domenica 21 aprile 2024

Il pianeta ha un clima diverso - Alberto Castagnola

 

Industria e criminalità organizzata estraggono ogni giorno immense quantità di sabbia dai fiumi e dalle coste, devastando ecosistemi e comunità, soprattutto in Marocco. La sabbia è la risorsa primaria per la produzione del cemento e il settore edilizio globale è in rapida crescita da decenni. Solo l’acqua supera questo consumo… Dietro il riscaldamento senza precedenti degli oceani, il ritiro dei ghiacciai e l’aumento degli eventi estremi registrati in tutto il mondo negli ultimi 14 mesi, a causa dei cambiamenti climatici, c’è anche quell’attività estrattiva

 

Sono ormai più di due anni che le temperature dei principali fenomeni climatici presentano dati in continuo aumento, ma le fonti ufficiali e il mondo economico dominante evitano accuratamente di affrontare questi eventi che richiederebbero immediate e strutturali misure economiche contrarie ai loro interessi di breve periodo. Ma procediamo ad analizzare con ordine i principali fenomeni in atto.

Negli ultimi 14 mesi (gennaio 2023 – febbraio 2024) numerosi sono gli eventi climatici che caratterizzano una trasformazione planetaria oramai in atto.

Oceani e ghiacciai

Il riscaldamento senza precedenti degli oceani. Quasi un terzo degli oceani, più esattamente il 32%, è stato colpito quotidianamente da una ondata di calore, misurabile in 10 punti percentuali in più rispetto al record precedente registrato nel 2016. Oltre il 90% degli oceani aveva fatto registrare ondate di calore durante l’anno.

Il ritiro dei ghiacciai. Nel 2023 è stata registrata la maggiore perdita di ghiaccio nei ghiacciai, mai prima registrati nelle rilevazioni effettuate a partire dal 1950. In particolare, le perdite maggiori si sono registrate in Nord America (9%) e in Svizzera (10%). La perdita di ghiaccio in  Antartico è stata la maggiore mai prima registrata, con un massimo di estensione di circa un milione di Kmq, equivalente ai territori di Francia e Germania.

Eventi estremi

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha reso noto che l’avanzamento degli eventi estremi, legati al clima, come le inondazioni, i cicloni, i temporali, le ondate di calore, la siccità e gli incendi, hanno aggravato l’insicurezza alimentare, le migrazioni e in genere gli impatti sulle popolazioni più vulnerabili.

Secondo un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), nel 2023 le emissioni globali di metano legate al settore dell’energia sono aumentati rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 120 milioni di tonnellate e restando vicine al record toccato nel 2019. È da notare che si tratta solo di una parte delle emissioni di metano, e che il metano è un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

In base ai dati dell’Osservatorio europeo sul cambiamento climatico (EOCC) quello del 2024 è stato il mese di febbraio più caldo di sempre. La temperatura media dell’aria sulla superficie della terra è stata 13,54 gradi, lo 0,81 in più rispetto alla media del periodo 1991 – 2020 e 0,12 in più rispetto al record precedente, risalente al 2016. È il nono mese consecutivo a risultare il più caldo mai registrato. La temperatura media della superficie dei mari ha toccato un nuovo record assoluto di 21,06 gradi. In alcune aree geografiche le temperature hanno raggiunto livelli molto elevati: in India 48,2 gradi centigradi, in Tunisia 49,0 gradi, ad Agadir in Marocco 50,4 e ad Algeri 49,2. In Brasile, al termine della stagione estiva, si sono registrati 42 gradi, con una umidità superiore al 70%. La temperatura “percepita” a Rio de Janeiro ha raggiunto il 62,3 gradi. La temperatura media globale del pianeta ha superato di 1,45 gradi centigradi quella registrata prima dell’inizio della fase industriale.

Una risorsa chiamata sabbia

Le mafie delle sabbie. La criminalità organizzata estrae sabbia dai fiumi e dalle coste, rovinando ecosistemi e comunità. Sono pochissime le persone che stanno procedendo ad esaminare da vicino il sistema illegale della sabbia o che richiedono di cambiarlo. Un problema sottovalutato? Il punto è che la sabbia può sembrare una risorsa di poco conto e illimitata, se si pensa solo a una mezza dozzina di grossi camion ribaltabili carichi di sabbia scura che venivano caricati in pieno giorno. Evidentemente l’azione era protetta da qualche grande impresa, o da personaggi altolocati, oppure, come spesso accade in Marocco, da trafficanti di stupefacenti. In questo paese esiste, grazie alle sue cave estese, la più vasta industria estrattiva del mondo. La sabbia è la risorsa primaria per la produzione del cemento e il settore edilizio globale è in rapida crescita da decenni. Ogni anno il mondo usa fino a 50 miliardi di tonnellate di sabbia, secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, UNEP. Solo l’acqua supera questo consumo. Uno studio del 2022 dell’Università di Amsterdam ha concluso che stiamo dragando la sabbia di fiume a ritmi che superano di molto la capacità della natura di ripristinarla, al punto che il mondo rischia di esaurire la sabbia adatta all’edilizia entro il 2050.

