domenica 23 ottobre 2022

Una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione - Luca Martinelli

 

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

 “Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International (qui) ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

da qui

venerdì 21 ottobre 2022

Cercasi aereo per il Ruanda - Alessandro Ghebreigziabiher,

 

Qui Regno Unito, anzi, Dimissionato, oltre che SeparatoIsolato Disunito, come già detto in passato.
Ma siamo di parola, okay? L’abbiamo detto e non torniamo indietro, bensì avanti, anche se a questo punto ogni dichiarazione ufficiale, più o meno perentoria, risulta difficilmente credibile. Soprattutto in tempi in cui i muri li fanno tutti ormai, anche chi un tempo desiderava abbatterli.
Indi per cui, le nostre intenzioni restano immutate: non ci frega nulla da dove provengano gli immigrati, quanto hanno sofferto il viaggio o ancor più l’approdo e il tempo che è seguito, cosa rischiano nel loro Paese d'origine o anche nel nostro, e soprattutto se li mettiamo ulteriormente in pericolo spedendoli in Ruanda.
Anche perché quest’ultima non è così brutta come sembra, è solo che la torturano così. Sì, lo so, è un patetico gioco di parole cinico e irrispettoso, ma cosa ti aspetti da noi altri arrivato sin qui? Tatto e sensibilità? Ma per chi ci hai presi? Noi siamo una nazione colonialista prima durante e dopo,  travestita da Stato democratico, mascherato a sua volta da monarchia parlamentare, ma  è tutta scena, sai, qui i nobili contano poco, tranne quando ne muore qualcuno o allorché si distribuiscano tra loro i vari dividendi. E allora che t’aspetti?
Nel mentre, siamo noi che aspettiamo che qualcuno ci dia un aereo, perché gli ultimi che avevano praticamente accettato si sono defilati e non si fa così.
Eppure non ci vuole poi molto,  ce ne basta uno semplice, niente di speciale, basta che sia in grado di decollare quando occorre, due ali, un paio di piloti e un motore, e che abbia il coraggio, ovvero lo stomaco, la coscienza, il cuore e tutte le viscere talmente lordi da atterrare sulle nostre piste e aprire i portelli, che ad avvicinare le scalette e trascinarvi sopra i migranti ci pensiamo noi.
Siamo bravi ed esperti in questo.
Nei secoli passati abbiamo affinato il gesto e perfezionato l’ingrato compito di trasportare umanità come se fosse oggetto sacrificabile quanto vendibile a seconda dell’occasione.
È solo cambiato il contesto e i tempi della trama, malgrado quest'ultima sia sempre la stessa, ma tu non lo dire, che resti tra noi, poiché se poi si fa largo il collegamento dell’attualità con lo schiavismo, nonché le invasioni, i genocidi e il saccheggio del terzo mondo, e allora è buono tutto. Anzi, no, fa schifo, e non lo possiamo permettere.
La Storia di questo secolo e di quelli passati va ridotta in segmenti sconnessi l’uno dall’altro, separati dai decenni precedenti come se tutto vien fuori dal nulla senza una ragione, come abbiamo fatto noi altri con l’Europa.
Ecco a cosa servono i muri, che siano fatti di pietra, metallo o parti appositamente annerite sulle pagine del sottovalutato archivio comune chiamato memoria. Ecco qual è il senso del passaggio tra un millennio e l’altro. Ecco quale fu il vero Bug del medesimo, giammai quello stupidamente temuto: la soluzione di continuità tra ciò che è vero e tutto quel che è possibile fatturare, compresa la vita umana.
Cercasi areo per il Ruanda, quindi, perché di fare il tragitto inverso su una barca ci hanno pensato loro, e non siamo mica scemi, noi.
Perché per quanto infami, siamo in grado di vedere cosa è evidente a qualsiasi distanza: questa gente proviene dall’inferno.
Ah, ma credevi forse non lo sapessimo? Ma è proprio questo il punto: se è da lì che sono partiti, che problema hanno a tornarci? Se non altro, è come se non si fossero mai mossi, fermi nel passato, per quanto orribile.
Be’, vedi, è esattamente ciò che stiamo facendo noi altri, ma all’inverso, poiché non ci servono altri schiavi in patria.
Solo un aereo e, se avanza, pure un nuovo primo ministro per firmare i documenti.

da qui

CPR: porto franco del diritto, anche alla salute - Mai più Lager - No ai CPR

Se fosse posta la domanda “Secondo Lei in Italia è ammessa la sanzione della privazione della libertà personale in assenza di commissione o imputazione di un reato?”, probabilmente la stragrande maggioranza degli intervistati negherebbe con determinazione tale circostanza, certa di vivere in un Paese dalle solide radici democratiche.

Se poi fosse fatto presente il contrario - cioè che nel nostro Paese è invece possibile il trattenimento in una struttura carceraria a fronte di un mero illecito amministrativo e che questo (che si chiama “detenzione amministrativa”) è un trattamento riservato alle persone nate in paesi extra UE, sorprese senza un valido titolo di soggiorno, ai fini della loro deportazione al paese di provenienza – ecco che scommettiamo che si stenterebbe a crederlo, non apparendo verosimile l’esistenza nel nostro ordinamento di una così grave espressione - quasi anacronistica e tetramente evocativa - di razzismo istituzionale.

