lunedì 13 febbraio 2017

Un bar israeliano serve birra alla spina palestinese. Poi accade quanto tristemente prevedibile - Roni Kashmin



I proprietari del Libira Brewpub nella parte bassa di Haifa volevano solo dare ai loro clienti la possibilità di assaggiare una birra palestinese della fabbrica di birra Shepherds Brewery di Ramallah, proponendola per un mese. Non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata una patata bollente politica e che avrebbe provocato reazioni rabbiose. In effetti, la scorsa settimana, c’è stato un numero sempre maggiore di chiamate in linea per boicottare in toto il loro stabilimento.

“Non vogliamo nessuna birra fatta con sangue ebraico!!!” ha scritto un tale in un post, maledicendo i proprietari e chiamando al boicottaggio del pub. Altri commenti comprendono “Tutti i proventi vanno al terrorismo”, e, “Fammi sapere quando smetti di vendere questa birra così penserò a tornare.”

“Tutto è iniziato con due nostri messaggi su Facebook”, dice Leonid Lipkin, uno dei tre proprietari del Libira, che si trova sulla Hanamal Street, aperto tutti i giorni. “Uno era un post sul fatto che ospiteremo birre del birrificio Shepherds Brewery di Ramallah, e il secondo un post che abbiamo condiviso da quella fabbrica di birra – sulla festa della birra in corso a Ramallah. L’ho lasciato così com’era, senza entrare in nessuna questione politica”.

Birre provenienti da fabbriche di birra diverse sono spesso presenti nel bar di Haifa, spiega Lipkin, che si tratti di birra dalla Cisgiordania, o dalle colline della Giudea in Israele, o dall’estero. Fa tutto parte di un approccio aperto che si è sviluppato in una precedente incarnazione di Libira, conosciuto anche sotto quel nome.

Lipkin: “Ho pensato che sarebbe stato bello, come parte del concetto di luogo, offrire una selezione sempre diversa di birre provenienti da altri birrifici. E’ pure interessante assaggiare una birra diversa ogni volta, e ho pensato quanto questo fosse importante, e così naturale – un buon modo per conoscere i dintorni. Lo stesso genere di cosa può accadere con il cibo di luoghi diversi, attraverso la conoscenza della cultura e dei costumi altrui, così come per mezzo della birra che fanno. Fa tutto parte della stessa immagine.

“Quando abbiamo aperto il nuovo posto, non c’era dubbio che avremmo continuato la tradizione di una selezione di birre da birrifici ospiti, e così abbiamo fatto fin dall’inizio. Oltre alle nostre cinque birre, abbiamo sempre offerto diverse varietà di altri produttori di birra in Israele e all’estero.”

Tra le birre che offre il pub di Lipkin ci sono prodotti di fabbriche di birra come Srigim nella valle di Elah, sud-ovest di Gerusalemme; Dancing Camel a Tel Aviv; BrewDog in Scozia (“un vero modello”); e birre dalle birrerie Taybeh e Shepherds, “capita che entrambe si trovino in qui luoghi noti come ‘i territori’ o ‘Palestina’ o ‘Autorità palestinese'”, come dice lui.

Una volta, osserva con una certa ironia, doveva andare a Tel Aviv per bere birra prodotta dalla Taybeh Brewing Company – anche se dice di avere avuto un lungo legame personale con i suoi proprietari. Taybeh è un villaggio a maggioranza cristiana che si trova a nord est di Ramallah, e la sua fabbrica di birra ospita un Oktoberfest.

“Taybeh e Shepherds – sono entrambi birrifici dei nostri vicini e, se fanno buona birra, non vedo quale sia il problema nel berla. In realtà, credo che tutti noi dovremmo avere un interesse naturale verso le persone che ci stanno intorno, soprattutto a Haifa, con la sua popolazione mista di ebrei e arabi”, continua Lipkin. “Per quanto riguarda queste fabbriche di birra nel territorio dell’Autorità Palestinese, è un po’ triste, senza con questo voler entrare in politica. Perché, chi fa la birra? I cristiani. E si può immaginare che sia come trovarsi tra l’incudine e il martello”.

Senza speculare ulteriormente sul motivo per cui i produttori di birra nei territori dovrebbero essere bersaglio di tante critiche, aggiunge: “Mi sembra così naturale e ovvio voler conoscere i propri vicini di casa, che non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di una spiegazione. E sì, lo stesso vale per qui, quando alcuni dei vicini di casa sono arabi “.

