lunedì 14 gennaio 2019

Inga 3, una mega diga sul fiume Congo farà decine di migliaia di sfollati - Marina Forti




Tra i motivi di tensione nella Repubblica democratica del Congo ce n’è uno di cui poco si parla. Si tratta di un grande progetto idroelettrico: una mega diga sul fiume Congo, pensata per produrre ed esportare energia in tutta l’Africa. Però farà trentasette mila sfollati, secondo i progetti ufficiali, e toccherà anche molti che vivono a monte e a valle. La storia della diga Inga 3 è esemplare, in negativo.
La centrale idroelettrica Inga 3 è progettata in una zona di cascate spettacolari nel basso bacino del fiume Congo, circa 225 chilometri a sud-ovest della capitale Kinshasa, per generare 11 mila MegaWatt di energia elettrica. Se ne parla da almeno un decennio, e nei piani del governo (quello del presidente uscente Joseph Kabila) rientra in un progetto più ampio di centrali idroelettriche chiamato Grand Inga.
Per il governo è un’opera indispensabile per lo sviluppo dell’economia congolese, in particolare per sconfiggere la penuria energetica che limita la crescita dell’industria mineraria (la Rdc è il maggiore produttore mondiale di rame e il secondo produttore di cobalto, minerale la cui domanda mondiale sta schizzando in alto da quando è usato nelle batterie delle auto elettriche).
L’inizio dei lavori al progetto Inga 3 è imminente – o almeno così è stato detto quando nell’ottobre 2018 il governo della Rdc ha firmato un accordo esclusivo con un consorzio sino-cinese (la parte cinese è guidata dalla China Three Gorges Corporation e Power China, quella spagnola da Actvidades de Construccion y Servicios SA e AEE Power Holding). La costruzione costerà 14 miliardi di dollari – salvo lievitare come spesso accade per simili grandi opere.
Per gli abitanti di Inga però la nuova diga non promette nulla di buono. Il fatto è che i futuri sfollati «non hanno dove andare», spiega Rudo Sanyanga, attivista di International Rivers (organizzazione internazionale per la salvaguardia dei fiumi), che ho incontrato di recente a Johannesburg, in Sudafrica, durante una sessione del Tribunale permanente dei popoli sul potere delle multinazionali estrattive nell’Africa meridionale. Sanyanga spiegava che né il governo né le imprese costruttrici hanno mai fatto un vero studio dell’impatto ambientale e sociale del progetto Inga 3, e non c’è alcun piano per risistemare e risarcire le 37 mila persone destinate a sloggiare per fare posto al cantiere e al lago artificiale. Nessuno è stato informato, tanto meno consultato.
Se gli abitanti hanno una vaga idea di come la diga cambierà la loro vita, è perché l’hanno già visto. Infatti, molti dei villaggi della zona interessata erano già stati sfollati dalle prime due dighe costruite in quella zona del fiume Congo: Inga 1 (nel 1972) e Inga 2 (1982). Allora gli sfollati hanno avuto poco o nulla per compensare le case e la terra che hanno perso. Comunità che vivevano di agricoltura e di pesca sono rapidamente precipitate in quella che alcuni chiamano “povertà indotta dallo sviluppo”.