La domanda maggiore di questa materia prima viene dalla Cina, una richiesta (6,6 giga tonnellate), nel periodo 2021 – 2023,  che supera notevolmente le quantità che gli Stati Uniti d’America hanno utilizzato nel corso di tutto il XX secolo (4,5 giga tonnellate); il valore delle importazioni è arrivato a 1,9 miliardi di dollari nel 2018, man mano che nei paesi si esaurivano le risorse interne. Anche il solo commercio legale è difficile da tracciare e potrebbe aver superato gli 800 miliardi di dollari già nel 2018.

Un’altra fonte stima che l’importo globale del commercio illegale di sabbia sia compreso tra i 200 e i 350 miliardi di dollari l’anno: più delle attività relative a tagli degli alberi, estrazione dell’oro e pesca messi insieme. Gli impatti ambientali causati sono pesanti. Dragare i fiumi distrugge estuari e habitat e conseguentemente aggrava le inondazioni. Erodere gli ecosistemi costieri sconvolge la vegetazione, il suolo e i fondi marini e danneggia la vita dei mari. In alcuni paesi l’estrazione illegale costituisce un’ampia parte di quella totale e il suo impatto ambientale è spesso più grave di quello dovuto agli operatori legittimi, sostiene l’esperto Beiser.

La sabbia è costituita da varietà diverse di materiali duri in granuli, come sassi, conchiglie o altro, di diametro inferiore a 2 millimetri. Quella di qualità fine è usata per fare il vetro e quella ancora più fine per costruire i pannelli solari e i chip di silicio per l’elettronica. La più adatta per l’edilizia è quella a granelli spigolosi, che favoriscono la presa della miscela cementizia. La sabbia di fiume è preferita a quella costiera, anche perché quest’ultima, prima di essere utilizzata, va lavata per liberarla dal sale. Se viene meno questo ulteriore passaggio, si realizzano edifici meno durevoli e più pericolosi per chi ci vive. 

Gli impatti ambientali sono devastanti, perché si distrugge il sistema fisico con cui la natura trattiene l’acqua, le conseguenze sulle vite umane sono visibili quando si verificano i terremoti. La sabbia dei fiumi funziona come una spugna, contribuendo a ripristinare l’intero bacino dopo i periodi secchi, ma se viene rimossa in misura consistente, il ripristino naturale non basta più a sostenere il fiume, emergono così difficoltà di approvvigionamento idrico per uso umano e fa perdere vegetazione e fauna selvatica. Inoltre, portare via la sabbia dalle coste rende ancora più esposti quei territori che già subiscono gli effetti dell’aumento del livello del mare.

Un mondo senza barriere

Lo sbiancamento delle barriere coralline. Numerose sono le barriere coralline che risentono del cambiamento climatico. Uno studio recente, apparso su Internazionale del 15 marzo 2024, fornisce una serie di dati relativi a una di esse che rappresenta solo il 10% di questo tipo di realtà marine, ma gran parte della altre dovrebbe trovarsi in situazioni analoghe. Si tratta della grande barriera corallina presente sulla costa orientale dell’Australia: lo sbiancamento è dovuto al riscaldamento delle acque del Pacifico, che negli ultimi mesi hanno raggiunto temperature da record a causa del cambiamento climatico e degli effetti del Nino.

Lunga oltre 2.300 chilometri, larga da 60 a 250 chilometri, la grande barriera corallina rappresenta appunto il 10% di tutte le barriere coralline del mondo. Oltre alla scogliera di corallo comprende centinaia di isole. Ospita migliaia di specie, tra cui spugne, più di seimila varietà di molluschi, 1.625 tipi di pesci, rettili marini, squali, oltre trenta specie di delfini e balene.

Il sito patrimonio dell’Unesco, ha subito negli ultimi otto anni cinque episodi critici. Lo sbiancamento avviene quando i coralli, sottoposti a stress a causa della temperatura, espellono le alche con cui vivono in simbiosi e che gli forniscono energia e nutrimenti. I coralli così diventano bianchi e se la situazione continua, possono anche morire. Secondo la Great barrier reef marine park autority sono in corso esami per determinare la gravità e la profondità del danno, che probabilmente varia notevolmente da una barriera all’altra.

