martedì 6 giugno 2023

Il megaeolico fatevelo in Padania - Cristiano Sabino

 

Thiesi è la “villa antifeudale”, come recita il famoso libro di Gavino Palmas che racconta s’annu de s’attaccu, cioè la resistenza che opposero i thiesini alla feroce spedizione punitiva voluta dai Savoia e dai loro alleati feudatari, all’inizio del secolo XIX, per stroncare nel sangue la ribellione anticolonialista e antifeudale che aveva incendiato tutto il Mejlogu.

Il contesto è quello della sollevazione di molte comunità sarde al regime oppressivo imposto dalla monarchia Sabauda e dai feudatari. Un regime fondato sullo sfruttamento del territorio, sull’assoluta mancanza di prospettive di sviluppo endogeno e sull’idea che l’isola fosse un limone da spremere senza dare nulla in cambio.

Allora, di fronte allo sfruttamento brutale della Sardegna e dei sardi e alla sordità di ogni richiesta di cambiamento, si sollevarono sia i quartieri popolari delle principali città, sia le comunità contadine e nel Mejlogu e si arrivò a siglare gli “strumenti di concordia e unione” ossia «patti di alleanza» legale fra ville, vere e proprie leghe di resistenza antifeudale e anticoloniale, la cui sottoscrizione avvenne in presenza di testimoni e notai roganti. Questi patti esprimevano un’altissima conoscenza giuridica, una piena sintonia storica con analoghi strumenti utilizzati contemporaneamente nella Francia rivoluzionaria e dimostrano una forte coscienza popolare finalizzata a rompere con il regime di asservimento difeso a spada tratta dallo stato centrale.

Dopo più di duecento anni, Thiesi ricorda la sua tradizione ribelle e suona a martello le campane della rivolta. Questa volta non ci sono più feudatari e mercenari svizzeri a difesa del potere costituito, ma decreti autoritari della presidenza del Consiglio dei Ministri, multinazionali affamate di terre, quotidiani e “ambientalisti” prezzolati.

Da una parte i nuovi “barones”, dall’altra la voce del nuovo “patriota sardu”. Mercoledì 31 maggio, a Thiesi, alle 18 nella sala Sassu di via Garau, al cospetto della magnifica rappresentazione de “I moti angioyani” prodotta nel 1962 dall’artista Aligi Sassu, un comitato thiesino ha convocato un’assemblea popolare per discutere l’assalto coloniale che sta subendo il Mejlogu. Si parlerà – annuncia il comitato – «dei progetti dei parchi eolici e del loro reale impatto sul territorio. Ascolteremo la voce di alcuni esperti sugli aspetti tecnici, naturalistici, scientifici ed economici. Sentiremo i punti di vista di diversi amministratori locali. Invitiamo tutti gli interessati a partecipare attivamente e a condividere il proprio parere».

Il territorio infatti è oggetto di interesse per la realizzazione di un parco di 8 aerogeneratori con potenza complessiva di 48 MW, con torri alte 206 metri che invaderanno le creste dei monti, delle colline e degli altopiani fino a perdita d’occhio. La prospettiva è quella di un’invasione di giganti d’acciaio per produrre energia a basso costo da indirizzare alle fabbriche del nord Italia, tutto questo senza minimamente coinvolgere le comunità interessate. La scusa che si usa è quella del “cambiamento climatico”, ma la realtà, ben più prosaica, è la necessità di soppiantare la fornitura di gas russo a buon mercato interrotto a causa delle sanzioni e di spremere la nostra terra come un limone, sfruttandone tutte le risorse senza dare nulla in cambio e tagliando fuori dai processi decisionali chi ci vive e ci lavora. Esattamente come facevano Savoia e feudatari all’epoca della rivoluzione angioyana.

Thiesi non è l’unico territorio sotto assedio da parte dei nuovi feudatari e dei moderni Savoia. Da tempo il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis prende posizione sul tema. E proprio il caso di questo piccolo paese della Marmilla smentisce la favola egemonica che racconta della lotte tra le lobbies del carbone e del gas da una parte e dei paladini della “rivoluzione verde” dall’altra. Una favola a cui molti, purtroppo, anche tra le fila dei movimenti di resistenza alla guerra e al colonialismo, hanno dato credito. Villanovaforru, anzi, Biddanoa e’ Forru in lingua sarda, ha dato vita ad una comunità energetica rinnovabile (CER) edificando un impianto da 44,3 kW, realizzato sulla palestra della scuola media.  Dopo la prima fase di raccolta delle manifestazioni di interesse a cui hanno risposto 45 soggetti fra cittadini e imprese, nel luglio del 2021 è stata convocata l’assemblea costitutiva per dare avvio alla CER. Come nel caso di Ussaramanna, anche qui è stata costituita un’associazione, alla quale hanno partecipato 34 soci fondatori. Il tutto con gli strumenti della democrazia, del legame con il territorio e della giustizia energetica che ripartisce i benefici tra i membri della Comunità in maniera proporzionale (ciascun membro ha un beneficio proporzionale al suo standard di consumo).

Bene, proprio il sindaco che si è speso più di tutti per garantire alla sua comunità un futuro di autosufficienza energetica ecocompatibile e democratico, ha recentemente denunciato l’assalto organizzato da parte di Stato e multinazionali contro il suo territorio.

Con un appello pubblico rivolto ai suoi compaesani, Onnis ha infatti recentemente annunciato di aver ricevuto due avvisi dal Ministero dell’ambiente, per due diversi progetti di energia alla cui testa stanno due multinazionali. Lo Stato comunica che sul territorio comunale verranno impiantate quattro pale eoliche di circa 220 metri, senza alcuna compensazione per il comune, e sorgeranno su terreni che verranno espropriati d’imperio.

È così che Stato, multinazionali e ambientalisti da cortile vogliono realizzare la “rivoluzione climatica” pianificando una vera e propria invasione di centinaia di nuovi impianti da fonte rinnovabile (essenzialmente fotovoltaico e eolico, on e off shore), intervenendo d’imperio su territori che spesso stanno già facendo la loro rivoluzione energetica comunitaria e imponendosi come fanno le dittature e i regimi autoritari?

Cosa fa il governo regionale a guida “sardista” di fronte a queste pratiche neosabaude e neocoloniali? Come giustamente ricorda sempre Onnis «non bastano le interrogazioni in aula, né rivolgersi a Solinas. Devono legiferare».

Ma ovviamente, su questo e altri fondamentali aspetti strategici per il benessere e il futuro dei sardi, chi controlla il potere in viale Trento a Cagliari, si guarda bene dal prendere posizioni nette nell’interesse delle nostre comunità, evidentemente per non pestare i piedi a mandatari e portatori d’interesse.

Che alcune comunità inizino a mobilitarsi è di fondamentale importanza, ma servirà molto altro per impedire la quinta colonizzazione della nostra terra (dopo il disboscamento, lo sfruttamento minerario, l’industrializzazione selvaggia e in parallelo all’occupazione militare si va affiancando la colonizzazione energetica).

È sempre più chiaro che la Sardegna sta diventando un hub energetico dello Stato e dell’economia del nord e che gli abitanti e le comunità dell’isola non abbiano alcuna parte in questo scenario disegnato – come sempre nella storia dello Stato unitario – a Roma, Milano e Torino.

A smascherare la favoletta green sulla Sardegna isola all’avanguardia nella lotta al climate change propugnata da Legambiente WWF e FAI (su questo punto rimando alla lettura del mio articolo scritto per Filosofia de Logu “Decolonizzare l’ambientalismo. Come la ragion coloniale si tinge di verde”) sta la più cruda realtà di una schiera di progetti (tra approvati, presentati e in funzione) di depositi / rigassificatori di gnl.

Del legame tra il metano da una parte e il far west delle rinnovabili dall’altra, vale a dire delle sempre più numerose richieste di autorizzazione per impianti eolici e fotovoltaici, si è occupato in maniera approfondita Piero Loi sul periodico di approfondimento e inchiesta Indip nell’articolo “Sardegna, la giungla dell’energia, e l’oligarca russo va a tutto gas”, a cui rimando per approfondimenti specifici. Il punto, in ogni caso, è chiaro: più la Sardegna verrà dotata di infrastrutture per il trasporto di energia verso il Continente, più aumenterà la produzione da fonti rinnovabili e più si avrà bisogno di metano per stabilizzare le rinnovabili, la cui produzione è intermittente.