Eppure, queste clamorose eccezioni all’art. 13 della Costituzione, che tutela l’inviolabilità della libertà personale, esistono eccome: se ne trovano esempi nelle c.d. “navi quarantena, negli “hotspot”, nelle “aree sterili” degli aeroporti internazionali; ma soprattutto tale aberrazione giuridica trova il suo emblema in quelle fortezze impenetrabili e senza legge che sono i CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), dove il trattenimento viene eseguito in regime assai simile a quello di massima sicurezza, in sostanziale isolamento dall’esterno, e fino a 120 giorni, in alcuni casi anche fino ad un anno, per i richiedenti asilo.

In Italia ve ne sono dieci (a Milano, Roma, Torino, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Bari, Brindisi, Potenza, Caltanissetta, Trapani) ed in tutti si registrano sistematicamente quotidiani abusi: così è, costantemente, dall’istituzione, con la legge Turco-Napolitano nel 1998, di questo istituto, che attraverso varie denominazioni (le più note: CPT e CIE, prima di CPR) è giunto ai nostri giorni lasciando nel silenzio una lunga scia di sangue. Sono oltre trenta, ad oggi, i morti di detenzione amministrativa, per suicidio (l’ultimo, lo scorso 31 agosto 2022 a Gradisca: un pakistano di 28 anni) o per il “classico” non meglio precisato “arresto cardiaco”: d’altronde, troppo lontana e troppo priva di mezzi economici - quando esiste e viene avvisata - è per lo più la famiglia, per poter reclamare giustizia, e spesso anche per poter rivendicare un corpo da seppellire.

Si tratta di veri e propri porti franchi dei diritti, in primis quello alla salute; un cono d’ombra sui diritti umani generato da un vuoto normativo lasciato alla discrezionalità amministrativa, un campo libero regalato al Ministero dell'Interno e ai Prefetti locali,-cui i CPR fanno capo, che vi stabiliscono liberamente le proprie regole con circolari, prassi e regolamenti. Analoga discrezionalità viene rimessa, nella gestione della quotidianità e nell’applicazione di dette regole, alle forze dell’ordine, presenti in questi centri in misura anche di 1:1 rispetto ai trattenuti, armati, che non disdegnano di intervenire nei moduli abitativi in tenuta antisommossa.

A differenza infatti di quanto accade nel sistema carcerario, per il quale vige la legge sull’ordinamento penitenziario sancente una serie di garanzie, mezzi e figure a tutela della persona reclusa e da questa azionabili, nulla di tutto questo esiste per i CPR.

A farne le spese sono circa cinquemila persone transitanti dai CPR ogni anno, delle quali la metà all’incirca viene in effetti poi rimpatriata (determinante in questo senso l’esistenza o meno di trattati con il paese di provenienza), ma che tutte vengono sottoposte a privazione della libertà personale in luoghi alienanti, ivi tradotti dopo poche ore da quando sono state fermate, spogliate degli effetti personali e spesso anche private del telefono cellulare. L’unico contatto con la magistratura (non togata, perché si tratta di semplici giudici di pace) è dato dalle udienze di convalida: la prima dopo 48 ore e poi una ogni 30 giorni, durano in media cinque minuti, prima dei quali è spesso impraticabile per i legali (anche quelli di fiducia, per chi è abbastanza radicato sul territorio da trovarne uno) colloquiare con il proprio assistito, vista anche l’assenza di servizi di mediazione culturale.

E se non vi sono leggi, non vi sono diritti: non un magistrato di sorveglianza, nessuno che controlli, nessuno cui rivolgersi, nessuno (né la stampa, né la società civile, e neppure i legali) che possa  verificare cosa accada a decine di persone dietro alle sbarre in balia di un imponente numero di agenti.

Gli unici, estranei al personale addetto (che pure cerca di limitare gli accessi allo stretto necessario) a poter fare ingresso nei moduli abitativi senza autorizzazione e preavviso sono i funzionari dell’UNHCR (i cui report sono secretati), i Garanti Nazionale e locali dei diritti delle persone private della libertà personale (cui purtroppo compete anche la funzione di controllo anche delle carceri, e sono quindi oberati), ed i parlamentari nazionali ed europei.

La gestione del centro - e qui una delle principali differenze rispetto all’ordinamento carcerario - è delegata dalla Prefettura ad imprenditori privati selezionati attraverso bandi al ribasso (vince chi offre i servizi previsti, al costo inferiore).

 Inevitabilmente, senza alcun controllo, e senza nessuna possibilità concreta di lamentela da parte dei fruitori, tali servizi restano solo sulla carta, o quando offerti, ne viene offerta solo una parvenza, al fine dell’ottimizzazione del margine di profitto da parte del gestore.

E’ così che risultano in definitiva inesistenti servizi determinanti per la qualità della vita e per la difesa dei diritti dei trattenuti, oltre che della loro stessa dignità: mediazione culturale, informazione legale, consulenza con i servizi sociali, attività ricreative. Ma anche sono ampiamente sotto al limite della decenza i servizi di pulizia (cui spesso si devono dedicare gli stessi trattenuti), di somministrazione del cibo e, soprattutto, la cura della salute.

Perché è così: anche la cura della salute è totalmente delegata al gestore privato interno, il cui compenso è corrisposto dalla Prefettura con il criterio pro capite pro die, ovvero con una sorta di gettone fisso giornaliero moltiplicato per il numero di persone trattenute.