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sabato 20 aprile 2024

Pesticidi su frutta e verdura: un’analisi di Consumer Reports

 

Un recente rapporto di Consumer Reports ha evidenziato preoccupanti livelli di pesticidi in alcuni prodotti alimentari, tra cui i fagiolini che presentano tracce di sostanze non più permesse dal 2011.

Secondo l’analisi, frutta e verdura come angurie e fagiolini presentano un elevato rischio a causa di contaminanti come l’oxamyl, che gli esperti ritengono particolarmente pericolosi per la salute.

L’articolo scritto da Catherine Roberts per Consumer Reports, e ripreso da USA TODAY, rassicura che non è necessario evitare completamente la frutta e la verdura, ma consiglia un consumo moderato delle varietà più a rischio, suggerendo di limitarsi a mezza porzione giornaliera.

Nonostante la pulizia dei prodotti possa rimuovere alcuni residui superficiali, i pesticidi possono anche essere assorbiti dalla pianta rendendo impossibile eliminarli completamente solo con il lavaggio.

Inoltre, l’EPA ha testato circa 30.000 campioni di prodotti agricoli, trovando che il 99% aveva residui al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite. Tuttavia, secondo Roberts, anche questi livelli potrebbero essere troppo alti, suggerendo che le normative potrebbero necessitare di aggiornamenti per garantire una sicurezza maggiore.

Roberts sottolinea anche i rischi specifici per popolazioni vulnerabili come bambini e donne incinte e richiama l’attenzione sulla pericolosità di alcuni pesticidi che possono interferire con il sistema endocrino.

La giornalista spinge per una maggiore adozione di pratiche agricole biologiche, che utilizzano pesticidi a basso rischio e sono meno dannose per i consumatori e l’ambiente.

In conclusione, il rapporto invita i consumatori a preferire prodotti biologici e sollecita l’EPA a rivedere le sue politiche sui pesticidi per una maggiore protezione della salute pubblica e dell’ambiente, riflettendo sul bisogno di misure più severe contro i pesticidi più nocivi come gli organofosfati e i carbammati.

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venerdì 19 aprile 2024

L’impatto culturale di Amazon - Leonardo Animali

 

Un’area definita ad “elevato rischio di crisi ambientale” nella quale una raffineria di petrolio è circondata da altri impianti industriali, allevamenti intensivi, una centrale a turbogas e un aeroporto si prepara ad accogliere l’ennesimo polo logistico Amazon. Poco importa se aumenterà il traffico pensante su una rete stradale già congestionata, se ci sarà un rincaro del mercato immobiliare e se crescerà il lavoro precario… Accade nelle Marche. Scrive Leonardo Animali: “L’impatto più pesante di Amazon in questo territorio, non sarà tanto quello ambientale e paesaggistico, ma quello culturale… Non emerge nessun altra riflessione, se non quella dell’impossibile riconversione di questi territori all’industria del turismo…”

 

Ottimismo ed entusiasmo. Sono questi i sentimenti che si percepivano alla Coppetella il 28 marzo, durante l’attesa del viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami. La Coppetella è una zona della bassa Vallesina, attraversata dal fiume Esino. Quello che l’imperatore Federico II di Svevia, nato a Jesi il 26 dicembre 1194, propose alle autorità jesine del tempo, in un gesto di riconoscenza per i natali avuti, di trasformare in un canale navigabile, dalla foce fino a Jesi; così almeno narra la storia mista a leggenda. Una moderna infrastruttura per quel tempo, capace di dare una impulso commerciale ed economico alla città, e di competere con la portuale Ancona. Ma gli jesini del Basso Medioevo, scelsero l’altra opzione che lo “Stupor Mundi” mise sul piatto: il conferimento del titolo prestigioso di “Città Regia”. Sarà per questa scelta di quasi mille anni fa, che i marchigiani hanno sempre avuto un desiderio di riscatto da quella rinuncia, tanto da continuare a voler costruire ancor oggi strade inutili.

