è insensato. Del resto, credo che gli stessi operatori sanitari si pongano, con qualche angoscia e apprensione, il problema. Ma obbligarli a stare nella struttura sanitaria dopo il lavoro significa accrescerne lo stress, sminuirne l’operatività e l’attenizone. Occorre semmai indirizzare a condotte prudenziali questo personale al loro rientro a casa. Fuori servizio è evidente ch’essi devono mantenere forme di isolamento e di distanza superiori a quelle dei comuni mortali. Ma tenerli chiusi in ospedale anche dopo l’orario di lavoro non giova.


“Coronavirus, in Sardegna il contagio si propaga più velocemente che nel resto d’Italia” - Bruno L. Giordano

La Sardegna è in netta controtendenza: mentre nel resto d’Italia i casi di positività al Coronavirus si raddoppiano fra i tre e i cinque giorni, nella nostra isola invece sono arrivati a raddoppiare quasi ogni due giorni, al susseguirsi di una situazione che si aggrava ormai da sei giorni. Questo significa che il contagio si propaga più velocemente che nel resto d’Italia.
Per questo dobbiamo assolutamente continuare a rispettare l’ordinanza a limitare al massimo gli spostamenti. Dobbiamo aiutare i medici e gli infermieri della nostra amata isola evitando di cacciarci nei guai. Dobbiamo adottare uno stile di vita sano e evitare attività potenzialmente a rischio. Che fare della noia a casa nostra? Certamente non compensare con troppo cibo e alcool, o decidendo di tagliare quel vecchio albero nel nostro giardino. Mettiamoci in contatto con i nostri amici, con i nostri cari, con la nostra famiglia. Manteniamo il buon umore. Uniamoci in questo momento difficile nonostante la lontananza. Uniamoci nel nostro amore per la nostra grande terra, la Sardegna.
Nell’isola dunque i casi di positività si raddoppiano quasi ogni due giorni. Come ho ricavato questo dato?
Ogni giorno analizzo i dati ufficiali dell’università Johns Hopkins (Stati Uniti) a livello mondiale1, e del Dipartimento della Protezione Civile a livello nazionale2. Come tanti scienziati nel mondo cerco di aiutare col mio piccolo contributo, diffondendo informazioni e analisi dei dati ufficiali. Siamo tanti. Io studio la variazione nel tempo del numero dei casi positivi di Covid-19, e quantifico con dei modelli di regressione la tendenza alla decelerazione o all’accelerazione del numero del contagio3. 
Come tutte le analisi di dati che variano nel tempo, ad essere affidabili non sono le previsioni a lungo termine ma quelle a brevissimo termine. A noi serve capire quello che succede da qui a pochi giorni. Ed è esattamente questo che io cerco di quantificare. Mi concentro su un numero in particolare: il tempo necessario al raddoppio dei casi. Se il mio numero ti dice 5, vuol dire che i casi raddoppiano in 5 giorni; se il mio numero ti dice 2, vuol dire che i casi raddoppiano in 2 giorni.

Questi modelli non solo permettono di capire dove ci troveremo da qui a pochi giorni, ma anche di osservare come sta cambiando la situazione durante la crisi. Per esempio, se il numero di raddoppio diminuisce nel tempo siamo di fronte a una decelerazione del contagio. Questo è un motivo di speranza. Se il numero di raddoppio aumenta nel tempo, siamo di fronte a un’accelerazione del contagio. Questo è un motivo di ulteriore allerta, e di preoccupazione per i nostri conterranei.
Come si vede dal grafico, questo “numero del raddoppio” sta infatti diminuendo dappertutto in Italia, ma è essenzialmente in aumento da 6 giorni in Sardegna. Guardiamo il nord, che era partito da una situazione dove il numero dei casi accelerava ogni 2 giorni: adesso siamo a un raddoppio ogni 5 giorni. Il che vuol dire che i numeri dei positivi cresceranno ancora, ma c’è speranza. E arriva dalla Cina e dalla Corea del Sud.

