venerdì 18 novembre 2022

Lavoro, decrescita e cura - Guido Viale

 

In una precedente discussione su lavoro e decrescita all’incontro Venezia 2022 – Le trasformazioni del lavoro – ho insistito sull’importanza di mantenere ferma la distinzione tra lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Nel linguaggio sindacale e politico spesso si usa il termine lavoro per indicare il popolo di coloro che lavorano, assegnando al primo i meriti e la dignità che spettano solo ai lavoratori e alle lavoratrici, termini a cui si ricorre soprattutto, o quasi esclusivamente, in occasione di conflitti sociali o quando comunque emergono contraddizioni tra chi lavora e i “datori” – ma meglio sarebbe chiamarli prenditori, o succhiatori – del lavoro altrui.

Il lavoro, a partire dal suo etimo in molte lingue, è sempre stato associato alla fatica e alla sofferenza, che non sono venute meno con l’avvento del capitalismo, che ne ha fatto però l’oggetto di uno scambio, in modo che sia il lavoratore stesso ad auto-infliggersele. In regime capitalistico il lavoro non è che un “fattore della produzione”, una “risorsa” del processo di accumulazione, come lo sono, per l’economia classica, la terra e il capitale (la finanza), a cui in tempi recenti è stata aggiunta l’informazione. La sua caratteristica principale è la subordinazione a una struttura gerarchica, anche quando è mediata dal mercato nel cosiddetto lavoro autonomo; e anche quando si svolge all’interno di un organigramma cosiddetto “piatto”, dove chi comanda non manca mai, anche se non si fa vedere. Ma i lavoratori e le lavoratrici non sono “risorse”, anche se è diventata consuetudine chiamarle così, ma persone: sono esseri umani inseriti in una rete di relazioni. Non solo: spesso è proprio il lavoro a ridurre e ostacolare molte delle relazioni di cui si compone la personalità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Visto sotto questa luce, il contrario del lavoro è la cura: il primo si svolge solo nel quadro di una struttura gerarchica di comando, diretto o indiretto, mentre la cura può svilupparsi solo in un contesto di reciprocità. Il lavoro è finalizzato all’accumulazione del capitale e svolto per una remunerazione, nel contesto di uno scambio di mercato. Anche l’utilità dei beni o dei servizi prodotti è subordinata alle leggi di mercato: in regime capitalistico si produce solo ciò che genera profitto. La cura, invece, è contrassegnata dalla gratuità; anche quando è la componente aggiuntiva o prevalente di un rapporto di lavoro remunerato,
come accade in (quasi) tutti i cosiddetti “lavori di cura”: dal medico al netturbino, dall’insegnante al giardiniere, dal contadino all’assistente sociale o familiare. La cura riguarda sia le persone, a partire da se stessi, sia le cose, l’ambiente, gli altri esseri viventi, al pianeta; per estendersi anche a ciò che resta al del passato e al futuro che possiamo influenzare.

Il lavoro, quando non è in tutto o in larga parte anche cura, genera frustrazione e impoverisce la persona di chi lo fa controvoglia. La cura invece arricchisce sia chi la riceve – esseri umani, esseri viventi o “cose” – sia chi la presta; ed è per lo più fonte di soddisfazione personale. Un “lavoro di cura” si può effettuare malvolentieri, ma non è cura. La cura vera è sempre il risultato di una scelta volontaria.

Assistiamo da tempo, però, a una tendenza ad assimilare la cura al lavoro (e non viceversa). Innanzitutto, con l’espressione “lavoro riproduttivo”, contrapposta al “lavoro produttivo”: quello che produce reddito, merci, valore, denaro, profitto.

Inizialmente quella espressione era riferita solo alla generazione di nuovi esseri umani, alla loro cura e al cosiddetto lavoro domestico, quelle a cui era tradizionalmente relegata, e lo è tuttora, la maggior parte delle donne. Ma di recente il termine è stato esteso a ogni attività finalizzata alla rigenerazione di una comunità, di un territorio, di una tradizione, di una cultura, del pianeta.

L’intento è quello di attribuire alle attività di cura, a partire da quelle più elementari, la stessa “dignità”, gli stessi “meriti” attribuiti tradizionalmente al lavoro “produttivo” del “breadwinner”: di qui la rivendicazione di un “salario al lavoro domestico”, che in realtà non fa che perpetuare una divisione e una gerarchia di ruoli predeterminati. Il reddito di base, la rivendicazione che sovvertirebbe l’ordine esistente, invece, spetta a tutti coloro che non ne hanno un altro; non a chi fa un determinato lavoro e per il fatto che lo fa.

Il lavoro retribuito produce profitto per il capitalista e “crescita” per la società: cioè, in entrambi i casi, accumulazione del capitale. Il cosiddetto lavoro riproduttivo non lo fa, se non indirettamente, come condizione irrinunciabile del lavoro produttivo. Per questo non viene contabilizzato nel Pil e nei bilanci aziendali, anche se è condizione di entrambi. È evidente che un approccio che mira ad assimilare la cura al lavoro produttivo lascia intatta una divisione dei ruoli propria del patriarcato, sancendo la superiorità del lavoro retribuito, di qualsiasi genere esso sia, rispetto alle attività di cura erogate a titolo gratuito.

Questo approccio ha finito per equiparare al lavoro retribuito anche tutte le attività quotidiane oggetto di rilevazione, elaborazione e vendita di dati da parte dei grandi player del capitalismo delle piattaforme.

Si legittima la rivendicazione di un reddito di base incondizionato non come un diritto universale, quando ce ne siano le condizioni, ma considerandolo la “giusta” remunerazione delle informazioni che ciascuno fornisce alla rete, seppure involontariamente. Ora, a parte che a erogare il reddito di base dovrebbero essere lo Stato o un’entità pubblica, mentre ad appropriarsi e a mettere a profitto i dati che generiamo sono delle società private, questo è solo un altro modo per equiparare la vita quotidiana al lavoro salariato, nel quadro di un mercato, per di più immaginario, che continua ad essere il quadro di riferimento, la gabbia, di tutta l’esistenza.

Nel quadro concettuale definito dalla filosofia e dalle pratiche della decrescita andrebbe invece promosso il movimento inverso: cercare di ricondurre a cura tutto ciò che del lavoro può essere salvato, eliminando progressivamente tutte le attività caratterizzate dall’incuria per gli effetti nocivi che hanno su chi le svolge, o sull’ambiente, o su chi compra o utilizza i prodotti dannosi messi in circolazione.

Si tratta di mirare a una redistribuzione oltre che del reddito, di tutte quelle attività che superino il vaglio di un giudizio di utilità condiviso dai membri di una comunità. Comunità che è interamente da ricostruire, ma alla cui formazione concorre proprio la lotta contro le produzioni e i lavori che fanno danno.

Sia il lavoro che la cura non sono attività isolate dal contesto in cui si svolgono.

Il contesto del lavoro, salariato e no, oggi è quello definito dall’individualismo (ciascuno è “imprenditore di se stesso”), dalla globalizzazione, dall’omogeneizzazione dei comportamenti, dalla massificazione dei consumi, dalla de-territorializzazione del potere decisionale, dalle concentrazioni e centralizzazioni proprie di un’economia fondata sui combustibili fossili. Il contesto della cura, e di una società della cura, è un itinerario conflittuale contro le opere e i lavori inutili o dannosi, per fare spazio alle attività che preservano e migliorano la vita e le sue condizioni: tanto degli esseri umani che del resto del “vivente”. Ma non può essere concepito come un assetto sociale compiuto e pacificato, ancorché futuro, ma solo come un “work in progress” continuamente esposto al rischio di fermarsi o di tornare indietro.