Mentre a Jesi, con la giunta di destra, qualche anno fa, l’identitario titolo di “Città Regia”, è stato persino inserito nello Statuto Comunale, al pari del valore costituzionale dell’antifascismo. Ma dal XIII secolo, la Vallesina rimasta senza canale navigabile, fino al boom industriale del secondo Novecento, fu nota a livello economico per le piantagioni di cavolfiori e carciofi, che crescevano sui campi pianeggianti a ridosso dell’asta fluviale; non a caso nei generi ortofrutticoli, si distinguono il “carciofo precoce Jesi” e “il cavolfiore precoce Jesi”, del cui antico seme, non manipolato geneticamente dalla Monsanto, sarebbe gelosa custode certamente Vandana Shiva. Ma poi con lo sviluppo industriale, il territorio un tempo a vocazione agricola, ha lasciato il posto al manifatturiero, all’industria agroalimentare, e alla meccanica, che hanno fatto del contadino un lavoratore di serie B. E oggi, dall’estuario dell’Esino fino alla montagna della Gola della Rossa verso il fabrianese, lungo il fiume si susseguono solo segni di un’attività antropica fortemente impattante, che fanno di questo territorio da Ancona fino a Jesi, una zona AERCA (Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale).

Partendo dalla foce del fiume, troviamo la raffineria API (una mini-Ilva di Taranto), zone artigianali ed industriali, gli allevamenti avicoli intensivi di Monteroberto, Jesi e Falconara Marittima del gruppo Fileni, l’aeroporto delle Marche, l’Interporto Marche, i 30 ettari da bonificare dell’ex zuccherificio Sadam del gruppo Maccaferri, la centrale Turbogas di cogenerazione a metano della Edison (oggi spenta), e tra poco il primo impianto delle Marche “End and waste” per rifiuti pericolosi e contaminati a Jesi. Si arriva così, risalendo circa 50 chilometri di fiume, a Serra S.Quirico, dove fino al 2048 le montagne verranno spolpate dalle cave di calcare massiccioE tra un anno, proprio alla Coppetella, verrà inaugurato il nuovo totem del rilancio occupazionale di questo territorio, perno di quella che il presidente della Regione Acquaroli definisce la “transizione economica”: l’undicesimo polo logistico italiano Amazon, la cui struttura di staglia già visibile in mezzo alla pianura, con i suoi 25 metri di altezza e 66 mila mq di superficie, e 300 metri di lunghezza.

Sotto un cielo da Triduo Pasquale, ad attendere il viceministro Bignami, c’era davvero tutta la cosiddetta classe dirigente di questo territorio, per la stretta di mano e la foto opportunity. I venti sindaci dei Comuni della Vallesina, capitanati da quello di Jesi Lorenzo Fiordelmondo, mezza giunta regionale, il presidente della Provincia e quello della Camera di Commercio delle Marche, il Presidente dell’Interporto Marche Massimo Stronati, vero artefice della concretizzazione dell’arrivo di Amazon, con i due componenti del cda, tutto di nomina regionale a marchio Fratelli d’Italia-Lega, Roberta Fileni vicepresidente dell’omonimo gruppo industriale leader degli allevamenti avicoli, e Gilberto Gasparoni, segretario regionale di Confartigianato. Non c’è nessuna autorità religiosa, come peraltro già avvenuto in occasione della posa della prima pietra del cantiere l’anno prima; perché, come spiegarono i vertici Amazon, essendo la multinazionale laica, non invitano mai i rappresentanti religiosi del Paese in cui mettono fondamenta.

 

La ragione della convocazione del 28 marzo, con gli onori di casa fatti dall’ad di Amazon Italia Logistica Lorenzo Barbo, era la visita al cantiere avviato il 24 maggio del 2023, con lo scopo non solo di illustrare lo stato dei lavori, ma anche di ribadire che per questo territorio Amazon sarà la panacea di tutti i mali, un farmaco del capitalismo senza alcuna controindicazione. La vicenda industriale è iniziata nel 2021, quando il Comune di Jesi era amministrato dal sindaco “civico” Massimo Bacci ma che, per la prima volta, dal 2012 portò sotto evolute spoglie, gli eredi del Movimento Sociale Italiano al governo della città per dieci anni, scalzando dopo decenni la sinistra. Un lungo tira e molla tra Regione, già a trazione meloniana, Comune e Interporto Marche (proprietario della stragrande maggioranza delle aree), guidato allora da un cda espressione della giunta regionale del Pd. Un percorso amministrativo con notevoli e complessi problemi urbanistici, che ad un certo punto fu sul punto di far fallire l’operazione, con le classiche accuse da ‘tutti contro tutti” tra i diversi protagonisti, che portarono Amazon a minacciare di dirottare la propria scelta verso la Spagna. Ma le malelingue della politica, narrano che ci furono diversi movimenti in Regione per provare a spostare il polo Amazon verso il piceno, forte roccaforte meloniana, e zona in forte crisi occupazionale. Ma, i meglio informati, raccontano che a premere sulla Regione per far saltare l’arrivo a Jesi del colosso di Seattle fondato da Jeff Bezos, sia stato il “sempreverde” potere industriale fabrianese, sostenitore elettorale del presidente di Fratelli d’Italia. La ragione molto semplice: la preoccupazione, considerata la strutturale depressione economica, sociale e occupazionale di Fabriano, iniziata dal 2009 e mai arrestatasi, per una migrazione verso la Vallesina alla ricerca di nuovo lavoro, con una conseguente forte flessione demografica di una città che da anni sta perdendo abitanti a causa della situazione occupazionale. Ma oramai è fatta.