Si tratta di un processo già in atto, che è possibile mappare. Nel Porto industriale di Oristano sono previsti almeno quattro depositi costieri (Higas, in funzione), Edison (approvato – si pensa ad un ampliamento – ma non ancora realizzato), Ivi petrolifera (due autorizzati). Poi ci sono le famose FSRU della Snam, vale a dire le navi nasiere dotate di rigassificatori: oltre a Porto Torres, una seconda FSRU è prevista a Portovesme. Un secondo deposito costiero a Porto Torres è stato previsto dal Consorzio industriale, ma il progetto appare dormiente. Infine sono previsti un deposito costiero con rigassificatore e centrale a metano ad Olbia e un deposito/rigassificatore di Giorgino a Cagliari. Da nord a sud, da est ad ovest la Sardegna sta diventando un enorme ormeggio per navi gasiere. Tutti progetti ad altissimo impatto ambientale e a rischio incidente rilevante, che vanno a stratificarsi su territori già fortemente segnati da attività inquinanti pregresse (come per esempio Porto Torres che è un S.i.n in cui tutte le matrici ambientali risultano compromesse).

Dove li mettiamo questi impianti nella favoletta green che ci raccontano Governo e Legambiente?

Basterebbe chiedersi se tutta quest’infrastrutturazione serva al territorio e ai sardi per inquadrare il problema: basti pensare che la sola nave deposito-rigassificatore prevista a Portovesme è in grado di rigassificare 5 mld di mc di gas/anno, mentre il fabbisogno della Sardegna (sovrastimato dal Piano energetico ambientale della regione Sardegna, Pears) è pari a circa 900 milioni di mc/anno.

Questa programmazione energetica, volta a trasformare la Sardegna in un hub del gas, è foriera di pesanti conseguenze. Ad esempio, un rischio concreto è  lo sfruttamento futuro di giacimenti locali di idrocarburi (sul modello del famoso progetto Eleonora della Saras, a cui la Sardegna si era opposta con successo), on e off shore. Inoltre, uno degli effetti più che probabili di questo disegno è lo sviluppo di colture energetiche (land grabbing e conflitto con le colture alimentari) per la produzione di biometano (metano a tutti gli effetti). Più in generale, si può affermare che in nome della transizione energetica stanno portando i sardi a non sviluppare un sistema energetico sotto il nostro controllo e basato sulle necessità della nostra isola, realmente rispettoso dell’ambiente e della salute, e capace di far risparmiare gli utenti o addirittura di far guadagnare loro qualcosa. Vale a dire un modello essenzialmente basato sull’elettrificazione dei consumi, l’autoproduzione-autoconsumo di energia (generazione distribuita e smart grid), utilizzo dell’idroelettrico per stabilizzazione le rete elettrica, comunità energetiche e – in generale – un ripensamento generale dei modelli di produzione e consumo.

Ma perché il gas è funzionale al più ampio disegno della trasformazione della Sardegna in un gigantesco hub energetico? Fondamentalmente si vuole sacrificare il nostro territorio destinandolo a corridoio di transizione di enormi flussi di energia. Se questo progetto va in porto e non trova una forte opposizione popolare, diventeremo una monocultura energetica intensiva diffusa in tutti i territori, e a beneficio di aree d’Italia ed europee industrializzate e ricche, senza alcuno scambio paritario. Tutto questo si tradurrà in ancora più significativi impatti sulla salute, sugli ecosistemi, sulle matrici ambientali e sul paesaggio e, soprattutto, si  arriverà a una profonda trasformazione della proprietà fondiaria. La presenza di grossi impianti, infatti, attiverà operazioni di vendita o di cessione trentennale dei diritti di superficie. Il rischio, dunque, è che il già incrinato rapporto tra i sardi e la terra s’indebolisca ulteriormente. In altre parole, le campagne – sempre più abbandonate – potrebbero non essere più concepite come un’opportunità di reddito (per quanto riguarda le colture alimentari o la pastorizia) e, in definitiva, di radicamento sociale.

La quinta colonizzazione della Sardegna in atto, cioè la colonizzazione energetica, è ancora più radicale delle precedenti perché non localizzata in aree specifiche e potenzialmente deleteria per la compromissione definitiva del rapporto sardi-terra di Sardegna.

Ed è per questo che dobbiamo fermarla, soffiando sul fuoco della rivolta di coraggiose comunità come Thiesi e Villanovaforru!

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domenica 4 giugno 2023

Lettera a un Paese senza qualità - Mauro Armanino

 

 

Esserne rimasto a lungo lontano avrebbe potuto trasformare la mia lontananza in nostalgia. Forse è accaduto all’inizio, dopo il primo soggiorno in Costa d’Avorio e, gradualmente meno, negli altri. C’è qualcosa che ci ha cambiati entrambi, il Paese e chi scrive la presente lettera a chi ha voglia e tempo di ‘aprirsi’ a sua volta. Ad ogni ritorno dall’Africa Occidentale al Paese e ora, da questa riva chiamata Sahel, si fa strada un indefinibile malessere che rende i miei soggiorni quasi ‘clandestini’. Dev’esserci accaduto qualcosa che ha forse radici lontane ma che, con l’accelerazione del tempo, delle parole e dello spazio ha profondamente inciso sul nostro modo di abitare il mondo. L’uomo senza qualità, romanzo incompiuto dello scrittore austriaco Robert Musil negli anni Trenta del ‘secolo breve’, ha ispirato il titolo del presente scritto. Una sorta di meditazione che vorrebbe in realtà interrogare chi, nella società italiana assume, per scelta o per statuto, un ruolo qualsiasi di ‘autorità’, ossia di responsabilità, nel pensiero e nella prassi quotidiana.

Un’amica scriveva che noi non siamo altro che ‘date ambulanti’ e, detto in modo quasi brutale, non si può non riconoscere nell’affermazione una parte cospicua di verità. Date, certo, gli anniversari, le feste nazionali che caratterizzano l’identità di popolo e poi quelle di famiglia, più personali. Date e avvenimenti camminano assieme a storie cha mai sono lineari e univoche. Per rimanere nel citato secolo breve, così definito dallo storico inglese Eric J. Hobsbawn, il nostro Paese ha conosciuto, ancora nella monarchia, le conquiste coloniali, il fascismo e le resistenze a quest’ultimo. La Costituzione della Repubblica, frutto delle variegate ‘anime’ delle resistenze, il ritorno del movimento operaio e sindacale, gli ‘anni di piombo ’, il ‘riflusso’ e poi la straordinaria mutazione ‘antropologica’ che, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini aveva lucidamente intravisto. Il Paese si trova in questo processo, da molti analizzato con maggiore acutezza di quanto non fa il sottoscritto, presente e assente da anni dal quotidiano cammino di costruzione della società che mi appare, appunto, senza qualità.

Il centenario della nascita di don Lorenzo Milani, giustamente ricordato come uno dei ‘maestri’ alternativi del nostro tempo, permette di rimettere a nuovo alcune idee, concetti e scelte. Assieme a Giorgio la Pira, Giuseppe Dossetti, Danilo Dolci, don Tonino Bello, e molti altri, avrebbero potuto dettare cammini diversi e più fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione della Repubblica. Un Paese, tra l’altro, marcato dalla presenza capillare della Chiesa Cattolica e da un patrimonio di matrice contadina e operaia ricco e mistificato dal potere. Una Presenza che avrebbe potuto e dovuto illuminare e operare ben altre scelte che non fossero il matrimonio con il capitalismo, la subalternità imposta e accettata alle politiche degli Stati Uniti e l’opzione guerrafondaia che continua a imperversare sotto tutti i regimi e governi. L’Italia continua a produrre e vendere armi, ad ospitare basi militari (alcune con testate nucleari rinnovate), si impegna a sostenere una guerra che non potrà non coinvolgere direttamente e dolorosamente l’Europa e, ciliegina sulla torta, si impegna in varie ‘operazioni di pace’ all’estero. Come ben ricordava (già nel 2015, ndr) l’amico Manlio Dinucci e altri con lui, il nostro Paese, alla faccia dei ‘migranti’, spende per gli armamenti circa 80 milioni di euro al giorno.