È un processo che implica una deglobalizzazione dei processi e delle catene produttive, la rilocalizzazione di molte attività sia agricole che manifatturiere, la riterritorializzazione dei poteri decisionali, la rivalutazione dei rapporti personali e la riconnessione di ogni comunità con le specificità del proprio territorio.

È un processo, inoltre, che non va pensato in termini gradualistici o omogenei: si potrà sviluppare ora qui, ora là; ora avanzando e ora arrestandosi o facendo un passo indietro: l’importante è salvaguardare, diffondere e sviluppare le esperienze replicabili, in modo che anche quelle temporaneamente sospese siano “semi di germogli futuri”, come scrive il collettivo dell’ex-Gkn. Che già oggi, dopo un anno e mezzo di lotta, con il progetto della “fabbrica pubblica socialmente integrata” e con una pratica concreta, ha messo in campo un modello che unisce l’esigenza di un programma di produzione – un piano industriale – compatibile con l’esigenza di una svolta ecologica radicale al coinvolgimento sociale del territorio – e del suo governo – attraverso l’inclusione e lo sviluppo di iniziative mutualistiche concrete al suo servizio e a una rete di solidarietà e di condivisione di obiettivi e pratiche di livello nazionale che coinvolge un numero crescente di territori e di fabbriche in crisi. È un modello di governo di una lotta destinata a durare e un assetto organizzativo che per molti versi prefigura la strada che tutte le comunità in fieri dovranno percorrere. Ma è anche la sostanza di ciò che occorre per avviare un processo di convergenze fattuali fondate sulla priorità assegnata alle attività di cura.

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mercoledì 16 novembre 2022

Mistero buffo e sanguinario nel parco comunale cagliaritano di Monte Urpinu - Stefano Deliperi

 

Il parco comunale di Monte Urpinu è stato chiuso con ordinanza sindacale n. 76 del 4 novembre 2022 a decorrere dal 5 novembre fino a data da destinarsi “per motivi igienico-sanitari, su provvedimento sanitario ordinatorio della competente ASL.

In queste ore il personale del Servizio Sanità Animale della competente ASL sta ponendo in essere misure atte ad evitare o limitare la diffusione della “Influenza Aviare” e per lo smaltimento di eventuali animali morti presso il Parco di Monte Urpinu, in seguito a rapporto di prova emesso dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna, con il quale viene confermata la presenza di casi di “Influenza Aviare” (IA) tipo A sottotipo H5”.

Così ha avvertito il sito web istituzionale del Comune di Cagliari.

E’ stata costituita una task force, grazie alla consueta efficacia dell’Assessore regionale della sanità Mario Nieddu.

Sono stati uccisi circa 240 altri animali.

Una mattanza, sebbene “il contatto diretto con gli esemplari, per quanto improbabile, o con le feci, altamente contagiose, possono infettare l’uomo anche se con sintomi lievi tipici di un raffreddore”, come ha affermato Mario Ignazio Lai, direttore del Servizio di Sanità animale della ASL cagliaritana.

Detto così sembra che duecentoquaranta altri animali siano stati uccisi per scongiurare il rischio di un raffreddore.

Non sappiamo se siano state valutate soluzioni alternative, come per esempio accaduto al parco Chico Mendes di San Donnino, nel Comune di Campi Bisenzio (FI), dove nel gennaio 2022 è stato riscontrato un focolaio di influenza aviaria, eliminato (febbraio 2022) dopo un intervento complesso di confinamenti e cure dai volatili presenti.

Non sappiamo per quali motivi non siano state richieste le deroghe ministeriali previste oggi dagli artt. 22-23 del decreto legislativo n. 136/2022 e in precedenza dall’art. 13 del decreto legislativo n. 9/2010, che consentirebbero di gestire in sicurezza il contrasto al focolaio senza le drastiche soluzioni cruente che si paventano per l’avifauna domestica del parco comunale di Monte Urpinu.

Non sappiamo nemmeno se possano in qualche modo aver influito le condizioni igienico-sanitarie presenti nel medesimo parco comunale.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato (7 novembre 2022) alle amministrazioni pubbliche competenti una specifica istanza di accesso civico e informazioni ambientali per comprendere gli effettivi ambiti di un focolaio di influenza aviaria abbastanza singolare.

Basti pensare alla banale domanda: come è arrivata lì nel parco comunale di Monte Urpinu, vista l’assenza di rilevanti rischi in Sardegna indicata dal piano nazionale di sorveglianza?

Ma parecchi fatti albergano curiosamente in un mistero buffo, finora tragico soltanto per centinaia di poveri pennuti.

Se è vero che “il rischio per l’uomo è estremamente basso”, fatto confermato dalla mancata chiusura della Scuola elementare di Via Garavetti, praticamente entro il parco, e dalla immediata riapertura dopo poche ore del locale Tennis Club, per quale motivo sono stati fatti fuori centinaia di altri animali senza nemmeno provare metodi alternativi come effettuato in altre situazioni analoghe (es.il recente caso di Campi Bisenzio)?

Come mai – dopo manifestazioni quotidiane animaliste, proteste, esposti – il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, in un primo momento pilatescamente ignavo, poi, dopo aver “avuto delle interlocuzioni con la Asl”, ha finalmente annunciato che “gli abbattimenti sono sospesi”?

E come mai prima viene annunciato che “il Servizio veterinario della ASL agirà tempestivamente anche per altri eventuali casi che si possono presentare sul territorio di competenza con misure di controllo diretto (abbattimento degli animali coinvolti e distruzione di materiale contaminato o potenzialmente contaminato)”, mentre poi si è giunti al più mite e sensato consiglio che porta ad affermare che “la situazione verrà monitorata dalla Asl  e intanto il parco resterà chiuso, fino a che non ci sarà completa sicurezza”, cioè quanto veniva fin da principio chiesto a gran voce da ambientalisti, animalisti, semplici cittadini?

Oltre al non dimenticabile diritto degli altri animali a vivere in pace, oggi inserito in costituzione (art. 9), c’è il banale valore anche economico di centinaia di volatili domestici di proprietà comunale.

Ce lo ricordiamo o no?

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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Imma Tataranni, Sostituto Procuratore.

qui la puntata "incriminata"


Le associazioni ambientalistiche Amici della Terra, Altura, Assotuscania, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Comitato Nazionale del Paesaggio, Emergenza Cultura, Gruppo di Intervento Giuridico, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura con questo documento intendono esprimere e divulgare la loro gratitudine nei confronti degli autori della serie televisiva “Imma Tataranni, sostituto procuratore”, i quali, nella puntata andata in onda su RAI 1 il giorno 13 ottobre dello scorso mese, hanno avuto il coraggio di aprire un varco nella muraglia di omertà che da decenni impedisce ai nostri concittadini di venire a conoscenza dei fatti reali nascosti dietro al ricorso sregolato delle cosiddette energie rinnovabili e in particolare dietro all’invasione delle gigantesche torri a elica innalzate su tanti crinali della penisola per produrre energia elettrica del vento.