“In tre anni – ha illustrato dentro l’esoscheletro del costruendo edificio l’ad Lorenzo Barbo – verranno creati mille posti di lavoro, con una retribuzione di 1780 € lordi mensili, più benefit aggiuntivi; in particolare daremo spazio al 35% di occupazione femminile, una quota molto più elevata della media del 22% del settore. All’interno di questo polo impiegheremo le più recenti tecnologie di robotica, e verrà sviluppato un ambiente di lavoro inclusivo, con annessa la mensa e un parcheggio con mille posti auto dotato di colonnine per la ricarica elettrica dei veicoli. Per Amazon il rapporto con il territorio, la transizione ecologica e la sicurezza sul lavoro sono coordinate prioritarie”. Infatti proprio l’estate scorsa, a 2 mesi dalla posa della prima pietra del cantiere, il 20 luglio qui alla Coppetella ha perso la vita Ciro Adinolfi, operaio specializzato di 75 anni che lavorava nel cantiere per conto di una ditta esterna, a seguito di un malore fatale dovuto al forte caldo di quelle giornate. Chissà poi se il lavoro sarà come quello annunciato dall’amministratore delegato, o come quello raccontato dal giornalista Andrea Rossi su La Stampa qualche mese fa? O se chi sta troppo in bagno verrà sanzionato? Tre anni fa, alla notizia dell’arrivo di Amazon, la politica “sparava” la notizia di qualche migliaio di posti di lavoro, ma ora i posti di lavoro sono stati ridimensionati a 1000 in tre anni. Ma nella “processione” istituzionale dentro al cantiere, il pourparler degli amministratori locali era perlopiù rivolto alle prossime elezioni amministrative del 9 giugno, che vedrà molti di loro ricandidati o meno, rieletti o meno.

Quello di cui non si è parlato, ma sono le questioni che più preoccupano gli abitanti del territorio è l’aumento del traffico pesante rispetto alla rete infrastrutturale già fortemente congestionata, compreso il casello A14 Ancona Nord, a pochi chilometri dal polo Amazon. Una rete stradale già ritenuta insufficiente rispetto all’aumento dei carichi di traffico pesante, e di quello veicolare, considerato che i mille nuovi occupati, non avranno alcuna alternativa per raggiungere il luogo di lavoro, se non l’automobile. Durante la visita al cantiere è stato fornito il dato di 18 camion all’ora in entrata e in uscita da Amazon. Una cifra comunque molto diversa da quella fornita due anni fa dall’amministrazione comunale jesina a guida Bacci, che parlava di 100 camion al giorno, perché quello illustrato il 28 marzo scorso alla Coppetella equivale invece a 432 camion giornalieri.

L’altro aspetto che preoccupa è quello del rincaro del mercato immobiliare, specie per le locazioni, a Jesi e paesi limitrofi. Una lievitazione dei canoni già iniziata all’arrivo delle centinaia di lavoratori delle ditte coinvolte nel cantiere, ma che aumenterà in vista dell’arrivo da fuori della nuova occupazione. Quello che sconcerta è che dalla politica marchigiana, in questi tre anni non si è levata una voce di perplessità sulle diverse “controindicazioni” dell’arrivo di Amazon. Neanche da sinistra, se non qualche mugugno dentro la maggioranza politica jesina, ma debitamente soffocato in nome della ‘ragion di stato’. Eppure, l’esperienza dello stabilimento di Castelguglielmo in provincia di Rovigo, aperto nel 2020, dovrebbe far sorgere qualche inquietudine, considerati i risvolti in tutto quel territorio dopo due anni e mezzo dall’apertura: l’aumento esponenziale del numero di precari che ha superato quello dei lavoratori con contratto stabile; contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi, l’impiego di maestranze in lavori poco qualificati unito a un ricambio continuo di lavoratori; lì a cinque mesi dall’apertura, i lavoratori a somministrazione arrivati tramite agenzia interinale erano l’84% degli occupati, un anno dopo il 53%. Anche lì l’aumento del 30% del prezzo degli affitti, e la difficoltà a trovare alloggi a cifre abbordabili in tutta la provincia, in cui una stanza singola è arrivata a costare fino a 400 euro.