Tuttavia, per alcuni di coloro che hanno lasciato commenti nei post di Libira sull’offerta di birra Shepherds, i palestinesi sono apparentemente nemici, prima di tutto.

“Sostenete il nemico e siete fieri di farlo! Siete il peggio del peggio!” sbraitava uno. “Continuate a sostenere la Palestina,” protestava un altro. “Chiunque vende birra dalla AP dovrebbe essere boicottato da Israele”, ha scritto un altro ancora.

Come se questo non bastasse, commentatori arrabbiati hanno anche fatto in modo di dare alla fabbrica di birra una stella (su cinque) divalutazione e hanno aggiunto un tag (in ebraico): “Boicottaggio Libira.” La posizione del pub ha cominciato a risentirne.

Eppure, nonostante tutto, Lipkin sembra essere abbastanza tranquillo (“Anche se commenti razzisti e di incitamento continuano ad arrivare”).

“Ovviamente, non è piacevole e naturalmente mi riferisco ai feedback su Facebook,” dice. “Ma solo per coloro che sapevo per certo che avevano dato un punteggio basso al pub solo a causa dei recenti eventi e non perché ne avessero una brutta esperienza. Eppure, mi piacerebbe mantenere una valutazione obiettiva”.

Come è possibile conoscere le ragioni che stanno dietro le varie valutazioni? “E’ facile a dirsi, e non solo per i tempi, ma perché i commenti inviati con queste recenti valutazioni lo indicano direttamente – puoi vedere il pregiudizio. Sono pieni di incitamento e razzismo o, nel migliore dei casi, pura spazzatura. Quando vedi qualcosa tipo, ‘Non bere la birra fatta col sangue degli ebrei’ – dai! E sai che ti dico? Se avremo meno clienti che la pensano così, non ne saremo veramente dispiaciuti – l’aria nel posto sarà più fresca”, dice Lipkin, prendendosi appena una pausa per respirare aria lui stesso.

“Noi di solito al Libira amiamo tutti i nostri clienti, ma non abbiamo bisogno che tutti vengano qui. E i clienti cosa vogliono? Non si lasciano toccare da queste reazioni, quindi continueremo a fare le cose nel modo in cui vogliamo”.

Traduzione Simonetta Lambertini-invictapalestina.org


domenica 12 febbraio 2017

La bicicletta per ripensare il mondo - Chris Carlsson




1. La bicicletta è una finestra

La bicicletta è una finestra verso un più ampio confronto che tutti abbiamo bisogno di avere tra di noi su come riprogettare la vita. Non è solo questione di come muoverci, ma come effettivamente viviamo e produciamo qualsiasi cosa ci riguardi, dall’acqua, al cibo, i trasporti, la comunicazione, tutto quanto. La bicicletta serve come punto di partenza per avviare un confronto, ma non lo completa. La bicicletta da sola non è sufficiente.

2. La bicicletta è tante cose insieme

La bicicletta è un simbolo che contiene molti significati, per alcuni è un mistero. Cosa significa andare in bicicletta? Significa molte cose. Alcuni la ricollegano a tutti questi movimenti per la riappropriazione delle strade, o che combattono contro il riscaldamento globale, contro le guerre per il petrolio, che rifiutano in generale la vita moderna e scelgono di vivere in un modo diverso. Sono tutte parti di esso. Per altri, ha a che fare con il movimento di liberazione delle donne. Sono tutte parti vitali della cultura della bicicletta ma dobbiamo anche ricordarci che non è solo una cosa, ma tante cose tutte insieme.

3. La bicicletta non è un giocattolo

La bicicletta non viene presa sul serio – no, non lo è… viene considerata come un giocattolo e questo è veramente un problema serio che dobbiamo superare. Fino a che la bicicletta non viene presa seriamente, come una possibilità di trasporto alternativo, da parte degli addetti alla pianificazione della mobilità delle amministrazioni cittadine, continueremo ad essere trattati su strada come cittadini di seconda o terza categoria, a San Francisco così come a Roma, non c’è differenza…


Scarica qui il quaderno Un movimento a pedali (edizioni Comune)
4. Anche la bicicletta è un prodotto dell’industria