Il gravissimo scempio ai paesaggi italiani, agli ambienti naturali, alla fauna selvatica, con gli irreparabili danni collaterali all’immagine culturale e all’appeal turistico del Bel Paese, è stato giustificato dalle società coinvolte in questo settore, ricorrendo a una narrazione ampiamente discutibile. Il loro martellante messaggio mediatico, reso possibile dagli ingenti ricavi derivati dalle installazioni già realizzate con il supporto dello Stato, avrebbe dovuto contribuire a creare nel pubblico l’illusione che basterebbe innalzare un numero adeguato di quegli imponenti impianti industriali (contrabbandati come lievi girandole) sulle creste dei nostri territori più pregiati  per arrestare l’innalzamento delle temperature mondiali dovuto all’effetto serra.

Niente di più opinabile!

In verità la strada realistica verso la mitigazione della produzione di CO2 sfiora solo marginalmente il ricorso al vento e al sole. Affidarsi fideisticamente a tali risorse, per loro natura inaffidabili, equivale a una pericolosa illusione. 

Le nostre associazioni sono pronte a fornire in altra sede a chiunque desiderasse un maggiore approfondimento le ragioni delle nostre ben argomentate perplessità. Qui desideriamo solo sottolineare come la nostra voce sia stata soffocata con ogni mezzo grazie alla complicità o all’ignavia della maggioranza degli schieramenti politici e di quasi tutti i media.

Malgrado ciò, anche per merito delle eroiche opposizioni delle Soprintendenze, si è assistito quasi dovunque alla crescente contrarietà delle comunità locali verso l’imposizione di così gravi manomissioni dei loro territori e verso i disagi che ne derivano. Consapevoli di questa situazione di stallo, ora le industrie che lucrano sulla produzione dell’energia elettrica dal vento e dal sole, sfruttano a loro vantaggio l’argomento della necessità urgente di liberarsi dal ricatto del gas proveniente dalla Russia, per raggiungere l’obiettivo fantascientifico dell’indipendenza energetica.

Costoro però si guardano bene dall’aggiungere che tale traguardo potrebbe essere teoricamente raggiunto solo al prezzo di una diversa  sudditanza nei confronti dei produttori stranieri di pale eoliche, tra i quali primeggia la repubblica cinese che è anche proprietaria delle terre rare necessarie al funzionamento delle eliche rotanti, come del funzionamento dei pannelli fotovoltaici.  Nell’attesa dell’arrivo dell’ improbabile Messia eolico, quale è il risultato, ad oggi?

Anche se le preziose emergenze storico-artistiche e i paesaggi naturali di intere regioni come il Molise, la Basilicata, la Puglia, la Sicilia, sono stati già deturpati da migliaia di gigantesche torri eoliche, altre più di 200 metri, la produzione italiana di elettricità dal vento non copre neppure l’1,5% del fabbisogno energetico totale (i consumi elettrici sono solo una fetta dei consumi totali, il 22%).

Il nuovo piano europeo REPowerEU alza ulteriormente l’asticella degli obiettivi e prevede per l’Italia che l’eolico passi da 11 GW di installato al 2021 a 36 GW al 2030.

Questo significa che sarebbe necessario ricoprire interamente di torri eoliche uno spazio collinare pari all’intera regione Friuli-Venezia Giulia. La nostra percezione del paesaggio verrebbe praticamente imprigionata dovunque entro una gabbia di torri di acciaio, senza che tale sacrificio arrechi il minimo vantaggio a livello planetario.

Dispiace che a dare finalmente voce alle istanze di gran parte del mondo della cultura e dei territori sulla questione eolica sia una fiction e non l’informazione Rai, che dovrebbe essere a servizio delle comunità.

Amici della Terra, Altura, Assotuscania, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Comitato Nazionale del Paesaggio, Emergenza Cultura, Gruppo di Intervento Giuridico, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura

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Rinnovabili, la disinformazione sull’eolico arriva nelle fiction Rai.

Anev chiede chiarimenti: «Rimaniamo sgomenti di fronte a una narrazione simile da parte del servizio pubblico».

L’Anev ha chiesto un riscontro urgente alla Rai, in relazione alla puntata di ieri, 13 ottobre 2022, della fiction “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, nel corso della quale si è perpetrato un attacco esplicito e ingiustificato nei confronti del settore eolico.

Nel corso della puntata si dà una descrizione errata e tendenziosa di un settore, come quello eolico, che è nella realtà foriero di benefici di natura ambientale ed economica, sempre più evidenti oggi, con la crisi energetica e climatica in atto.

Nello specifico, viene descritto un parco eolico molto vicino alle abitazioni, e questo non è veritiero, in quanto non è consentito dalla normativa attuale che non autorizza la realizzazione di impianti eolici in prossimità dei centri abitati, prevedendo una fascia di rispetto pari a sei volte l’altezza della torre di un aerogeneratore, considerando quindi l’attuale tecnologia una distanza pari a circa 500 m. È pertanto menzognero parlare di rumore molesto della turbina, che peraltro corrisponde solo all’attrito dell’aria con le pale eoliche e con la torre di sostegno e che le moderne tecnologie hanno ridotto al massimo.

Viene descritto l’impianto eolico come impattate sull’ecosistema e pericoloso per l’avifauna. Anche questa è una notizia falsa, perché vige l’obbligo per chi costruisce gli impianti eolici di effettuare degli studi sul territorio e di escludere le zone che interessano le rotte migratorie dei volatili.

Secondo l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’eventuale impatto che potrebbe verificarsi con una turbina eolica, è inferiore a quello dovuto all’impatto degli uccelli con automobili, pali della luce e del telefono. Mentre, come sostiene il Wwf, i benefici che il settore eolico porta a fauna e avifauna, in termini di lotta al cambiamento climatico, sono superiori, considerando che sulla base di più di 200 lavori scientifici, si evidenzia che a causa delle emissioni di gas serra alcune specie sono in declino fino al 90% e con insuccesso riproduttivo totale e senza precedenti.

Sulle tematiche dell’inserimento dell’eolico nel territorio vigono attualmente normative molto restrittive in ambito europeo e quelle italiane sono tra le più severe in assoluto in termini di vincoli, limiti ed enti coinvolti nei processi di autorizzazione.

L’Anev, nel costante tentativo di armonizzare la presenza sul territorio di tale tecnologia, nel corso degli anni ha stretto collaborazioni fruttuose con le principali associazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, Wwf) che hanno portato alla sottoscrizione di un protocollo di intesa che prescrive per tutti gli associati delle best practices relative all’installazione di impianti eolici, con restrizioni ancor più vincolanti rispetto alla normativa vigente. Ha istituito inoltre un “Osservatorio sull’avifauna” che negli anni ha consentito di analizzare a fondo il comportamento di avifauna e chirotteri in relazione alla presenza di aerogeneratori con la finalità di minimizzare qualsiasi effetto nocivo non solo in termini di incidenti ma anche sui possibili effetti sulle rotte migratorie.