Cina e Corea del Sud sono partite da una situazione difficilissima, con una crescita molto veloce del contagio (cioè un numero di giorni per il raddoppio dei casi molto basso). Oggi invece il numero di giorni del raddoppio è pressoché infinito, cioè ci vuole un numero infinito di giorni per arrivare al raddoppio del numero dei casi. In parole povere, in Cina il numero di pazienti positivi non raddoppierà mai più (a meno che il contagio non riparta, ovviamente).
Ora, davanti a questa situazione preoccupante per la Sardegna cosa possiamo fare? Una cosa semplice: continuare ad adottare con incredibile attenzione le regole già emanate e i consigli già diffusi.
Ma la cosa più importante è far capire ai sardi che devono avere grande cura di loro stessi dalla comodità della propria casa. Non procurarsi fratture, un raffreddore, una indigestione: niente di niente. E questo per due motivi: perché il nostro sistema sanitario è troppo fragile ed è a piuùalto rischio di collasso, con pochi letti di terapia intensiva che non riuscirebbero a sostenere un aumento repentino del numero dei contagi.
***
Qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma perché la curva dei contagi in Sardegna è in controtendenza?”.
La risposta potrebbe arrivare da un’analisi degli spostamenti in Italia condotta utilizzando i dati degli smartphone delle persone, e presente in un articolo non peer-reviewed (cioè ancora non valutato da esperti indipendenti) scritto in inglese da italiani6.
I risultati chiave possono essere riassunti come segue.
Le restrizioni di mobilità iniziali rivolte a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno portato a una riduzione compresa tra il 10 e il 30 per cento del traffico tra le province italiane nel periodo dal 21 febbraio al 6 marzo. Successivamente, a seguito del blocco nazionale del 9 marzo, i flussi di mobilità tra le province sono diminuiti del 50 per cento o più, ovunque nel paese.
Con le cautele necessarie, possiamo invece osservare che varie provincie sarde sono state in controtendenza prima del blocco nazionale. Nel periodo dal 21 febbraio al 6 marzo la mobilità nelle provincie di Oristano e Nuoro è aumentata fino al 30 per cento.
Adesso la mobilità è azzerata dappertutto ma purtroppo gli effetti della mobilità sul contagio sono differiti. La scienza ci mostra che il tempo di incubazione mediano del Covid-19 è di 5 giorni, e che solamente dopo 11.5 giorni la maggior parte dei casi mostra sintomi (il 97.5%)7. Questo vuol dire che gli effetti della mobilità sul contagio arrivano grosso modo dopo un periodo dai cinque ai dieci giorni. 
Il presidente della Regione Christian Solinas ha fatto assolutamente benissimo a bloccare la Sardegna. Ma lo avrebbe dovuto fare prima. Non voglio fare polemica, io stesso sono stato tagliato fuori, e non posso più tornare per stare con i miei genitori anziani. E questo è un momento dove l’unione, la collaborazione e la fiducia nelle istituzioni sono di assoluta importanza. Ma dobbiamo imparare assieme dagli errori del passato, andando avanti. E la scienza ci dimostra che una cosa molto difficile per gli esseri umani è proprio prevedere il decorso temporale degli aumenti esponenziali8 come quelli del contagio in fase di pandemia9. Bisogna anticipare i tempi. Agire prima che la situazione diventi insostenibile. Suonare il campanello d’allarme correndo il rischio di sbagliarsi.
***
Ricapitolando: oggi i casi di positività al Coronavirus raddoppiano in Sardegna ogni due giorni, al nord invece ogni cinque. Sono uno scienziato e posso sbagliarmi, l’errore non è un’impossibilità. Spero di sbagliarmi, e spero ancora di più che un aumento dello stato di allerta dei miei conterranei possa aiutare i nostri medici e infermieri.
Quindi ai sardi deve giungere questo messaggio molto semplice: state a casa e diventate dei salutisti ossessivi. Evitate qualsiasi pericolo per la vostra salute. Dobbiamo diventare più salutisti dei californiani, aiutando così medici ed infermieri a fronteggiare questa emergenza.
Note
3.      In particolare: [a]. Riduco il rumore nelle serie temporali di contagio utilizzando una media tempovariante con finestra di tre giorni di tipo “forward-reverse” per non alterare la corrispondenza tra dato mediato e giorno. Questa operazione di media serve a rendere piu’ affidabili le stime del tempo di raddoppio. [b]. Considero una finestra di tre giorni per quantificare la pendenza bdella regressione log2(Casi mediati) = a + b * giorni. [c]. Trasformo la pendenza b del modello di regressione nel numero di giorni necessari al raddoppio del numero dei casi utilizzando l’equazione 1/b.
4.      Dati Protezione Civile aggiornati alle 18:00 del 20 Marzo 2020.
5.      Dati Johns Hopkins aggiornati al 19 Marzo 2020.
6.      Studio: COVID-19 outbreak response: first assessment of mobility changes in Italy following lockdown. Autori: Emanuele Pepe, Paolo Bajardi, Laetitia Gauvin, Filippo Privitera, Ciro Cattuto, Michele Tizzoni. Link: https://covid19mm.github.io/in-progress/2020/03/13/first-report-assessment.html
8.      Un esempio piuttosto estremo di aumento esponenziale (numero del raddoppio = 0.5) e’: 2, 8, 32, 128, 512, 2048, 8192, 32768, 131072.




