domenica 11 ottobre 2026

A412, ruspe e gendarmi contro la resistenza nel Chablais

(da Osservatorio Repressione)

Nel Chablais francese avanza il cantiere dell’autostrada Machilly-Thonon mentre sono ancora pendenti i ricorsi degli oppositori. Ettari di bosco sono già stati abbattuti, aumentano fermi e controlli e il 5 ottobre la polizia ha sgomberato uno degli avamposti della mobilitazione. Nella foresta la resistenza continua.

Le ruspe avanzano rapidamente nel Chablais francese e la gendarmeria presidia il territorio per consentire la prosecuzione dei lavori dell’A412, l’autostrada di 16,5 chilometri destinata a collegare Machilly a Thonon-les-Bains. Mentre i ricorsi presentati contro l’autorizzazione ambientale attendono ancora di essere esaminati e il tribunale amministrativo dovrà pronunciarsi il 14 ottobre sulla richiesta di sospensione dei lavori, il disboscamento procede contemporaneamente in numerosi punti del tracciato. Secondo le stime delle associazioni mobilitate, dall’arrivo dei macchinari sarebbero già stati distrutti circa 30 dei 76 ettari di foresta destinati all’abbattimento. La corsa contro il tempo riguarda ormai entrambe le parti: il concessionario punta ad avanzare il più possibile nella finestra temporale autorizzata per il taglio degli alberi, mentre gli oppositori cercano di rallentare i lavori prima che una eventuale decisione giudiziaria arrivi quando una parte consistente del danno sarà ormai irreversibile. È questa la situazione descritta da Maude Jaquet nel reportage «Carnage dans le Chablais», pubblicato il 3 ottobre dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier, al quale si aggiungono gli sviluppi delle ultime ore.

La battaglia contro l’A412 è entrata infatti in una fase nuova. Il 5 ottobre uno degli avamposti della mobilitazione, un edificio abbandonato occupato dagli oppositori lungo il tracciato dell’autostrada, è stato sgomberato e successivamente demolito. L’operazione è stata effettuata sotto il controllo di un consistente dispositivo di gendarmeria, con più di venti militari presenti e controlli d’identità nei confronti degli attivisti accorsi sul posto. Era una delle strutture avanzate della resistenza, non il principale presidio nella foresta, dove la mobilitazione continua. Il significato dell’operazione va comunque oltre la demolizione di un edificio: mentre le procedure giudiziarie sul progetto non sono concluse, sul territorio lo Stato garantisce materialmente l’avanzamento del cantiere e rimuove gli ostacoli costruiti da chi tenta di rallentarlo.

Il reportage di Le Courrier restituisce con efficacia la materialità di quello che sta accadendo. Gli abitanti hanno imparato a riconoscere a distanza il rumore delle abbattitrici. I macchinari si spostano tra differenti porzioni di bosco e lavorano contemporaneamente in più punti. Un residente di Mésinges racconta alla giornalista di aver visto cinquanta metri di vegetazione cancellati in meno di due ore. Secondo le osservazioni degli attivisti, sette macchine opererebbero parallelamente dall’alba al tramonto. Gli oppositori cercano di seguirne gli spostamenti attraversando boschi e roveti, raggiungendo i cantieri e, quando riescono, salendo direttamente sui mezzi per interrompere almeno temporaneamente il lavoro. Ogni ora guadagnata diventa importante perché l’abbattimento procede mentre la giustizia deve ancora pronunciarsi sulla richiesta di sospensione. Il prezzo di queste azioni è un numero crescente di controlli, fermi e sanzioni.

L’autorizzazione ambientale è stata firmata dalla prefettura dell’Alta Savoia il 28 agosto e ha consentito l’avvio della fase operativa. Il 14 settembre una coalizione composta da associazioni ambientaliste, agricoltori, cacciatori e residenti ha presentato due ricorsi alla giustizia amministrativa, uno dei quali con procedura d’urgenza per ottenere la sospensione dei lavori in attesa della decisione nel merito. Il punto politicamente rilevante è dunque evidente: il cantiere non sta aspettando l’esito del contenzioso. La macchina amministrativa e quella materiale procedono, mentre chi contesta il progetto tenta di impedire che la decisione dei giudici arrivi davanti a un territorio già trasformato.