«Rimaniamo sgomenti di fronte a una narrazione simile da parte del servizio pubblico – ha commentato Simone Togni, presidente dell’Anev – Viviamo nell’epoca dei cambiamenti climatici che stanno provocando catastrofi giornalmente, causando morti e incidendo sulla biodiversità. In tutto il mondo l’eolico è riconosciuto per i suoi benefici sociali e ambientali positivi perché produce energia pulita, a basso costo e aiuterà a svincolarci dal gas estero. Una descrizione così manipolata della realtà, non veritiera e faziosa, arreca un danno non solo al settore delle rinnovabili, ma anche agli utenti che fruiscono del servizio pubblico fornito dalla Rai”.

Lo sforzo continuo che quotidianamente operatori ed associazioni di settore svolgono non può essere vanificato da interventi disinformativi operati dal servizio pubblico.

In conclusione sorprende che il servizio pubblico Rai invece di fare una corretta informazione sui temi così importanti come quelli delle rinnovabili, dell’energia eolica pulita e inesauribile e che non comporta danni sull’ambiente, si faccia tramite di un messaggio così fuorviante e privo di fondamento scientifico, a valle del quale ci auguriamo vengano presi provvedimenti in modo tale da riparare a quanto trasmesso ieri sera.

Anev – Associazione nazionale energia del vento

 


da l’Astrolabio17 ottobre 2022

 

Giù le Mani da Imma Tataranni.

EOLICO E RAI TV.  Il Presidente dell’associazione delle imprese eoliche minaccia la Rai che per una volta (sic!), attraverso la libera espressione artistica del regista Francesco Amato, ha osato scalfire il mito delle rinnovabili a tutti i costi. Ma il sostituto procuratore Imma Tataranni, campione di ascolti, è una tosta che non si farà certo intimidire.

Ebbene sì, sono una che apprezza gli sceneggiati televisivi, proprio quelli della televisione generalista, quelli che, secondo una opinione un po’ snob, nessuno guarderebbe più e che, invece secondo me, grazie alla scoperta delle ambientazioni nelle antiche città e nelle suggestive province italiane, hanno una nuova capacità di incuriosire milioni di telespettatori, in Italia e all’estero. Destinati al grande pubblico, gli sceneggiati sono principalmente vettori di buoni sentimenti ma, non di rado, introducono il racconto di fatti e comportamenti legati all’attualità e al cambiamento di costume della società italiana.

Così, sono stata felicissima che fosse proprio la mia investigatrice preferita, Imma Tataranni, sostituto procuratore a Matera, interpretata da Vanessa Scalera, a rappresentare l’unico disagio sociale fortemente sentito ma del tutto ignorato dei nostri giorni: il dramma di chi assiste impotente all’occupazione di un territorio che ama da parte delle pale eoliche e dei grandi impianti fotovoltaici a terra e non può farci niente.

L’ultimo episodio della serie tratta dai romanzi di Mariolina Venezia racconta l’indagine su un omicidio dove viene ingiustamente sospettato il proprietario del terreno attiguo a una centrale eolica, ridotto alla disperazione dal rumore e dallo stravolgimento dell’habitat naturale provocato dalle pale.

Pochi minuti di riprese dell’impianto, e di una torre eolica in particolare, immagini girate in modo magistrale dal regista e da operatori professionisti – come noi antieolici non ci siamo mai potuti permettere di realizzare – rendono il senso dello stravolgimento di un territorio naturale molto più di qualsiasi articolo o conferenza di esperti naturalisti. La fiction rai, in realtà, si limita a mettere in evidenza il rumore, il vulnus al paesaggio e il danno agli uccelli migratori. Ma tanto basta a identificarsi con i protagonisti, a comprendere il problema e le sue dimensioni.

Ciò può rendere disponibili i telespettatori a valutare più attentamente i limiti di una transizione energetica fondata su grandi impianti eolici e fotovoltaici, limiti che ci siamo sforzati di segnalare in questi anni a un’opinione pubblica disorientata e perplessa a causa dell’univocità del messaggio rinnovabilista trasmesso in modo acritico da tutti i mezzi di informazione.

In particolare: l’abnorme occupazione di territorio pregiato, agricolo o naturale; l’attacco alla tutela paesistica, in particolare dove le amministrazioni sono ancora inadempienti; l’addensamento di impianti nelle regioni del Sud a causa di una ventosità appena superiore alla media italiana e nonostante la maggiore domanda di elettricità provenga dal Nord del paese; la conseguente necessità di estendere la rete elettrica e i suoi rilevanti costi in bolletta; una ventosità comunque bassa che, nei siti migliori, non supera le 2.000 ore l’anno; la dipendenza dal mercato della sola Cina per gran parte dei componenti necessari alle installazioni e per la quasi totalità della filiera di produzione dei metalli e dei materiali. E, naturalmente, la non programmabilità dovuta all’intermittenza di queste fonti, che fa sì che gli impianti siano aggiuntivi e non sostitutivi delle centrali a gas che devono restare a disposizione (onerosa) della rete elettrica per far fronte alla domanda quando cala il sole o quando non c’è vento.

Lo sceneggiato aiuta, inoltre, a capire perché i cittadini che si trovano assediati dalle torri eoliche si sentano isolati e reietti, oltre che danneggiati. Nessuno è disponibile ad ascoltarli, si trovano a dover fronteggiare interessi colossali e la speculazione fondiaria; sono soggetti alla riprovazione generale – negazionisti! nemici del clima! – e finiscono per rappresentare l’incarnazione del Nimby, l’anatema coniato per designare gli egoisti che usufruiscono dei servizi comuni ma non vogliono impianti nel proprio giardino.

Ora, comunque la si pensi, il trattamento censorio riservato a queste minoranze e alle residue associazioni che cercano di sostenerle (fra cui gli Amici della Terra e l’Astrolabio) non è congruo in un paese dove il rigasificatore di Piombino è bloccato da quasi tutte le rappresentanze locali dei partiti di maggioranza e di opposizione. Dove metà del paese è sommersa dai rifiuti perché il tabù dei termovalorizzatori è avallato persino dai vescovi. Dove, nonostante un referendum fallito, le poche trivelle nei nostri mari sono state fermate a causa di una cattiva stampa che le ha rese invise all’opinione pubblica. Dove, da anni, la localizzazione del deposito di rifiuti radioattivi, indispensabile per ospitare in sicurezza i residui di ospedali e centri di ricerca, oltre che quelli delle centrali chiuse, non è assistita da un’informazione adeguata e corretta, almeno da parte del servizio pubblico televisivo.

L’elenco sarebbe ancora lungo, ma serve solo a rilevare che delle ragioni di chi si oppone a impianti veramente strategici – come dimostra la crisi energetica in corso – sappiamo quasi tutto, anche quando si rivelano irragionevoli e irrazionali. 

Mentre chi difende il paesaggio – che, pure, dovrebbe godere di una protezione costituzionale – e persino chi vede stravolte le condizioni al contorno della propria proprietà fondiaria finisce in un cono d’ombra e non ha più nemmeno il diritto di protestare. In ossequio alla religione del vento e del sole, si diventa invisibili e innominabili.