Elogio della paura e altre storie (lezioni da un viaggio in Afghanistan) - Paolo Rumiz


In guerra si imparano le cose in fretta. Capita anche ai reporter più collaudati. A me è capitato in Afghanistan, nel novembre del 2001, due mesi dopo l'attacco alle Torri gemelle di New York. E' stato lì, che in soli cinque giorni, ho imparato tre delle cose più importanti della mia vita.

La Nato aveva iniziato a bombardare i Taliban e io ero stato mandato a Islamabad, in Pakistan, per tentare di passare la frontiera e raggiungere Kabul alla prima occasione. E' il 7 novembre quando arrivo in volo dall'Italia. Dopo pochi giorni sono preso dalla claustrofobia. Sono in mezzo a colleghi di tutto il mondo, le comunicazioni sono facili, il ristorante è buono, ma mi annoio. Sono troppo lontano dagli eventi. Lontano dalla realtà. Ho bisogno di polvere, di strade, di facce, delle montagne dell'Hindukush.
Il 13 novembre salto su un autobus per il Kyber Pass, la mitica frontiera, sbarrata da due mesi a causa della guerra. Percorro al contrario la stessa strada seguita da Alessandro Magno ventiquattro secoli prima. Non ho un interprete ma mi esprimo a gesti. Ho uno zaino di sei chili e con dentro un telefono satellitare. Sono libero. Respiro.

Al passo trovo centinaia di pakistani e afghani di etnia pashtun in attesa di passare. Sono lì in attesa da settimane, un mese. Hanno pazienza. Pregano sulle alture desertiche, accendono piccoli fuochi, scaldano del thè, comprano pane e formaggio dai pastori. La notte si raggomitolano sotto un plaid e dormono sotto le stelle.
Fraternizzo con loro a gesti. Divido il mio cibo. Dormo accanto ai loro fuochi. Ascolto i loro canto melanconici e provo a cantare qualcosa anch'io. Riesco a comunicare a gesti e con dieci parole base di inglese. Gli uomini delle montagne cominciano a conoscermi, a fidarsi di me. Divento uno di loro. E, incredibilmente, delle notizie trapelano. Non conosco la lingua, ma il destino di quelle vite mi consente di avere un primo quadro della situazione.
Sono stupefatto. Mi sento a casa. Sulla nuda terra, sotto le stelle dell'Hindukush mi sento più protetto e ho più notizie che nell'albergo internazionale di Islamabad. Le facce che mi circondano sono le facce dei miei avi. Facce, familiari, indo-europee. Mi accorgo di avere appreso una prima grande lezione: la condivisione è un'arma formidabile, abbatte ogni ostacolo. Anche la barriera linguistica.
Il 14 novembre il tam-tam delle voci comunica che è attesa una carovana di camion carichi di mujaheddin armati che hanno il permesso di entrare in Afghanistan per combattere i Taliban. E' un'occasione da non perdere. Forse potrò superare il confine. Come non so, ma ci provo. Mi sistemo su un tornante a un chilometro dalla frontiera e aspetto, col cuore che batte a mille.
Verso l'una una colonna di camion scende verso il posto di blocco lasciandosi alle spalle una scia di polverone. Sono più di cento. Il cassone dei mezzi è pieno di guerrieri barbuti con fucili mitragliatori. Facce contente, come di chi va in vacanza. I Pashtun sono fatti per la guerra. La colonna si ferma davanti alla sbarra di confine, lasciandosi alle spalle una coda interminabile…

martedì 24 marzo 2020

L’AGROINDUSTRIA E LE EPIDEMIE - Rob Wallace




(Le domande sono state poste da Yaak Pabst)

Quanto è pericoloso il nuovo coronavirus?
Rob Wallace: Dipende da dove ci si trova nella tempistica della propria epidemia locale di Covid-19: all’inizio, al picco, tardi? Quanto è buona la reazione della sanità pubblica della propria regione? A quale segmento demografico si appartiene? Quanti anni si hanno? Si è immunologicamente compromessi? E per considerare una possibilità non diagnosticabile: la propria immunogenetica, la genetica alla base della propria reazione immunitaria, è in linea con il virus o no?

