A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.
Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti
un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi
insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in
una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del
pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore
al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una
maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la
nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi
ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in
realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori,
preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto
fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non
producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto
il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo
prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella
pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con
una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa
qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di
creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli.
Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi,
senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono
proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia,
sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad
arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché
può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure
rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono
dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per
rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far
guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri
assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing,
belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni
nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere.
Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono,
si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il
desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto.
E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate
sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti
inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che
separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa
individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma
nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci,
ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno
cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri
desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente
oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla
gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su
cui viaggiamo, e questo non può accadere».
Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è
una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio
ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento:
se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo
chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi
hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola:
«Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».