Infatti, che Imma Tataranni costituisca un’eccezione assoluta nel panorama dell’informazione, compresa la filmografia e persino la pubblicità, lo testimonia l’aggressiva protesta contro la Rai degli “imprenditori delle rinnovabili”, che si dicono addirittura “sgomenti” di una narrazione che porterebbe danno agli utenti del servizio pubblico. Ad esporsi sopra le righe è il solito Simone Togni, il prodigo presidente dell’Anev, l’associazione delle imprese dell’eolico, che da oltre 20 anni non trascura alcun ambito di comunicazione ed è, infatti, stupefatto che gliene sia sfuggito uno, e così efficace. Ora, dall’alto del suo ruolo di intoccabile depositario della verità rivelata, Togni si augura che, verso i responsabili di tanta improntitudine, “vengano presi provvedimenti in modo tale da riparare a quanto trasmesso”.

“Eddai, Togni, scenni giù”, direbbero a Roma: Imma Tataranni, sostituto procuratore a Matera, si è guadagnata la fama di incorruttibile e ha totalizzato 4 milioni e mezzo di telespettatori.

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lunedì 14 novembre 2022

La sete assedia il Corno d’Africa - Alberto Castagnola

Il clima globale

Siccità: il fenomeno climatico La Nina, responsabile dell’aggravarsi della siccità nel Corno d’Africa, potrebbe avere una durata senza precedenti in questo secolo e  continuare almeno fino alla fine dell’anno. Lo prevede l’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Il fenomeno provoca un raffreddamento di parte delle acque superficiali del Pacifico, influenzando il ciclo delle precipitazioni e il clima di alcune regioni del pianeta. Secondo un rapporto della Noaa degli Stati Uniti, la concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ecc.) nell’atmosfera ha  raggiunto un nuovo record nel 2021: 414,7 parti per milione, cioè 2,3 ppm in più del 2020, un aumento molto più consistente e rapido rispetto al passato.

Secondo il servizio europeo sul cambiamento climatico, Copernicus, il periodo dal primo giugno al 31 agosto è stato il più caldo mai registrato in Europa: 1,34 gradi più della media del periodo 1991-2020 e 0,4 gradi più del precedente record del 2021. Secondo un rapporto della Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) le ondate di caldo e gli incendi diventeranno più frequenti, intensi e durevoli  a causa della crisi climatica, peggiorando la qualità dell’aria e mettendo a rischio la salute degli esseri umani. Riportiamo quasi integralmente la sintesi di un articolo apparso su “Science”  pubblicato su Internazionale n. 1478 del 16 settembre perchè tratta di fenomeni già in corso.

La crisi climatica in atto potrebbe destabilizzare in modo irreversibile fino a sedici sistemi naturali terrestri. Si tratta di meccanismi che regolano il “funzionamento” del pianeta e che se modificati cominceranno ad autoalimentarsi. Con un riscaldamento del pianeta tra 1,5  e 2 gradi rispetto all’era preindustriale, si raggiungerebbero sei punti di non ritorno: il collasso dei ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, lo scioglimento del permafrost, la perdita di ghiaccio marino nel mare di Barents, il collasso della corrente del Labrador e la morte delle barriere coralline più vicine all’equatore. Un riscaldamento tra due e quattro gradi renderebbe probabili altri quattro eventi: la scomparsa della foresta pluviale amazzonica, lo scioglimento dei ghiacciai montani, il collasso dei ghiacciai dell’Antartide orientale e un aumento della vegetazione nel Sahel.

Con un riscaldamento oltre i quattro gradi ci potrebbero essere ulteriori conseguenze: lo spostamento a nord della foresta boreale, il collasso totale del permafrost, la scomparsa dei bacini subglaciali dell’Antartide orientale, il collasso della banchisa artica e quello delle correnti dell’oceano Atlantico meridionale. Infine, Il testo fa notare che il pianeta è avviato verso un riscaldamento di 2,6 gradi. In schede precedenti abbiamo riportato informazioni su alcuni di questi fenomeni (situazione della Groenlandia, barriere coralline, ecc.) evidentemente già in corso. Inoltre è da notare che si usano dati relativi all’intero pianeta, mentre esistono molte località dove certe temperature sono già state raggiunte, anche di 3 gradi o più.

La minaccia di una carestia in tutta l’Africa è sempre più concreta. In alcune  zone non piove da due anni e in molte zone è in corso la peggiore siccità degli ultimi quaranta anni. L’ultima volta che una carestia è stata dichiarata in Somalia, nel 2010-2011, le vittime sono state 250.000. Secondo le Nazioni Unite, in Somalia, Etiopia ed Eritrea 22 milioni di persone rischiano di morire di fame. Un bambino somalo su tre è affetto da malnutrizione cronica.

A scatenare l’emergenza in una delle regioni più povere del mondo è stata la siccità, ma le cause reali sono più ampie e profonde. La regione inoltre importava da Russia e Ukraina il 90% del grano che improvvisamente è stato bloccato dall’invasione di cui non si intravede la fine. Un grave problema, ancora irrisolto, è costituito dall’aumento della concentrazione di metano nell’atmosfera, iniziato circa 15 anni fa. Il laboratorio di monitoraggio globale della National Oceanic and Atmospheric Administration misura i diversi gas (anidride carbonica, protossido d’azoto, esafluoruro di zolfo, ecc.) tra i quali il metano è il secondo per importanza, e che ha un effetto sul riscaldamento globale 80 volte superiore a quello dell’anidride carbonica, pur avendo un periodo di permanenza nell’atmosfera molto inferiore a quello dell’anidride carbonica. Il metano è il principale ingrediente del gas naturale, ma viene emesso anche da altre attività umane, come le discariche, le risaie e gli allevamenti di bestiame, specie se intensivi. Negli ultimi anni l’aumento del metano  ha accelerato bruscamente.

Le implicazioni per il riscaldamento globale: un terzo dell’incremento di 1,1 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale può essere attribuito al metano. Nel 2020 la sua presenza nell’atmosfera ha fatto segnare il più elevato tasso di crescita mai registrato e nel 2021 questo record è stato battuto immediatamente. Vediamo le ragioni: il metano derivato dai combustibili fossili contiene una maggiore quantità di carbonio -13 rispetto a quello atmosferico,  mentre quello prodotto da fonti microbiche (aree umide, discariche, animali, ecc.) ne contiene meno. Intorno al 2007, però, la tendenza si è invertita.

L’aumento recente non deriva soprattutto dai combustibili fossili, ma da altre fonti. È quindi successo qualcosa di significativo, che gli scienziati stanno cercando di scoprire. Quali sono le altre fonti? Dalle paludi e dai laghi meno profondi nei tropici, allo scioglimento del permafrost nell’Artico, dalle discariche  e dall’attività agricola all’industria dei combustibili fossili, oltre che ai “pozzi” chimici che lo catturano e lo rimuovono dall’atmosfera.

Svelare il mistero ci permetterà di stabilire se il mondo stia andando o no verso lo scenario più catastrofico, quello di una “bomba di metano”: un circolo vizioso in cui un pianeta sempre più caldo emette naturalmente una quantità maggiore di metano, alimentando ulteriormente il surriscaldamento. È una prospettiva terrificante, a cui gli scienziati cercano di girare intorno, soprattutto nelle interviste. Altri esperti sono più diretti”: “Se le emissioni dovute ai combustibili fossili fanno cuocere il mondo a fuoco lento,  il metano è una fiamma ossidrica”. E ancora: “ Il timore è che se riscalderemo la Terra abbastanza da cominciare a scaldarsi da sé, perderemo la battaglia”.