La bicicletta ha una storia oscura ed è oscura perché viene da una regione oscura del mondo, i Tropici, da dove veniva nel XIX secolo la gomma e che ha reso possibile costruire biciclette con nuove tecnologie: le ruote di gomma, le camere d’aria, per le quali hai bisogno della gomma e nel XIX la gomma veniva importata dai Tropici, principalmente dal Congo e anche dall’Amazzonia. Ci sono un paio di ottimi libri sul tema: uno è “King Leopold’s ghost” di Adam Hochschild, che parla di com’era la situazione in Congo, con due milioni di persone uccise per accaparrarsi il caucciù; e un altro libro intitolato “Thief at the end of the world” che parla del furto di semi di caucciù dall’Amazzonia e di come 300.000 indigeni morirono nella foresta per estrarre il caucciù. Questa storia oscura è parte del nostro retaggio e non possiamo stare lì autocompiacerci ritenendoci virtuosi ed ecologici, perché non lo siamo…. Anche la bicicletta è un prodotto dell’industria.

5. Ed infine: la bicicletta è un piacere

La bicicletta è un piacere. Ti porta ovunque tu voglia andare – e noi vogliamo andare verso un diverso modo di vivere. Vogliamo cambiare il mondo, vogliamo cambiare le città, vogliamo cambiare il modo in cui viviamo e ci relazioniamo l’un l’altro come esseri umani, perché in fondo è solo un mezzo per iniziare un interessante confronto su come cambiare la vita.

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Testo di un video intervento inviato in occasione della Taverna comunale promossa da Comune con Paolo Bellino Rotafixa (diventato da alcune settimane Responsabile dello sviluppo della ciclabilità di Roma) all’ex Lavanderia del Santa Maria della Pietà il 26 novembre 2016. “Congratulazioni Paolo per il tuo nuovo incarico lì a Roma per sistemare la città – dice Carlsson – È una città sicuramente guasta e tu sei lì per aggiustarla… Non vedo l’ora di vedere le magiche trasformazioni di Roma la prossima volta che verrò a trovarvi. Ciao”.

Traduzione di Virginia Benvenuti per Comune.

* Chris Carlsson, scrittore e artista da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di Nowtopia (Shake edizioni) e, più recentemente, di Critical mass. Noi siamo il traffico (Memori), invia periodicamente i suoi articoli (molti dei quali raccolti sul blog nowtopians.com), a Comune


