…"Abbiamo esaurito ogni
alternativa possibile e non riuscivamo ad acchiapparlo", ha detto alla Bbc
un portavoce dell'aeroporto di Auckland. Molti online hanno criticato duramente
questa decisione, anche perché secondo loro Grizz poteva essere semplicemente
sedato. Ma il portavoce ha risposto che "non ci sono pistole narcotizzanti
in aeroporto e nemmeno la polizia le aveva". La reazione
dell'opinione pubblica non si è fatta attendere. Tantissimi messaggi di rabbia
e di condanna sono arrivati sulle pagine Facebook e Twitter dell'aeroporto
mentre l'organizzazione per i diritti degli animali "Safe" si è detta
"allibita dall'inutilità dell'abbattimento del povero Grizz". Su Change.org c'è già una petizione che "chiede giustizia" per il
povero cucciolo ucciso…
sabato 18 marzo 2017
venerdì 17 marzo 2017
La lezione ce la danno gli alunni da quella scuola media di Vercelli - Giulio Cavalli
È andata così: in classe è arrivata un circolare
urgente firmata dalla preside che diceva: «A partire da oggi con effetto
immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non
italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a
quella del resto della classe». In fondo c’era anche la firma, il timbro, i
numeri incomprensibili del protocollo e tutte quelle altre cose che rendono
terribilmente serie le comunicazioni a scuola.
È successo a Vercelli, ieri, con la complicità di genitori e insegnanti:
alla scuola media Pertini di Vercelli è andata in scena una finta
operazione razzista per vedere la reazione degli studenti di fronte a un ordine
ingiusto. La decisione non è stata accettata: gli studenti hanno alzato la
voce, alcuni hanno impedito fisicamente che i compagni stranieri venissero
portati fuori dalla classe e alcuni si sono organizzati per stendere una
protesta formale al ministero.
Le insegnanti
si dichiarano «confortate dal risultato dell’esperimento». I ragazzi hanno
affidato le proprie riflessioni ad alcuni post-it pubblicati su Facebook: c’è
chi scrive di «agitazione, tristezza, paura, incredulità», chi racconta di
avere proposto di spostarsi tutti insieme perché «siamo tutti studenti, non
esistono stranieri» e chi (tra gli stranieri) si è sentito rassicurato perché
sa che «c’è qualcuno che tiene a me».
Cosa hanno di straordinario questi studenti? Nulla: sono puliti,
naturali, umani. O
forse, meglio, sono straordinariamente non intaccati dalla rabbia, dalla
disperazione, dalla paura e dalla bava che c’è qui fuori, tra gli adulti. E il
punto di rottura, quel dirupo in cui la naturale solidarietà si schianta, il
momento della vita che convince ad avere il diritto di essere feroci, quel
secondo in cui scatta nella testa il bullone per cui l’autodifesa è possibile
solo con la strage dei bisogni degli altri, quel punto lì è il nodo che ci interessa
trovare, analizzare e estirpare. È un compito da esploratori degli umani
bisogni e del comune sentire. Sarebbe la politica, anche. Quella maiuscola.
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giovedì 16 marzo 2017
Sei minuti - Paolo Cacciari
Ora vi
insegno un modo per mettere in circolazione beni e servizi senza fare uso
di denaro;
quello che si sono inventati al Distretto dell’economia solidale di Monza e
della Brianza. Prendete un pezzo di carta e tracciate due colonne. Su una
colonna scrivete tutte le cose di cui avreste bisogno, sull’altra tutte le cose
che potreste cedere, imprestare, costruire, fare. Per esempio: lezioni di
inglese e di musica, un maglione per l’inverno e una tenda da campeggio per
l’estate, un computer ancora buono e l’ospitalità di una settimana in casa
vostra, una giornata di lavoro nei campi o di assistenza domiciliare… Postate
tutto sulla piattaforma Mi Fido di Noi e vedete se c’è qualche cosa che fa per
voi.
