sabato 6 maggio 2017

Galera a chi ripopola il deserto - Andrea Ortu

Proprio così: quattro anni di carcere a testa e circa 30 mila euro di multa in totale per i sei giovani madrileni che si sono messi in testa ripopolare i ruderi di un villaggio demolito ed abbandonato nel 1968. È la pena che, con tutta probabilità, cadrà sulle spalle dei sei infrattori della legge, denunciati direttamente dalla Giunta di Castilla-La Mancha con l’accusa di aver occupato un suolo pubblico senza autorizzazione, di averne cambiato la destinazione d’uso generando cubature edilizie – che, dopo il verdetto, dovranno essere smantellate e smaltite a spese loro, – di aver violato, in sintesi, gli stretti vincoli che incombono sul parco naturale sul quale sorgevano le rovine di Fraguas, questo il nome del borgo abbandonato in provincia di Guadalajara (nella foto).
Se la legge fosse uguale per tutti, tutti noi ci dovremmo indignare di fronte a tale scempio ai danni della natura, e per l’affronto sfacciato alle regole del vivere civile che lo Stato deve garantire. Ma, in Spagna come altrove, la legge è uguale per nessuno, cioè diversa per tutti, perché fa le bizze, è volubile e si posiziona in base al portafogli e al peso politico di chi ne è soggetto.
Dunque, se cambia la destinazione d’uso di un terreno da agricolo ad urbanistico, e poi risulta che quel terreno appartiene ad una banca o al politico di turno, la legge non interviene. Come non interviene quando si costruiscono grattacieli in riva al mare (vedi Benidorm o moltissime altre realtà della costa iberica), mentre sì lo fa se ad alzare (nel rispetto delle tecniche e dei materiali tradizionali) un tetto su un rudere di 20 metri quadri, per giunta già esistente, sono sei figli di nessuno in fuga dalla città.
Certo, ma è una riserva naturale, e la legge dice che non ci puoi piantare le patate, però sì ci puoi far entrare le motoseghe e la dinamite per estrarne legna, permettere esercitazioni militari o anche lasciare libertà ai cacciatori di sfogarvisi con cani e doppiette. Questo dice.
Ma la cosa più assurda di tutte è che la provincia di Guadalajara, insieme a tante altre zone della Spagna interna, sono considerate dei veri e propri deserti demografici, estesissime aree con tassi di popolazione inferiori a quelli della Lapponia, per intenderci, cioè con meno di 8 abitanti per kilometro quadrato. E per far fronte a questa desolazione antropica, provando disperatamente ad invertirne la tendenza, fioccano iniziative multimilionarie finanziate dall’Unione Europea e dalla stessa Giunta di Castilla-La Mancha, con programmi di ripopolamento di villaggi abbandonati, affidamento gratuito o quasi di terreni per uso agricolo, facilitazione di interventi pubblici o privati col fine di ripristinare il vincolo che, fino a qualche decennio fa, teneva uniti uomini e natura.
In attesa del giorno del giudizio (che quando si tratta di comuni mortali arriva sempre puntuale, mentre se ad attenderlo sono i ricchi e i potenti accumula ritardi su ritardi o non arriva mai), Jaime, Isabel, Lalo, Juan, Josune e altri sovversivi invasori di Fraguas praticanti la pericolosa eresia dell’indipendenza alimentare ed energetica (non sarà mica questo che temono le istituzioni..?), cercano solidarietà su Change.org per chiedere alla Giunta di ritirare la denuncia. Con la mia, si è arrivati a depositare 61.719 firme.
E a queste si sono aggiunte le firme di Isidro, Rafa e Vicente, i più accaniti e motivati difensori delle ragioni dei ragazzi, tra i pochi superstiti che, mezzo secolo fa, vennero obbligati dal governo di Franco (a cambio di una misera ricompensa), ad abbandonare i luoghi della loro infanzia, case e campi che soltanto nei loro sogni sarebbero un giorno ritornati alla vita. Così come il piccolo cimitero di Fraguas dove, a distanza di cinquant’anni, sono riapparsi i fiori sulle lapidi dei suoi defunti abitanti, e dove la miopia delle istituzioni vuol far seccare i sogni e le speranze di chi ha osato confondere il legittimo con la legge.
Andrea Ortu
(Intervento pubblicato anche su https://quadernispagnoli.wordpress.com/ )
da qui

L’uomo che si vuole uccidere e i passanti che lo tengono stretto: l’umanità non è morta - Giulio Cavalli

A Londra degli sconosciuti hanno convinto un aspirante suicida a desistere dal gettarsi da un ponte. Poi sono stati quasi un’ora allacciati aspettando che arrivassero i soccorsi. Da sconosciuti a indispensabili, per non farsi vincere dalla disperazione.