sabato 11 febbraio 2017

L’insopportabile resistenza mapuche - Patrizia Larese

Per i governi argentini, quello nazionale di Macri e quelli delle province meridionali della Patagonia, la tenace resistenza dei Mapuche nella difesa della terra dove vivono da secoli resta intollerabile. Il 2017 è cominciato con una repressione violentissima nei confronti del piccolo presidio indigeno di Cushamen, a nord della città di Esquel, provincia del Chubut. Tre le azioni sanguinose e brutali condotte in due giorni da 200 gendarmi, con pallottole di gomma sparate a bruciapelo e diversi feriti, anche donne anziane. Servivano a sgomberare il presidio e a intimorire la protesta che da decenni i Mapuche conducono contro il gigantesco latifondo di Benetton che occupa la loro terra. Questa volta, il pretesto era l’interruzione della linea del piccolo treno a vapore, il vecchio espresso patagonico, riservata ai turisti. Non sapendo come contrastare le evidenti ragioni di persone che rifiutano di essere considerate “gente da museo” (il museo è di Benetton), le autorità montano accuse sempre più ridicole e pretestuose di terrorismo inventando legami con l’antica colombiana delle Farc e qualsiasi altro terrorismo più alla moda. Non basteranno naturalmente, neanche questa volta, a piegare e ridurre al silenzio una resistenza che rinasce ogni giorno da secoli
di Patrizia Larese
Da un capo all’altro del continente americano i popoli indios lottano per la sopravvivenza e l’autodeterminazione. Dalle praterie del Nord Dakota dove migliaia di Sioux di Standing Rock si sono opposti al passaggio di un oleodotto sul territorio della loro riserva fino all’estrema Patagonia la resistenza dei popoli nativi viene repressa con spietata brutalità e non ha fine.
Alla fine del XIX secolo (1878-1885), la Campaña del Desierto messa in atto dal generale argentino Roca fu un terribile genocidio perpetrato dai conquistatori “winka” [i bianchi] a danno delle etnie native dalla provincia di Buenos Aires alla Terra del Fuoco. Oggi la campagna di pulizia etnica viene realizzata da multinazionali per il “land grabbing” [arraffa terra], l’estrazione mineraria e petrolifera, la costruzione di grandi dighe e parchi eolici, la deforestazione, i megaprogetti immobiliari, il rilascio di fumi tossici e le monocolture OGM.
Le Comunità Mapuche in Cile ed Argentina continuano a subire forti e violente repressioni.
In Chubut, regione della Patagonia argentina, è in atto dagli inizi degli anni ’90 un conflitto con la multinazionale Benetton per il recupero dei territori ancestrali. I nativi rivendicano le terre vendute nei primi anni ’90 dal governo di Carlos Menem alla famiglia Benetton che, con 900.000 ettari, è il maggior latifondista straniero in Patagonia. Nel marzo del 2015 la comunità mapuche ha costruito nella estancia di Leleque, di proprietà Benetton, un piccolo presidio (Lof) per la “recuperación della tierra (recupero delle terre ancestrali)”: il Lof de Resistencia de Cushamen.
Secondo la stampa locale, nazionale e l’APDH (Asamblea Permanente por los Derechos Humanos), nei giorni 11 e 12 gennaio il Lof di Cushamen, a 100 km dalla cittadina di Esquel, è stato scenario di feroci atti di violenza da parte della Polizia federale. Amnestia Internacional ha definito l’irruzione “operación cerrojo” [operazione serratura].
Circa 200 gendarmi con più di 20 veicoli, carri idranti, un aereo, un elicottero ed un drone, appoggiati da poliziotti della provincia del Chubut, dopo aver bloccato tutti gli accessi al Lof, hanno circondato le umili abitazioni mapuche agendo con enorme brutalità nei confronti di una comunità inerme.
L’azione è partita da un ordine del giudice federale di Esquel, Guido Otranto, che imponeva di “rimuovere e sequestrare gli ostacoli materiali collocati sulla linea ferroviaria turistica ‘la Trochita”. L’intervento è stato eseguito in seguito alla richiesta della Compañía de Tierras Sud Argentino, di proprietà di Luciano e Carlo Benetton, che si è rivolta alla giustizia con il pretesto di ripulire le piccole barricate di rami e tronchi di alberi, posizionate dagli indigeni sui binari e che impedivano il passaggio del ‘Viejo treno patagonico’. L’utilizzo di questo treno è impedito ai Mapuche che reclamano il diritto di poter usufruire del servizio, per uscire dall’isolamento in cui si trovano a vivere. Il giudice penale provinciale di turno, José Oscar Colabelli, ha colto l’occasione per ordinare anche lo sgombero del Lof.
Dopo la liberazione della ferrovia, i gendarmi hanno fatto irruzione nel Lof della comunità mapuche distruggendo le case, maltrattando donne e bambini con manganelli, lanciando gas lacrimogeni e sequestrando tutti gli animali che incontravano sul campo, compresi i cavalli utilizzati dai Mapuche nelle cerimonie ancestrali. I poliziotti hanno sparato pallottole di gomma e di piombo contro persone completamente disarmate. Il terrore e l’angoscia si sono impadroniti in particolare dei bambini e delle loro madri. Tre azioni violente di intervento repressivo in due giorni.
Esito finale: una decina di feriti per colpi e pallottole, in particolare due mapuche colpiti gravemente a bruciapelo uno alla mascella e l’altro con diversi traumi cranici. I feriti sono stati ricoverati negli ospedali delle città vicine di El Bolson e Bariloche. Almeno tre arresti, come riferisce la comunità mapuche. In tutta la popolazione della regione si è diffusa una forte commozione sociale.
La Associación de Defensores de la Republica Argentina (ADPRA Associazione dei Difensori del Popolo della Repubblica Argentina) denuncia il tragico evento: “La repressione, eseguita di notte, è stata completamente illegale, non c’era un ordine da parte del tribunale – così riferiscono rappresentanti dell’Associazione per la Difesa dei Diritti – sono entrati per uccidere, ci vogliono spaventare. Siamo disposti a difendere la terra”.
Al brutale attacco sono seguite manipolazioni mediatiche. La stampa locale ha accusato i Mapuche di tirare sassi e di “resistere violentemente ad un procedimento giudiziario”.
Secondo quanto riferisce il giornalista Dario Aranda sul suo sito, l’irruzione violenta al Lof è avvenuta a seguito degli articoli di Cecilia Moncalvo, apparso sul giornale Perfil l’8 gennaio. Nell’editoriale l’autrice dichiarava che esistono collegamenti fra i gruppi mapuche e le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) le Forze Rivoluzionarie della Colombia e che è in atto un traffico di armi tra Argentina e Cile.
Il contatto in questo traffico illegale sarebbe stato Facundo Jones Huala, il lonko (leader politico e religioso) del Lof di Cushamen, accusato di terrorismo per il quale nel 2015 era stata richiesta l’estradizione in Cile, annullata dal giudice federale di Esquel Guido Otranto. Questa sentenza ha avuto come ripercussione il fatto che il 17 novembre 2015, secondo le dichiarazioni di Sonia Ivanoff, avvocato di Facundo Huala e altri membri della comunità, il governo del Chubut ha deciso unilateralmente di interrompere il processo di dialogo in atto con la Comunità Mapuche per arrivare ad una soluzione del conflitto.
Il giornalista Pablo Quintana della radio FM Comunitaria Kalewche riferisce che le dichiarazioni della Moncalvo non riportavano alcuna prova di questo collegamento tra i Mapuche del Lof di Cushamen e le FARC, fatto sta che due giorni dopo è avvenuto il violento sgombero.
Prima della brutale irruzione numerose organizzazioni sociali per la difesa dei diritti umani erano intervenute a difesa della Comunità Mapuche: le Madri di Plaza de Mayo, il Servicio de Paz y Justicia (Serpaj), la Coordinadora contra le Represión Policial e Institucional (Correpi) y Amnistía Internacional. Tutte le organizzazioni hanno criticato la politica repressiva e la violazione dei diritti dei nativi da parte del governo kirchnerista ed ora alzano la voce anche di fronte al nuovo governo di Macri, violento anch’esso contro i popoli indigeni dell’Argentina.
Isabel Huala, madre di Facundo e membro del Lof Cushamen, ha dichiarato: “Ci considerano terroristi, ci identificano con l’ISIS e l’ETA, ci accusano di provocare incendi, di maltrattare gli animali, tutto un circo per nascondere il fatto che lo Stato Nazionale e Provinciale ci perseguitano con un potere politico che vuol farci scomparire”.
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Fonti:
http://www.eldesconcierto.cl/2017/01/16/entraron-a-matar-el-relato-de-las-comunidades-mapuche-ante-represion-en-cushamen/
http://www.elpatagonico.com/das-neves-critico-panizzi-sacarse-una-foto-un-encapuchado-n1531893
http://argentina.indymedia.org/news/2017/01/901315.php
https://www.radioteca.net/audio/nuevamente-la-violencia-contra-el-lof-cushamen/
http://www.apdh-argentina.org.ar/allanamiento-en-lof
http://www.apdh-argentina.org.ar/declaracion-repudio-represion-mapuches-enero-2017