Lo spiegano bene le testimonianze sentite a Johannesburg: «Abbiamo dovuto abbandonare la terra. Avevamo buona terra, rendeva bene, facevamo diversi raccolti di fagioli e potevamo venderne al mercato: ma questo era prima di Inga 1. La terra che ci hanno dato in cambio non è buona, ed è molto lontano da dove abitiamo. Vivere della terra ormai è molto difficile”, ha spiegato una donna. Anche la pesca è crollata, perché la diga ha distrutto i luoghi più pescosi. La diga ha creato lavoro? «Quando hanno cominciato a costruire Inga 1, i reclutatori giravano nei villaggi di tutta la regione per cercare uomini che lavorassero nel cantiere» spiega un’altra testimone, Angelique: lei è nata a Inga perché suo padre era uno di quei lavoratori. «Ma è stato un lavoro temporaneo, perché finita la costruzione i nativi sono stati messi da parte, la centrale idroelettrica da lavoro solo a gente qualificata che viene da fuori». Solo che ormai erano là, e ci sono rimasti.
In questa discesa nella povertà di solito sono le donne a garantire la sopravvivenza delle famiglie, spiega Blandine Bonianga dell’organizzazione Femmes Solidaires. «Si inventano piccolissime attività, ad esempio prendere verdure a credito e poi rivenderle al mercato, ricavando un minuscolo surplus che permetterà loro di comprare del cibo per la famiglia. Altre vanno a cercare tra gli scarti nel posto peschereccio per tirare su qualcosa da cuocere. Si occupano dei malati, dei vecchi. È questo lavoro invisibile delle donne che permette alle famiglie di tirare avanti, mentre gli uomini sono disoccupati».
Racconta di donne che si alzano prima dell’alba per andare ad attingere acqua, preparare la colazione ai bambini, poi camminare chilometri per andare a lavorare i piccoli campi avuti in risarcimento prima di tornare a occuparsi della cena.
«I nostri villaggi non hanno tratto nessun vantaggio dallo sviluppo», dice Bonianga: «Ora tutti temono che la nuova diga, la terza, peggiorerà tutti i problemi».
Inga 3 infatti allagherà un’ampia zona di terra molto fertile. Di nuovo, gli abitanti perderanno case, campi da coltivare, zone di pesca; saranno ricollocati chissà dove, col rischio di perdere l’accesso ai servizi essenziali e al mercato del capoluogo. «Ora viviamo nell’incertezza. Gli abitanti non sanno cosa succederà, né quando cominceranno i lavori, né dove andranno», continua Bonianga: «La preoccupazione di tutti è il diritto alla terra. Perché terra significa non solo raccolti e mezzi di sussistenza; per noi è in pericolo anche la convivenza, il tessuto sociale, la nostra cultura».
I cittadini della Rdc pagheranno il prezzo della mega-diga anche in un altro senso. Per costruire Inga 1 e 2 e inseguire i suoi sogni grandiosi, il governo dell’allora presidente Mobutu si era fortemente indebitato. La Rdc (allora si chiamava Zaire) è entrata in una crisi del debito che ha comportato aggiustamenti strutturali, taglio della spesa pubblica, mancato investimento nello sviluppo sociale. Per ironia, le dighe Inga 1 e 2 producono meno della propria capacità, causa la cattiva gestione. Del resto, l’84 per cento degli abitanti della repubblica democratica del Congo non hanno accesso all’energia elettrica – neppure i villaggi della regione di Inga hanno corrente elettrica.
La nuova Inga 3 però non porterà luce elettrica agli abitanti della regione. L’energia prodotta è destinata più che altro alle zone minerarie e soprattutto all’esportazione. Anzi, da quando nel 2016 la Banca Mondiale si è ritirata dal progetto (citando la mancanza di trasparenza e interferenze da parte dell’ufficio di presidenza della Rdc), il governo ha ridisegnato il progetto per farne una fonte di energia da esportare. Così oggi il progetto Inga 3 è appeso a un accordo con il Sudafrica, che si è impegnato a comprare circa 2.500 MW (cosa che implicherà costruire gigantesche linee di trasmissione della corrente elettrica). Il trattato Rdc-Sudafrica ha permesso al governo congolese di rassicurare potenziali investitori sulla fattibilità del progetto. Resta però da definire il Contratto d’acquisto, che stabilirà quantità e tariffe.
La fattibilità economica del progetto Inga 3 è molto discussa (come ben sintetizzano i dossier di International Rivers). I critici sottolineano il rischio finanziario per il paese. Molti nella Rdc sostengono progetti alternativi: una diga più piccola in ogni regione della paese servirebbe molto meglio a dare energia ai congolesi (ma non è il genere di progetto che attira i grandi investitori). Molte organizzazioni sociali congolesi, gruppi di donne come Femmes Solidaires, organizzazioni per la giustizia ambientale, stanno conducendo una campagna per fermare il progetto Inga 3. Chiedono di fare pressione sul Sudafrica perché ritiri il suo impegno; hanno inviato petizioni alla Corte africana per i diritti umani in nome delle decine di migliaia di futuri sfollati. Rivendicano il diritto a scegliere che tipo di sviluppo sia meglio per il paese. Rivendicano il diritto a dire di no a un’opera di cui pagheranno tutti i costi, senza vedere benefici.