Inevitabili le conseguenze in questo contesto in cui la sanità pubblica è totalmente assente (a differenza che nel sistema penitenziario, dove la salute è gestita dal Ministero della Salute) e in cui lo stesso gestore privato del centro - onerato della cura a proprie spese della salute delle persone affidategli - guadagna per quante più persone, e per quanto più tempo, sono trattenute, in qualunque condizione esse versino: l’abbandono, la degenerazione, nella trascuratezza, delle patologie esistenti e delle dipendenze, l’alienazione, il disagio psichico, l’abuso di sedativi (al fine di prevenire disordini e proteste) e i tentativi di suicidio non sono un’evenienza ma la regola puntuale, il rito che si ripete quotidianamente.

Per l’esattezza, il coinvolgimento della sanità pubblica è rimesso alla diligenza delle stesse Prefetture, che dovrebbero ai sensi del Regolamento Ministeriale stipulare convenzioni con le ASL di riferimento al fine di garantire visite di idoneità obiettive all’ingresso e in caso di subentro di motivi di incompatibilità delle condizioni psicofisiche con il trattenimento, e soprattutto l’accesso alla medicina specialistica presso strutture pubbliche.

Ma nulla di tutto questo accade, e le Prefetture più zelanti stipulano accordi che restano sulla carta. Nessuno ha interesse a che vi siano ingerenze esterne, neppure nella gestione della cura della salute del trattenuto nel CPR. Quest’ultima, pertanto, si divide tra l’ambulatorio interno - dove la presenza dei medici è sporadica e si trovano per lo più sedativi (in particolare, Rivotril) - ed il Pronto Soccorso, quando si arriva al punto di dovervi o anzi potervi fare ricorso. Moltissimi sono infatti i trattenuti che praticano autolesionismo (il cutting, la “corda”, il lancio dall’alto per procurarsi lesioni agli arti, l’ingestione di detersivi o pezzi di metallo o vetro) sperando di poter essere ricoverati lasciando la struttura, e magari venire dichiarati inidonei al trattenimento.

Ebbene, esperienza di tutto ciò, anche diretta, come si dirà, è stata fatta ed è quotidianamente rinnovata da Mai più Lager – No ai CPR, Rete fondata da varie realtà antirazziste milanesi nel 2018 (quando Salvini indico Milano quale sede per il futuro CPR lombardo, poi aperto nel settembre 2020), con focus sui CPR e sulla denuncia dell’ipocrisia su cui essi si fondano: come visto, attraverso di essi si sanziona, con una reclusione in violazione dei basilari diritti umani e l’aberrazione della deportazione su base etnica, un mero illecito amministrativo che non può non essere commesso, dal momento che nei fatti il nostro ordinamento non consente né la regolarizzazione di chi si trova sul territorio né un ingresso regolare. Tutto ciò quando il fenomeno migratorio è processo oggettivamente inarrestabile ed inevitabile, prima ancora che conseguenza della legittima rivendicazione di condizioni migliori di vita, specie considerando le gravi responsabilità che l’Europa ha avuto nel mancato sviluppo dei paesi di provenienza di chi ora bussa alle sue porte.

Sulla scorta di tali convinzioni e di detta esperienza, la Rete Mai più Lager - No ai CPR, all’attività di informazione attraverso la divulgazione tramite i propri canali social  di ciò che accade in particolare nel CPR di Milano (con cui ha un filo diretto grazie al centralino e agli avvocati del NAGA ODV), affianca l’organizzazione di eventi di formazione, anche in scuole ed università.

Da circa un anno la Rete ha creato  al proprio interno un ambito specifico dedicato alla Salute, al quale partecipano dottori e studenti di Medicina, ai fini di sensibilizzare la categoria ed informarla sulla realtà in questione, con cui essa può variamente entrare in contatto: per essere chiamata ad effettuare visite di idoneità di accesso ai CPR nelle strutture pubbliche di appartenenza; per svolgere in libera professione  attività alle dipendenze del gestore privato del centro; o semplicemente per l’imbattersi in Pronto Soccorso in un paziente  tradottovi da un CPR. La consapevolezza della realtà di provenienza del paziente, e di sua destinazione una volta dimesso, è essenziale in questo caso per poter esprimere una corretta diagnosi e prescrizione ed eventualmente segnalare l’incompatibilità delle condizioni del soggetto con un siffatto sistema di restrizione in assenza di adeguata (ed imparziale) assistenza medica. Come pure è necessaria, tale consapevolezza, per poter correttamente valutare l’opportunità o meno di contribuire con la propria collaborazione al funzionamento di tali centri.

L’auspicio è che la presa di coscienza sul tema conduca ad una netta presa di posizione e quindi ad una mobilitazione collettiva quanto più ampia e ferma per la chiusura di questi luoghi, quale unica risposta ad uno strumento di razzismo istituzionale che, oltre ad essere incompatibile con una società civile, lede ogni anno dignità e salute di migliaia di persone.

Merita un accenno, infine, in tale contesto, l’attività della Rete consistita negli ultimi due anni nel supporto offerto ai rari parlamentari disposti ad accendere i riflettori su un argomento trasversalmente così scomodo (fu Minniti a disporre nel 2017 che ogni regione avesse il suo CPR, e Lamorgese si è occupata dell'implementazione di tale progetto, oltre che della firma degli accordi che hanno portato ai CPR migliaia di tunisini dal 2020).