La foto è stata pubblicata dal gruppo facebook Spotted Portsmouth ma siamo a Londra. Lunedì mattina. L'uomo sul bordo del ponte aveva deciso di suicidarsi, gettandosi, ma è stato intercettato da alcuni passanti che l'hanno convinto a desistere. In quei momenti in cui l'istinto suicida decide di fare un' inversione a u e tornare sui suoi passi scattano meccanismi troppo complessi per starci dentro una generalizzazione e di lui, di quell'uomo ad un passo dall'abisso, in tutti i sensi, non sappiamo nemmeno il nome.

Quello che sappiamo è che dopo averlo salvato sono rimasti lì, con lui, ad aspettare per quasi un'ora ad aspettare che arrivassero i soccorsi. Guardateli: un gruppo di perfetti sconosciuti avvinghiato a un uomo che si tiene sul bordo delle sue disperazioni. E quello che colpisce, osservandoli, è la forza ostinata con cui si stringono come se avessero un milione di anni di cose da raccontarsi, secoli di familiarità. Dalla recinzione del ponte sbuca una mano che lo tiene addirittura per la cintura dei pantaloni, qualcuno rimane inginocchiato abbracciandogli i polpacci, in posizione di preghiera laica confidando che non arrivi il ripensamento di un ripensamento. Un altro lo abbraccia, mica per tenerlo, sussurrandogli qualcosa.

Le parole che sarebbero da scrivere qui sono quelle che si stanno scambiando sottovoce quei due. Le parole di due sconosciuti che in un istante diventano salvato e salvatore, sicuri di essere già una cicatrice che rimarrà, uno per l'altro, comunque vada a finire. Robert Green Ingersoll scrisse: «Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano». Quelle mani allacciate sono un inno alla vita.

Trattate le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutatele a diventare ciò che sono capaci di essere.
Lo diceva Goethe e, di questi tempi, è da tenere bene a mente. Sempre in tasca.

venerdì 5 maggio 2017

la solita merda al sole


Lo Stakanov dei Rossomori tra Regione e Consorzi. Per mille euro al giorno - Pablo Sole
 21 dicembre 2016  
Pensava di potersi finalmente godere delle meritate vacanze. E invece no. Il 7 dicembre, nelle stesse ore in cui il suo assessore presentava dimissioni irrevocabili al presidente della Regione Francesco Pigliaru, il perito agrario Francesco Putzolu – fino ad allora addetto di Gabinetto di Elisabetta Falchi, in quota Rossomori – firmava un contratto di collaborazione con il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale. Per 16.700 euro. Ovvero poco meno di mille euro al giorno, visto che l’incarico è stato autorizzato fino a Capodanno. Potrà pure sembrare una cifra fuori mercato, ma va detto che sarà un lavoro snervante e al limite della resistenza umana, visto che Putzolu è pure un funzionario dell’assessorato regionale all’Agricoltura e dovrà prestare i suoi servigi al Consorzio “al di fuori del normale orario di servizio”, scrive il direttore generale dell’assessorato regionale al Personale Giuseppina Medde, nel documento che dà il via libera alla collaborazione. Peraltro, il primo tentativo di cooptazione risale al maggio scorso ma non se ne fece nulla: bisognava informare i sindacati. Il passaggio è stato perfezionato a giugno e un mese dopo è stato chiesto il nullaosta agli uffici regionali, giunto il 18 novembre scorso. Infine, nel giorno delle dimissioni della Falchi, la firma tra l’ormai ex addetto di Gabinetto dell’assessore e il Consorzio.
L’avvocato e il consulente
Ad individuare Putzolu, politicamente impegnato coi Rossomori, è il commissario del Consorzio di bonifica Carlo Augusto Melis Costa, nominato per via diretta dalla giunta Pigliaru per coordinare la fusione dei consorzi della Sardegna meridionale, del Cixerri e del Basso Sulcis grazie al suo profilo “di alta professionalità”. Il compito però dev’essersi rivelato alquanto gravoso e dunque Melis Costa, che sulla carta ha a disposizione decine di dirigenti, ha chiesto aiuto a Putzolu. Senza alcuna selezione: “C’è urgenza”, scrive nei documenti, citando il nutrito curriculum del neo consulente. Forse memore del fatto che quest’ultimo, tra il 2014 e il 2015, è stato nominato sempre dalla giunta regionale commissario del Consorzio di bonifica del nord Sardegna su proposta dell’assessore Falchi, la stessa che poi chiamerà il funzionario/perito agrario nel suo staff. La scelta cade su Putzolu perché “come si evince dal curriculum, è in possesso dei necessari requisiti di qualificazione professionale”. Ed è proprio nella veste di commissario del Consorzio di bonifica del nord Sardegna che Putzolu, avendo urgente bisogno di un avvocato, si rivolge per via diretta ad un legale cagliaritano. Si chiama Carlo Augusto Melis Costa, che per quell’incarico incassa 5mila euro.
L’esperienza nei consorzi? Nove mesi. Grazie alla politica
Per Putzolu l’esperienza nel Logudoro – da maggio 2014 a febbraio 2015 – si rivela preziosa poche settimane fa, il 7 dicembre appunto, quando firma il contratto con Melis Costa in virtù “del curriculum e dell’esperienza maturata – si legge in delibera – nella gestione dei consorzi di bonifica”. Sarebbe interessante vederlo, questo curriculum. Solo che non si trova: nessuna traccia sul sito della Regione e nemmanco mezza riga sul portale del Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale, che pure ha deciso di avvalersi della sua comprovata professionalità. Si sa però che in passato Putzolu si è occupato di: serre fotovoltaiche; ammodernamento delle imprese agricole; valorizzazione economica delle foreste; valore aggiunto dei prodotti agricoli. “Ma alla fine degli anni ’90, su incarico dell’allora assessore regionale all’Agricoltura Antonello Paba, ho lavorato al Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale”, puntualizza Putzolu.
Una questione di opportunità
Certo è che la cooptazione di un funzionario dell’assessorato all’Agricoltura al Consorzio di bonifica dovrebbe suscitare in chi di dovere qualche interrogativo. In relazione, quantomeno, alla sua opportunità. Per una semplice ragione: si parla proprio dell’assessorato (dove Putzolu lavora) che sulla carta dovrebbe sovrintendere al funzionamento e alla gestione dei consorzi (dove Putzolu presterà consulenza). Controllore e controllato? Pari sono.