giovedì 9 febbraio 2017

Nuova Eurallumina? No, diamo lavoro bonificando il territorio

L’Associazione Adiquas e i Carlofortini Preoccupati esprimono il loro dissenso non solo per la nascita di una nuova centrale a carbone, ma anche per il riavvio dell’Eurallumina e annesso bacino dei fanghi rossi.
Ci sorprende l’attivismo della politica regionale interamente schierata a favore del riavvio di questa fabbrica altamente inquinante.
Sono passati otto anni dalla chiusura degli impianti e nessun  progetto  è stato elaborato, negli uffici regionali, per porre fine a un ciclo industriale antieconomico e gravemente nocivo al territorio e alla sua salute.
Riteniamo che quanto sollevato dal Ministero dei Beni culturali nel fornire un parere non positivo, puntando il dito su un problema paesaggistico sia riduttivo.
Infatti non vi è solo un problema paesaggistico, il nuovo progetto non farebbe che ulteriormente devastare un territorio già martoriato,  ci si dimentica di sottolineare il problema sanitario e di grave inquinamento del territorio terrestre, marino e dell’aria.
Dove sono gli altri Enti mentre nel Sulcis si muore di industria?
Il numero dei malati tumorali e cardiovascolari  è in aumento,  circa un anno fa con una nota del 18/1/2016 la Asl dichiarava che le malattie legate all’inquinamento anche quelle mortali sono aumentate, pure tra i più bambini.
Non condividiamo l’asserzione che definisce il riavvio dell’Eurallumina un problema esclusivamente politico non è accettabile che i problemi tecnici sollevati dal Ministero vengano trasformati in problemi politici.
Se ci sono delle responsabilità sull’allungamento dei tempi, vanno ricercate nella politica locale e Regionale che è stata incapace a creare un’alternativa al sistema industriale verso soluzioni e interventi eco compatibili per esempio l’urgente necessità di bonifica del territorio.
Adiquas           Carlofortini Preoccupati