Da ricerche fatte, nelle aree di insediamento Amazon in Italia, il reddito medio è compreso tra i 14 e i 20mila euro, mentre nelle Marche, nel 2022 il reddito medio dichiarato è stato 21.345 euro. Quindi, come dimostrato in altre zone d’Italia, l’arrivo di Amazon con la tipologia di contratti che applica, porta a un impoverimento generale del territorio. Ma tutti a Jesi sperano che l’economia marchigiana, grazie ad Amazon, torni a correre. Sono già ora nella regione 600 le imprese presenti sullo store Amazon, con circa 30 milioni di euro di vendite all’estero nel 2023. La visione della politica rispetto a questa operazione, può essere riassunta in un passaggio dell’intervento del sindaco di Jesi (Pd), durante il sopralluogo sul cantiere: “Sono convinto che Amazon ci aiuterà ad immaginare il nostro territorio in modo diverso. La scelta di Jesi dimostra che siamo un territorio attrattivo, si realizzerà un’occupazione non solo quantitativa, ma qualitativa, attenta alla differenza di genere, e soprattutto dal forte valore sociale, perché per molti soggetti ai margini e svantaggiati, rappresenterà un ascensore sociale e la realizzazione di un’aspettativa di vita”. Una riflessione che stride non poco, pensando alla storia del lavoro e delle lotte dei lavoratori che per decenni hanno fatto di questo territorio un esempio in termini di diritti, di emancipazione, di fierezza nei confronti dei padroni e dei loro capitali, e che ha visto sindaci bloccare i binari delle ferrovia assieme agli operai durante storiche crisi aziendali. Si, perché poi in fondo, l’impatto più pesante di Amazon in questo territorio, non sarà tanto quello ambientale e paesaggistico, ma quello culturale. La vicenda di Jesi è la prova che la visione della classe dirigente per il futuro del lavoro dei prossimi decenni, non va oltre quella messa sul piatto da Amazon. Non emerge nessun altra riflessione, se non quella dell’impossibile riconversione di questi territori all’industria del turismo. In una regione che tra il 2020 e il 2021, in meno di due anni, ha visto 16.000 marchigiani under 35 trasferirsi definitivamente all’estero o in altre regioni: come se all’improvviso nelle Marche fosse sparita una città grande come Porto S.Giorgio; anche il dato del 2023 non è migliore o più rassicurante, rispetto al saldo migratorio generale, e non solo giovanile. E questa classe dirigente, sintomo allarmante, quasi da TSO, pensa davvero che l’approdo di Amazon frenerà l’emorragia demografica, o che il sogno dei propri figli e nipoti, per i quali magari hanno fatto sacrifici economici perché abbiano ottimi livelli formativi, sia quello di restare nelle Marche perché c’è Amazon.

Ad ascoltarli, e anche nel vederli in azione, questi personaggi che svolgono funzioni pubbliche importanti e delicate nelle istituzioni, non si può non pensare al titolo di un album di Giorgio Gaber, “Anche per oggi non si vola”. Ad voler essere generosi con loro, ma quasi offensivi con Giorgio Gaber.

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giovedì 18 aprile 2024

Cosa sono i santuari, le «fattorie vegane» finite sulla copertina di Internazionale

 

a cura di Michela Becchi

 

È il modello del futuro? Chiede l’autore dell'articolo pubblicato su Internazionale, la storia degli allevatori svizzeri che hanno scelto di smettere di uccidere gli animali. La risposta esiste già da tempo.


Esistono gli animali da compagnia e poi quelli da reddito. Tra questi ultimi, quei pochi che riescono a essere salvati da morte certa nei macelli, finiscono nei santuari: rifugi per animali senza scopo di lucro, dove una squadra di volontari si prende cura degli ospiti, anche attraverso il sostegno economico di tanti animalisti.

Cosa vuol dire fattorie vegane

In Italia esiste una Rete dei Santuari con una Carta di Valori che ne regolamenta il funzionamento: nessun animale deve essere sfruttato per alcuna prestazione (no cibo, no lana, no latte e così via), e ogni santuario deve impegnarsi a promuovere un approccio gentile nei confronti degli animali, aprendo le porte al pubblico. Dietro, ci sono un’associazione o un ente no profit, che non possono pagare per recuperare più ospiti (altrimenti, si alimenterebbe ancora la concezione dell'animale-oggetto da acquistare; quelli dei santuari sono animali fuggiti, salvati per caso o donati spontaneamente dagli allevamenti ai volontari).