Le nuove missioni per l’anno 2023, riporta il sito Analisi Difesa, riguardano la partecipazione di personale militare alle seguenti missioni di supporto, consulenza e addestramento alle forze locali:

§  European Union Military Assistance Mission in Ucraina (EUMAM Ucraina) – supporto al riequipaggiamento ed addestramento delle forze ucraine

§  European Union Border Assistance in Libya (EUBAM Libia) – supporto al controllo dei confini libici contro i traffici illeciti

§  European Union Military Partnership Mission in Niger (EUMPM Niger) – supporto alle forze nigerine impegnate contro le milizie jihadiste

§  missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Burkina Faso – supporto alle forze del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste

Dunque, è proprio l’Africa del Nord e l’Africa Occidentale, dove chi scrive ha passato trent’anni della sua vita, e avendo scelto, tra l’altro, il volontariato internazionale alternativo al servizio militare. Al nostro Paese senza qualità non è l’Africa dei popoli che interessa quanto le geo strategie sottese a interessi, profitti e manipolazioni armate. Nei Paesi interessati alle missioni i militari stranieri sono, lo posso affermare, appena sopportati dalle società civili. Nessuna di queste missioni, ricorderebbe il citato don Milani, sarebbe in accordo con lo spirito e la lettera della Costituzione italiana che, all’articolo 11 ribadisce che …

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

In tutti questi anni il silenzio, complice nella quasi totalità delle autorità ecclesiastiche, dei politici di matrice cristiana, socialista e comunista, hanno reso possibile il disfacimento del tessuto costituzionale, in realtà mai applicato in tutti questi anni. La frammentazione, l’isolamento e la gestione politica di governo grazie al ‘caos’, come ricorda il filosofo francese Lucien Cerise in un libro recente, evidenzia come il Paese ha interpretato tutti questi anni (terrorismo, emergenza economica, totalitarismo sanitario e la guerra in Ucraina…). In realtà, quanto ci è accaduto, non è che la conseguenza di una duplice dimissione, quella dello spirito e quella della sovranità. Lo spirito o anima, anzitutto perché come singoli e come società abbiamo accettato di rimuovere la bellezza, la verità e il bene dal nostro quotidiano ‘abitare’ il mondo. Ci si è lasciati comprare dalla merce come orizzonte, la società di mercato per il consumo come stile e la vita ad una sola dimensione come patria. Ci siamo venduti a vil prezzo come se, tutti, non fossimo, in questa terra, come ‘stranieri di passaggio’ e dunque compagni di viaggio e cioè di utopia. Questa è la prima dimissione che ha liquidato la dimensione simbolica e poetica della dignità umana.

La seconda e non meno importante dimissione è stata quella della sovranità. Piero Calamandrei sosteneva che ‘la scuola è il luogo dove si compie il miracolo di trasformare i sudditi in cittadini’…Don Milani con la sua ‘Lettera ad una professoressa’ scritta con gli alunni di Barbiana, ne è una delle testimonianze più inequivocabili. In tutti questi anni abbiamo vissuto da sudditi, schiavi sottomessi ai burattinai di turno che, tra menzogne, paura e ricatti hanno ridotto la sovranità ad un vuoto contenitore da gettare al macero. Poche, in questi decenni, sono state le voci capaci di aggregare forme di resistenza reale al sistema di dominazione che tutto fagocita e riduce la democrazia, intesa come partecipazione, in un simulacro di politica. La scuola, espressione della politica, sforna solerti funzionari per il sistema dominante. Smarrito il popolo sovrano rimane l’opinione, la politica dei sondaggi e gli interessi di parte. La perdita della sovranità va di pari passo con la perdita del senso del bene comune. La legge della giungla torna riverniciata di fresco e si pavoneggia di inutili diritti individuali atomizzati a servizio del potere del ‘Grande Reset’ di Davos.

Per riprendersi l’anima e la sovranità occorre ripartire dalla verità e cioè dai poveri che di essa sono gli umili testimoni storici. Metterli, con loro, al cuore della politica, dell’economia e della prassi religiosa. Dichiarare apertamente che l’Italia, per fedeltà alla propria Costituzione, disattende gli accordi sulle basi militari statunitensi sul proprio territorio, rinuncia a continuare il vassallaggio agli Stati Uniti, esce puramente e semplicemente dalla Nato, riconverte le industrie belliche in altro utile per la pace, spinge i vescovi e le alte sfere vaticane a liberarsi dal fardello del compromesso che ha ridotto il fattore religioso a puntello del sistema dominante e smette di prodigare armi alla guerra in Ucraina. L’anima e la sovranità sono state confiscate e poi vendute al mercato di chi concepisce la vita e la storia come proprietà privata da mercanteggiare. Sono tenute in cattività per inerzia, dimenticanza e l’effimero della società dello spettacolo epperò, come tutte le catene, possono essere spezzate da un semplice e inatteso No. Ed è proprio da un No alla strategia della morte dell’umano, operata dal sistema di dominazione, che si apre, con un vagito, la speranza perduta e ritrovata.       Niamey, 21 maggio 2023

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sabato 3 giugno 2023

Produrre carne - Annamaria Rivera

 

Le vacche “da latte” sono destinate a vivere di solito 5 anni, prima di venire abbattute. Se non venissero sottoposte alle “superiori” necessità della produzione, arriverebbero a viverne bene fino a 20. Le industrie di sfruttamento dei non-umani, non parlano più da tempo soltanto di riproduzione bensì di produzione dell’animale. Un animale che, per essere consumato, non deve essere considerato “vero” – come dice alla mamma, con illuminante semplicità, il bambino Luiz nel video che mostriamo qui sotto – altrimenti quando lo mangiamo morirebbe. È così che si innesca il concetto di reificazione che ci induce a ridurre la vita di soggetti diversi da “noi” a oggetti inerti e poi a merci. In questo nuovo articolo, Annamaria Rivera parte dalla riduzione degli animali a cose per sviluppare, con il consueto rigore e da diverse prospettive, la ben nota critica alla negazione dell’altro-da-sé legata al dominio sulla natura, per dirla con Adorno, e alla mercificazione di massa che segna in profondità gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati propri delle società industriali-capitalistiche. Se le ragioni della propensione a cibarsi di «carne» vanno ricercate soprattutto sul versante del mercato e degli interessi dell’industria zootecnica, aggiunge però Annamaria, non va trascurata l’importanza della ragione simbolica. Fino a quando ci saranno macelli, avremo anche campi di battaglia, pare dicesse Tolstoj, che considerava l’associazione tra carne e guerra un inesorabile automatismo della storia.

Per affrontare, sia pur sinteticamente, un tema come quello che propongo, penso convenga esordire con il concetto di reificazione. In estrema sintesi, si può dire che essa è una postura, una disposizione, una pratica sociale routinaria che induce a trattare soggetti diversi dal noi non già in modo conforme alle loro qualità di esseri sensibili, ma come oggetti inerti o perfino come cose o merci.

Un’altra linea di pensiero che ho cercato di rendere operante è quella che banalmente potrebbe definirsi animalista: è, in realtà, una riflessione sulla continuità dei processi di dominazione e di reificazione. La dialettica negativa proposta da Theodor W. Adorno, secondo il quale il sé dell’umano si produce per mezzo dell’attiva negazione dell’altro-da-sé, legata al dominio sulla natura, non riguarda solo il rapporto uomini/donne e noi/altri, ma anche quello umani/animali.

Nel caso degli animali la mercificazione è davvero totale, al punto che le industrie di sfruttamento dei non-umani, “non parlano più soltanto di riproduzione bensì di produzione dell’animale: come se gli animali fossero solo materiale corporeo che è compito del lavoro umano formare, strumentalizzare e riprodurre”, nonché uccidere (Melanie Bujok, 2008, Materialità corporea, ‘materiale-corpo’. Pensieri sull’appropriazione del corpo di animali e donne).