Il commissario-avvocato nomina un consulente del suo studio (e dirigente pd). Ma gli uffici bloccano tutto -Pablo Sole
 17 gennaio 2017

La collaborazione tra il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale e il perito agrario Francesco Putzolu, funzionario dell’assessorato regionale all’Agricoltura ed ex addetto di Gabinetto dell’assessore Elisabetta Falchi, rischiava di passare alla storia come il più breve rapporto di lavoro negli annali dell’amministrazione regionale. Firmato il contratto il 7 dicembre, l’incarico è stato revocato (leggi)ventuno giorni dopo per “incompatibilità”. Ma c’è chi è rimasto a lavoro ancora meno: chiamato per via diretta al Consorzio di bonifica del Cixerri con delibera del commissario straordinario Carlo Augusto Melis Costa tre giorni prima di Natale, il consulente Efisio Demuru non ha nemmeno avviato il rapporto di lavoro, malgrado ci fosse anche la determina a contrarre il pagamento (guarda). Venti giorni dopo la delibera, la dirigente Patrizia Mattioni ha annullato gli atti in autotutela. Una vicenda-fotocopia rispetto al caso Putzolu, con qualche particolare curioso in più: Demuru, noto politico del Pd, ha lavorato nello studio legale di chi lo ha ingaggiato, vale a dire Melis Costa.
La cooptazione senza selezione e l’annullamento in autotutela
Il 22 dicembre il commissario, nominato dalla giunta Pigliaru per la fusione tra i consorzi della Sardegna meridionale, del Cixerri e del Basso Sulcis, firma una delibera con la quale chiama Demuru. Che, “contattato per le vie brevi – si legge nel documento (guarda) – ha manifestato piena disponibilità”. Melis Costa gli dà l’incarico di effettuare una “ricognizione multistrato del personale” dietro un compenso di 2.500 euro. Ventiquattrore dopo vengono adottati gli atti amministrativi del caso, con il via libera alla prestazione di Demuru senza alcuna selezione, “considerato il modico valore dell’affidamento e l’urgenza”, scrive nella determina di proposta di affidamento (leggi) la responsabile del procedimento Barbara Banci. In prima battuta, il definitivo via libera arriva dalla dirigente dell’area amministrativa del Consorzio del Cixerri, Patrizia Mattioni, il 23 dicembre. È la medesima dirigente che, evidentemente dopo attenta analisi, il 12 gennaio annulla tutti gli atti.
L’affidamento diretto? Illegittimo. E la politica non può sostituirsi agli uffici
Scrive Mattioni che il procedimento è doppiamente viziato. Da un lato il commissario Melis Costa, la cui nomina è prettamente politica, non poteva indicare in delibera il nome del consulente cui affidarsi e sostituirsi quindi alla parte amministrativa, visto che “sulla base di riesame – scrive la dirigente (guarda) – il contenuto della delibera integra in primo luogo un ‘atto gestionale’ di esclusiva competenza della dirigenza”. Insomma, Melis Costa poteva sì richiedere l’aiuto di un consulente, ma spettava agli uffici individuarlo secondo le modalità di legge e non ad personam. Da qui un secondo elemento: il professionista esterno non può ottenere l’incarico con affidamento diretto. Il 12 gennaio dunque, la firma della determina che annulla tutto il procedimento.
Efisio Demuru è un notissimo esponente del Partito democratico. Già assessore ai Lavori pubblici e presidente del consiglio comunale di Capoterra, attuale componente dell’assemblea nazionale del partito, già Capo di Gabinetto della presidenza della Provincia di Cagliari con Angela Quaquero (ora nel Consiglio di indirizzo del Teatro Lirico di Cagliari in rappresentanza della Regione), è risultato il più votato della lista Pd (2.862 preferenze) alle elezioni tenute il 3 aprile scorso per la Città metropolitana di Cagliari. Dal 2006 al 2010 ha inoltre lavorato per l’Ups, l’Unione delle province sarde.
Nel curriculum firmato nell’ottobre del 2014 e pubblicato sul sito istituzionale del comune di Capoterra (guarda), si legge che Demuru da luglio 2013, abbandonata la poltrona in Provincia, è consulente dello studio legale Asteras. A fondarlo è stato il professionista che il 22 dicembre scorso ha chiamato Demuru al Consorzio con affidamento diretto: Carlo Augusto Melis Costa. Questa informazione basilare però non è presente nel curriculum che Demuru presenta al Consorzio di bonifica del Cixerri (firmato nel giugno 2016). Compare una consulenza per il Consorzio Iris, il cui responsabile scientifico è l’esponente del Pd Chicco Porcu. È possibile che la collaborazione tra Demuru e Asteras si sia interrotta, anche se nella pagina Linkedin del politico il rapporto di lavoro risulta attivo e c’è perfino un rimando al sito istituzionale di Asteras.
Un’ultima curiosità: in tutti i documenti il consulente viene indicato come “dottor Efisio Demuru”. Ma lo stesso consulente non ha mai dichiarato, in alcun curriculum, il conseguimento della laurea. Si tratta probabilmente di un errore di quanti hanno redatto gli atti, non attribuibile a Demuru, che ha sempre indicato come titolo di studio il diploma di maturità classica conseguita al liceo Dettori di Cagliari.