Dunque, tutto questo clamore riguardo al virus è solo una tattica per spaventare?
No, certamente no. A livello di popolazione il Covid-19 segnava tra il 2% e il 4% di tasso di mortalità dei casi (CFR) all’inizio dell’epidemia a Wuhan. Fuori da Wuhan il CFR risulta scendere intorno all’un per cento, o anche meno, ma risulta anche avere dei picchi qua è là, compresi luoghi come l’Italia e gli Stati Uniti. La sua percentuale non pare alta in confronto, diciamo, con la SARS al 10%, l’influenza del 1918 tra il 5 e il 20%, l’”influenza aviaria” H5N1 al 60% o, in certi punti, l’Ebola al 90%. Ma certamente supera il CFR dell’influenza stagionale: 0,1%. Il pericolo non è tuttavia solo una questione di tasso di mortalità. Dobbiamo vedercela quello che è chiamato tasso di penetrazione o attacco comunitario: quanta della popolazione globale è infettata dall’epidemia.

Può essere più specifico?
La rete globale dei trasporti di passeggeri è a un livello record di connessione. Senza vaccini o antivirali specifici per il coronavirus, né a questo punto alcuna immunità di gregge, anche un ceppo di solo l’un per cento di mortalità può presentare un pericolo considerevole. Con un periodo di incubazione di fino a due settimane e una crescente evidenza di alcune trasmissioni prima della malattia – prima di sapere che le persone sono contagiate – pochi luoghi probabilmente sarebbero privi di infezioni. Se, diciamo, il Covid-19 registrasse l’un per cento di mortalità nel corso dell’infezione di quattro miliardi di persone, si tratterebbe di 40 milioni di morti. Una piccola percentuale di un grande numero può essere comunque un grande numero.

Sono cifre paurose per un patogeno verosimilmente meno virulento…
Decisamente, e siamo solo all’inizio dell’epidemia. E’ importante capire che molte nuove infezioni cambiano nel corso dell’epidemia. La contagiosità, la virulenza o entrambe possono attenuarsi. D’altro canto altre epidemie aumentano di virulenza. La prima ondata della pandemia di influenza nella primavera del 1918 fu un’infezione relativamente leggera. Furono la seconda e la terza ondata quell’inverno e nel 1919 che uccisero milioni di persone.

Ma gli scettici della pandemia sostengono che è stato contagiato e ucciso dal coronavirus un numero di pazienti minore di quello della tipica influenza stagionale. Che cosa ne pensa?
Sarei il primo a festeggiare se questa epidemia si dimostrasse una bomba inesplosa. Ma questi tentativi di scartare il Covid-19 come un possibile pericolo citando altre malattie mortali, specialmente l’influenza, sono un artificio retorico per interpretare la preoccupazione del coronavirus come mal riposta.

Dunque il confronto con l’influenza stagionale è zoppicante…
Ha poco senso paragonare due patogeni in parti diverse delle loro epicurve. Tuttavia l’influenza stagionale fa contagiare gli uni gli altri molti milioni di persone, uccidendone, secondo stime dell’OMS, fino a 650.000 l’anno. Il Covid-19, tuttavia, sta solo cominciando il suo percorso epidemiologico. E diversamente dall’influenza non abbiamo né un vaccino, né l’immunità di gregge per rallentare l’infezione e proteggere le popolazioni più vulnerabili.

Anche se il confronto è fuorviante, entrambe le malattie appartengono a virus, persino a un gruppo specifico, i virus RNA. Entrambe causano malattie. Entrambe colpiscono la bocca e l’area della gola e a volte anche i polmoni. Entrambe sono molto contagiose.
Queste sono somiglianze superficiali che non colgono una parte cruciale nel confrontare due patogeni. Sappiamo molto riguardo alla dinamica dell’influenza. Sappiamo pochissimo riguardo a quella del Covid-19. E’ immerso nell’ignoto. In effetti c’è molto riguardo al Covid-19 che non è conoscibile fino a quando l’epidemia non si manifesterà appieno. Al tempo stesso, è importante capire che non è questione di Covid-19 rispetto all’influenza. Si tratta di Covid-19 e influenza. L’emergere di infezioni multiple capaci di diventare pandemiche, attaccando popolazioni in combinazione, dovrebbe essere al centro della preoccupazione.