Se abshlachten («macellare») era il verbo usato dagli esecutori nazisti per nominare il massacro dei prigionieri nei lager, programmato e attuato secondo una rigorosa logica industriale, oggi allevare, torturare e macellare animali si dice «produrre della carne»

Per sovvertire questo modello occorre anzitutto mostrarne la parzialità: per quanto si sia diffuso in aree disparate, esso è nato da una piccola frazione di pensiero filosofico -l’occidentale-moderno- che tende a pensare secondo polarità contrapposte il rapporto fra natura e cultura, che separa, culturalmente e moralmente, gli umani dai non-umani, che istituisce una frattura insanabile fra soggetti umani e oggetti animali, negando a questi ultimi la qualità di soggetti, per l’appunto, dotati di sensibilità, biografie, mondi, culture, storie.

Questa frazione di pensiero ha prodotto un’ontologia del tutto particolare, che, a sua volta, ha generato una cosmologia e un’etica fra le tante. Per coglierne appieno l’arbitrarietà, la peculiarità, dunque la non-universalità, basta considerare che questo modello dualistico è privo di senso per buona parte delle tradizioni culturali non-occidentali. Delle quali numerose hanno fatto giusto della continuità fra i viventi il paradigma costitutivo delle proprie ontologie e cosmologie.

La reificazione dei non-umani è divenuta mercificazione massiva con gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati, propri delle società industriali-capitalistiche: strutture concentrazionarie, si potrebbe dire, che, favorendo il “salto di specie”, rappresentano, fra l’altro, una delle cause che hanno provocato la pandemia più recente, al pari di non poche altre precedenti. 

Basta citare la Sars («Sindrome respiratoria acuta grave»), che si diffuse tra il 2002 e il 2003, ugualmente provocata da un coronavirus. Ma conviene tener conto del fatto che di origine zoonotica sono anche l’Ebola, l’Aids, l’influenza aviaria.

Tutto ciò è dialetticamente connesso con i processi, rapidi e sempre più dilaganti, di deforestazione, urbanizzazione, industrializzazione, anche dell’agricoltura, che sottraggono progressive porzioni di habitat agli animali detti selvatici. I quali, se mai sopravvivono, non possono che approssimarsi agli insediamenti umani e quindi anche agli animali detti «da allevamento», tra i più vulnerabili poiché immunologicamente depressi a causa delle condizioni e del trattamento estremi cui sono sottoposti: fra l’altro, la somministrazione di dosi abnormi di antibiotici, per non dire delle pratiche di autentica tortura.

In Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale, un volume collettaneo, da me curato, pubblicato dalla casa editrice Dedalo nel lontano 2000, eppure tragicamente attuale, scrivevo, tra l’altro, che chi acquista, per esempio, «carne di vitello ignora o vuole ignorare che la chiarezza di quella chair divenuta viande è ottenuta costringendo il cucciolo di bovino a vivere la sua breve vita nell’immobilità assoluta, imbottito di ogni genere di farmaci che ne invecchiano rapidamente gli organi, nonché  imprigionato in spazi angusti e bui”.

Quel volume, cui parteciparono, oltre me, Mondher Kilani, Roberto Marchesini, Luisella Battaglia, era, soprattutto nel caso del mio contributo, in buona parte ispirato dal grande antropologo Philippe Descola (Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina, 2021), anche se non vi mancavano espliciti riferimenti ad altri/e studiosi/e importanti quale Jacques Derrida (L’animale che dunque sono, Rusconi 2021).

Se le ragioni della propensione a cibarsi di «carne» vanno ricercate soprattutto sul versante del mercato e degli interessi dell’industria zootecnica, non va trascurata l’importanza della ragione simbolica: già nel 1992, Derrida in Points de suspension (Galilée, 1992) aveva delineato la figura di una soggettività «carneo-fallogocentrica», propria del soggetto maschile, detentore del logos e, per l’appunto, carnivoro. Si aggiunga la crudele manipolazione di viventi che si compie con gli esperimenti di transgenesi, clonazione e così via.

Con gli animali-laboratorio, il ciclo maledetto tocca il culmine. Sicché non è troppo azzardata l’analogia con le pratiche naziste di riduzione di corpi umani a manichini, strumenti, cavie per la realizzazione di atroci esperimenti detti «scientifici».

La reificazione dei non-umani è divenuta mercificazione massiva con gli allevamenti intensivi e i mattatoi automatizzati, propri delle società industriali-capitalistiche: strutture concentrazionarie che, favorendo il “salto di specie”, rappresentano una delle cause che hanno provocato la pandemia attuale, al pari di non poche altre precedenti. Basta citare la Sars («Sindrome respiratoria acuta grave»), che si diffuse tra il 2002 e il 2003, ugualmente provocata da un coronavirus.

E tuttavia, in piena crisi pandemica, quella più recente, allorché la consapevolezza della centralità del tema del nostro rapporto perverso con gli ecosistemi e con i non-umani avrebbe dovuto essere largamente condivisa, tanto più da dotti, proprio allora qualcuno di loro si lasciava andare ad affermazioni sconcertanti. Alludo al virologo Roberto Burioni, il quale, in tv, si augurava che anche «i nostri amici a quattro zampe» potessero contrarre il Covid-19 perché questo «ci permetterà di avere un notevole vantaggio nella sperimentazione dei vaccini».

Eppure è ben noto che il modello degli esperimenti su non-umani, oltre che eticamente inaccettabile, è ormai così costoso e sorpassato da rendere assai improbabile la realizzazione di farmaci e vaccini efficaci. Tutto ciò non riguarda solo il destino dei non-umani. Un’ideologia e pratiche analoghe guidano la sacrificabilità selettiva degli umani, i più vulnerabili, esposti, precari e/o alterizzati, come abbiamo constatato anche nel corso della recente pandemia.

È da quasi un trentennio, cioè da quando ho iniziato a integrare nelle mie ricerche, conseguentemente in saggi e articoli, quella che viene detta impropriamente “la questione animale” (o dei “non-umani”), che il pensiero e le opere di Philippe Descola mi sono diventati indispensabili, tanto da citarlo assai frequentemente: estremamente utili, l’uno e le altre, a mostrare – come egli stesso scrive in Oltre natura e cultura (Raffaello Cortina, 2021) – che la “contrapposizione tra natura e cultura non possiede il carattere universale che siamo soliti attribuirle”.

“Per portare a buon fine tale impresa” – egli aggiungeva – è necessario che la stessa “antropologia si liberi del proprio dualismo costitutivo e diventi pienamente monista”.

Tra l’altro, è anche grazie alle sue ricerche e al suo pensiero che ho trovato il coraggio di condurre una più che decennale ricerca di campo a Essaouira: una cittadina del Sud-Ovest del Marocco, esemplare per la sua storia di mixité, in particolare per la lunga coabitazione tra arabo-musulmani ed ebrei, per non dire di altre minoranze, ma anche per la densa, profonda convivenza tra umani e alcune categorie di non-umani.

La mia è una ricerca – come dicevo – ispirata da quella che oggi viene detta, un po’ impropriamente, “etnografia multispecie”, che poi, nel mio caso, si è concretizzata in un saggio, pubblicato da Dedalo nel 2016: La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira.

In tale saggio assume un ruolo rilevante il tema della convivialità interspecifica: con gatti, gabbiani e perfino cani. Dico “perfino” perché per lungo tempo questi ultimi sono stati considerati, da parte musulmana, come esseri impuri, com’è ben noto. Va precisato, tuttavia, che una tale distinzione fra animali puri e impuri non è affatto peculiare del solo mondo musulmano. E comunque attualmente, a Essaouira, in particolare, anche i cani sono accolti, protetti e integrati nel mondo degli umani.

V’è un altro aspetto che conviene sottolineare: a Essaouira a prendersi cura di animali liberi quali gabbiani, gatti e perfino cani sono anche, se non soprattutto, le persone più diseredate, le quali praticano una comune etica della compassione e della solidarietà, estesa oltre la “specie” umana. Esse, concedendosi il “lusso” del senso e del dono, dellʼaffettività e della cura più gratuite, si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate. E in tal modo spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno a cui la società le ha legate e le immagina schiave.