Consorzio di bonifica, un uomo solo al comando. Critiche del collegio revisori - Pablo Sole
 4 maggio 2017 

Direttore generale, quindi responsabile del Servizio tecnico e, ad interim, dei Servizi: amministrativo; agrario; segreteria personale, affari legali e generali. Il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale (CBSM), articolato nei quattro servizi citati (guarda)  è guidato da un unico professionista che ricopre tutti gli incarichi.  Una posizione – quella di Roberto Meloni – che il collegio dei revisori, quale organo di controllo, ha fortemente stigmatizzato mettendo in risalto l’inevitabile “compromissione del principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni”.
Ente tra i più grandi d’Italia, guidato dal commissario straordinario Carlo Augusto Melis Costa con il precipuo incarico di portare a termine la fusione con i consorzi del Cixerri e del Basso Sulcis, il CBSM può contare su circa 180 dipendenti e il bilancio muove ogni anno decine e decine di milioni di euro. Tra i progetti più ambiziosi: la realizzazione della diga di Monte Nieddu, nelle campagne tra Sarroch, Pula e Villa San Pietro. Valore dell’appalto: 83 milioni. Cifre importanti, che andrebbero amministrate – dice la legge – secondo una rigida e rigorosa organizzazione, sostenuta alla base da una netta separazione delle funzioni. È uno dei principi basilari, se non le fondamenta, dell’amministrazione pubblica.
E invece, a sfogliare gli atti del Consorzio ci si può imbattere anche in passaggi come questo: “Il dirigente del Servizio tecnico e direttore generale ing. Roberto Meloni […] sentito il parere favorevole espresso dal Responsabile del procedimento ing. Roberto Meloni […] determina di provvedere…”. Si tratta di un documento (guarda) firmato un mese fa e relativo al già citato appalto multimilionario per la realizzazione della diga di Monte Nieddu.
La nomina di Meloni a responsabile del procedimento dell’appalto di Monte Nieddu è arrivata l’11 ottobre 2016, dopo le dimissioni del collega Nicola Dessì. L’incarico è ufficializzato tramite una lettera, una sorta di ‘comunicazione interna’ – per questo non appare in ‘amministrazione trasparente’ – mai pubblicata e intercettata da Sardinia Post. Nelle due pagine che compongono il documento (guarda), il commissario Melis Costa invita Meloni a svolgere le “funzioni sostitutive” di responsabile del procedimento o “ad individuare un altro dipendente”. Meloni ha ritenuto di dover conservare l’incarico.
Una curiosità: dalla medesima lettera si viene a sapere che il 19 dicembre 2013, il direttore generale (Roberto Meloni) aveva investito il dirigente del Servizio tecnico (Roberto Meloni) del ruolo di responsabile del procedimento, se è vero che come si evince dal curriculum del dirigente (guarda), in quella data occupava già entrambi i ruoli. Parrebbe per così dire un’autoassegnazione. L’atto, malgrado la legge sulla trasparenza fosse in vigore già da cinque mesi, non è mai stato pubblicato. Qualche tempo dopo era arrivata la conferma dell’incarico tramite delibera a firma dell’allora commissario Giovanni Pilia, lo stesso che pochi mesi dopo aveva revocato l’incarico a Meloni resosi conto dell’incompatibilità tra gli incarichi di Rup e Progettista dell’aggiornamento economico.
Motivazione: dicono le norme che “il responsabile del procedimento non può svolgere anche le funzioni di progettista per appalti di importo superiore ai 500mila euro (oggi portato a 1,5 milioni, ndr)”. Spiegava poi Pilia (leggi) che la concentrazione di tutti quei poteri nelle mani di un solo professionista “poteva essere valutata come potenzialmente lesiva della normativa vigente in materia di anticorruzione”. Quel documento non risulta annullato.
Intanto, giova forse ricordare che, oggi, il direttore generale del Consorzio (Roberto Meloni) sovrintende sull’operato del dirigente del Servizio tecnico (Roberto Meloni), che sovrintende sull’operato del responsabile del procedimento per la realizzazione della diga di Monte Nieddu (Roberto Meloni), il quale a sua volta sovrintende sul progettista dell’aggiornamento economico (Roberto Meloni).
Da notare poi che a metà febbraio il commissario Melis Costa aveva esteso ulteriormente i poteri di Meloni (guarda), nominandolo direttore generale di tutti e tre i consorzi interessati dalla fusione. Quell’atto però è stato annullato in autotutela (guarda) pochi giorni fa su indicazione di Federico Ferrarese Ceruti, direttore del Servizio programmazione e governance dello sviluppo rurale dell’assessorato regionale all’Agricoltura.
Sarà un problema di carenza di personale e blocco delle assunzioni, come scrive in una relazione (guarda) la responsabile del Consorzio per la prevenzione della corruzione, Federica Arangino, nel giustificare la totale assenza di rotazione del personale, così come previsto dalle norme anticorruzione. E infatti, secondo quanto appreso da fonti riservate, diversi mesi fa l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone ha invitato l’assessorato regionale all’Agricoltura – e il presidente Francesco Pigliaru come rappresentante legale della Regione – ad agire con solerzia, per risolvere al più presto l’anomalia.
Ma la posizione di Meloni non è passata inosservata, come detto, nemmeno a Cagliari. “Osserviamo – scrivono i componenti del collegio dei revisori – che in tal modo il principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni risulti inevitabilmente compromesso”. La precisazione è contenuta in calce alla relazione sul bilancio consuntivo 2015 (guarda l’estratto), pubblicata pochi giorni fa e inviata anche agli uffici dell’assessorato regionale all’Agricoltura. Significa, in buona sostanza, che il controllato non può essere anche il controllore.
E non è la prima volta che il collegio fa notare come l’accentramento di tutte le funzioni apicali nella disponibilità di un unico soggetto – Meloni appunto – comprometta “il principio di buona gestione aziendale della segregazione delle funzioni”. Nella relazione sul bilancio preventivo 2016, l’organo di controllo guidato da Piero Maccioni e composto da Andrea Clarkson e Salvatore Angelo Pinna, aveva messo nero su bianco la medesima osservazione. Il documento era poi finito, oltre che sulla scrivania del commissario Melis Costa, appena nominato dalla giunta regionale, anche negli uffici dell’assessorato all’Agricoltura. Era il 26 maggio 2016. A distanza di un anno, la situazione non pare cambiata.