domenica 13 gennaio 2019

Quando la banca chiama - Marco Bersani


 La “prima volta” è arrivata anche per il governo del cambiamento. Al termine di un Consiglio dei Ministri convocato con urgenza lunedì scorso, la maggioranza gialloverde, a dispetto di tutti i proclami contro i governi precedenti, giudicati “al soldo delle banche”, ha approvato il suo primo decreto salva-banche.
Questa volta riguarda la Cassa di Risparmio di Genova (Carige), le cui difficoltà finanziarie sono facilmente riassumibili, scorrendo le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Genova ha condannato l’ex Presidente Berneschi e il suo braccio destro Ferdinando Menconi, ex capo del settore assicurativo, rispettivamente a 8 e 7 anni di reclusione.
Vi si legge infatti: “ (..) Il maggiore gruppo bancario ligure è stato condotto al progressivo depauperamento attraverso un minuzioso e costante disegno truffaldino, architettato da un comitato d’affari occulto, che come obiettivo aveva unicamente l’arricchimento personale. Un vero e proprio gruppo criminale che sfruttava le proprie posizioni apicali, aveva appoggi internazionali e si appoggiava sistematicamente su paradisi fiscali e banche offshore”.
Il disastro che è seguito, argomentano i magistrati, era già scritto nella concentrazione di potere nelle mani del padre-padrone, depositario di un potere che, secondo Bankitalia, “raramente si è visto nelle mani di un amministratore, ed è stato esercitato con modalità disinvolte e spregiudicate”.
 E quando il disastro si realizza, chi deve porvi rimedio se non la collettività?
Il decreto approvato rispecchia lo schema di quanto messo in atto dal governo Gentiloni in merito alla vicenda delle banche Popolari Venete e del Monte dei Paschi di Siena, prevedendo garanzie pubbliche sui titoli emessi dalla banca fino all’ipotesi di una sua ricapitalizzazione da parte dello Stato. E, come ogni altra volta nella quale il pubblico si è precipitato in soccorso di una banca, anche questa volta dai guardiani dell’Ue è prontamente arrivato il nulla osta a procedere.
Solo per dare un’idea di cosa si stia parlando, vale la pena ricordare come, secondo i dati ufficiali della Commissione europea, dallo scoppio della crisi ad oggi gli Stati membri dell’Unione Europea abbiano stanziato 1.400 miliardi di euro solo per ricapitalizzare le banche in crisi e coprirne le perdite, una cifra pari a 10 anni del bilancio con cui l’Ue finanzia tutti i suoi programmi comunitari.

La rivista Valori (https://valori.it/ ) ha provato a ipotizzare cinque esempi di come si sarebbero potuti utilizzare quei soldi:
a) garantire 1000 euro al mese per un anno a tutti i cittadini europei a rischio povertà (117,5 milioni di persone).
b) assicurare per 20 anni i fondi necessari per raggiungere i Millennium Development Goals ONU (la Banca mondiale stima in 40-60 miliardi di dollari i fondi aggiuntivi necessari come aiuti esteri).
c) assicurare per 14 anni, i 100 miliardi necessari per salvare il mondo dalla catastrofe climatica
d) garantire assistenza a tutti i rifugiati e richiedenti asilo europei per 30 anni (attualmente l’Europa ospita 2,3 milioni di rifugiati cui si sommano 1,26 milioni che hanno fatto richiesta di asilo).
e) aumentare di 66 volte il piano Juncker per gli investimenti strategici (il capitale dello European Fund for Strategic Investments è di 21 miliardi) che secondo i calcoli della Commissione europea, avrebbe prodotto, già con la dotazione attuale, 750mila posti di lavoro e incrementato il Pil europeo dello 0,6%.
Ma oltre a tutto quanto detto sopra, resta una considerazione di fondo: quando si inizierà ad accompagnare ai salvataggi con soldi pubblici delle banche private, una strategia politica che rimetta  il sistema bancario e finanziario dentro l’interesse generale e il controllo democratico e popolare?
Quando si metterà finalmente mano a Cassa Depositi e Prestiti per riportare i 250 miliardi di risparmio postale dei cittadini alla vocazione originaria di leva per il finanziamento agevolato degli investimenti dei Comuni e delle collettività locali in direzione di un altro modello di città e di territorio?