Ancora a proposito della convivialità interspecifica, conviene aggiungere che essa è stata per me non solo oggetto di osservazione, ma anche e soprattutto vissuto personale relazionale: diretto e duraturo. Infatti, secondo la mia esperienza di campo, l’agency animale, se non permette di collocare il non-umano nel ruolo classico dell’“informatore”, lo posiziona comunque in quello di attore e testimone di un contesto che favorisce incontri, relazioni, perfino lunghe amicizie transpecifiche. Tutto ciò ho potuto sperimentarlo personalmente, soprattutto con alcuni gabbiani e gatti, ai quali da non pochi anni mi lega un’amicizia fedele e costante.

Per concludere con l’ennesima citazione da Descola: “Molte delle cosiddette società primitive (…) non hanno mai pensato che le frontiere dell’umanità si arrestassero alle porte della specie umana, né esitano a invitare nell’insieme della vita sociale le piante più modeste, gli animali più insignificanti”.

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venerdì 2 giugno 2023

Questione abitativa: opporsi al deserto

Alessandro Coppola intervista Giorgio De Ambrogio

Nei grandi centri urbani, la finanziarizzazione dell’immobiliare e la turistificazione hanno separato la disponibilità di alloggi dalla domanda reale di chi vorrebbe abitarci. Non si parla più di situazioni di fragilità estrema: sempre più persone non trovano case dignitose a meno che non vi consacrino una componente insostenibile del loro reddito. Eppure, in Italia si parla solo di superbonus, il dibattito sulla casa si esaurisce nei confini della proprietà privata e di casa pubblica e sociale non parla (quasi) più nessuno.

In una recente indagine della Banca d’Italia si legge che le agevolazioni per la casa (ovvero l’universo dei bonus), hanno rappresentato nel 2022 circa 36 miliardi di euro, più del quadruplo di quanto speso nello stesso periodo per le politiche sociali e familiari (8 mld). Tuttavia, l’Italia è tra i paesi europei dove la spesa per la casa pubblica e sociale è più bassa (6€ pro capite contro una media UE di 146€), le case pubbliche sono il 4% del totale (contro una media UE del 20%) e riescono a intercettare solo il 5% delle domande in graduatoria, lasciando fuori circa 1,4 milioni di persone. Mentre le politiche abitative sono in caduta libera, la situazione italiana è drammatica – se paragonata agli altri paesi europei – sotto tutti gli aspetti del bisogno abitativo.

Con un discorso pubblico desertificato e delle politiche ridotte ai minimi termini, c’è un bisogno di azione collettiva in grado di costruire rivendicazioni, fornire risposte di mutuo aiuto, ripoliticizzare un tema di welfare che rischia di scomparire dall’orizzonte delle politiche sociali.

Alessandro Coppola, professore associato al Politecnico di Milano, ci racconta le sue prospettive sulla questione abitativa in Italia.

In che modo oggi si manifesta la precarietà abitativa che interessa sempre più persone?

Quando parliamo di precarietà o vulnerabilità abitativa facciamo riferimento al rischio di non avere accesso a un’abitazione dignitosa o di non potersela più permettere a un certo punto della vita. Per spiegare come questa si presenta oggi nei nostri territori bisogna combinare prevalentemente due livelli, uno socio-demografico e uno spaziale.

Da un lato, la precarietà abitativa è prodotta da una dinamica strutturale che ha a che fare con il cambiamento della relazione tra corsi di vita e lavoro. Per tanti decenni la precarietà abitativa si concentrava in una classe di soggetti abbastanza omogenea da un punto di vista socioeconomico. Oggi è un problema che riguarda sempre più persone, in fasi diverse della loro vita e con necessità diverse. Pensiamo a una donna anziana che si ritrova vedova con una pensione modesta e deve affrontare da sola il costo dell’affitto, a una persona single con un contratto di lavoro precario, a una madre o a un padre single con figli a carico. Questi soggetti non vivono situazioni che si direbbero di grande marginalità, le considereremmo parte del ceto medio se non fosse che la mancanza di una casa accessibile le conduce – di fatto – in una situazione di povertà e di insicurezza esistenziale. A queste si deve aggiungere una categoria di persone escluse dal mercato formale. Si tratta soprattutto dei migranti, che si ritrovano spesso a vivere in condizioni di sfruttamento, precarietà e marginalità estrema e che non hanno i titoli formali e i risparmi necessari a entrare nel mercato legale. Ovviamente questo discorso è estendibile a gruppi sociali nativi, specie nel Mezzogiorno.

Dall’altro lato, è importante sottolineare che queste dinamiche si presentano in una specifica classe di territori ossia le grandi aree urbane del paese. Qui, negli ultimi quindici anni, il peso della componente immobiliare nei processi di accumulazione urbana è molto aumentato. Rispondendo sempre di più ad una logica di finanziarizzazione, la casa ha smesso di intercettare la domanda reale di uso degli abitanti e il risultato è evidente a chiunque viva in queste città: le case sono troppo care non solo per i ceti popolari, ma anche per i ceti medi che magari si illudono di poter guadagnare da questi stessi processi di finanziarizzazione ma che sempre più spesso ne rimangono delusi.

In questi territori ci sono figure – come le persone straniere– che faticano a trovare un alloggio anche quando hanno la capacità di pagare l’affitto, perché il proprietario non li vuole. Questi casi interrogano sulla capacità di governare la piccola proprietà. Se chi governa i territori è sostenuto da un elettorato di piccoli proprietari, è difficile costruire una politica pubblica che cerchi di mitigarne le disfunzioni.

Certo, un’offerta nelle mani di piccoli proprietari conduce a una situazione in cui il controllo delle discriminazioni di fatto sfugge alle possibilità dello Stato e la stessa regolazione degli affitti diventa particolarmente difficile ed onerosa. L’insuccesso delle politiche di calmieramento volontario dell’affitto da parte dei proprietari – come il canone concordato – è sintomo del fatto che il problema è anche politico-culturale: il piccolo proprietario ha l’aspettativa di massimizzare l’estrazione della rendita e la sicurezza della remunerazione a livelli che non sono compatibili con i fini sociali che l’uso della proprietà deve comunque garantire. Questa aspettativa gli viene confermata dall’attore pubblico, che ha integralmente liberalizzato il mercato dell’affitto, seguendo una evoluzione più generale che ha caratterizzato gli ultimi venti/trent’anni. In un contesto di stagnazione e di aspettative sociali declinanti, la classe politica ha sregolato estesamente tutti i settori dai quali era possibile estrarre rendite: dal mercato dell’affitto al commercio urbano, dagli usi del suolo pubblico alla produzione edilizia la spinta è stata quella di illudere vasti gruppi sociali che tutti potessere accedere a una generosa estrazione di rendita.

Se pensiamo a Milano, una parte molto rilevante dell’elettorato ha una casa di proprietà. Ma non solo. Al di là del qualificare chi vota, è importante qualificare chi non ne ha il diritto. Ci sono tutta una serie di soggetti “domiciliati” in città che non votano: immigrati, studenti, giovani lavoratori. Ovviamente si tratta di una popolazione che vive maggiormente in affitto e risulta invisibile nell’arena elettorale. Dal punto di vista del governo della città, non solo la tutela della rendita delle piccole proprietà finisce per essere un principio inscalfibile, ma si pone un problema di rappresentanza che è rilevante se ci chiediamo il perché dell’assenza di politicizzazione della questione abitativa.

Pensi che stiamo andando verso un futuro in cui la casa pubblica e sociale non sarà più considerata una prestazione sociale e uscirà dall’orizzonte del welfare?

Se guardiamo all’Italia rispetto ai paesi europei più avanzati, la casa pubblica è sempre stata una politica residuale. Certo, negli ultimi vent’anni lo è diventata ancora di più. E nella situazione che viviamo oggi ci sono tante cose che autorizzerebbero un forte pessimismo.

La prima è che il ciclo politico sembra andare verso il ripetersi di discorsi sulla casa già visti e sentiti: l’intoccabilità della casa di proprietà, il doverla proteggere dalla fiscalità e da altre politiche pubbliche, specie di regolazione del mercato. Non vedo segnali di un cambio di rotta, perché nessuna voce mette in discussione gli assunti che sostengono questi discorsi.