mercoledì 3 maggio 2017

La lezione di Sulley Muntari - Matteo Saudino



Di fronte ai rastrellamenti di migranti “ordinati” a Milano da Marco Minniti, per non rovinare il decoro delle città, o di fronte alle politiche razziste promesse e proposte da sciacalli quali Marine Lepen o Matteo Salvini, l’affaire Muntari può sembrare cosa di poco conto, l’ennesima idiozia prodotta dal mondo del calcio. Purtroppo, invece, non è così. L’affaire Muntari, infatti, ci parla innanzitutto di una società che tende sempre più a banalizzare e sminuire gli atti di discriminazione razziale, derubricati alle voci “sciocchezze”, “ragazzate”, “gesti isolati”, “suvvia non è nulla di grave”, oppure “non sono buu razzisti ma di antipatia” (chi infatti non fa i versi della scimmia a chi gli è antipatico).
Probabilmente, e questo è l’aspetto più grave dell’intera vicenda, deve aver pensato che non fosse nulla di così grave e rilevante anche il signor Daniele Minelli, l’arbitro della gara Cagliari-Pescara, il quale, di fronte a Muntari che gli segnalava ripetutamente gli ululati e i buu che il pubblico gli gridava, non solo non ha avuto il coraggio di interrompere la gara, come prevede il regolamento, ma infastidito dall’atteggiamento ribelle del giocatore addirittura decideva di ammonirlo. La successiva uscita volontaria dal campo di Muntari, che per questo veniva espulso, deve essere insegnata agli studenti come gesto di educazione civica, che vale più di mille test invalsi.
Nessuno vuole paragonare l’ex giocatore del Milan a Rosa Parks o a Tommy Smith detto jet, ma perché di fronte ad un atto di coraggio civile di un calciatore, l’arbitro non ha deciso di dare un segnale chiaro ad un mondo sempre più attraversato da razzismo e maschilismo? Non è necessario avere il coraggio di Nelson Mandela o di Peppino Impastato per sospendere una partita di calcio.
Purtroppo, di fronte a tali violenze considerate minori, prevale un atteggiamento pilatesco, figlio dell’idea che indossare i panni di Don Abbondio permetta di vivere in quiete. E così, sempre più, chi ha ruoli pubblici o educativi decide di non schierarsi, di minimizzare, dimenticandosi però che nel triangolo vittima-carnefice-spettatore, chi osserva silenziosamente senza intervenire si schiera inequivocabilmente dalla parte dell’oppressione e della violenza.

lunedì 1 maggio 2017

L’abusivismo edilizio prospera perché i Comuni e la Regione Sardegna dormono - Stefano Deliperi

La fantasia – incredibile – permea anche gli animi di calcestruzzo degli abusi edilizi. Non solo mattoni e volumetrie, ma pennellate di estro e spregiudicatezza. Se a Crotone, in Calabria, per realizzare finti agriturismi e veri complessi turistico-immobiliari sul mare si stipulano compravendite di terreni con persone già decedute, a Pula, in Sardegna, si realizzano ville abusive dentro serre per ortaggi.