La fonte è Durwood Zaelke,  presidente dell’Institute for Governance & Sustainable Development.  Grazie al cambiamento nella proporzione di molecole con carbonio -13 sanno che l’incremento deriva da fonti microbiche. Ma quali esattamente? Le aree umide, il bestiame e le discariche producono metano “microbico”, generato dalla decomposizione della materia organica, e quindi gli scienziati stanno raccogliendo dati in tutto il mondo, anche perchè la crescita più intensa sembra provenire dai tropici. In particolare, sembra che dal 2007 l’aumento della quantitò di metano microbico  nell’atmosfera sia l’85% del totale, e che la metà proviene dai tropici. Ma solo nel 2019 si è accertato un forte aumeto proveniente dalle aree umide (in particolare dagli acquitrini del Sudd in Sud Sudan, ma anche il sudest asiatico e l’Amazzonia presentano tendenze simili.

In pratica, quando l’acqua  nelle aree umide aumenta, aumentano anche le emissioni di metano, perchè i microbi che producono il gas hanno più materia organica di cui cibarsi. In particolare nell’Artico si moltiplicano i campioni prelevati, perchè la regione si sta riscaldando tre volte più rapidamente rispetto al resto del pianeta, e il metano (anche nella forma di deuterio o metano pesante) viene prodotto da microrganismi chiamati metanogeni; inoltre nel permafrost da solo ci sono 1500 miliardi di tonnellate di carbonio. In Alaska, a causa dello scioglimento del permafrost si stanno formando moltissimi laghi.

E questi nuovi bacini termocarsici  emettono metano in misura dieci volte superiore a quella di un lago normale. Tuttavia le zone umide tropicali ne emettono quantità molto maggiori. Il testo qui utilizzato svolge anche  una serie di valutazioni (preoccupate) sugli scarsi impegni in materia nelle sedi internazionali (Glasgow e l’IPCC del prossimo novembre) e constata che chi sta effettuando tutte queste ricerche ha finora ricevuto scarsi finanziamenti per un problema così importante.

§  Eventi estremi.

Gli incendi nell’Amazzonia brasiliana hanno registrato un nuovo record per il mese di agosto: 33.116 roghi contro i 28.060 del 2020. Un incendio ha causato due morti e distrutto 1600 ettari di vegetazione nel sud della California, Stati Uniti. Un incendio che si è sviluppato nell’Oregon, nell’ovest degli Stati Uniti, ha distrutto più di 37.000 ettari di vegetazione e costretto migliaia di persone a lasciare le loro case. Un altro rogo ha incenerito 17.000 ettari nel nord della California. In Bolivia, gli incendi appiccati per fare spazio all’agricoltura sono triplicati in appena due settimane. Dall’inizio dell’anno sono stati distrutti più di 850mila ettari di foresta. Dall’inizio dell’anno nell’Amazzonia brasiliana sono stati registrati 75.592 incendi, più che nell’intero 2021. Nei primi giorni del mese la situazione del Pakistan a seguito dei monsoni assume dimensioni ancora più gravi.

Dopo tre mesi di piogge, quasi metà dei terreni coltivabili è stata sommersa dall’acqua, gli sfollati superano i 33 milioni di persone, i morti sono oltre1200 ma potrebbero essere quasi  2000. Sono inoltre almeno 650mila le donne incinte, che avrebbero bisogno di assistenza medica immediata. Anche in passato il paese ha dovuto affrontare gravi eventi per cause naturali, almeno 29 super alluvioni dal 1947, ma non sembra siano disponibili misure e mezzi pronti ad affrontare questo tipo di eventi.

A metà del mese l’Italia ha dovuto affrontare le piogge torrenziali che hanno colpito le Marche, in poche ore la quantità di pioggia che di solito scende in sei mesi ha investito in particolare il paese di Catiano, duemila abitanti. La causa: si è generato un temporale sull’Appenino, che si è diretto verso l’Adriatico, dove ha incontrato una temperatura superiore di 5 gradi e venti da sud che lo hanno bloccato  e poi rinvigorito è tornato a scaricarsi sulla terraferma. In poche ore le acque hanno raggiunto il primo piano delle case, invaso cantine e garage, fiumi e torrenti sono esondati, i morti sono stati almeno undici e tre i dispersi.

Gli esperti segnalano che eventi così rapidi e concentrati stanno diventando la normalità, ma che i metodi di analisi del tempo atmosferico non sono ancora in grado di prevederli in tempo, e comunque la popolazione non sa ancora comportarsi in modo corretto e nessuno la sta preparando. Il giorno successivo pioveva ancora, il vento ha raggiunto i 130 chilometri orari, una nave ha rotto gli ormeggi nel porto di Ravenna. Importante il dato complessivo per l’Europa: tra il 4 giugno e il 3 settembre sono bruciati 508.260 ettari di terreno, producendo 6,4 milioni di tonnellate di carbonio. In Italia nello stesso periodo gli ettari bruciati sono stati oltre 54.855, tremila in più rispetto alla media del 2016-2021. (Dati apparsi su L’Extra Terrestre del 22 settembre)


§  Meccanismi economici di danno ambientale.

Plastica. Un gruppo di ricercatori ha individuato la provenienza dei materiali che formano la grande isola di plastica galleggiante nell’oceano Pacifico. In larga misura si tratta di attrezzature per la pesca, reti e altri oggetti utilizzati dai pescherecci. Nella zona operano navi di paesi che praticano la pesca industriale, Giappone, Cina, Corea del sud, Stati Uniti,Taiwan e Russia. I rifiuti di plastica di tipo domestico rappresentano in questo caso solo il 16% del totale, ma il 28% è rimasto non identificato. L’isola pesa diecine di migliaia di tonnellate e si estende per chilometri. Sarebbe molto interessante poter disporre di ricerche analoghe per le altre isole di plastica nell’Atlantico e nel Mediterraneo.

Cattura della Co2. La maggior parte dei progetti di cattura e stoccaggio di anidride carbonica, –  spesso presentati come la soluzione del problema dell’inquinamento atmosferico e come la “via industriale” alla compensazione dei danni causati dalle stesse industrie, – non ha raggiunto gli obiettivi. Un rapporto apparso sul New Scientist, elaborato dal  Institute for Energy Economics and Financial Analysis, con sede in Australia, ha preso in esame tredici progetti. Dieci sono attivi, due sono stati abbandonati e uno è stato sospeso. Tra quelli in funzione gli unici che hanno raggiunto gli obiettivi sono i due progetti norvegesi., e secondo il rapporto ciò dipende dal quadro normativo del paese. Altri due progetti hanno una capacità del 36 e del 50 per cento inferiori alle previsioni.

Luce blu. Una ricerca ha evidenziato la luce emessa dal pianeta in due periodi, 2012-2013  e  2014-2020 e l’aumento della luce blu emessa dalle lampadine a led. Questo tipo di luce può avere conseguenze negative sugli ecosistemi, modificando ad esempio il comportamento degli insetti e dei pipistrelli.