Fin
qui, niente di nuovo: si chiama baratto asincrono e vi sono molte piattaforme
che aiutano ad intermediare domanda e offerta. Ora però attribuite un valore
alle vostre mercanzie e alle vostre prestazioni. Il Distretto brianzolo
ha stabilito che l’unità di conto usata per misurare gli scambi – chiamata Fido
– sia basata sul tempo, perché è molto democratico essendo uguale per tutti: sei minuti corrispondo ad
un Fido, un’ora a dieci Fidi. Il Fido non è convertibile in nessun modo in
euro, ma per facilitare i conti si può pensare che un Fido equivalga
indicativamente ad un Euro. Per le transazioni non si usano banconote. Ogni
partecipante al circuito comunitario di scambio è intestatario di un conto
corrente personale gestito via web (e presto anche dagli smartphone) tramite la
piattaforma informatica messa a punto dalla cooperativa Sargo (Rete Mutuo
Credito). Al momento dell’ingresso nel sistema (chiamiamolo “fidopoli”) la
“zecca della comunità” accredita a favore di ogni partecipante 300 Fidi. Giusto
per iniziare. Non sono ammessi conti in rosso per più di 500 Fidi. Acquisti e
vendite devono essere in equilibrio. Accumulare Fidi senza rimpegnarli non ha
senso economico. Tanto varrebbe donare. Ma non ci si può nemmeno indebitare. I Fidi sono una
“moneta a credito”, non a debito.
Il
regolamento interno stabilisce che se si generano situazioni debitorie i
gestori del sistema si attivano per verificare i motivi e adottare misure di
rientro (rateizzazioni, fondo fiduciario) oppure l’esclusione dal circuito. A
pochi mesi dall’avvio Mi Fido di Noi ha già centodieci partecipanti attivi.
Sergio
Venezia è tra i promotori del progetto (che ha avuto anche un supporto della
Fondazione Cariplo) e vede l’iniziativa come la formazione di “un grosso gruppo
di mutuo aiuto, un sistema per attivare le competenze e il saper fare che vi è
in ognuno di noi e che l’economia dei soldi non premia. Un pretesto per poterci
dire grazie”.
Mi Fido
di Noi è un’evoluzione
del modello delle Banche del tempo, mira a fare rete con le imprese
dell’economia solidale (botteghe del commercio equo e solidali, produttori
biologici, cooperative sociali) ed è a tutti gli effetti una moneta virtuale
complementare locale.
lunedì 13 marzo 2017
Il grande abbaglio del colesterolo
...Nessuno vuole mettere in dubbio che
un colesterolo totale di 300 mg/dl o un colesterolo HDL (il
cosiddetto colesterolo buono) di 30 mg/dl possano causare dei
problemi, ma è una falsa soluzione individuare il colesterolo come responsabile
primo del rischio
cardiovascolare.
L’interpretazione delle più
importanti ricerche è stata per decenni frutto di errori logici grossolani. Il
grave è che gli errori sono stati ripresi senza spirito critico da moltissime
fonti. Vediamo perché parliamo di errori logici con un esempio molto importante.
Dal sito (in corsivo verde) del Programma
nazionale Linee Guida (Istituto Superiore di Sanità).
Lo studio di Framingham ha
dimostrato che ogni incremento dell’1% della colesterolemia è associato ad un
aumento di incidenza di cardiopatia ischemica del 2-3%.
Cioè, se io passo da 180 mg/dl a 252
mg/dl ho un aumento del 40%. Ammesso (e non concesso) che a 180 mg/dl
l’incidenza sia zero, un aumento del 40% indica un aumento della cardiopatia
del 40*2,5=100% (2,5 è il 2-3%). Cioè sono morto. Come almeno il 30% degli
italiani. Come spiegato nell’articolo sui grassi saturi, il famoso studio
Framingham mostrò che non c’è nessuna significativa differenza nel rischio
cardiovascolare fra individui i cui livelli di colesterolo variano da 204 a 294
mg/dl. Nonostante ciò, il dott. Kennel, direttore dello studio, sentenziò che
il livello di colesterolo totale plasmatico è un potente indicatore del rischio
cardiovascolare. Fu solo dieci anni dopo che i dati dello studio Framingham
furono pubblicati senza enfasi sull’Archives of Internal Medicine.