L’ennesima operazione contro l’abusivismo edilizio in Sardegna è stata portata a termine dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale che ha provveduto – su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari – al sequestro preventivo di otto ville di circa 120 metri quadri di superficie ognuna realizzate all’interno di serre agricole nella località costiera di Agumu, in Comune di Pula (CA). Nessuna autorizzazione paesaggistica, nessun permesso di costruire, totalmente abusive. Indagato l’imprenditore Simone Palomba (50 anni, di Pula), che, disinvoltamente, aveva già provveduto all’accatastamento in corso d’opera. La vicenda ha conquistato la ribalta nazionale, ne ha parlato Il Corriere della Sera (“Sardegna, ville abusive vista mare nascoste sotto serre agricole”, di Claudio Del Frate, 31 marzo 2017), ne parlerà il 3 maggio 2017 “Avanti il prossimo” (ore 21.05) su TV2000, con un servizio di Antonella Ferrara.
Ovviamente al Comune di Pula, che pure aveva ricevuto i primi documenti per un improbabile condono edilizio, nessuno aveva visto, nessuno sapeva nulla. E pare che il sonno prosegua, visto che non si ha notizia delle pur dovute ordinanze di sospensione dei lavori e di demolizione e ripristino ambientale. Magari concentrati su come riempire di ombrellini colorati il cielo o su come far divertire i bambini senza bastonare i criceti, il controllo del territorio sembra passato proprio in secondo piano. Così, negli anni scorsi, sempre sulla costa di Agumu, nessuno si era accorto del campeggio-villaggio abusivo “Golfo dei Fenici”, oggetto di azioni legali del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e degli Amici della Terra e poi posto anch’esso sotto sequestro preventivo (2010). Agumu per il Comune di Pula significa altro: occhi, anima e cuore solo per il folle progetto di porto turistico e insediamenti edilizi, a due passi dall’area archeologica punico-romana di Nora, posta in pericolo da simili progetti.
Ma non si tratta certo di un caso isolato. Nessuna attenzione per la vigilanza sul territorio, scarsa voglia di rompere le uova nel paniere all’imprenditoria locale più o meno disinvolta, antipatia per la legalità sono troppo spesso il filo conduttore delle politiche ambientali di tanti Comuni, in Sardegna e nel resto d’Italia. Il quadro dell’abusivismo edilizio in Sardegna rivela, infatti, un numero consistente di casi nelle aree di maggiore interesse ambientale. Secondo i dati dell’Agenzia del Territorio (2012), al 31 dicembre 2011 le unità immobiliari abusive in Sardegna erano 46.877, sesta regione in Italia per numero di casi (2.799) su 100.000 residenti (prima la Calabria con 4.587).
Fra gli anni ’80 e gli anni ’90 del secolo scorso sono state eseguite in sede sostitutiva (su richiesta dei Comuni ai sensi della legge regionale n. 23/1985) oltre 1.100 ordinanze di demolizione relative ad abusi edilizi non condonabili secondo quanto previsto dalle leggi nn. 47/1985, 724/1994 modificata con 662/1996, 326/2003 e successive modifiche ed integrazioni (cioè realizzati in aree tutelate con vincolo di inedificabilità assoluto) da parte del Servizio vigilanza in materia edilizia dell’Assessorato EE.LL., finanze, urbanistica della Regione autonoma della Sardegna. Sono stati, quindi, demoliti circa mc. 300.000 di volumetrie abusive (in gran parte fra il 1986 ed il 1987, con una breve ripresa fra il dicembre 1994 ed il gennaio 1995). Ogni anno vengono emesse dai Comuni sardi almeno un migliaio di ordinanze di demolizione di abusi edilizi: quasi nessuna viene eseguita dal trasgressore. Ma Comuni e, in via sostitutiva, Regione non demoliscono nemmeno un mattone abusivo da più di vent’anni. Senza vergogna.