Lei conduce ricerche sulle epidemie e le loro cause da molti anni. Nel suo libro “Big Farms Make Big Flu” [Grandi fattorie causano grandi influenze] lei tenta di ricavare questi collegamenti tra le pratiche agricole industriali, l’agricoltura organica e l’epidemiologia virale. Quali sono i suoi approfondimenti?
Il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è l’assenza o, detto meglio, il rifiuto interessato di capire che ciascun nuovo Covid-19 non è un incidente isolato. L’accresciuto presentarsi di virus è strettamente legato alla produzione di cibo e ai profitti delle imprese multinazionali. Chiunque miri a capire perché i virus stanno diventando più pericolosi deve indagare il modello industriale dell’agricoltura e, più specificamente, la produzione di bestiame. Attualmente pochi governi, e pochi scienziati, sono preparati a farlo. Tutto il contrario.
Quando sorgono le nuove epidemie i governi, i media e persino gran parte della dirigenza medica sono così concentrati su ciascuna emergenza separata che scartano le cause strutturali che stanno spingendo molteplici patogeni marginali a un’improvvisa celebrità globale, uno dopo l’altro?

Di chi la colpa?
Ho detto dell’agricoltura industriale, ma c’è un ambito più vasto al riguardo. Il capitale sta capeggiando arraffamenti di terre nell’ultima delle foreste primarie e in piccole proprietà agricole in tutto il mondo. Queste investimenti determinano la deforestazione e gli sviluppi urbani che conducono all’emergere di malattie. La diversità e complessità funzionali di questi vasti territori sono ridotte in modo tale che patogeni in precedenza bloccati si stanno riversando in bestiame e comunità umane locali. In poche parole, capitali come Londra, New York e Hong Kong andrebbero considerati come i nostri principali punti caldi della malattia.

Di quali malattie parliamo?
A questo punto non ci sono patogeni che non arrivino nelle capitali. Anche le più remote sono colpite, anche se a distanza. Ebola, Zika, i coronavirus, di nuovo la febbre gialla, una varietà di influenze aviarie, la febbre suina africana nei maiali sono tra i molti patogeni che si fanno strada dagli entroterra più remoti a circuiti peri-urbani, a capitali regionali e alla fine nella rete globale dei trasporti passeggeri. Dai pipistrelli della frutta in Congo a uccidere chi si abbronza a Miami, nel giro di poche settimane.

Qual è il ruolo delle multinazionali in questo processo?
Il Pianeta Terra a questo punto è in larga misura il Pianeta Fattoria, quanto a biomasse e terre usate. L’agroindustria sta mirando a monopolizzare il mercato alimentare. La quasi interezza del progetto neoliberista è organizzata intorno al sostegno di sforzi di imprese con sede nei paesi industriali più avanzati di prendersi la terra e le risorse dei paesi più deboli. In conseguenza, molti di questi patogeni in precedenza tenuti sotto controllo dalle ecologie forestali dalla lunga evoluzione sono liberati, minacciando il mondo intero.

Quali effetti hanno su questo i metodi produttivi dell’agroindustria?
L’agricoltura capitalistica che sostituisce ecologie più naturali offre esattamente i mezzi attraverso i quali i patogeni possono evolvere i fenotipi più virulenti e infettivi. Non si potrebbe ideare un sistema migliore per coltivare malattie mortali.

Come mai?
Allevare monocolture genetiche di animali domestici rimuove qualsiasi barriera possa essere disponibile per rallentarne la trasmissione. Le dimensioni e le densità di popolazioni più vaste facilitano tassi maggiori di trasmissione. Tali condizioni affollate deprimono la risposta immunitaria. L’elevata capacità di trasmissione, parte di ogni produzione industriale, offre una quantità continuamente rinnovata di soggetti sensibili, il carburante dell’evoluzione della virulenza. In altre parole, l’agroindustria è così concentrata sui profitti che selezionare un virus che potrebbe uccidere un miliardo di persone è trattato come un rischio da correre.