Al Dio sconosciuto. Il fuoco e i migranti - Mauro Armanino



Oggi farò una rivoluzione da solo. Benvenuti coloro che mi seguiranno. Mi immolerò nel fuoco. Se qualcuno troverà lavoro allora il mio gesto non sarà stato inutile. Da otto anni ci hanno fatto promesse menzognere. Io non appartengo a nessun partito politico. Voi dimenticate i senza lavoro e assumete chi già possiede il necessario. Qui c’è gente che non ha nulla. Nel Paese ci sono regioni relegate ai margini. C’è gente che vive ma che in realtà è già morta. Perché dovrei attendere fino a gennaio, febbraio oppure fino a marzo?

Smettiamola per una buona volta. Fossimo seri non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare di questi tempi e non è certo andasse meglio in quelli trascorsi. Festeggiare un anno che passa o un natale che viene senza di noi non ha senso. Meglio scendere alla prima fermata del treno che non va da nessuna parte. All’insaputa dei potenti e dei distratti l’unico anniversario che dovremmo festeggiare è già passato e pochi se ne sono accorti. Poi, senza preavviso, accade quello che non dovrebbe mai succedere in questo mondo. Il testamento che il giornalista tunisino Abderrazak Zorgui ha lasciato scritto prima di immolarsi nel fuoco lo ricorda. Le parole sopra riportate ne sono un estratto.
Il senso del nome del giornalista, Abderrazak, significa ‘servitore di Colui che provvede’ e il suo ultimo scritto è un grido buttato nel fuoco a Kasserine in Tunisia. L’ultima rivolta nello stesso Paese era nata in circostanze simili. Le rivoluzioni tradite si trasformano presto in cimiteri di cenere e sabbia. In quest’ultima si pensa che i morti negli anni passati siano stati senza numero. Il progetto ‘Missing Migrants’ (Migranti Perduti) attesta la morte nel continente africano, nei vari transiti e frontiere, di 6 mila 615 migranti. Per l’anno scorso, nel nostro continente, si sono contati mille 386 decessi e questo fa dell’Africa il continente più mortale per i migranti. Immolati alla sabbia, ai sassi, alle malattie e soprattutto alle politiche.
Finiamola se ancora siamo in tempo. Fossimo in ascolto della sofferenza del mondo avremmo da tempo cambiato il tipo di festa. I morti nel mare dell’anno appena trascorso sono stati stimati ad almeno 2 mila e 260. Questo assicura al Mediterraneo il triste primato di essere il mare più mortale del mondo. Più morti dell’anno precedente malgrado ci siano state meno traversate del mare. Conseguenza delle scelte politiche dell’Europa dove si pagano gli aguzzini perchè in Libia facciano bene il lavoro a loro richiesto. Arrestare, detenere, vendere, torturare e infine buttare a mare prima che sia troppo tardi. Non lo si voleva sapere perché solo si vede ciò che importa vedere. Esattamente come i campi di concentramento nazisti o la ‘soluzione finale’ degli ebrei col genocidio annunciato. Chi sapeva non parlava.
Come per non lasciare dubbi in proposito, ancora l’Europa, ha stanziato qualcosa come 41,7 milioni di euro allo stato del Niger a fine dicembre 2018. Il tema del controllo migratorio e della sicurezza alle frontiere è al cuore delle prerogative europee. Gli altri interessi sono subalterni al principale citato. Consolidare lo Stato, riforme, politiche dell’educazione e la sicurezza alimentare completano il panorama dei progetti da finanziare in fretta. Detto versamento completa quanto già effettuato a suo tempo, che porta ad un totale di 92,7 i milioni di euro sbloccati. Ormai più nessuno oserebbe negare che le migrazioni siano il business più redditizio del Paese in questione.
La vera festa, superstite del naufragio, comincerà il giorno nel quale si apriranno gli occhi dei ciechi, le orecchie dei sordi e il Dio che provvede troverà dei bambini con cui giocare.