In questi anni è stata solo la Magistratura a provvedere alla repressione dell’abusivismo edilizio in Sardegna. La competente Procura della Repubblica, per legge, è infatti destinataria degli obblighi di esecuzione degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale contenuti nelle sentenze penali passate in giudicato per reati ambientali e urbanistici. Le Procure della Repubblica di Cagliari, di Lanusei e di Tempio Pausania, nel corso degli ultimi 15 anni, hanno portato a compimento interventi di demolizione e ripristino ambientale in esecuzione di più di 250 sentenze penali passate in giudicato. Ancora non si vuol capire che non si fa turismo con la speculazione edilizia, soprattutto se abusiva. L’ambiente e i beni culturali sono la nostra prima ricchezza, sarebbe ora di riconoscerlo con fatti concreti.

domenica 30 aprile 2017

Non era mai accaduto prima - Maria Rita D'Orsogna

 


Per la prima volta nella storia 410 ppm di anidride carbonica in atmosfera e per colpa nostra: sono condizioni che il pianeta non ha mai sperimentato prima. Ok, almeno fino a 800.000 anni fa. Ottocento mila. Perché è lì che possiamo fermarci con le “predizioni a ritroso”. Ma che sia mai o che siano ottocento mila non cambia niente.
Abbiamo concentrazioni di anidride carbonica a 410 ppm, con tassi di aumento galoppanti. La stampa scritta ne ha parlato? Il telegiornale ne ha parlato? I politici ne hanno parlato? Forse non ci si rende conto di cosa questo significhi. Significa che la terra e le condizioni di vita così come le conosciamo, presto non ci saranno più. Vita animale, vegetale e anche umana. Tutto cambierà. Ci sarà più calore che resta intrappolato nella nostra atmosfera, più squilibri, più eventi estremi, più disastri climatici, più terre che scompaiono, più livelli oceanici fuori dalla norma.