 

Le regole sono diverse, si trovano tutte sul sito della Rete, e il numero dei santuari presenti in Italia cresce sempre di più. In ogni paese, però, le cose funzionano diversamente. A riportare l'attenzione sul tema in questi giorni è l’ultima copertina di Internazionale (12/18 aprile 2024), con l’articolo di Christof Gertsch di Das Magazin, Svizzera, intitolato «Nella nuova fattoria».

Tobias Burren, l'allevatore pentito in Svizzera

Il pezzo racconta la storia di Tobias Burren di Liebwil, nel cantone svizzero di Berna: la sua è una famiglia di vecchi allevatori che negli anni ha fatto tanti sacrifici, ma un giorno, mentre cullava il suo bambino, Tobias ha sentito una mucca piangere incessantemente perché separata dal piccolo, e da allora tutto è cambiato. Con sua moglie Christine, cuoca ed economista aziendale, ha scelto di diventare vegano e trasformare la sua fattoria, convertendola in una «fattoria vegana», ma non prima di aver finito di macellare tutto il bestiame «in eccesso».

D’ora in avanti, le mucche mangeranno l’erba dei pendii scoscesi e forniranno letame con cui Tobias produrrà il concime per i campi. Sarà un allevamento meno costoso ma non a costo zero: i Burren dovranno fare affidamento sui contributi di chi vorrà adottare a distanza un animale (proprio come accade nei santuari italiani e nel resto del mondo, Svizzera compresa).

 

Non si limiteranno ad accudire gli animali, ma produrranno alimenti vegetali. Coltivazioni di lenticchie e lupini dolcimais da polenta e tante preparazioni fatte in casa per deliziare i propri ospiti. Papà Ruedi non ha preso bene questo cambiamento: «Sembra assurdo anche a me usare metà dei cereali mondiali per dar da mangiare agli animali. Ma c’è davvero bisogno di scelte estreme come quella di Tobias? Non basterebbe mangiare tutti un po’ meno carne?».

L'agricoltura postletale che non uccide

Una domanda piuttosto comune in Svizzera, dove solo il 5% della popolazione segue una dieta vegetariana, meno dell’1% una vegana. Il format dei santuari è ancora tutto da scoprire: Stefan Mann è un esperto di economia agraria che ha coniato il termine agricoltura postletale, ovvero un’agricoltura che non uccide. È anche, però, rappresentante del consiglio di amministrazione di Agroscope, centro nazionale di ricerca del settore agricolo, e alla richiesta di intervista da parte del giornalista svizzero è stato piuttosto evasivo.

 

La lobby degli agricoltori contro le fattorie vegane

Dopo aver accettato, Mann ha annullato l'appuntamento «su consiglio dei miei superiori». L'intervista, alla fine, è stata fatta ma alla presenza di un’addetta stampa, un rappresentante di Agroscope e un Mann di pochissime parole. In sostanza, Agroscope non vuole rovinare i rapporti con i contadini «e la loro lobby nell’assemblea federale» spiega l’autore, considerando che l’istituto riceve circa 170 miliardi di franchi l’anno dallo stato.

Smettere di uccidere gli animali per Mann è sempre stato doveroso dal punto di vista etico, ma al giornalista ha dichiarato che tra le linee di ricerca dell’istituto oggi non esiste il concetto di agricoltura vegana. Eppure, si tratta di un tema scottante considerando che a livello globale «la biomassa del bestiame supera la biomassa di tutti gli esseri umani e di tutti gli animali selvatici messi insieme» spiega Gertsch. A quanto pare, siamo in piena era della carne.

I terreni svizzeri non adatti all'agricoltura a uso umano

Ma non sarebbe sufficiente, come ha detto il papà di Tobias, che tutti ne consumassero un po’ meno? Urs Niggli, a capo dell’istituto di ricerca per l’agricoltura biologica - e consulente di Agroscope - ha detto che in Svizzera circa metà dei terreni a uso agricolo sono inadatti alla coltivazione di prodotti vegetali a uso umano, «perché troppo ripidi, troppo sassosi o troppo argillosi»: per ricavarne grandi quantità, bisognerebbe destinarli al pascolo dei ruminanti (questo, però, è il panorama svizzero, diverso rispetto a molti altri paesi). Conclude dicendo che «dobbiamo ringraziare per ogni vegano e ogni agricoltura che si converte perché la carne è troppa, ma lasciare inutilizzati tutti i pascoli sarebbe assurdo» (ricordiamo, di nuovo, che è anche lui consulente di Agroscope).