Ci riferiamo in particolare al sen. Gregorio De Falco, al cui seguito due attiviste della Rete sono entrate nel CPR di Milano nel 2021 e nel 2022, così potendo dare il proprio supporto alla visita e alla redazione dei due report-denuncia che ne sono conseguiti (“Delle pene senza delitti – Istantanea del CPR di Milano” nel 2021 e “Delle pene senza delitti – Istantanea del CPR di Milano. Un anno dopo” nel 2022, liberamente scaricabili dal web, anche dalla pagina Facebook Mai più Lager – No ai CPR), cui si sono aggiunti anche due esposti alla Procura della Repubblica di Milano: uno per un pestaggio riferito dai trattenuti, occorso nei bagni dopo una protesta per fame, e l’altro per le gravi carenze sanitarie rilevate, per le quali è stata fatta istanza di sequestro del centro.

Per quanto qui rileva, si segnala che il secondo accesso ha visto la partecipazione nella delegazione del dr. Nicola Cocco, medico infettivologo esperto di medicina penitenziaria, che ha potuto incontrare i trattenuti, seppure senza visionare le loro cartelle cliniche, negate dal gestore e dalla Prefettura allo stesso senatore nonostante la delega dei diretti interessati.

Questa la conclusione del dr. Cocco, nel citato report del luglio scorso:

“Considerazione finale: un luogo potenzialmente patogeno.

Da medico infettivologo che lavora nelle strutture penitenziarie della città di Milano, la visita di sopralluogo al CPR di Via Corelli mi spinge ad una sola considerazione conclusiva: tale realtà ha tutte le caratteristiche strutturali (celle, alte mura, cortili angusti), sociali (presenza ipertrofica del personale di polizia, dinamiche di ghettizzazione e isolamento) e simboliche (sbarre) di un carcere italiano, ma senza le garanzie e tutele di salute individuale e pubblica che, dopo tante battaglie e ancora con tanti problemi, almeno formalmente ogni carcere italiano deve avere.

All’interno della Struttura ho rilevato la presenza di soggetti con quadri psichiatrici e di dipendenza da sostanze di difficile gestione se non da parte di personale specializzato e in contesti adeguati.

Tale rilievo, la mancanza di chiarezza del rapporto di convenzione tra l’ente gestore e l’ATS, la mancanza  di protocolli di gestione sanitaria aggiornati e di collaborazioni regolamentate con strutture sanitarie e figure professionali specialistiche all’esterno, mi porta a considerare il CPR di Via Corelli un luogo potenzialmente patogeno per le persone che vi vivono, che va segnalato alle autorità sanitarie competenti  e che necessita di un monitoraggio medico-sanitario costante per evitare l’insorgenza di eventi gravi a livello individuale e/o comunitario. Ritengo ingiusto sottoporre a tali rischi sanitari delle persone di fatto detenute per problematiche di tipo amministrativo e non penale, e lo segnalo alle autorità competenti.”

Non possiamo concludere queste riflessioni senza una considerazione: il CPR di Milano, nel 2014, fu chiuso per le proteste all’interno della struttura, che trovarono valido appoggio nella società civile all’esterno.

E' possibile, e si deve, ora, invertire la rotta.

E a tale processo non può mancare chi ritiene che non possano esistere nel nostro Paese eccezioni al rispetto dei diritti di tutte e di tutti - e in particolare del diritto alla salute - né ambiti di discrezionalità in cui il rispetto della persona e della sua dignità venga negato; specie se ciò accade secondo il discrimine della mera provenienza geografica del portatore di tali diritti universali.

Per info e per ricevere la newsletter Mai più Lager – No ai CPR o per partecipare alle attività della Rete, ivi compresi gli incontri “NoCPR Salute”: noaicpr@gmail.com

Per materiale informativo, foto e video e per il link ai dossier “Delle pene senza delitti” 2021 e 2022: linktr.ee/noaicpr  

 

Mai più Lager -No ai CPR

 

Le inondazioni in Pakistan avranno forti conseguenze anche per l’Africa - Angelo Ferrari

  

Secondo gli analisti molti governi dovranno far fronte all’aumento dei prezzi di mercato del riso, un alimento base per gli africani, dovuto alle catastrofi naturali che stanno colpendo l’Asia e alle nuove strette sulle esportazioni imposte da India, Vietnam e Thailandia

 

L’Africa non ha pace. La sicurezza è messa a rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e ora potrebbe aggravarsi ulteriormente per le inondazioni che hanno investito il Pakistan. Il continente africano deve far fronte all’aumento dei prezzi del grano e del mais a causa della guerra in Ucraina, ma, secondo molti analisti economici, dovrà far fronte anche all’aumento dei prezzi di mercato del riso, un alimento base per gli africani, a causa delle inondazioni che hanno investito il Pakistan e alla decisione dell’India di limitare le sue esportazioni.

L’India ha vietato le esportazioni di riso spezzato (frammenti di chicchi rotti) la scorsa settimana e ha imposto un dazio del 20% sulle esportazioni di riso di qualità superiore. Con questa misura, il più grade esportatore mondiale cerca di abbassare i prezzi a livello locale, dopo che le piogge monsoniche sono state inferiori alla media. Le esportazioni potrebbero, grazie a questa misura, crollare del 25% nei prossimi mesi. “Tutti i cereali sono aumentati, tranne il riso, ma ora si unirà a questa tendenza”, ha spiegato Himanshu Agarwal, direttore di Satyam Balajee – il principale esportatore di riso indiano – sentito dalla Reuters.