Gli oppositori denunciano inoltre possibili irregolarità nelle modalità con cui vengono effettuati i lavori. Nel reportage di Maude Jaquet, Joanna Linares del collettivo Stop A412 mostra aree sottoposte a particolare tutela per la presenza di anfibi e sostiene che le misure previste per proteggere gli animali non sarebbero state applicate prima dell’arrivo delle abbattitrici. Il concessionario presenta invece nel progetto una serie di misure di mitigazione ambientale, dal trasferimento di specie vegetali all’installazione di reti e recinzioni fino alla creazione di nuovi habitat, dichiarando la presenza di quattordici ecologi incaricati di verificare le condizioni prima degli interventi. Ma gli attivisti intervistati da Le Courrier sostengono di non avere visto sul terreno né gli specialisti né, in alcuni punti osservati, le protezioni previste. Sono contestazioni che dovranno essere verificate nelle sedi competenti, ma riguardano precisamente uno degli elementi sui quali si fonda l’autorizzazione ambientale concessa al progetto.

Esiste poi un’altra questione particolarmente controversa. Amedea, società controllata da Eiffage e concessionaria dell’autostrada, ha iniziato a intervenire mentre non risultano ancora definitivamente acquisite tutte le particelle interessate dall’opera. Secondo i dati aziendali riportati da Le Courrier, resterebbero da acquisire circa cento lotti sui circa 1.300 interessati dal progetto. Un’ordinanza prefettizia di occupazione temporanea permette di effettuare determinate attività prima del completamento delle procedure di trasferimento della proprietà. Gli oppositori contestano però l’interpretazione data a quel provvedimento: secondo Stop A412 consentirebbe lavori preparatori come picchettature e indagini archeologiche, ma non autorizzerebbe il disboscamento definitivo. Anche in questo caso la questione non può essere risolta attraverso una dichiarazione politica: esiste un contenzioso giuridico aperto, mentre sul terreno gli alberi vengono già abbattuti.

La vicenda dell’agricoltore Sylvain Gaillard mostra concretamente cosa significhi questa accelerazione. La sua azienda, GAEC La Rochette, produce Reblochon e carne e rischia di perdere nel tempo circa il 10 per cento della propria superficie. Gaillard racconta a Le Courrier che i mezzi di Eiffage sarebbero entrati tagliando le recinzioni e avrebbero abbattuto in poche ore un boschetto appartenente allo zio, intervenendo in un’altra occasione in un pascolo dove si trovavano le giovenche. L’agricoltore sottolinea che quei terreni non sarebbero ancora stati espropriati né pagati. Il problema non riguarda soltanto la superficie sottratta direttamente dall’autostrada: la frammentazione degli appezzamenti e la modifica degli accessi rischiano di rendere inutilizzabili ulteriori terreni, in una zona dove la disponibilità di pascoli e fieno è fondamentale anche perché il disciplinare AOP del Reblochon impone un’alimentazione degli animali di provenienza locale.

La resistenza all’A412 non nasce dunque soltanto dalla difesa astratta del paesaggio. Tiene insieme abitanti, agricoltori, associazioni ambientaliste e attivisti che contestano la distruzione dei boschi e delle zone umide, la sottrazione di terreni agricoli e un modello di infrastrutturazione che continua a considerare nuove autostrade una risposta ordinaria ai problemi della mobilità. Già all’inizio di settembre le prime azioni di blocco erano state accompagnate da interventi della gendarmeria. Il 7 settembre una manifestazione pacifica contro i primi lavori era stata dispersa con gas lacrimogeni; nei giorni successivi una dozzina di oppositori era stata fermata dopo un blocco a Brenthonne, provocando una manifestazione davanti alla prefettura di Annecy convocata dalla Confédération paysanne. Il 21 settembre anche l’attivista ecologista Thomas Brail era stato posto in garde à vue mentre tentava insieme agli altri oppositori di fermare le abbattitrici.

È in questa sovrapposizione tra infrastruttura e ordine pubblico che l’A412 assume un significato che supera i sedici chilometri del suo tracciato. Lo Stato autorizza il progetto, le imprese accelerano i lavori e la forza pubblica garantisce che i cantieri possano proseguire anche mentre una parte della popolazione tenta di utilizzare gli strumenti giuridici disponibili per fermarli. Quando gli oppositori provano a trasformare il tempo della giustizia in tempo politico attraverso blocchi, presidi e occupazioni, la risposta diventa progressivamente poliziesca. Il 5 ottobre la demolizione dell’avamposto occupato rende visibile questa funzione: non soltanto sorvegliare il cantiere, ma liberare materialmente lo spazio necessario alla sua avanzata.