sabato 12 gennaio 2019

Se un paesino manda via una corporazione - Maria Rita D’Orsogna


Eccoci qui, dopo sei anni di battaglie e batticuore, la fine è arrivata anche per il pozzo proposto dall’Eni e dalla sua socia minoritaria Petroceltic a Carpignano Sesia (Novara), popolazione 2,521 anime. Il pozzo Carisio non s’ha da fare!
Sono felice: per questa piccola comunità nel verde che ha sconfitto il gigantecon caparbietà e perseveranza, per il nostro pianeta che cosi ha un pozzo di meno, e per la speranza che questa storia infonde a tutti quelli che non lo vogliono proprio il mostro nelle loro campagne, nei loro mari o nei loro monti. E anche perché per una volta parliamo di una storia bella. Un po’ mi commuovo mentre scrivo queste cose, nel mio ufficio, di pomeriggio e in silenzio perché so davvero la dedizione che ci vuole e perché il mondo sarebbe migliore se tutti ci impegnassimo cosi.
In 2.500 hanno mandato via una corporazione che trivella da decenni a destra e a manca, dall’Alaska alla Nigeria, con appoggi politici di tanti governi passati, con storie di corruzione, di scarsa attenzione ai popoli vicino ai loro impianti, e con nel cuore solo il vile denaro. Ma a Carpignano non ci sono riusciti.
Ora i signori dell’Eni se ne andranno con la coda che gli si attorciglia fra le sei gambe.

Credo allora che qui un grande grazie, un grande “bravi”, vada al Comitato Difesa della Natura e del Territorio di Carpignano che ha lavorato a lungo e con amore. Ci sono stata qui e ne ho parlato varie volte anche quando scrivevo sul Fatto Quotidiano. È bello vedere un paese intero che si vuole bene e che non si arrende. E credo che ci voglia anche un bravo al M5S e uno a Davide Crippa che hanno scelto di bocciare definitivamente il progetto dichiarando la decadenza del permesso. Non era una decisione scontata, né un atto dovuto. Grazie.
Ormai sono tanti anni che seguo le faccende petrolifere e la storia si ripete sempre secondo lo stesso copione principale: le vittorie hanno bisognano di tempo, sono fatte di passi avanti e di passi indietro, di persone che si scoraggiano ma che poi continuano nonostante tutto. Di persone che cercano di fare qualche cosa ogni giorno con creatività e amore. Di persone che alla fine prevalgono. Da Carpignano al Centro Oli di Ortona, da Sciacca a Bomba, dal parco del Curone ad Arborea, fino ad Ombrina. Il mio augurio è che tutte le comunità d’Italia con lo spettro del petrolio (o di qualsiasi altro mostro ambientale) abbiano la stessa voglia di lavorare, la stessa unità, lo stesso amore e che sappiano mettere da parte il proprio ego per essere a servizio dell’altro, dell’Italia, del pianeta.
Queste battaglie ambientali, cosi difficili, lunghe e snervanti, possono dare un senso alle nostre vite, e possono farci sentire che abbiamo seminato semi buoni, che siamo riusciti a elevarci in alto, più in alto dei nostri piccoli egoismi quotidiani, e verso quell’ad majora a cui in un modo o nell’altro tutti aneliamo. Tanti auguri Carpignano Sesia!