Al tempo stesso, Thailandia e Vietnam hanno deciso di aumentare i prezzi per remunerare meglio i loro agricoltori. Secondo Phin Zinell, economista alimentare presso la National Australia Bank, ci “saranno tensioni significative sulla sicurezza alimentare in molti paesi”. E a farne le spesse, maggiormente, sarà l’Africa, tanto più che la situazione in Pakistan, di fronte alle alluvioni che lo hanno investito, potrebbe pesare sui prezzi mondiali.

 

“Il Pakistan è un grande esportatore di riso, ma un terzo del paese è sott’acqua e quindi il rischio, a lungo termine, è un aumento del prezzo del riso sul mercato internazionale”, ha spiegato Nicolas Bricas, titolare della Cattedra mondiale dell’alimentazione dell’Unesco, sentito da France24. Un altro fattore rischia di aggravare ulteriormente la situazione: la forte domanda cinese di rotture di riso per sostituire il mais che è diventato troppo costoso per nutrire il bestiame, provocando così un innalzamento dei prezzi.

Tutto ciò, evidentemente, rappresenta una brutta notizia sul fronte della sicurezza alimentare nell’Africa subsahariana, che dipende in larga misura dalle importazioni di cereali bianchi dall’Asia. L’Africa, quest’anno, potrebbe assorbire il 40% del commercio mondiale di riso, ovvero 20 milioni di tonnellate, un vero e proprio record.

La dipendenza dalle importazioni di riso è cronica e durerà nel tempo, anche perché la produzione locale non è in grado di seguire la curva dei bisogni che cresce con la crescita demografica urbana. In Africa il riso è l’alimento preferito dagli abitanti delle città perché è un prodotto pronto all’uso a differenza dei tradizionali cereali, come il miglio e il sorgo, che hanno bisogni di una preparazione.

Se la sicurezza alimentare in Africa subsahariana non si base esclusivamente sul riso, come in altri continenti, questo rimane il secondo cereale più consumato dopo il mais. Un’impennata dei prezzi rappresenterebbe un nuovo colpo per le popolazioni africane, già indebolite dai prezzi dei generi di prima necessità, soprattutto quelli agricoli. La situazione è particolarmente critica nel Corno d’Africa, che sta attraversando una siccità mai vista negli ultimi quarant’anni. Secondo le Nazioni Unite, dall’Etiopia meridionale al Kenya settentrionale fino alla Somalia, 22 milioni di persone sono a rischio fame.

L’aumento del prezzo del riso è, dunque, atteso, ma secondo molti analisti dovrebbe rimanere contenuto e di breve durata. Di sicuro è un azzardo, anche se il raccolto dei principali paesi produttori ed esportatori – India, Thailandia e Vietnam – inizierà tra poche settimane. Questo riso dovrà andare ad aggiungersi alle scorte, già al massimo, e quindi dovrebbe spingere questi paesi a vendere il vecchio raccolto, allentando la pressione sul mercato. Ma bisognerà capire se i maggiori esportatori di riso applicheranno misure di protezionismo del proprio mercato interno.

Di sicuro gli effetti maggiori si vedranno nei primi mesi dell’anno prossimo. Occorre ricordare, infine, che il Pakistan esporta 4 milioni di tonnellate di riso all’anno, contro i 21 milioni dell’India. La domanda è: il mercato sarà in grado di resistere allo shock anche se il Pakistan, come è prevedibile, limiterà le sue esportazioni e l’India manterrà i dazi e il tetto alle esportazioni di riso?

da qui

giovedì 20 ottobre 2022

Cagliari, noi speriamo che ce la caviamo…

Un intero edifico del polo universitario cagliaritano di Sa Duchessa è venuto giù nella serata di martedi 18 ottobre 2022.

Solo qualche ora prima era pieno di studenti, docenti, personale ausiliario.

Per fortuna nessuna vittima.

Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari, poco dopo essersi recato sul posto, ha affermato che il “crollo è avvenuto quando le lezioni erano già concluse”.

Meno male che ci ha reso edotti tutti, da soli non ci saremmo mai arrivati.

Il suo pensiero è stato chiaro e lapidario: “il Signore ci ha graziati”.

Ha pienamente ragione.

I Cagliaritani e chi frequenta la Città per ragioni di lavoro, di studio, turistiche sono esclusivamente nelle mani di Dio.

Chi gestisce la res publica in questa Città, lì, nell’Isola alla deriva nel Mediterraneo occidentale, lo fa a sua insaputa e, quando lo sa, spesso a sua incapacità.

Il sindaco Truzzu ce lo fa capire quotidianamente, fra strade strette dominate da sciagurate piste ciclabili scarsamente frequentate e impuniti parcheggi in doppia fila o con piste ciclabili destinate a sprecar soldi pubblici e a far lievitare il numero degli incidenti stradali ovvero con campagne pubblicitarie degne di Nosferatu e con la sua voglia di passare alla storia cambiando i connotati a veri e propri simboli della Città.