Il secondo motivo di pessimismo è che – diversamente da altre fasi della nostra storia – oggi le contraddizioni di questo modello arrivano a politicizzarsi in un numero limitato di territori, che essenzialmente sono le grandi regioni urbane del centro-nord. Problemi abitativi riguardano anche le aree urbane in contrazione e aree non urbane, ma i gruppi sociali che ne sono colpiti risentono di una invisibilità ancora maggiore di quelli che ne sono colpiti nelle grandi aree urbane. Siamo in un contesto molto frammentato che rende difficile affermare forme di rivendicazione trasversali, anche se l’acuirsi di queste contraddizioni porta in queste ultimi a forme di azione collettiva rilevanti e anche innovative.

La terza ragione riguarda il fattore sociodemografico. Le giovani generazioni erediteranno un patrimonio immobiliare vasto come mai prima e spesso collocato in territori che si sono svalutati. È molto difficile immaginare dove questa dinamica porterà, ma è interessante rilevarla. Che tipo di contraddizioni aprirà? Come si articoleranno sul territorio? Aprirà qualche contraddizione nel discorso sulla desiderabilità universale della casa in proprietà?

Ci sono delle ragioni per essere ottimisti? Ascoltandoti, il fatto che l’abitare sia sempre più insostenibile può portare a forme nuove di mobilitazione…

Il motivo per cui possiamo essere anche ottimisti è che alcuni processi stanno arrivando a un punto di rottura. In alcune aree metropolitane questi sono visibili nella loro insostenibilità e iniziano a produrre svantaggi per alcuni gruppi sociali che non riescono più a tollerarli. Con intensità diverse, la questione casa è politicizzata ovunque, ma in alcune città lo è in modo nuovo perché la pressione è troppo alta e le contraddizioni sempre più acute.

Ovviamente la situazione è molto diversa da quella degli anni più forti delle mobilitazioni per la casa. Negli anni 60 e 70 dello scorso secolo l’abitare divenne un oggetto di grande mobilitazione e si diffuse fra le classi popolari e in tutto il paese. Il paese e le città crescevano e la casa era una rivendicazione diffusa, ed era una delle contraddizioni più evidenti in un paese che progrediva nella sua struttura produttiva ma che era frenato da un regime retrivo di regolazione dei suoli e della produzione edilizia. Oggi si è persa quell’omogeneità sociale, le mobilitazioni non sono altrettanto ampie. In questa frammentazione è difficile costruire un discorso pubblico alternativo, le rivendicazioni non possono essere le stesse tra una metropoli del nord e una del mezzogiorno e tantomeno fra un’area urbana dinamica ed un’area interna in contrazione.

La questione si politicizza là dove il problema si pone anche per una parte di ceti medi urbani, i quali hanno maggiori mezzi per farsi sentire: residenti di quartieri un tempo popolari investiti dalla gentrificazione, studenti e giovani lavoratori fuorisede sono gruppi sociali che subiscono le conseguenze del mercato e in alcuni casi passano all’azione. Potremmo dire che ci sono ragioni per essere pessimisti perché soltanto in una classe specifica di territori ci può essere l’alleanza tra gruppi sociali che è necessaria per porre questo tema, ma un motivo di ottimismo sta nel rilevare che una serie di processi si sono radicalizzati talmente tanto da avvicinarci ad un punto dove è davvero difficile ignorarli.

In alcuni contesti ci sono esperienze di mobilitazione rilevanti. A Venezia, Alta Tensione Abitativa e l’osservatorio OCIO hanno costruito una piattaforma partecipata di rivendicazione, anche capace di maneggiare la dimensione tecnica delle politiche. A Roma, Nonna Roma ha lanciato un’iniziativa per la salvaguardia del Reddito di Cittadinanza che integra l’abitare all’interno di un ventaglio più ampio di rivendicazioni mutualistiche. È interessante vedere come un certo tema che si esprime con livelli di violenza diversi a seconda dei territori (la turistificazione a Venezia, la finanziarizzazione dell’immobiliare a Milano, l’abitare studentesco a Bologna) costruisca esperienze di mobilitazione a cui si può guardare anche altrove, dove quei fenomeni esistono ma sono meno aspri…

Le esperienze che citi sono rilevanti perché affrontano il tema abitativo partendo da una dinamica particolarmente forte in un certo contesto, che pone un tema di vivibilità complessiva della città, e sono delle porte di ingresso per articolare il tema della casa a partire da questa specifica questione e in una forma più ampia. La turistificazione è un esempio lampante in questo senso.

Un’altra domanda riguarda la relazione tra l’azione sociale e gli strumenti che ci sono nelle politiche locali. Oggi esiste un’offerta di servizi abitativi che permette di intervenire a vario titolo sulla precarietà abitativa. Anche se sono strutturalmente insufficienti, questi strumenti esistono, tuttavia sono quasi sconosciuti e completamente assenti dal dibattito. Come relazionarsi a questi strumenti, dal punto di vista dei movimenti?

Oggi c’è un problema di orizzonte. L’Italia – senza eguali in Europa – ha spopolato l’orizzonte delle possibilità per le politiche pubbliche sulla casa in una misura con senza pochi eguali in Europa, desertificando anche l’interesse politico e scientifico per questo tema. Questa questione pone il tema del rapporto tra il sapere esperto e i movimenti sociali. Soprattutto sulla casa, oggi non possiamo immaginare che i movimenti non abbiano una forte dimensione di competenza. È un problema rilevante ma anche relativamente facile da risolvere, come raccontano le esperienze che citavamo prima. Siamo in una fase in cui c’è tanto sapere esperto, che è anche incline a coinvolgersi attivamente in alcuni movimenti e spesso lo sta già facendo. La questione è costruire interlocuzioni con le poche politiche pubbliche esistenti – anche conflittuali – che siano in grado di agire anche su un piano di azione sociale esperta e competente.

Un’ultima domanda riguarda il dibattito pubblico. Abbiamo detto che sempre più persone oggi sono a “rischio di scivolamento” verso situazioni di disagio sociale. Questo non riguarda solo la casa, ma è trasversale a tutti i temi del welfare. Tuttavia, mentre per alcuni temi – penso a povertà e lavoro – esiste un dibattito nazionale ampio, quello sulla casa è molto timido, perché?

Oggi il dibattito sulla casa non c’è. Per esserci dovrebbe coinvolgere alcuni media rilevanti, alcuni esperti che diventino visibili anche al di fuori della cerchia degli esperti. Ad esempio, sul reddito di cittadinanza è successo: si è posto un tema e si sono polarizzate delle posizioni politiche, che opponevano due prospettive culturali e due approcci di policy. Non c’è oggi in campo una voce che dice che si debba invertire la rotta sulla casa.

Il paragone con la lotta alla povertà apre una domanda rilevante. Come è accaduto che la povertà è diventata un oggetto politico nel nostro paese? Perché non è successo sulla casa? Sicuramente interrogarsi su questa vicenda e sulle sue determinanti è centrale se l’orizzonte è quello di ripoliticizzare la questione della casa in Italia.

Rileggendo l’intervista ad Alessandro Coppola mi accorgo che vorrei fargli un’altra domanda, chiedergli come ci si oppone a questo processo di desertificazione. Ripercorro la nostra chiacchierata e mi rendo conto che la risposta si compone pezzo per pezzo: sostenendo i movimenti che nascono nei territori più duramente colpiti dalla crisi abitativa, apprendendo dalla loro capacità di costruire rivendicazioni radicali e capaci di intervenire anche sul piano delle politiche, parlando di diritto alla casa per quello che è: una questione politica che ha bisogno di discorsi politici per non sparire.

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giovedì 1 giugno 2023

la sanità sempre meno pubblica

 

La sanità oltre la privatizzazione - Gianluigi Trianni, Aldo Gazzetti 

1.
Lo scopo di queste note non è definire il quadro sistemico, economico e patrimoniale della sanità privata in Italia, ma richiamare l’attenzione, anche tramite semplici ricerche empiriche, sull’attuale e avanzata fase di trasformazione del “privato in sanità” in termini di privatizzazione, concentrazione di capitali e finanziarizzazione, tipologie che al contempo coesistono e tendono a soppiantare quelle preesistenti. Il rischio, infatti, che sia l’economia – cioè “il mercato”, cioè “i mercanti” – a guidare la politica in sanità in Italia è tra il certo e l’immanente.