La concentrazione di 410 ppm è stata misurata alle Hawaii, presso l’ossservatorio Mauna Loa dal cosiddetto Keeling Curve, un programma gestito dallo Scripps Institution of Oceanography presso  l’Università di California a San Diego. Solo un anno fa eravamo arrivati a 400 ppm. Fino a pochi anni fa si parlava di contenere gli aumenti a 350 ppm. E invece guarda.I cambiamenti continuano, e anzi, accelerano pure. Addirittura, questo livello di 410 ppm è stato raggiunto prima ancora dell’estate, quando di solito il valori sono più alti. Cioé, la quantità di anidride carbonica aumenterà ancora nei mesi a venire.
Interessante che invece di correre ai ripari, non facciamo niente.
Si, c’è un presidente statunitense negazionista che si è circondato di negazionisti e che invece di pensare a come risolvere *il problema che definisce questa generazione* e cioé i cambiamenti climatici, dice che occorre che l’uomo arrivi su Marte, entro il suo secondo mandato. Ma noi altri? Dov’é la pressione che mettiamo ai nostri politici? Dove é il nostro ardore? Dov’è il  nostro scandalo? La principale fonte di CO2 in atmosfera resta l’uso smisurato di petrolio, gas e carbone. Dovremmo parlare di no trivelle tutti i santi giorni, e non solo perché l’Eni è corrotta o perché a Viggiano ci si ammala, ma perché con questa folle corsa all’estrazione delle fonti fossili stiamo distruggendo l’unico pianeta che abbiamo. E dunque, con ogni trivella in più, con ogni minuto che restiamo nella fossil fuel economy, ci stiamo avvelenando un pochino di più ogni giorno.
Come detto, mai prima d’ora, abbiamo avuto un’atmosfera cosi ricca di carbone. Mai.
Una economia 100 per cento rinnovabile è possibile. Tutti i giorni raccontiamo qui storie virtuose di comunità solarizzate, progressi nell’eolico, e del desiderio di cambiare lo status quo. Occorre volerlo di più, occorre protestare, occorre non avere paura di svergognare Eni e compari, occorre  volere che le nostre città disinvestano dalle fossili, occorre che il petrolio diventi un relitto del passato.
Ne abbiamo uno solo di pianeta. Occorre fare sul serio.

Orti condivisi in città. Urbi et Horti - Paolo Cacciari


La lattaia del rione Valmaura apre presto la mattina. Qui si può ancora prendere il latte e il pane e dire: “Segna”. Si pagherà a fine settimana. In tanti passano per la sua piccola bottega a bere il primo caffè. Saluti e ciacole continuano appena fuori in un triangolino di terra di nessuno, tra la strada e il sottopasso. Gli ortolani volontari di quartiere ci hanno ricavato un giardinetto, piantato degli arbusti e posizionato due panchine. Siamo a Trieste in uno dei popolari quartieri sulle colline che si affacciano sul Golfo.
Da qualche anno in città è partito un movimento spontaneo che va in cerca di aree non o male utilizzate e si propone di trasformarle in aree comuni affidate in gestione a gruppi di persone del posto. Il progetto si chiama Urbi et Horti. È guidato da Bioest, dall’Associazione per l’agricoltura biologica, da Legambiente e ha l’aiuto del Centro dei Servizi del Volontariato regionale. A tutt’oggi sono stati realizzati ventisei orti coltivati da duecentocinquanta nuovi contadini urbani.
Ogni orto ha un nome, dei responsabili e presenta specifiche caratteristiche. Molti sono piccoli (venti-quaranta metri quadrati) di proprietà di persone anziane che non hanno più la possibilità di tenerli in ordine. Altri sono veri e propri orti collettivi, coltivati da più persone, sede di corsi di orticultura e giardinaggio. A Le Piane il Comune ha concesso mille metri quadrati e varie associazioni vengono qui a lavorare la terra con persone svantaggiate. A Parchorto è stato creato un orto a spirale sinergico. A Vicolo delle Rose su cinquemila metri quadrati a terrazzamenti con vista sul mare c’è un vero bosco con alberi centenari, area giochi, un forno a legna. Al quartiere di edilizia popolare Zindis c’è un orto di condominio. A Giarizzole un’area degradata è stata trasformata in un orto scuola.
La formula adottata per regolare i rapporti con i privati è quella del comodato d’uso gratuito per cinque anni. In contropartita il proprietario ha il diritto di partecipare al gruppo di coltivazione e ottenere una quota parte del raccolto; “come ogni altro partecipante”, tengono a sottolineare nell’atto di sottoscrizione. Nei periodi di raccolta si assistono a strane forme di scambio delle eccedenze produttive mediate dai Gruppi di acquisto solidali alle fermate degli autobus e al banco dei prodotti biologici del vecchio mercato coperto: zucchine contro pomodori; mazzi di fiori contro albicocche e così via. Poche, ma importanti, le regole condivise per le coltivazioni: niente sostanze chimiche secondo i metodi biologici, niente recinzioni interne tra gli appezzamenti: Omnia sunt communia. Le associazioni capofila forniscono agli ortolani volontari i sostegni tecnici e le consulenze necessarie: un maestro contadino, un maestro potatore, un architetto, un coordinatore del Distretto di economia solidale e anche un medico fisiatra.
Tiziana, una delle persone che più ha creduto nel progetto degli orti comuni, ce li spiega così:
“Si creano luoghi di incontro tranquilli e salutari, con una particolare intensità di relazioni e densità culturale”.