Sempre a Cagliari, qualche anno fa il crollo di un soffitto nel Liceo “G.M. Dettori”, oltre alla chiusura per lungo tempo della scuola, portò alla luce una situazione assurda: nella Provincia solo 5 scuole superiori su 75 avevano il certificato di agibilità, pur essendo disponibili ben 170 milioni di euro.

Il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari Francesco Mola, docente di statistica, ha affermato sconcertato che si è trattato di “un fulmine a ciel sereno”, aggiungendo che “non c’è stato nessun segnale che si potesse verificare quanto accaduto. Gli edifici delle nostre facoltà vengono ispezionati regolarmente. Nell’aula crollata l’ultima manutenzione ordinaria era stata effettuata tre o quattro anni fa. Non c’è stata nessuna avvisaglia, nessuna crepa o un rumore che potesse far pensare a un simile cedimento”.

In realtà, crepe e filature erano state recentemente fotografate nell’edificio crollato da vari studenti.

E, statisticamente, forse un dubbio poteva venire.

Chi vive e frequenta Cagliari è davvero nelle mani di Dio, anche e soprattutto per incapacità umane.

Ne sono un eloquente segnale, a puro titolo di esempio, gli incidenti stradali e i pedoni investiti nella trafficata Via Cadello: solo nei primi sei mesi del 2022, fra i tanti, un bimbo di 15 mesi venne travolto e ucciso sulle strisce pedonali l’1 febbraio scorso, il 28 aprile venne sfondata una vetrina con un’auto, il 19 agosto un ubriaco tamponava un altro veicolo. Non si contano incidenti e investimenti avvenuti in questi ultimi anni, fra morti e scontri frontali.  

Basterebbe inserire sulla sede stradale alcuni dissuasori attraversamenti rialzati per moderare la velocità, prima causa degli incidenti in una strada troppo spesso scambiata per un circuito di Formula 1.

Tante richieste, un’esigenza pressante, nessun intervento.

In compenso l’attraversamento rialzato è giunto in Via Asti, strada angusta dove nessun’auto s’azzarda a correre e dove non si ricorda un investimento di malcapitati pedoni negli ultimi 500 anni.

Sì, chi vive e frequenta Cagliari è davvero nelle mani di Dio, però la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari vuol verificare se esistano responsabilità nel crollo dell’edificio universitario e ha messo l’intero complesso sotto sequestro.          

Perché aiutati che Dio t’aiuta.

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

martedì 18 ottobre 2022

Come le fonti rinnovabili di energia si trasformano in sciagura per un territorio. Il caso della centrale eolica sull’altopiano di Gomoretta (Bitti, Buddusò, Orune) – Grig

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Le virtuose fonti di energia rinnovabile, a cui tutti tendiamo con l’obiettivo di superare definitivamente la lunga stagione dell’energia prodotta dalle inquinanti fonti fossili tradizionali (petrolio, carbone, gas naturale) possono – se non necessarie e nel posto sbagliato – costituire una vera e propria sciagura per un territorio.

E’ il caso del progetto di centrale eolica Siemens Gamesa Renewable Energy Italys.p.a.sull’Altopiano di Gomoretta, nei Comuni di Orune, Bitti, Buddusò (NU-SS).

Il progetto di centrale eolica comprende n. 13 aereogeneratori da 3,465 MW ciascuno (potenza complessiva 45,045 MW) con fondazioni, strade di accesso e opere di connessione alla rete elettrica nazionale (strade di servizio, cavidotti interrati 30 kV, cabine di smistamento, stazione di trasformazione 30/150 kV, elettrodotto aereo ad alta tensione 150 kV). 

Il progetto, ampiamente contestato dalla popolazione locale, sorgerebbe su un’area di valore ambientale a economia agro-pastorale, in buona parte boscata (Leccio, Roverella, Sughera, macchia mediterranea) e tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e vincolo idrogeologico (regio decreto n.3267/1923 e s.m.i.). A breve distanza è stato istituito il parco naturale regionale di Tepilora.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) aveva inoltrato (21 marzo 2018) uno specifico atto di intervento nel relativo procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) avviato nel dicembre 2017.

A breve distanza, nella località montana di Mamone nei Comuni di Bitti e Buddusò (NU-SS), analogo progetto di centrale eolica (“15 turbine della potenza di 4,2 MW ciascuna, per una potenza complessiva di 50,4 MW, … proposto dalla WPD Piano d’Ertilia S.r.l.”) ha, invece, visto concludersi con provvedimento negativo (D.M. Transizione ecologica di concerto con Cultura n. 262 del 5 ottobre 2022) il relativo procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), previo parere negativo della Soprintendenza speciale per il PNRR – Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio Ministero Cultura n. 9664 dell’11 marzo 2022 e parere negativo della Commissione tecnica VIA/VAS n. 95 del 17 maggio 2021.

Analoghe e insuperabili le pesanti criticità ambientali e paesaggistiche e, in particolare, l’evidente danno al progetto di osservatorio internazionale di onde gravitazionali Einstein Telescope, sostenuto dall’Italia, da altri Stati europei e da numerose Istituzioni scientifiche, per cui è stata avanzata la candidatura della prossima miniera dismessa di Sos Enattos (Lula), definita uno dei luoghi più silenziosi della Terra, dove l’attività sismica di disturbo alla rilevazione delle onde gravitazionali è sostanzialmente nulla.