Per il Soprintendente non è solo una questione di paesaggio – Piero Loi

Non è risultato vincolante, perché la legge Madia del 2016 non è stata ritenuta applicabile alla Valutazione d’impatto ambientale in corso dall’ottobre del 2015. Ma il documento in cui il Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio Fausto Martino mette nero su bianco il parere contrario al progetto dell’Eurallumina riserva ugualmente una sorpresa non da poco. Alla base della bocciatura comunicata lo scorso 31 gennaio durante la penultima Conferenza dei servizi ci sono sì ragioni legate alla difesa dei beni paesaggistici e culturali che hanno finora resistito all’azione di un ‘ingombrante’ polo industriale. Un primo punto fermo è, dunque, subito chiaro: l’ampliamento del Bacino dei fanghi rossi e l’innalzamento dei settori A e B fino a 46 metri sul livello del mare finirebbero per alterare i beni tutelati, “danneggiandone irrimediabilmente gli scorci visuali”. L’altra questione dirimente sollevata dal Soprintendente nelle otto pagine depositate in Regione riguarda, invece, la salubrità ambientale, vale a dire l’altra faccia del paesaggio. Che a Portovesme fa rima con recupero ambientale. È, infatti, esattamente a questo ordine di problemi che il Soprintendente si riferisce nel richiamare le prescrizioni dell’articolo 42 delle Norme di attuazione del Piano paesaggistico regionale (PPR), chiare nello stabilire che “non sono consentiti interventi, usi o attività che possono pregiudicare i processi di bonifica o di recupero o comunque aggravare le condizioni di degrado” in contesti– come quello di Portovesme – classificati come aree di recupero ambientale.
In altre parole, per la Soprintendenza esistono due ordini di problemi: da un lato la necessità di tutelare le coste, i beni culturali come torri e tonnare, quelli naturalistici come il Sito di interesse comunitario Punta S’Aliga e “quel quadro naturale di eccezionale bellezza” ‘disegnato’ delle Isole di Carloforte e Sant’Antioco. Dall’altra le criticità ambientali tout court legate alla presenza del polo industriale, inteso come contesto compromesso dal punto di vista ambientale. Ed entrambe le criticità sostanziano il parere negativo depositato a fine gennaio.
A dimostrazione di quanto la questione ambientale sia in questo caso determinante, la Soprintendenza cita la Scheda dell’Ambito di Paesaggio 6 del Piano Paesaggistico regionale. Si tratta di un documento allegato al PPR che ha il compito di fare la radiografia delle varie zone in cui è stata suddivisa la Regione ai tempi del Piano. “La presenza della zona industriale  – recita la Scheda 6 –  ha determinato spesso usi conflittuali delle risorse con la loro naturale evoluzione, attraverso interventi di bonifica idraulica, canalizzazioni, scarico di reflui, intensi emungimenti delle falde, stoccaggio e messa a dimora di scorie industriali, comportando irreversibili alterazioni geomorfologiche dei corsi d’acqua, variazioni idrodinamiche degli acquiferi fino alla compromissione dei sistemi ambientali“.
Ecco perché, sempre la Scheda d’Ambito n°6 precisa che occorre  il riequilibrio progressivo del rapporto tra la presenza industriale del polo di Portovesme, l’insediamento urbano, la fruizione turistica, le attività agricole e la pesca marina e lagunare dell’Ambito, riducendo i problemi di interferenza delle attività industriali con il sistema ambientale”. E riqualificare le aree del degrado industriale, selezionando ambiti prioritari di intervento, su cui attivare un progressivo processo di disinquinamento e di rigenerazione ambientale, che necessita di un coordinamento unitario per i comuni interessati in relazione ai problemi di alto rischio ambientale, per i programmi di disinquinamento e di monitoraggio ambientale”.

martedì 7 febbraio 2017

Lettera aperta di un ristoratore agli aspiranti chef - Piero Pompili*

Lavorare nel mondo della ristorazione visto da fuori può sembrare bellissimo, stimolante, ricco di soddisfazioni, tant'è che complice la televisione e la mediaticità dei cuochi, oggi tutti i giovani vogliono fare lo chef, convinti che entreranno in un mondo bellissimo, fatto di poco lavoro, tanta televisione, fama e parecchi soldi.