Il ruolo di Eiffage merita inoltre attenzione. È attraverso la controllata Amedea che il gruppo detiene la concessione dell’A412. La concessione durerà 55 anni, mentre agli agricoltori coinvolti, secondo quanto raccontato da Gaillard a Le Courrier, verrebbero prospettati indennizzi costruiti su periodi enormemente più brevi rispetto alla perdita permanente dei terreni. È una sproporzione che illumina uno degli elementi strutturali del conflitto: da una parte un’opera destinata a produrre effetti economici e territoriali per decenni, dall’altra comunità locali chiamate a sopportarne immediatamente i costi ambientali, agricoli e sociali. Nella segnalazione ricevuta da Osservatorio Repressione viene inoltre richiamata la presenza di Eiffage nel sistema delle grandi opere europee e nei lavori ferroviari legati alla Torino-Lione: un elemento che merita un approfondimento specifico sui rapporti tra grandi concessionari, infrastrutture e gestione dell’ordine pubblico nei territori attraversati dai cantieri.

Il 14 ottobre diventa per questo una data decisiva. Quel giorno il tribunale dovrà pronunciarsi sulla richiesta di sospendere i lavori. Gli oppositori stanno cercando di arrivarci conservando quanto più territorio possibile, perché una vittoria giudiziaria ottenuta dopo l’abbattimento dei boschi rischierebbe di avere un valore soltanto parziale. «Finché non verrà gettato il cemento, continueremo a lottare», dice Mahé, diciannove anni, nel reportage di Maude Jaquet. Non è soltanto una dichiarazione di determinazione: descrive esattamente la battaglia sul tempo che si sta combattendo nel Chablais. Le macchine devono correre per abbattere; gli oppositori devono rallentarle; la giustizia deve ancora decidere.

Lo sgombero del 5 ottobre non ha chiuso quella resistenza. Il principale presidio nella foresta continua e sono annunciate nuove iniziative, anche sul versante svizzero. L’obiettivo immediato resta impedire che, quando arriverà la decisione del tribunale, non ci sia più nulla da proteggere. L’A412 mostra così una contraddizione ormai ricorrente nei conflitti intorno alle grandi opere: il diritto degli oppositori a ricorrere alla giustizia rimane formalmente intatto, mentre la trasformazione materiale del territorio procede a una velocità capace di anticipare l’esito di quello stesso ricorso. Ed è precisamente in quello spazio, tra il tempo lento della giustizia e quello rapidissimo delle abbattitrici, che oggi nel Chablais si organizza la resistenza.

Nota: Questo articolo riprende e sviluppa informazioni e testimonianze contenute nel reportage di Maude Jaquet, “Carnage dans le Chablais”, pubblicato dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier il 3 ottobre 2026, integrandole con gli sviluppi successivi della mobilitazione contro l’autostrada A412.


da qui

sabato 10 ottobre 2026

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI

 

Il 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori. 

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi: 

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione; 

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite; 

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore; 

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. 

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo <officinasaperi2016@gmail.com>, indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo…

da qui

 

giovedì 8 ottobre 2026

L’Italia invasa dai data center - Alessandro Vecchio

 Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

da qui

mercoledì 7 ottobre 2026

La storia della Keller: sanzioni a Teheran, licenziamenti a Villacidro - Marco Piras

Ormai da mesi viviamo in modo diretto, sulla nostra pelle, la conseguenza dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e la crescita del prezzo del carburante che, a cascata, si ripercuote sui prezzi di numerosi beni di consumo e di prima necessità.

Non è la prima volta che in Sardegna tocchiamo con mano le conseguenze della guerra al paese dell’Asia Occidentale che, seppur precedentemente portata avanti principalmente in forma di guerra economica, va avanti da decenni.

È interessante, esplicativo e forse non abbastanza conosciuto, il caso della Keller di Villacidro, azienda al cui fallimento, e alla perdita di centinaia di posti di lavoro nel paese del Medio Campidano, contribuirono in modo decisivo le sanzioni economiche comminate all’Iran nel 2007.

La Keller di Villacidro e la commessa Iraniana

La Keller Meccanica viene fondata nei primi anni ’80. Si tratta di una azienda specializzata nella produzione e manuntenziuone di qualcosa che in Sardegna sarebbe di grande aiuto per la tanto agognata infrastrutturazione dell’isola: vagoni e carrozze ferroviarie. Vive un primo periodo di grande crescita, che la portano ad ottenere importanti commesse dalle Ferrovie dello Stato, con un numero di occupati variabile che oscilla seguendo le fortune dell’azienda, ma sempre comunque superiore alle duecento unità.