Infatti, “i parchi eolici sono esiziali per la rivelazione delle onde gravitazionali. Pubblicazioni scientifiche testimoniano il disturbo causato dalle vibrazioni a bassa frequenza dei piloni di sostegno delle eliche ruotanti. Tale rumore sismico si propaga anche per decine di chilometri specie in una roccia compatta e poco dissipativa come quella presente nel sottosuolo della zona in questione. Il rumore generato andrebbe a mettere in serio dubbio buona parte dei programmi scientifici del laboratorio SARGRAV e di Einstein Telescope. In tale modo il sito sardo perderebbe un importantissimo vantaggio competitivo rispetto ad altre località europee che si candidano ad ospitare Einstein Telescope, senza offrire gli analoghi vantaggi ambientali” (osservazione Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, citata nel parere negativo della Commissione tecnica VIA/VAS n. 95 del 17 maggio 2021).

Gli investimenti previsti per la realizzazione dell’Einstein Telescope sono stimati in 6,184 miliardi di euro. Una vera e propria manna dal Cielo.

Il procedimento di V.I.A. relativo al progetto di centrale eolica proposto dalla Soc. Siemens Gamesa Renewable Energy Italia sull’Altopiano di Mogoretta (Bitti, Orune, Buddusò), dopo aver ricevuto varie osservazioni molto critiche, aveva ricevuto il parere negativo della Commissione tecnica VIA/VAS n. 3387 dell’8 maggio 2020.

Ma qui accade un fatto decisamente schizofrenico.

Avvalendosi dell’art. 7 del decreto-legge n. 50/2022, convertito con modificazioni nella legge n. 91/2022 (c.d. decreto aiuti), norma che attribuisce alle delibere del Consiglio dei Ministri il valore di provvedimento conclusivo del procedimento di V.I.A. di competenza nazionale, il Governo Draghi, nell’ultima seduta del 10 ottobre 2022, “ha deliberato l’approvazione del giudizio positivo di compatibilità ambientale per tre progetti di impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili (energia eolica, fotovoltaica e geotermica)” fra cui quello relativo a “impianto eolico denominato ‘Gomoretta’, da realizzarsi in agro dei Comuni di Bitti (NU), Orune (NU) e Buddusò (SS)”.

E tanti saluti agli oltre 6 miliardi di euro di investimenti per l’Einstein Telescope.

Ma chi ha votato a favore di questa esorbitante competenza governativa ottusamente favorevole senza se e senza ma alla realizzazione di impianti di produzione energetica da fonte rinnovabile?

Il voto della Camera dei Deputati in sede di conversione in leggenel corso della seduta dell’11 luglio 2022, vide 266 voti a favore (maggioranza governativa), 47 voti contrari (FdI, alcuni componenti del Gruppo Misto) e ben 227 assenti (fra cui 85 del M5S, 41 della Lega). Unico voto contrario proveniente dalla maggioranza quello dell’on. Nicola Fratoianni.

Chi s’intesta presunte posizioni politiche in difesa dell’ambiente dovrebbe farsi un serio esame di coscienza, mentre gli elettori dovrebbero fare la fatica di informarsi per esprimere a ragion veduta il proprio voto.

Insomma, roba che difficilmente riguarda gli Italiani.

Ma la realizzazione dell’ennesima centrale eolica in Sardegna, oltre a danneggiare forse irreparabilmente un progetto scientifico di altissimo livello e di analogamente alto investimento, appare ancor più ottusa in quanto l’energia prodotta molto probabilmente sarebbe inutilizzabilepur dovendo essere pagata al produttore.

Infatti, in Sardegna le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 agosto 2021 risultavano complessivamente pari a 5.464 MW di energia eolica + altri 10.098 MW di energia solare fotovoltaica, cioè 15.561 MW di nuova potenza da fonte rinnovabile, a cui devono sommarsi i tredici progetti per centrali eoliche offshore finora presentati,che dichiarano una potenza pari a 8.321 MW.

In tutto sono 23.382 MW, cioè più di undici volte i 1.926 MW esistenti (1.054 MW di energia eolica + 872 di energia solare fotovoltaica, dati Terna, 2021).

Attualmente in Sardegna non esistono impianti di accumulo e conservazione energetica (il Gruppo ENEL si è aggiudicato la realizzazione di futuri impianti per complessivi 500 MW di potenza), mentre al termine (2027-2028) dei lavori di realizzazione del Thyrrenian Link, il nuovo doppio cavo sottomarino di Terna s.p.a. con portata 1000 MW, al termine dell’ammodernamento e potenziamento del SA.CO.I. 3 (portata 400 MW), che rientra fra i progetti d’interesse europeoeconsiderando l’altro collegamento già esistente, il SA.PE.I. (portata 1000 MW), la Sardegna avrà collegamenti con una portata complessiva di 2.400 MW.  Non di più.

L’immane quantità di energia potenzialmente producibile in Sardegna non potrà certo essere tutta utilizzata nell’Isola (già oggi circa il 40% dell’energia prodotta non serve al fabbisogno locale), non potrà esser trasferita verso la Penisola, non potrà essere conservata.  

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè lo Stato, cioè la Collettività di tutti noi) per essere in buona parte sprecata.

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche.

Ancora una volta si privatizzeranno i profitti e si socializzeranno le perdite.