Niente di tutto ciò ovviamente è vero. O meglio, avrete più probabilità di essere colpiti da un asteroide che diventare quei 10 - 20 (ma facciamo anche 30) cuochi che ce la faranno.
La verità è che lavorare in un ristorante è una bella porcheria. E non si sa perché nessuno ha il coraggio di dirvelo.
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Prima di tutto, scordati di lavorare poco.
In un ristorante si fanno due servizi spezzati e per quel poco che puoi lavorare stai in bottega almeno 10 ore, lavorando pranzo e cena hai una piccola pausa nel pomeriggio che se ti va bene ti permette di stare seduto 2 ore, altrimenti esci e porti fuori il cane.
In pratica la tua giornata lavorativa è la tua giornata, lavori e basta. In pratica vivi per il lavoro. Sai a che ora inizi ma non saprai mai a che ora uscirai da una cucina.

Non pensare minimamente di poterti ammalare, il 90% dei ristoranti ha un personale ridotto all'osso e la tua partita non è sostituibile e metteresti in difficoltà la piccola azienda in cui lavori. Per cui quando stai male, di base, oltre a fare il tuo lavoro, incrementi anche le casse dei farmacisti visto che oltre a dell'ottimo cibo hai servito ai clienti anche i tuoi bacilli.
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Un dipendente normale ha diritto 4 settimane di ferie, di cui 2 le sceglie il dipendente (con il benestare del datore di lavoro) e le altre due il datore di lavoro.
Bene, scordati pure di andare in ferie quando ti pare (ovvero in bassa stagione), in ferie ci vai quando il ristorante chiude e la chiusura del ristorante coincide sempre con il periodo in cui il ristorante lavora meno, per cui dimentica pure di progettare le tue ferie e visto che ci sei, dimentica pure di usufruire dei permessi retribuiti di cui hai diritto, devi venire al lavoro quando stai male, dove cavolo vuoi andare quando stai bene?

Lo stress.
Siete abituati a vedere cuochi e cucine sempre sorridenti ma niente di tutto questo è vero. Stare in una cucina è un po come stare in una sala operatoria però con più rotture di scatole.
Sai, ti muore il paziente puoi sempre dire ai familiari: "Abbiamo fatto di tutto per salvarlo". E loro, di base, ci credono e la cosa finisce lì. Ecco, per un cuoco invece non è così perché oltre ad aver fatto di tutto per salvare quel piatto, ciò non toglierà l'ira funesta degli utenti di TripAdvisor nel recensirti, o dei giornalisti gastronomici che hanno in mano la tua sorte gastronomica e a volte, anche la tua tritticante carriera...

La retribuzione.
Molti sono convinti che un cuoco guadagni dai 4.000 euro in su. La verità è che se riesce a portartene a casa la meta è già un bel successo e puoi considerarti fortunato, ovviamente non tutti in busta, perché poi all'azienda costeresti troppo e non sarebbe in grado di poter sostenere quella spesa di personale.
Tutti gli altri schiavi della cucina forse arriveranno a guadagnare tra i 1.200 e 1700 euro. E considerando i sacrifici che bisogna affrontare per fare questo duro mestiere, è una bella schifezza di stipendio. Ma state tranquilli, passando tutto il tempo nel ristorante anche se doveste guadagnare di più non avreste il tempo di poterli spenderli...

Detto questo, potrei andare avanti per ore a trovare difetti e ombre di questo dorato quanto magico mondo della cucina che tanto sognate.
Ma mi piace farvi sognare ancora un po' così quando vi ritroverò di belle speranze, in stage, seduti a pranzo affianco a me e vi chiederò cosa vi ha spinto a fare la scuola alberghiera e mi racconterete le vostre speranze e ambizioni, la mia risposta senza neanche guardarvi in faccia sarà sempre la stessa: "Il mondo della cucina di certo non aspettava che te... Hai 18anni, una vita davanti e se solo lo volessi, centinaia di magliette di Zara da piegare ma se proprio insisti a star in questo mondo, benvenuto nell'inferno".

* L'autore è il restaurant manager del Ristorante Al Cambio di Bologna