Il suolo. Il suolo non è solo materia inerte, ma un sistema vivente estremamente complesso, fragile e prezioso. Conoscerlo meglio può aiutarci ad affrontare le minacce che incombono sul pianeta. E’ vario come una foresta pluviale o una barriera corallina. Dipendiamo da esso per il 99% del nostro cibo eppure lo conosciamo molto poco. Un articolo di George Mombiot, apparso su Internazionale n. 1479, del 23 settembre 2022, descrive con molti dettagli il mondo vegetale e vivente che popola il terreno sotto la sua superficie che calpestiamo. La sua descrizione è particolarmente vivace e interessante  e suggerisce una specie di nuova agricoltura, che esclude prodotti chimici e tecniche distruttive, e che però dà luogo a una produzione alimentare alternativa molto consistente. Poi fa un salto logico, e parla di una suo amico contadino che da anni la sta sperimentando con risultati che hanno del prodigioso. I due livelli di analisi non sono sintetizzabili in questa sede, ma credo che cercherò di interessare miei amici “agricoli” affinchè verifichino in concreto le sue descrizioni. L’11 ottobre dovrebbe essere uscito da Mondadori un suo libro dal titolo stimolante: “Il futuro è sottoterra”.

ENI notizie: il primo settembre un articolo del Corriere della Sera annuncia che l’Eni verserà allo Stato 1,4 miliardi di extraprofitti guadagnati per le vendite di gas. Nel testo si capisce che verserà intanto un acconto e il resto arriverà entro la fine dell’anno. Il lettore resta con il dubbio se questo impegno sarà rispettato con il nuovo governo. Qualche giorno dopo la notizia che l’Eni rileva le attività e i giacimenti di British Petroleum in Algeria. Verso la fine del mese la notizia che l’Eni UK parteciperà alla gara per la realizzazione di un impianto di stoccaggio di Co2 all’interno  di un suo giacimento di gas esaurito. Si spera che terranno conto dei risultati non certo entusiasmanti dei 13 progetti analoghi finora avviati in altri paesi.


§  Strumenti

Mark W. Moffett, Lo sciame umano, una storia naturale delle società., Le Scienze, Roma, 2021.

Giorgio Brizio, Non siamo tutti sulla stessa barca, le sfide del nostro tempo agli occhi di un ragazzzo, Slow Food Editore, Bra (Cn), 2021

Raj Patel e Jason W. Moore, Una storia del mondo a buon mercato, guida radicale agli inganni del capitalismo, Serie Bianca Feltrinelli Editore Milano, maggio 2018

Giancarlo Sturloni, Il Pianeta tossico, sopravviveremo a noi stessi?, Piano B edizioni, Prato, 2014

Wolfgang Streeck, Come finirà il capitalismo?, anatomia di un sistema in crisi, Meltemi editore, Milano, 2016

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domenica 13 novembre 2022

Nel mercato più grande d’Europa - Marco Arturi

 

Questa mattina sono andato a fare la spesa nel mercato più grande d’Europa. Non che sia questa impresa, visto che ce l’ho a cinque minuti da casa. È che mentre ero lì, mentre cercavo di farmi spazio nella fiumana che scorre nelle corsie tra un banco e l’altro, ho pensato a un sacco di cose.

Guardavo i prezzi, intanto: per darvi un’idea, peperoni a 1,5 euro al chilogrammo, finocchi a 1, broccoletti a 1,5, cavolfiori a 2. Negli altri mercati della città, e pure nei supermercati, li trovi al triplo o giù di lì.
Poi ho pensato agli sguardi schifati che farebbero quelli che sanno vivere di fronte a certi prezzi: “Sei un’irresponsabile a comprare ‘sta roba, sai che qualità e poi ti rendi complice del caporalato. Un peperone a meno di 4, 5 euro al chilo non esiste”. Allora ho pensato all’inflazione al 12 per cento (13,1 nel carrello della spesa) e al fatto che tutti si lagnano ma nessuno fa nulla; in Francia arrivati al 6,5 per cento hanno dato fuoco alle polveri. Ma la verità è che l’aumento dei prezzi fa male davvero solo a chi già aveva problemi; e siamo sempre lì, parlo di quell’italiano su dieci. Gli altri nove sono partiti per il ponte, che vuoi che ne sappiano.

Poi ho visto quelli – soprattutto vecchi – che raccoglievano frutti e ortaggi che scivolavano giù dai banchi e li infilavano nella sporta: per loro niente ponte, niente vacanze, nessuna tregua mai. E poi quelli che litigavano per un euro, le donne arabe rapide e silenziose che conoscevano ogni banco a memoria, le africane brusche e abilissime nella contrattazione, e poi quelli che rovistavano negli scarti.

Poi ho pensato a quelli per i quali in questi giorni il vero problema è rappresentato dagli articoli determinativi utilizzati dal/la presidente/a del consiglio/a. E che col cazzo che siamo tutti la stessa cosa: non c’è un paese solo neanche per idea, ma a distinguerci è l’eterno muro tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non ha. Altro che distinzioni di razza, di nazionalità, di livello di istruzione.

Insomma alla fine stavo bene lì, tra gli arabi, i neri, i cinesi e gli italiani con le pezze al culo come me. E ho pensato che, nessuno me ne voglia, la mia razza è quella.

Quando venivo via ho incontrato due ragazzi marocchini dei tempi della fabbrica. Di mestiere pulivano i cessi, erano i proletari tra i proletari. Mi hanno fatto un sacco di feste perché si ricordavano che, anche se lavoravano in appalto e non erano italiani né sindacalizzati non ho mai fatto differenze tra loro e gli altri operai. Ce la siamo raccontata per una mezz’ora e vi garantisco che non ho ancora capito chi di noi tre sta messo peggio. Poi mentre ci salutavamo uno di loro, Hassan, mi ha stretto la spalla e mi ha detto “Non ti avvelenare fratello, non farti uccidere dalle preoccupazioni perché la vita poi si sistema sempre da sola”.

C’era un bel sole caldo, oggi, e Porta Palazzo è un posto che sa essere meraviglioso in una giornata così: la confusione, i clacson, i vaffanculo, i ragazzi che si dicono “bella zio”, le grida dei bancarellari, gli odori che si mischiano, i parcheggiatori, le ragazze che passano e tu ci lasci il cuore dietro e soprattutto il sorriso di chi è abituato a strappare la vita a morsi. La vita, dico.

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sabato 12 novembre 2022

Non andremo in Egitto - Luca Manes

Un gigantesco ossimoro. Da una parte il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, lancia ogni settimana accorate grida d’allarme per la salute del Pianeta, flagellato dagli effetti di decenni di uso indiscriminato dei combustibili fossili.

Dall’altra la decisione di tenere l’annuale conferenza sul clima, le ormai ben conosciute COP, in Egitto, uno dei Paesi che più sta puntando proprio sugli stessi combustibili fossili, in particolare sul gas.

Come sempre è accaduto in passato e accade tutt’ora – di esempi ce ne sono a bizzeffe – un regime autoritario come quello guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi deve tanto della sua sopravvivenza ai proventi derivanti dai ricchi giacimenti presenti sul suo territorio e dagli affari con le multinazionali occidentali che non si creano scrupoli a trattare con un capo di Stato che reprime con violenza e provvedimenti ultra-liberticidi ogni minima forma di dissenso.

Di che cosa sia capace il sanguinario governo egiziano purtroppo lo sappiamo bene anche noi italiani. La vicenda Regeni è ancora ben impressa nella nostra memoria collettiva, insieme a quella più recente di Patrick Zaki. E le cose stanno addirittura peggiorando.