Purtroppo le parole di Kennel avevano già fatto il giro del mondo. Citiamo
Castelli, autore della pubblicazione dello studio e successore di Kennel: “In
Framingham, Massachusetts, the more saturated fat one ate, the more cholesterol
one ate, the more calories one ate, the lower people’s serum cholesterol. . .
we found that the people who ate the most cholesterol, ate the most saturated
fat, ate the most calories weighed the least and were the most physically
active…”. Molte fonti citano ancora oggi lo studio Framingham con le tesi di
Kennel riportando la bibliografia di Castelli!
Ulteriori evidenze, che nel
dettaglio hanno valutato l’andamento del rischio della colesterolemia in
popolazione, sono emerse dall’analisi osservazionale della coorte di uno degli
studi più grandi, il Multiple Risk Factor Interventional Trial (MRFIT).
L’analisi della mortalità a 6 anni su 361.662 uomini, tra 35 e 57 anni di età,
ha dimostrato una relazione tra colesterolemia e rischio di malattie cardiovascolari
di tipo lineare, vale a dire l’assenza di valori soglia, al di sopra (o al
disotto) dei quali sia possibile rilevare variazioni rilevanti della condizione
di rischio.
Non si citano i dati e cioè che a
200 mg/dl il rischio è lo 0,14% e che a 250 è lo 0,17%!!!! Sempre dallo stesso
articolo sui grassi saturi: l’altro famosissimo studio (Multiple Risk Factor
Intervention Trial, MRFIT) cercò di correlare il rischio cardiovascolare al
livello di colesterolo di 362.000 uomini e trovò che le morti annuali erano
leggermente inferiori allo 0,1% con livelli di colesterolo sotto ai 140 mg/dl e
circa lo 0,2% per livelli sopra i 300 mg/dl. Questo bastò per far dire al dott.
La Rosa dell’American Heart Association che la curva di rischio
inizia a flettersi decisamente a 200 mg/l, mentre in realtà la “curva” è una
retta che non mostra nessun punto critico. Matematicamente ciò significa che
abbassare di 32 mg/dl i livelli di colesterolo (forse il massimo di quello che
si riesce a ottenere con l’alimentazione!) abbassa il rischio di morte dello
0,02%!
Anche uno studio di confronto
cross-culturale, come il Seven Countries Study (condotto su 12.467 uomini, di
età compresa tra 40 e 59 anni, negli USA, in Giappone ed in cinque paesi
europei – Italia, Iugoslavia, Grecia, Finlandia, Olanda) ha confermato che un
incremento della colesterolemia di 20 mg/dL, lungo tutta la sua distribuzione
nella popolazione, corrispondeva ad un aumento del 12% del rischio di mortalità
coronarica. All’interno delle popolazioni dei singoli paesi, la colesterolemia
era correlata in maniera lineare alla mortalità coronarica e l’aumento
dell’incidenza di mortalità coronarica era identico per pari incrementi della
colesterolemia. La minor incidenza di mortalità per cardiopatia ischemica si
osservava in Giappone e nei paesi dell’Europa meridionale, la cui popolazione
presentava valori medi di colesterolemia basale (125-150 mg/dL) corrispondenti
ai quartili inferiori della distribuzione generale dello studio, ma che
comunque mostravano un aumento dell’incidenza di eventi all’aumentare della
colesterolemia.
Il 12% è un dato risibile che si
spiega con il grande abbaglio del colesterolo. Un conto sarebbe stato dire che
il rischio raddoppiava o triplicava. Il 12% di aumento del rischio vuol dire
che passare da 200 a 240 di colesterolemia può far aumentare un rischio di
morte dell’1% all’1,24%. Notevole!
Nonostante ciò, è corretto ammettere
che esistono studi che correlano un alto livello di colesterolo LDL al rischio
cardiovascolare, anche se le interpretazioni di tali studi hanno amplificato i
risultati. Ma allora perché parlare di abbaglio? Spieghiamolo con un esempio.
C. La Vecchia
(Istituto Mario Negri) e altri ricercatori dell’università di Vaud (Svizzera)
hanno studiato lo stile di vita di 300 pazienti affetti da tumori al colon o al
retto, confrontandolo con un gruppo di controllo di 500 elementi. Si è
scoperto che il rischio per questo tipo di tumori aumenta linearmente con le
calorie assunte, raddoppiando per chi assume troppe calorie. Secondo La
Vecchia, ”questi dati confermano l’importanza della dieta e, in particolare, di
alcuni tipi di grassi, nell’insorgenza dei tumori al colon e al retto. E
mettono in guardia dai pericoli di un’alimentazione che fornisce un’energia
superiore al necessario”.