Quanto segue prende spunto e attualizza il nostro intervento alla presentazione a Modena del libro Privatocrazia di C. Cordelli nel dicembre 2022. Il libro, la cui lettura consigliamo, affronta, in ottica di filosofia politica e del diritto, il tema dell’evoluzione dello Stato da strumento volto alla gestione imparziale degli affari comuni, tramite un sistema di cariche pubbliche, a strumento di co-responsabilità e co-amministrazione pubblico-privato. Di tale approdo evidenzia i problemi di legittimità democratica. Segnala, infatti, l’autrice che la privatizzazione delle funzioni pubbliche, infatti, specialmente quando assume un carattere sistematico e quando coinvolge organizzazioni a scopo di lucro, compromette “l’autogoverno democratico”. La privatizzazione sistematica a favore di organizzazioni che perseguono fini di lucro «non solo trasferisce poteri, responsabilità e discrezionalità significative ai privati, ma allo stesso tempo compromette ciascuna delle tre condizioni di autogoverno, rappresentanza e indipendenza reciproca che servono a legittimare l’esercizio di quei poteri e responsabilità (della pubblica amministrazione, ndr) riproducendo così il problema del dominio privato all’interno dello stato amministrativo».

In Italia, sia nei settori “ospedalieri” che in quelli “territoriali” che in quelli dei servizi di supporto all’assistenza sanitaria, si è assistito alla progressiva sostituzione della piccola e locale imprenditorialità familiare/professionale (strutture private a base familiare fondate e gestite da pneumologi, ginecologi, laboratoristi, radiologi e anche medici di medicina generale) con sempre maggiori entità imprenditoriali. Entità imprenditoriali prima nazionali e successivamente anche multinazionali, sia per la trasformazione di gruppi nazionali italiani in imprese multinazionali (cfr. KOS di De Benedetti) sia per espansione nel mercato della sanità italiano di multinazionali europee. «La ricerca sulla “finanziarizzazione della salute” descrive questo processo come la trasformazione del finanziamento e della prestazione sanitaria in investimenti finanziari e la correlata partecipazione degli attori finanziari nel settore» (Cordilha). Anche in Italia gli attori finanziari, ad esempio i fondi assicurativi, agiscono da tempo nella sanità. La fase attuale, tuttavia, si distingue per il loro ruolo centrale e prevalente nel guidare i cambiamenti strutturali nella sanità pubblica e privata, e beneficiarne.

In Italia il Servizio sanitario Nazionale opera in un contesto di politiche economiche neoliberali, come del resto i sistemi sanitari pubblici della Unione Europea, e in grandissima prevalenza in tutti i continenti dalle Americhe del Nord e del Sud, all’Africa, all’Asia, all’Oceania. È in questo quadro che si inserisce il definanziamento del SSN stabilito dal Governo Meloni e dalla sua maggioranza con la legge n. 197/2022 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2023 e bilancio pluriennale per il triennio 2023-2025). A fronte delle evidenti carenze di personale per decine di migliaia di addetti e di strutture assistenziali per migliaia di edifici (fattori produttivi entrambi gravemente sottostimati sia dalle previsioni del PNRR che dagli obsoleti decreti ministeriali 70/2015, sugli standard dell’assistenza ospedaliera, e 77/2022, su quelli “territoriali”) nonché dei debiti accumulati dal SSN durante la pandemia Covid 19 e indotti dalla crisi energetica in corso, sono stai stanziati per la sanità, dal 2023 al 2026, fondi inferiori non solo alle necessità di ripiano richieste dalle Regioni, ma anche alla crescita dell’inflazione e del PIL nominale. È appena il caso di ricordare che con il “Documento per incontro 7 marzo 2023”, la cui premessa è “Il sottofinanziamento del SSN: un problema che viene da lontano”le Regioni avevano prospettato un fabbisogno aggiuntivo tra i 20 e i 40 miliardi l’anno (sia pur tramite il confronto con altri paesi europei che gli scriventi ritengono opinabile per i diversi sistemi di sanità pubblica)!

Questa la contestualizzazione, tanto sintetica quanto non esaustiva, necessaria a inquadrare la discussione sulla privatizzazione della sanità in Italia...

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Una riflessione sulla sanità pubblica - Umberto Franchi

 

Nel lontano 1978, a seguito di una lunga stagione conflittuale con  vaste lotte operaie, studentesche e di popolo… fu fatta la legge, la n. 833 basata sulla Universalità, uguaglianza, equità di trattamento dei cittadini, in osservanza di un nuovo concetto di salute che prevedeva   la  globalità dell’intervento sanitario, con la centralità dell’azione preventiva, l’ uniformità territoriale, l’unitarietà del sistema, la controllabilità e la  partecipazione democratica “dal basso” il finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale.

Il nuovo Servizio Sanitario Nazionale ( SSN)  con la legge n. 833, permise di superare la frammentazione per Zone e Categorie mutualistica dell’assetto precedente, ed affermare il principio dell’universalità e dell’eguaglianza con la prevenzione nei territori , nell’accesso ai servizi, attuando i principi  presenti nella nostra carta costituzionale, a partire dagli  articoli 2; 3, 2° comma; 32, con l’affermazione della  Repubblica «tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Negli anni ‘70 ero un giovane sindacalista della CGIL che dirigeva la categoria dei tessili e dopo dei lavoratori chimici. Con l’entrata in vigore  della legge 833, vennero costituiti i servizi di medicina del lavoro delle USL composti da medici e tecnici, con i quali facevamo assieme le assemblee con i lavoratori delle fabbriche e per ridurre gli infortuni , partivamo sempre  dalla valorizzazione delle soggettività dei lavoratori nei gruppi di lavoro omogeni, ciò  al fine di individuare i rischi, successivamente i tecnici procedevano alla indagine sugli impianti e sui luoghi di lavoro, i medici effettuavano le visite mirate in base ai rischi esistenti ed infine  si apriva un confronto con la direzione aziendale per contrattare (spesso tramite le lotte conflittuali) gli investimenti da destinare alla prevenzione e sicurezza nonché  tutta l’organizzazione del lavoro, degli orari di lavoro,  degli investimenti da effettuare, del come e del per cosa si lavora… con il rifiuto di ogni forma di lavoro a rischio.

Mentre oggi, siamo tornati molto indietro con una media di tre morti al giorno sul lavoro… con  la maggioranza dei datori di lavoro  i quali pensano che la prevenzione e sicurezza sul lavoro sia un costo da ridurre al minimo… quindi fanno  fare la valutazione dei rischi come previsto dalla normativa “Testo Unico Sulla Sicurezza”, sulla carta,  in termini burocratici senza interventi tesi a prevenire gli incidenti; cercano di ridurre tutti i costi del lavoro, senza fare investimenti di prevenzione sugli impianti e  spesso per incrementare la produzione tolgono anche i dispositivi di sicurezza esistenti;  cercano di incrementare carichi e ritmi di lavoro, assumano i lavoratori in modo precario senza formazione, fanno fare ore di straordinario per non assumere nuovo personale con affaticamento e maggiore stress da parte dei dipendenti.
Occorre quindi rilevare che quello che è avvenuto in termini di arretramento con la mancata sicurezza nei luoghi di lavoro è strettamente legato alle successive trasformazioni ed indebolimento, con i tagli d spesa nella Sanità Pubblica.

Lo scenario attuale     che vede l’Italia maglia nera nella UE con un 15% in meno nella spesa per la  Sanità Pubblica e ben il 50% i meno della Germania, è il frutto di un’inversione di rotta, rispetto ai valori comuni collettivi degli anni 70 che aveva portato alla riforma sanitaria del 1978,  con le nuove politiche di welfare  attuate  partire dalla fine degli anni 80 del secolo scorso.

In particolare  la sanità è stata un ambito privilegiato di applicazione di nuovi modelli liberisti ancora in vigore.
C’è stato un gran martellamento ideologico  tramite i mass/media sponsorizzati dalla Confindustria e con  nuovi interlocutori del capitalismo mondiale, (come la Banca Mondiale, grandi imprese farmaceutiche multinazionali, a cominciare da Big Pharma, e le  società finanziarie legate alle assicurazioni private), nelle scelte dei vari governi  nelle politiche sanitarie ed economiche in funzione del privato.