giovedì 3 gennaio 2019

Ridere - Daniele Martino



In sei ore ne capitano di cose, stando insieme. Raramente nella nostra vita privata dobbiamo stare nella stessa stanza con qualcun altro ore e ore, senza pause. Oggi è tale la paura che un ragazzino si spacchi il naso durante un intervallo che certi dirigenti scolastici addirittura vietano di fare l’intervallo nei corridoi e negli atrii! Chiusi in classe! Oppure spuntano cartelli di VIETATO CORRERE! VIETATO USARE IL CELLULARE! VIETATO FUMARE! (questo diventa attuale ormai dalle classi terze della media, dove i maschi credono di farsi fighi svapando nei bagni…). La mia innata propensione alla provocazione mi spinge più volte a voler appendere qualche altro cartello, tipo: VIETATO RIDERE! VIETATO ABBRACCIARSI! VIETATO STARE BENE! Lo so lo so, i pericoli ci sono: a me in prima media hanno spaccato il naso; resta uno dei rari ricordi della mia infanzia; immenso atrione alla scuola media Majorana; orde di classi mescolate, scatenamento scimmiesco generalizzato; un tizio con rincorsa salta in groppa a un altro tizio che mi precipita sul naso con la tempia; svengo, e quando riapro gli occhi vedo il mio sangue per terra dappertutto; risvengo, e quando mi sveglio in pronto soccorso un medico cerca di raddrizzarmi con i pollici il naso. Ne so qualcosa, ma niente è più difficile che spiegare ai bambini, ai ragazzi, e agli adulti l’inesorabile concatenazione di causa-effetto. Niente da fare. Respiro tutt’ora con una narice alla volta, e ho troppa paura di farmi operare al naso.
Quindi, capisco che un dirigente scolastico tenda a trasformare una scuola in un carcere di massima sicurezza: prevenire, proibire, visto che al punire ci sono ancora poche alternative e non si può più. Ma ogni passo che facciamo nella direzione di bloccare i loro corpi ne facciamo uno indietro lontano dall’affettività; se loro non possono correre, noi non possiamo toccarli. Guai se un professore sfiora con il suo corpo un allievo! Chiunque può denunciarti per pedofilia, se gli dai una carezza sulla nuca (spesso infestata di pidocchi) o per violenza sui minori se lo allontani con energia dalla zuffa con un rivale. Se oggi dovessimo osservare ogni possibile effetto accidentale o legale di un nostro comportamento in una scuola potremmo tranquillamente passare alle videoconferenze in assenza. A che serve il mio corpo di prof in una scuola o in una classe se non posso camminare con loro, abbracciarli se piangono, dare una pacca sulla spalla se stiamo ridendo, spingerlo lontano se si sta schiaffeggiando?  Se devo restare una voce che “fa la lezione” e enumera le regole e le proibizioni passiamo pure alla robotizzazione: ce ne stiamo a casa e ci colleghiamo in videodiretta mentre qualche domatore mantiene i loro corpi zitti e muti in classe.
Detta così sembra che la scuola sia un posto tristissimo. Ma effettivamente i ragazzi ridono. In continuazione. Non ridono per niente entrando, poi in inesorabile drop techno ridono in classe durante la lezione, ridono a crepapelle uscendo. Non è piacevole stroncare una risata in un ragazzino e sistemare l’apprendimento nella colonna delle non-risate. Un altro ricordo della mia scuola media è appunto quello delle risate (a crepapelle spesso) che ci facevamo in classe. In seconda media eravamo solo due piemontesi: la scuola media Ippolito Nievo aveva appena fatto ingresso nella nuovissima e quasi bella sede in Largo Mentana, in zona pre-collinare, che oggi è ovviamente una scuola piuttosto chic. Ma quello era il primo anno in cui la vecchia sede vicino alla stazione centrale di Porta Nuova, fatiscente, era stata definitivamente chiusa. 20 studenti su 22 in quella seconda (beh, sì, dopo la rottura del naso avevo cambiato scuola…) erano figli di immigrati italiani meridionali. Usai e Palladino erano multiripetenti; erano altissimi, giganteschi rispetto a noi, e almeno Usai per me era un figo assoluto: aveva capelli lunghi sino alle spalle e fumava. Palladino era meno figo ma facevano coppia. Durante l’ora di Tecnologia una volta con metodica lentezza avevano cominciato ad impilare tutte le sedie della classe, mentre il povero prof urlava a squarciagola vietandoglielo. La pila cresceva… era diventata una piramide… altissima… quindi? A un certo punto Usai prende la sedia più sotto… e la strappa via! Un boato spaventoso! E io, Franti, risi. Ridevamo tutti. E Usai e Palladino si presero l’ennesima nota.

Se un mio allievo oggi provasse a fare una cosa del genere non riderei proprio. Quindi, quello che fa ridere un ragazzino quasi mai fa ridere un prof. Li trovo stupidini e scemini, ma non posso dirlo se no sono anti-pedagogico eccetera. Ma quando sono lì, tutto socratico che cerco di condividere con loro (non si dice più “fare lezione”, loro dicono “il prof ci spiega”) il tema dei Paesi ricchi e di quelli poveri nel mondo, quando cerco di attirare la loro attenzione spiegando che colonialismo imperialismo e guerre non sono che la versione statale della prevaricazione o del bullismo che loro quotidianamente possono agire o subire come individui, e ne vedo 2-4-6 che tra di loro ridono per Dio-sa-solo-cosa, a me non vien da ridere e devo cercare di non arrabbiarmi. Mi sento offeso! Sì, certo! Ragazzi, 80 anni fa mio padre per andare a scuola ha dovuto lasciare il suo villaggio di montagna e scendere in città, oggi avete l’istruzione gratuita e in classe ridete? Allora, invece di urlare, mi offendo e sto zitto e li guardo. Un minuto, due minuti, tre minuti… qualcuno comincia a urlare “state zitti!” e per ora si arriva ancora agli ultimi due o tre che nel silenzio dicono una sciocchezza, ridono, si guardano intorno, e hanno la vaga sensazione di essere fuori dal coro. E tacciono, e mi guardano.