Poco più di un mese fa, Amnesty International scriveva: “Nonostante abbiano lanciato, un anno fa, la Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu), le autorità egiziane non stanno mostrando alcuna sincera intenzione di riconoscere, né tanto meno di affrontare, la profonda crisi dei diritti umani nel paese.

Al contrario, continuano a reprimere le libertà e a commettere crimini di diritto internazionale, proprio mentre si approssima la Conferenza Onu sul cambiamento climatico (Cop 27)”.

Quasi scontato, allora, che la stessa COP27, organizzata nella “fortezza del turismo” di Sharm el-Sheik, non sarà certo all’insegna della tolleranza e del rispetto del diritto di manifestare. Nonostante un appello lanciato da 36 grandi Ong internazionali lo scorso luglio, le autorità egiziane hanno già fatto sapere che limiteranno al massimo ogni tipo di iniziativa della società civile globale nei primissimi giorni del summit, quando saranno presenti i capi di Stato e di governo.

Paradigmatica anche la vicenda dell’attivista Mahienour el-Massry, bloccata all’aeroporto de Il Cairo mentre era in viaggio verso l’Italia per ritirare l’Aurora Prize for Awakening Humanity. In questo periodo di grande visibilità internazionale portata dalla COP27, ogni voce che può “disturbare il manovratore” deve essere silenziata.

Nel frattempo la società civile egiziana ha lanciato una petizione sostenuta anche da Greta Thunberg, ma dubitiamo che le sue richieste di apertura saranno accolte da al-Sisi.

Con questi presupposti, noi di ReCommon già da mesi abbiamo escluso una nostra presenza a Sharm el-Sheik e comprendiamo in pieno il proposito dell’avvocatessa della famiglia Regeni Alessandra Ballerini di boicottare la COP27.

Siamo consci che fin troppo spesso le COP hanno deluso le aspettative o che le tante promesse non sono poi rispettate. Per fare un esempio recente, l’assicuratore italiano SACE alla COP26 di Glasgow si era impegnato a cancellare i finanziamenti internazionali ai combustibili fossili entro il 2022, ma a poche settimane dalla fine dell’anno non si vede nemmeno uno straccio di documento che dia seguito a questo proposito virtuoso.

Ma proprio per queste ragioni sarebbe stato importante protestare in maniera incisiva contro i decisori politici. Un summit in Egitto è solo un assist perfetto per i petrolieri e i loro sodali, che possono distribuire corpose pennellate di greenwashing in lungo e in largo nelle “esclusive” sale di Sharm el-Sheik.

Non a caso il governo di Il Cairo ha omaggiato il settore fossile affidando un ruolo di prim’ordine alla COP27 alla Hill+Knowlton Strategies, società di pubbliche relazioni che più vicina al settore fossile non si può, senza contare la sponsorizzazione di Siemens Energy, attivissima nei progetti di gas fossile.

Tutto ciò detto, ci teniamo a sottolineare che sì, non andremo in Egitto, ma non siamo certo rimasti con le mani in mano. Nei giorni della COP seguiteci sul sito e sui nostri canali social.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

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venerdì 11 novembre 2022

Avremmo preso l’ergastolo - Don Pasta

 

I Sud Sound system avrebbero preso l’ergastolo negli anni ’90 se si contano tutte le dance-hall che organizzarono. E il Salento, dove tutti vogliono andare, di destra e di sinistra, ricchi e poveri, anziani e giovani, non sarebbe mai esistito.

Ma partiamo dagli inizi. Era il 1990 o giù di lì e io avevo 18 anni. In Salento non c’era nulla che succedesse, eravamo una terra di frontiera, senza turismo. Una terra di sud come tutte le altre, abbandonata dallo Stato, con una regione allo sbando, con la Sacra Corona Unita a controllare il territorio e la Democrazia Cristiana e la chiesa a controllare i comportamenti collettivi e individuali.

C’era anche un altro aspetto, dalle radici più profonde: si ometteva la storia di quel luogo, il tarantismo, il mondo rurale, la cultura orale. Tutto doveva scomparire, perché la modernità potesse diventare imperante.

Così si cresceva senza consapevolezza, con un abusivismo diffuso, una collusione pregnante e una smemoratezza collettiva. Era il modello prestabilito, che funzionava in qualche altra parte di sud. Poi successe qualcosa di inspiegabile.

Dei ragazzi di paese iniziarono a fare dei rave. In Salento si chiamano dance-hall, anche perché la musica che si ascoltava era di origine giamaicana. Aggiungo anche che erano rave senza scopo di lucro, non c’era vendita di bevande alcoliche né di droghe pesanti, che poco avevano a che fare con il ritmo in levare e con lo spirito di quelle feste.
In cosa consistevano? Si sceglieva un posto isolato, generalmente una spiaggia, si portavano a mano e con immensa fatica le casse del sound system, si mandava l’informazione in giro, la gente veniva e ascoltava i Sud Sound System improvvisare in dialetto su basi giamaicane di raggamuffin.
Successe che quel gesto, deliberatamente selvaggio e illegale, fosse il più grande gesto d’amore per la nostra terra. Perché erano parole di pace in tempo di guerre di mafia, di rispetto della cultura tradizionale omessa colpevolmente, era un messaggio ambientalista tra abusivismi, Ilva e Cerano.

In quel momento tutto cambiò. Cambiò l’idea stessa di identità meridionale, quindi di cultura, di urbanismo, di turismo. Il Salento e poi la Puglia divennero ciò che sono, uno dei casi più studiati al mondo di marketing territoriale dal basso. Tutto grazie a un rave.

Con queste nuove leggi non sarebbe possibile immaginare una cosa del genere. Che la ricostruzione e la rinascita di un luogo arretrato fosse determinato dalla libera espressione giovanile, dalla ricerca musicale e il confronto con la cultura underground mondiale, dalla necessità di conflitto con un mondo opprimente, ingiusto, senza prospettive.

Perché in quegli anni rampanti, in cui tutto pareva andasse bene, la gente si ammazzava per strada, l’abusivismo distruggeva le coste, e il pensiero omologato ci faceva dimenticare radici preziose.

Forse è ciò che si vorrebbe fare ora, annichilire le energie vitali, i pensieri ribelli, la fisiologica necessità di esprimersi. Questo è probabilmente il dato più inquietante, forse anche più di quello prettamente legale.
Non far credere che esista un altro modo di vivere se non quello prestabilito dall’ordine e dalle regole sociali. Perché chi ha legiferato crede ancora che quelle regole sociali possano essere ristabilite, come trenta, quarant’anni fa, incuranti del fatto che il mondo sia andato avanti, le idee, le libertà, i costumi, la musica.

La speranza è che le nuove generazioni trovino sempre il modo di oltrepassare le consuetudini opprimenti. Il nostro dovere è vigilare, fare muro a ogni legge ingiusta, che precluda la libertà espressiva e la libertà umana.
Che è l’unica cosa che permette a una società di progredire e come fu il caso del Salento, di riscoprirsi piena di radici solide, grazie a dei giovani ribelli e i loro rave.
Aggiungo, che sarebbe il caso, di fare un immenso corteo, con regolare permesso a tutela della espressione del dissenso, con degli enormi sound system per le strade delle nostre città.

Articolo pubblicato anche su il manifesto

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