Peccato poi che molti giornalisti
che hanno ripreso i risultati arrivino a dire che “il capo d’accusa relativo ai
veri nemici del colon è da restringere dunque ai grassi saturi che aumentano la
probabilità di questi tumori del 40%. Gli studiosi italo-svizzeri sembrano
dunque puntare il dito, ad esempio, sui tanti alimenti preconfezionati
contenenti grassi vegetali idrogenati”.
Possibile che non si riesca a
interpretare correttamente la ricerca?
1. Un conto è parlare di sovrappeso e
alimentazione ipercalorica e un conto è parlare di grassi saturi!
2. Un conto è parlare di grassi saturi
e un conto di grassi trans che sono saturati chimicamente.
Riportiamo uno dei molti studi che
assolvono il colesterolo:
C. Römer-Lüthi, Dr. Phil. nat.
d’après S.C. Renaud, D. Lanzmann-Petithory dans “Fatty acids and lipids-new
findings”. World Rev. nutr. diet. Bâle, Karger 2001, vol. 88
Lo studio condotto in doppio cieco
nel Minnesota ha dimostrato che il tasso di colesterolo può essere abbassato
del 15% sostituendo la metà dei grassi saturi con grassi polinsaturi, senza
avere però né una diminuzione delle malattie cardiovascolari, né una
diminuzione del tasso di mortalità. Altri studi dimostrano come gli acidi
grassi essenziali omega-3 possono ridurre il numero di decessi per patologie
cardiovascolari (fino al 30%) senza influenzare il tasso di colesterolo.
L’errore logico del grande abbaglio
consiste nel fatto che tutte le ricerche sul colesterolo non hanno considerato
il vero fattore di rischio primario: il sovrappeso.
L’errore si sviluppa così:
mangio male -> vado in sovrappeso -> il mio
colesterolo sale -> la colpa è del colesterolo!
La causa dell’aumentato rischio
cardiovascolare non è tanto il colesterolo quanto il mangiare male, cioè
l’assumere troppo calorie. Siccome storicamente le troppe calorie venivano
assunte tramite grassi animali (in particolare saturi) e usando alimenti ricchi
in colesterolo, ecco l’errore. Spesso poi l’errore è stato usato da governi, medici,
associazioni per smuovere psicologicamente le persone: anziché dire loro la
verità (mangia meno o sei spacciato!), si è seguita una linea più morbida
(mangia meno grassi ed evita gli alimenti ricchi di colesterolo, sono loro il
pericolo!). La politica è stata ovviamente fallimentare perché la gente si è
buttata sugli zuccheri con eguali risultati!...
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venerdì 10 marzo 2017
domenica 5 marzo 2017
venerdì 3 marzo 2017
Il mondo ha bisogno di paesi - Franco Arminio
Vivere nel
luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come
giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese
ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di
sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da
soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un
certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della
brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere
ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella
pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a
usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta
lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti
tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono
congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non
cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine,
della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non
riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è
pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte
la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e
dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo
senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento,
ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più
chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero
altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che
ci siano.
Fatte queste
premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza.
Il paese deve essere scelto e non subito. Chi
arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è
affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da
buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende
a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia
di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Allora
bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna
esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole
riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro
difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita.
In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si
fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando
gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza,
di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva
ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:
bisogna agitare le acque, ci
vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la
loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti
solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione
della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo
raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma,
ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo
sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive
dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come
prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il
paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo
sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà
una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che
viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo
locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico
metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci
vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del
posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale,
non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare
i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive
dentro. Si deve realizzare uno
scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e
di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del
sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso
i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello
loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata,
quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale
allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi,
i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse
possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono
essere ridotti a comparse. E allora non
si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire
che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non
la stiamo trasformando.
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