Le uniche volte in cui ridono per qualcosa che dico io è quando acchiappano un doppio senso volgare. Huda non ha il libro, come al solito, e io sto facendo leggere a turno. Sekou il libro ce l’ha, ma è uno di quelli che ridacchiano perché quando vuole leggere legge così male che si vergogna e non va oltre una frase. Allora Huda – che quando smette di litigare con Mwaka vuol farmi vedere che oltre che carina è pure brava - vuol leggere. Ma Sekou, visto che lei civetta e si punzecchia e si dà schiaffetti con Mwaka e non con lui, non vuol condividere il suo libro con lei manco morto. Allora Huda mi urla “prof! Sekou non mi fa vedere il suo libro!” e quando io dico “Sekou , faglielo vedere!” viene giù la classe dalle risate. Maschi e femmine. Vabbeh, mi scappa un sorriso quando arrivo anch’io a quel punto al doppio senso. Grazie al cielo suona l’ultima campanella.
Devo trovare il modo di ridere con loro.

mercoledì 2 gennaio 2019

La strage nascosta al mondo - Aldo Morrone



Oggi è in corso una vera “strage degli innocenti” che continua a non fare notizia eppure è un dramma per milioni di bambini. Si tratta della diarrea infantile, che rappresenta la seconda causa di morte nel mondo per i bambini: ogni anno uccide oltre 525 mila bimbi sotto i cinque anni, in gran parte in Africa e in Asia. In tutto il mondo sono oltre 1,7 miliardi i casi di diarrea infantile ogni anno e questa è anche una delle principali cause di malnutrizione.
Il problema è che non esistono giornate di studio o seminari, né progetti internazionali per creare un’attenzione su questa malattia dei più poveri.
Anche di questo abbiamo discusso in Africa, durante la sesta conferenza internazionale Skin on the Move- Dermatological Diseases and Global Health che l’Istituto San Gallicano (IRCCS) ha organizzato ad Addis Abeba, Mekellè, Aksum e Sheraro. Quattro città diverse con malattie e problemi diversi. Durante i lavori del congresso, e nelle visite ai centri sanitari delle aree remote rurali, abbiamo scoperto che tutte le cifre ufficiali che vengono riportate dai documenti anche dell’OMS, in realtà rappresentano solo la punta dell’iceberg. Si muore di diarrea infantile molto di più di quanto sia riportato dalle statistiche.
Dunque, la speranza è che proprio da qui, dal confine tra Etiopia ed Eritrea, dal cuore dell’Africa, possa partire un’iniziativa internazionale per contrastare questa vera “strage degli innocenti” e salvare milioni di bambini.
La diarrea infantile sembra una causa di morte di serie B. Non esiste neppure la giornata internazionale per ricordarla, a differenza dell’Aids, della malaria e della tubercolosi. Per questo vorremmo proporre di istituire questa giornata proprio oggi, 28 dicembre, in cui si commemora la “strage degli innocenti”.
Eppure per prevenirla, si richiedono semplici mezzi a costi irrisori. È forse per questo che nessuno ne parla. Sono sufficienti banali rimedi come lavarsi le mani prima di mangiare oppure, in assenza di acqua potabile, bere acqua bollita. Nel caso in cui un bambino, invece, contragga l’infezione intestinale, la prima cosa da fare è evitare che giunga a disidratazione, principale causa di morte. E per questo può bastare un litro d’acqua, 8 cucchiaini di zucchero, uno di sale e il succo di un limone.
Girano pochi soldi per curare la diarrea infantile e per creare sensibilità attorno all’argomento, ecco perché si fa poco o niente. Se un intervento sanitario costa troppo poco e, soprattutto, se non si muovono interessi finanziari notevoli e non vengono coinvolte grandi multinazionali, è difficile che qualcuno se ne accorga. Ecco la proposta provocatoria: istituire una giornata mondiale contro la diarrea. E farlo oggi, 28 dicembre, perché il mondo venga a conoscenza della sua pericolosità ma, al tempo stesso, di quanto sia semplice prevenirla e curarla.