Cosa!?
Queste società possono semplicemente scaricare su tutti gli altri i costi delle loro attività epidemiologicamente pericolose. Dagli stessi animali ai consumatori, lavoratori agricoli, ambienti e governi locali attraverso giurisdizioni. I danni sono così estesi che dovessimo riportare quei costi sui bilanci delle società, l’agroindustria che conosciamo sarebbe finita per sempre. Nessuna società potrebbe sostenere i costi dei danni che impone.

Su molti media si afferma che il punto di partenza del coronavirus è stato un “mercato di cibi esotici” a Wuhan. Questa descrizione è vera?
Sì e no. Ci sono indizi spaziali a favore dell’idea. Il tracciamento dei contatti ha ricollegato le infezioni al Mercato all’Ingrosso del Pesce di Hunan in Wuhan, dove erano venduti animali selvatici. Il campionamento ambientale in effetti risulta indicare la parte occidentale del mercato, dove erano tenuti gli animali selvatici.
Ma quanto indietro e quanto diffusamente dovremmo indagare? Quando esattamente è realmente iniziata l’epidemia? La concentrazione sul mercato non coglie le origini dell’agricoltura selvatica negli entroterra e la sua recente capitalizzazione. Globalmente, e in Cina, il cibo selvatico sta diventando più formalizzato come settore economico. Ma la sua relazione con l’agricoltura industriale si estende oltra la mera condivisione degli stessi sacchi di soldi. Quando la produzione industriale – maiali, pollame e simili – si espande nella foresta primaria, esercita pressioni sugli operatori del cibo selvatico perché frughino più addentro nella foresta in cerca di fonti, aumentando l’interfaccia con, e il riversamento di, nuovi patogeni, incluso il Covid-19.

Il Covid-19 non è il primo virus a svilupparsi in Cina che il governo ha cercato di nascondere.
Sì, tuttavia questo non rende eccezionali i cinesi. Anche Stati Uniti ed Europa sono stati epicentri di nuove influenze, recentemente H5N2 e H5Nx, e le loro multinazionali e vassalli neocoloniali hanno spinto l’emergere dell’Ebola in Africa Occidentale e della Zika in Brasile. I dirigenti della sanità pubblica statunitense hanno coperto l’agroindustria durante le epidemie di H1N1 (2009) e H5N2.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ora dichiarato una “emergenza sanitaria di interesse internazionale”. Tale passo è corretto?
Sì. Il pericolo di un tale patogeno è che le autorità sanitarie non devono basarsi sulla distribuzione statistica del rischio. Non abbiamo idea di come il patogeno possa rispondere. Siamo passati da un focolaio in un mercato a infezioni schizzate in tutto il mondo nel giro di settimane. Il patogeno potrebbe semplicemente esaurirsi. Sarebbe grandioso. Ma non lo sappiamo. Una preparazione migliore accrescerebbe le probabilità di ridurre la velocità di fuga del patogeno.
La dichiarazione dell’OMS fa anche parte di quello che io chiamo teatro pandemico. Organizzazioni internazionali sono morte a causa dell’inazione. Viene in mente la Lega delle Nazioni. Il gruppo di organizzazioni dell’ONU teme sempre per la propria rilevanza, potere e finanziamenti. Ma tale azionismo può anche convergere nell’effettiva preparazione e prevenzione di cui il mondo ha bisogno per bloccare le linee di trasmissione del Covid-19.

La ristrutturazione neoliberista del sistema dell’assistenza sanitaria ha peggiorato sia la ricerca sia la cura generale dei pazienti, ad esempio negli ospedali. Quale differenza potrebbe fare un sistema di assistenza sanitaria finanziato meglio nel combattere il virus?
C’è la storia terribile ma indicativa del dipendente di una società di consulenza medica di Miami che, tornato dalla Cina con sintomi di tipo influenzale, ha fatto la cosa giusta per la sua famiglia e la sua comunità chiedendo a un ospedale locale di sottoporlo a test per il Covid-19. Era preoccupato che la sua opzione minima del [programma di assistenza sanitaria] Obamacare non avrebbe coperto il costo. Aveva ragione. Si è trovato improvvisamente indebitato di 3.270 dollari. Una rivendicazione statunitense potrebbe essere che sia approvato un decreto d’emergenza che preveda che nel corso dello scoppio di un’epidemia, tutte la parcelle mediche relative a test per infezioni e a cure dopo un test positivo siano pagate dal governo federale. Vogliamo incoraggiare le persone a cercare aiuto, dopotutto, piuttosto che nascondersi – e contagiare altri – perché non possono permettersi le cure. L’ovvia soluzione è un servizio sanitario nazionale – pienamente dotato di personale e attrezzature per gestire tali emergenze a livello di comunità – in modo che un problema tanto ridicolo quale lo scoraggiamento della cooperazione comunitaria non sorga mai.