Negli anni novanta vive un primo periodo turbolento, con cambi di proprietà, e il rischio di un fallimento che viene scongiurato dal commissariamento dell’azienda che porta a un successivo periodo di maggiore stabilità.

I fantasmi del passato e l’andamento altalenante dell’azienda sembrano svanire definitivamente quando, nel 2007, l’azienda riceve una commessa dal valore di ben 120 milioni di euro dell’Iran per la fornitura di materiale ferroviario. L’ordine avrebbe garantito lavoro per anni, e il futuro dell’azienda sembrava finalmente al sicuro.

Le sanzioni e la cassa integrazione

L’orizzonte roseo che si prospettava per l’azienda, si fa grigio tuttavia molto rapidamente. A alcune migliaia di chilometri di distanza, stava accadendo infatti qualcosa di estremamente pericoloso per il mondo: l’Iran era in procinto di sviluppare l’arma atomica. Tuttoggi, a distanta di alcuni decenni, la possibilità che l’Iran si possa dotare a breve di una arma atomica, nonostante più volte smentita, rimane una delle principali ragioni che vengono portate dai presidenti statunitense e israeliano per dare una giustificazione alle aggressioni militari. Un mantra, insomma, che va avanti da tempo.

Per mettere un freno al pericolo imminente, la soluzione era quella che viene spesso riproposta, in un mondo fino ad oggi dominato dal dollaro, come pressione politica nei confronti dei paesi non allineati ai voleri statunitensi: le sanzioni economiche.

Dopo un grande lavoro di persuasione da parte degli Stati Uniti sui membri del consiglio di sicurezza dell’ONU che erano riluttanti rispetto alla possibilità di votare una tale misura, una serie di risoluzioni emanate tra il 2006 e il 2007 impongono e successivamente inaspriscono sanzioni econimiche all’Iran. I paesi europei recepiscono le sanzioni.

Le sanzioni non impedivano di commerciare materiale ferroviario con il paese sanzionato. Almeno non direttamente. Tuttavia, la realizzazione del contratto presupponeva numerose transazioni finanziarie che, nel momento in cui il paese asiatico-occidentale venne escluso dai canari bancari internazionali, non potevano essere eseguite. Dopo alcuni anni durante i quali si cercò di trovare una via d’uscita da questa situazione, nel 2010 in contratto viene cancellato per l’impossibilità della sua attuazione. La Keller entra così in una gravissima crisi e quello stesso anno oltre 280 lavoratori vengono posti in cassa integrazione.

Il colpo di grazia

L’azienda già morente, che soppravvive con la cassa integrazione, riceve il colpo di grazia pochi anni dopo, nel 2014. Dopo essere stata rilevata da un gruppo di imprenditori indiani, firma un contratto con una società egiziana per la costruzione di carrozze, ma il contratto viene cancellato pochi mesi dopo, così come viene cancellata unilateralmente – per presunti ritardi nelle consegne – una consistente commessa da parte di Trenitalia per la costruzione di elettrotreni e la ristrutturazione di carrozze.

Nell’agosto dello stesso anno, gli oltre 280 lavoratori in cassa integrazone ricevono lettere di licenziamento di massa, e a novembre il Tribunale di Cagliari dichiara il fallimento della Keller Elettromeccanica, sancendo la fine definitiva della parabola di una azienda che – al di là dei benefici in termini di posti di lavoro in se – avrebbe potuto dare un contributo, endogeno, allo sviluppo infrastrutturale dell’isola.

Autonomia economica e strategica

Le vicende della Keller, qua riportate in modo sintetico, darebbero spazio a numerose riflessioni sul piano economico e politico. Ci mostrano, sicuramente, che le conseguenze dell’essere inseriti in un sistema mondo a dominio statunitense possono arrivare dove meno ce lo aspettiamo.

Seppur in esorabile decadenza, il paese a stelle e strisce può ancora, prepotentemente, stabilire in tutto il mondo chi, con chi e cosa si possa commerciare o meno. E può chiudere i rubinetti a chi non sottostà alla sua agenda politica.

Al giorno d’oggi, in una isola che pare un deserto dal punto di vista industriale, l’ampliamento di una fabbrica che produce le bombe con cui viene portato avanti lo sterminio del popolo palestinese, è considerata da alcuni una manna dal cielo, da difendere.