Stavolta, oltre all’ambiente, si perde anche un investimento di oltre 6 miliardi di euro per l’Einstein Telescope.

Complimenti a tutti quelli che si sono prodigati per questo risultato.

Complimenti, in particolare, al bolso vuoto epocale che in proposito alberga negli edifici della Regione autonoma della Sardegna.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

 


domenica 16 ottobre 2022

Perché siamo numeri - Alessandro Ghebreigziabiher

 

C’erano una volta l’uomo bianco e quello nero… e no, dài, non va bene, perché così dicono che si sentono sempre accusati, che quelli si lamentano, ma che colpa ne ho io, pure qui abbiamo i nostri problemi, prima il Covid e poi pure il caro bollette, non possiamo accogliere tuttiognuno a casa propriaa noi e anche peggio, visto che ora siamo al potere quasi ovunque, cribbio.

Okay, ci riprovo: c’erano una una volta i paesi ricchi e quelli poveri dove… ma no, non si può neppure così, che poi uno dice che non si deve mica vergognare di avere fatto o addirittura ereditato la grana, non è mica una colpa. Che poi si fa presto a dire grana, con tutte queste tasse – anche se le pagano sempre gli stessi e non sono loro, ma mica siamo tutti con il portafogli a fisarmonica, e di nuovo non possiamo accogliere tuttime ne fregosparare a vistail mare è nostro tranne i cadaveri, punto e a capo.
D’accordo, altro tentativo: c’erano una volta le nazioni ex o neo colonialiste le ex o nuove colonie a sud del mondo in cui… ma no, neppure questa va bene, perché poi ti dicono che ognuno è padrone del suo destino e non si possono sempre incolpare gli altri per ogni cosa, anche se vale pure il viceversa e qui nessuno ancora si è scusato. Solo che un attimo dopo ti guardi in giro e ti rendi conto che se non è successo prima figuriamoci ora, e allora per la terza volta non possiamo accogliere tutti, tranne Dio, patria, famiglia e buoi dei paesi miei, e basta.
Va bene, ho afferrato il concetto. Desidero davvero raccontare una storia giusta. Nel senso che renda giustizia ai protagonisti, più di ogni altra cosa. Chiara e semplice, e che non possa essere fraintesa o manipolata: c’erano una volta una madre e un figlio.
Il primo giorno, al mattino, il bambino si avvicina alla donna e le domanda: “Mamma, oggi andiamo a scuola?”
La madre lo guarda con un misto di rabbia e dolore, ma è costretta a dargli in pasto se non altro la cruda verità, la quale non manca mai tra loro: “No, figlio mio.”
“Perché?”
“Perché lo straniero che sai, il quale è venuto qui per derubarci – per poi prestarci quei pochi spiccioli del denaro guadagnato con le ricchezze della nostra terra – non solo ha aumentato gli interessi su quella miseria ma ha anche preteso di riaverli in anticipo.”
Il piccolo abbassa il capo e tristemente riflette sulla risposta.
Il secondo giorno, nell’unico momento di quest’ultimo in cui il nostro spera che accada il miracolo, si avvicina alla madre e fa: “Mamma, oggi che si mangia?”
La donna, ulteriormente amareggiata, gli risponde: “Niente, figlio mio.”
“Perché?” chiede quest’ultimo come se non fosse una situazione abituale.
“Perché lo straniero che continua ad abbuffarsi con le nostre ricchezze è preoccupato per l’inverno in arrivo, di spendere più del solito per il carburante per la sua auto e di essere costretto a ridurre le ore di calore nella propria casa.”
Il ragazzino osserva il volto della donna e cupamente riflette sulla spiegazione.
Il terzo e ultimo giorno, il figlio si ammala, ha la febbre alta e stavolta è la madre ad avvicinarsi a lui. Lo accarezza e lo osserva con gli occhi inevitabilmente umidi di pianto.
“Mamma” fa il bambino. “Non mi dai la medicina?” Come se fosse roba normale, già, ovvero come lo è nel fantastico regno chiamato altrove.
“Non posso”, risponde la donna.
“Perché?” chiede il figlio con lo stupore di chi si ostina a non comprendere le diseguaglianze del cuore e dell’umana coscienza, più che del mondo. La donna gli ha promesso verità e anche stavolta, malgrado con immane sforzo, tiene fede alla parola data: “Perché lo straniero sa perfettamente che continuando con il suo atteggiamento finirai per morire, ma non si fermerà.”
“Perché?” Insiste il bambino, come se fosse l’ingenua quanto nobile incredulità a parlare per lui.
“Perché nella sua immaginazione tu e io siamo solo dei numeri. L’uno e il meno uno che si azzerano nella somma finale. Noi siamo solo cifre, siamo le virgole e il segno percentuale, noi siamo sbuffi di inchiostro trascurabile, affinché il bottino resti in attivo al momento dell’incasso.”
“Perché…?” ripete ancora il figlio e potrebbe continuare all’infinito, ma la donna sa che non è lei che dovrebbe garantirgli una risposta. Lei è solo la madre, lei è tutto ciò che può dargli e lo abbraccia stretto al petto, cercando di educarlo, sfamarlo e curarlo con quel poco di calore che le resta nel corpo.
Il bambino si addormenta e ora è lei a far sua la bruciante domanda, volgendo il capo vero l’altrove di cui sopra.
Perché…

da qui