Non appena il virus è scoperto in un paese, i governi dovunque reagiscono con misure autoritarie e punitive, quali la quarantena obbligatoria di intere aree e città. Simili misure drastiche sono giustificate?
Usare un’epidemia come beta test del più recente controllo autocratico post epidemia è capitalismo dei disastri oltre i limiti. In termini di sanità pubblica io sbaglierei dalla parte della fiducia e della compassione, che sono importanti variabili epidemiologiche. Senza di esse le giurisdizioni perdono il sostegno delle loro popolazioni. Un senso di solidarietà e comune rispetto è parte cruciale del suscitare la cooperazione di cui abbiamo bisogno per sopravvivere insieme a simili minacce. L’auto-quarantena con appropriati controlli di sostegno da parte di catene di vicinato addestrate, forniture di beni alimentari porta a porta, permessi dal lavoro e indennità di disoccupazione, possono suscitare quel genere di cooperazione, che siamo tutti nella stessa barca.

Come forse sa, in Germania con l’AfD abbiamo un partito di fatto nazista con 94 seggi in parlamento. La destra nazista dura e altri gruppi associati a politici dell’AfD usano la crisi del coronavirus per la loro agitazione. Diffondono notizie (false) riguardo al virus e chiedono misure più autoritarie da parte del governo: limitazioni dei voli e blocco dell’ingresso dei migranti, chiusure dei confini e quarantena forzata…
I divieti dei viaggi e le chiusure dei confini sono richiesti mediante le quali la destra radicale vuole rendere razziali quelle che sono affezioni globali. Questo, naturalmente, è insensato. A questo punto, considerato che il virus è già in corso di diffondersi dovunque, la cosa sensata da fare è lavorare allo sviluppo del genere di resilienza della sanità pubblica in cui non importa chi si presenta con un’infezione, noi abbiamo i mezzi per trattarlo e curarlo. Naturalmente, smettere di sottrarre terre all’estero e di causare esodi, tanto per cominciare, e possiamo innanzitutto evitare che i patogeni emergano.

Quali sarebbero cambiamenti sostenibili?
Al fine di ridurre l’emergere di nuove epidemie virali, la produzione alimentare deve cambiare radicalmente. L’autonomia degli agricoltori e un forte settore pubblico possono frenare […] le infezioni fuori controllo. Introdurre varietà di bestiame e raccolti – e una riforestazione strategica – sia a livello di fattoria sia a livelli regionali. Permettere che gli animali si riproducano in luogo per trasferire immunità verificate. Collegare la giusta produzione con la giusta circolazione. Sovvenzionare il sostegno ai prezzi e a programmi di acquisto dei consumatori a sostegno della produzione agroecologica. Difendere questi esperimenti sia dalle compulsioni imposte dall’economia neoliberista sia agli individui sia alle comunità e la minaccia della repressione dello stato a guida capitalista.

Che cosa dovrebbero chiedere i socialisti di fronte alla crescente dinamica delle epidemie?
L’agroindustria, come modo di riproduzione sociale, deve essere abbandonata per davvero, anche se solo per ragioni di sanità pubblica. La produzione fortemente capitalizzata di alimenti dipende da pratiche che mettono a rischio l’intera umanità, in questo caso contribuendo a scatenare una nuova pandemia mortale. Dovremmo pretendere che i sistemi alimentari siano socializzati in modo tale che a patogeni così pericolosi sia impedito di emergere, tanto per cominciare. Ciò richiederà la reintegrazione della produzione di alimenti prima nei bisogni delle comunità rurali. Ciò richiederà pratiche agroecologiche che proteggano l’ambiente e gli agricoltori mentre fanno crescere il nostro cibo. Nel grande quadro dobbiamo curare le fratture metaboliche che separano le nostre ecologie dalle nostre economie. In breve, abbiamo un pianeta da vincere.
Mille grazie per l’intervista.

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Marx21
Traduzione di Giuseppe Volpe