Ma l’isola potrebbe – e dovrebbe – avere uno sviluppo industriale differente, uno sviluppo industriale pacifico. La Keller – è di settembre la notzia della sua riapertura, ma è ancora presto per capire se non sia solo un annuncio propagandistico – ne è stata, per alcuni anni, una dimostrazione.

Affinché questo possa accadere, però, sono necessari due presupposti: in primis averlo, un piano di sviluppo industriale, avere un’idea di ciò che e come l’isola dovrebbe produrre e gettare a mare l’idea naif e pericolosa, che crea ulteriore dipendenza – che la Sardegna possa vivere – e vivere bene – di turismo o di solo settore primario.

In secondo luogo è imprescindibile avere una autonomia politca, economica e strategica, in cui la Sardegna possa decidere autonomamente – tanto dall’Italia di cui è periferia e terra di sfruttamento, quanto da attori più importanti ai quali è assoggettata la stessa Italia – cosa produrre, come e con chi commerciare: la sua condizione geografica al quale viene spesso attribuita il suo sottosviluppo non è altro che uno specchietto per le alloddole per mascherare responsabilità e scelte politiche.

In quest’ottica non possiamo che augurarci che il declino statunitense prosegua, e che sia superato da un mondo multipolare in cui gli stati, e tra loro una Sardegna indipendente, abbiamo la facoltà di stabilire autonomamente le proprie strategie geopolitiche e commerciali. Fino a che questo non avverrà, possiamo quanto meno immaginarlo, questo futuro, e lavorare affinché i cambiamenti che ci si prospettano davanti non ci trovino impreparati.

https://www.sindipendente.com/2026/10/01/la-storia-della-keller-sanzioni-a-teheran-licenziamenti-a-villacidro/

lunedì 5 ottobre 2026

L’ultima iniziativa di Mamdani è regalare 70 mila biglietti per l’opera ai newyorkesi che non si sono mai potuti permettere di andarci

 

Settantamila biglietti gratuiti per chi al Metropolitan Opera non ha ancora mai messo piede. Si chiama Opera for All, lo hanno annunciato il sindaco Zohran Mamdani, la vicesindaca per la giustizia economica Julie Su e la commissaria del Dipartimento degli Affari Culturali Diya Vij, ed è la punta di una collaborazione di lungo periodo tra il Comune di New York e uno dei più famosi teatri della città. Da questo mese il Met mette a disposizione 10 mila biglietti al mese per tutta la stagione 2026/2027 (circa il dieci per cento di tutti quelli in vendita) sorteggiati volta per volta tra chi si iscrive attraverso il sito del Comune o attraverso l’app del teatro. Vale ogni settore della sala (tranne per i posti in piedi) e può partecipare qualsiasi newyorkese che non abbia comprato un biglietto per il Met dal 2019 a oggi.

L’iniziativa del sindaco parte dalla convinzione che l’opera sia una delle più grandi forme d’arte e che proprio per questo non debba restare riservata soltanto a chi può permettersi di pagare un biglietto: nell’idea di Mamdani, ogni newyorkese dovrebbe potersi sedere su quelle poltrone a prescindere da quanto ci sia sul suo conto in banca. Il precedente che cita per dimostrare la bontà della sua tesi è quello Fiorello La Guardia, sindaco di New York dal 1934 al 1945, e che nel 1943 contribuì a fondare il New York City Center e farne il centro di quella che definiva «l’opera del popolo», un centro di arte e cultura in cui si poteva entrare pagando un biglietto che costava al massimo due dollari (il biglietto che costava di meno era invece quello da 75 centesimi).

Tornando al presente e a Opera for All: a distribuire i biglietti ci penserà il Comune, che promuove la lotteria attraverso i servizi sociali, le case popolari della NYCHA (New York City House Authority), le scuole pubbliche, le biblioteche di Brooklyn e Queens, la City University of New York, il Department for the Aging e il Situation Project (un’organizzazioe non profit che, tra le altre cose, fornisce agli studenti delle scuole pubbliche accesso gratuiti a eventi artistici e culturali), con altri canali in arrivo nei prossimi mesi. È la seconda mossa del genere dell’amministrazione: all’inizio dell’estate, con il Theater Development Fund, Mamdani aveva messo a disposizione degli studenti delle scuole superiori di New York migliaia di biglietti gratuiti o scontati per spettacoli di Broadway e off Broadway, oltre ad abbonamenti gratuiti a più di venti istituzioni culturali della città.

da qui