In questo contesto, hanno convenuto sulla necessità di ridimensionare le attività pubblica a favore degli interessi privati,  tutti i governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti negli anni. Sono state così attuate   strategie orientate a una generale riconfigurazione dell’intervento dello Stato rispetto al mercato, con minor tutela dei diritti sociali, a un ridimensionamento dei servizi collettivi di welfare pubblico, all’introduzione di un maggior peso di attività e soggetti privati nell’ambito delle attività di cura.

Il  capitalismo in chiave neoliberista si è sviluppato (ed ha vinto) nella sanità pubblica  soprattutto a partire  degli anni Novanta, con le attività la prevenzione nei luoghi di lavoro,  come le cure sanitarie e l’assistenza ai più fragili, che sono state ridotte con ingenti tagli alla sanità pubblica, (ben 15 miliardi negli ultimi 17 anni)   e  sempre più fornite nella forma di merci comprati sul mercato del “privato è bello”, da quanti hanno capacità di spesa, anziché di diritti garantiti dallo Stato sociale.

Mercato e concorrenza sono diventati  «il pensiero dominante delle politiche sanitarie» anche e soprattutto del governo di Meloni che ha stanziato una cifra irrisoria  di 1,9 miliardi, che sono  utili solo per fronteggiare  gli incrementi di luce e gas che si sono verificati negli ultimi sei mesi.

Quello che scontiamo oggi in Italia è anche il processo dell’affermazione dell’ingresso del capitale privato nel campo della sanità,  che ha coinvolto supinamente,  anche le OO.SS., andando a contrattare nei rinnovi dei CCNL,  il welfare aziendale al posto degli incrementi salariali sulla busta paga.
Si sono così  affermati processi  inediti regressivi,  nell’ambito della salute e della sanità, come in altre attività di cura, istruzione e assistenza, pensioni.

Occorre dire che anche le gravi difficoltà che si sono mostrati nella sanità pubblica, a fronte dell’impatto di Covid-19 , sono derivati soprattutto dal  depotenziamento della SSN, dallo spazio lasciato alla sanità privata e dall’indebolimento della medicina territoriale che ne aveva informato la fisionomia originaria.

Ecco il perché di liste di d’attesa infinite, i pronto soccorso al collasso, mancano migliaia di medici e di infermieri, le strutture e gli strumenti dei   plessi ospedalieri sono inadeguati. Il Ssn è sostanzialmente de-finanziato, i privati e le assicurazioni lo vampirizzano !

Per comprendere quindi il cosa sia possibile fare oggi,  occorre  allora partire dalle suddette considerazioni  ed invertire la rotta rispetto  alle problematiche che negli anni passati  hanno contrassegnato l’assetto sanitario.
Serve un impegno  volto a riformulare un progetto politico che rimetta la salute al centro del cambiamento sociale.
La sfida odierna è quella di ripristinare un nuovo modello di welfare socio-sanitario espansivo, espressione di una gestione partecipata, democratica, comune, capace di riprendere quel percorso che fu stabilito dalle lotte degli anni 70.
Credo che oggi  la tenuta, il potenziamento e la riqualificazione di un servizio sanitario pubblico dipendano soprattutto dalle scelte politiche che a livello nazionale, europeo e internazionale si compiranno, ma soprattutto dalla rimessa in campo di una programmazione nazionale dei servizi e dalla loro capillarizzazione territoriale, dal rifinanziamento della spesa sanitaria e sociale, da una nuova spinta culturale e politica, che può essere affermata solo se dal basso, nei territori, nei luoghi di lavoro, nella scuola… riparte una rivendicazione di massa  che faccia ridiventare la riforma del 1978 la base essenziale del potenziamento del SSN, viceversa, la rinuncia all’uso di un servizio pubblico avrebbe conseguenze ancor più gravi ed irreversibili sul piano dell’aggravamento delle odierne diseguaglianze.

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mercoledì 31 maggio 2023

Angeli del fango e di tutto il resto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Il primo a usare tale espressione fu l’inviato del Corriere della sera Giovanni Grazzini in un articolo datato 10 novembre del 1966 per definire i tanti giovani che in quell’anno giunsero da tutta Italia e anche dall’estero per aiutare la città e i suoi abitanti a rimettersi in sesto a causa di una tremenda alluvione (qui le immagini) dovuta a una successione di straripamenti del fiume Arno.

Da allora sono trascorsi quasi 60 anni e possiamo affermare senza tema di smentita che sulla natura problematica dei nostri territori, se così possiamo definirla, e soprattutto sulle nostrane gravi carenze in materia di prevenzione di tali sciagure, nonché nella cura, la verifica e il rinnovamento delle infrastrutture su cui si regge l’intero paese, ne sappiamo abbastanza.
Chiunque potrebbe rendersene conto in pochi secondi se dotato di una seppur lenta connessione internet.
Ciò nonostante, oggi anche più di allora le pagine dei giornali si riempiono dei nuovi angeli nella versione 2.0., con la passerella in galosce del presidente del consiglio stesso o di personaggi dello spettacolo, per finire di nuovo con i giovani e le persone comuni, ancora loro, sui quali si può dire solo qualcosa di buono.
Nondimeno, vi è un’ulteriore differenza rispetto a quei terrificanti giorni del ‘66, le cui immagini televisive o le drammatiche narrazioni radiofoniche lasciarono inorriditi milioni dei nostri concittadini del secolo scorso, tra genitori, nonne e zii.
Una differenza che è il prodotto di una consapevolezza ineludibile, il famoso senno di poi che ci dovrebbe permettere di avere la coscienza a posto all’indomani di tali tragedie, come minimo, o al meglio di ridurre i danni, per non dire il numero dei morti e degli sfollati. Ma non è affatto la norma, ahinoi, altrimenti…
Nel frattempo vi sono altri angeli che da allora si fanno il culo tutto l’anno, lontano dai flash dei fotografi assoldati per la propizia occasione.
Sto parlando, se non si è ancora capito, degli angeli del resto.
Gli angeli del petrolio, ovvero di coloro che per contrastarne gli effetti nocivi sulla vita di tutti noi si lordano quotidianamente dello schifo che non si nasconde nei barili, bensì nei cuori di chi lucra su milioni di vittime predestinate di guerre cosiddette civili pianificate a tavolino, per dirne una.
Gli angeli delle parole semplici e delle azioni facili, che potremmo fare tutti in ogni luogo e ciascun istante, che sfidano ingenuamente le gigantesche multinazionali dell’informazione e dell’energia anche solo per un singolo centimetro di ragione a discapito della dilagante e virale follia.
Gli angeli della terra, ma si può chiamarli più comunemente indigeni, che anche ora, in questo preciso istante, sono schierati a petto nudo di fronte ai proiettili del più forte di turno, il colonizzatore di ritorno che non se n’è mai andato.
Cadono, spesso, in quello stesso fango di cui sopra. In molti vi periscono, ma un attimo dopo ne arrivano degli altri. Perché ogni tanto, anche se di rado, si vince pure e questo cambia tutto. Dimostra che è possibile.
E poi gli angeli dell’acqua, che assurdamente lottano per convincere tutti gli altri che non ce ne sarà un’altra quando quella che abbiamo si sarà esaurita.
Gli angeli delle piante e di ogni specie vivente, come se fossero ormai dei dettagli assolutamente trascurabili, perché tanto li puoi avere in digitale, è compreso nel pacchetto, che fortuna!
Gli angeli del vento e della luce del sole, di tutto ciò che muove il pianeta tranne gli altri che non si smuovono dal divano, perché quelli sono furbi, eh? La sanno lunga, mica sono criceti o formiche. Sono piuttosto come quei disgraziati di topini, hai presente? Dai, quelli che sfrecciano nei labirinti da laboratorio e se imbeccano la strada giusta si guadagnano un pezzetto di formaggio. Quindi, se giunge l’ora e l’occasione giusta, si infilano i gambali e vanno a spalare il fango per un giorno. Ma quando giunge la sera e si spengono le luci, lo spettacolo è finito. Via il costume di scena e si torna a distruggere il pianeta come se niente fosse…

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