Nessuno vuole salvare il mondo

Insomma, nessuno si prende la briga di rispondere in maniera chiara e decisa a questa domanda, scomoda da tanti punti di vista. C'è, però, chi nei santuari ci crede fino in fondo: sono persone che non hanno la presunzione di salvare il mondo «ma loro stessi». Ex allevatori pentiti (in Italia un caso simile è quello di Massimo Manni a Nerola, in provincia di Roma, con il Santuario Capra Libera Tutti) che «fanno quello che possono».

Le vecchie generazioni, come spesso accade, faticano a stare al passo, temono per gli affari di famiglia. Ma Tobias e Christine, così come tanti altri «fattori vegani» hanno preso la loro decisione e non torneranno indietro, a costo di doversi reinventare da capo e cominciare un nuovo lavoro. Perché sì, il futuro, è proprio questo.

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mercoledì 17 aprile 2024

Lunga vita al fossile - Luca Manes

Il G20 assicura una pioggia di sussidi pubblici alle fonti fossili: 142 miliardi di dollari in tre anni. L’Italia ne eroga più degli Usa

Il nuovo rapporto di Oil Change International e Friends of the Earth Stati Uniti, a cui ReCommon ha contribuito, rivela come fra il 2020 e il 2022 le istituzioni finanziarie pubbliche dei paesi del G20 e le banche multilaterali di sviluppo hanno concesso al comparto fossile sussidi per 142 miliardi di dollari.

Il dato proviene da documenti accessibili su database pubblici, integrati da quelli presenti su portali specializzati. Tuttavia, si riscontrano diverse limitazioni dovute alla mancanza di trasparenza delle istituzioni finanziarie e dei governi. Ciò significa che la cifra è, purtroppo, sottostimata. L’impiego di questa ingente somma di denaro pubblico per le fonti fossili sta attivamente ostacolando qualsiasi progresso verso una giusta transizione energetica e, più in generale, ecologica.

La maggioranza dei finanziamenti pubblici per i combustibili fossili è destinata al gas (estrazione, produzione, trasporto e stoccaggio), con circa il 54% del totale, mentre il 32% va a progetti misti di petrolio e gas.

La classifica dei paesi del G20 per sostegno pubblico all’industria estrattiva vede l’Italia tristemente al comando tra quelli europei. Il nostro Paese si posiziona al 5° posto a livello globale, scavalcando addirittura gli Stati Uniti, la Federazione russa e l’Arabia Saudita.

Sono le agenzie di credito all’esportazione a tirare le fila di questo esorbitante flusso di denaro destinato all’energia fossile: da queste è passato il 65% di tutto il supporto finanziario pubblico a petrolio e gas tra il 2020 e il 2022.

È per l’operatività della sua agenzia di credito all’esportazione che l’Italia è così in alto nella classifica dei paesi finanziatori di petrolio e gas. Controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, fra il 2016 e il 2023 SACE ha emesso garanzie (assicurazioni sui progetti o garanzie sui prestiti per la realizzazione dei progetti) per il settore degli idrocarburi pari a 20 miliardi di euro, che rappresentano una fetta importante dei cosiddetti “sussidi ambientalmente dannosi” italiani. Una cifra che equivale quasi a una manovra finanziaria.

Questo avviene perché l’Italia, insieme a Stati Uniti, Germania, Giappone e Svizzera, non ha messo in atto serie politiche per porre fine al sostegno pubblico internazionale ai combustibili fossili entro il 31 dicembre 2022, venendo così meno all’accordo sottoscritto nel 2021 con la “Dichiarazione di Glasgow”.

«La scarsa attuazione della Dichiarazione di Glasgow consente all’Italia di sostenere con soldi pubblici progetti fossili almeno fino al 2028 e, grazie a diverse scappatoie, praticamente per sempre. Al centro di questo sostegno incondizionato c’è SACE», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Con il calo costante della domanda di gas in Italia, è ora che il governo smetta di utilizzare la scusa della sicurezza energetica e implementi seriamente la Dichiarazione di Glasgow con una politica adeguata, altrimenti è chiaro che ci troviamo dinanzi all’ennesimo regalo alle multinazionali energetiche», conclude il campaigner.

Una delle poche note positive riscontrate da Oil Change International e Friends of the Earth Stati Uniti riguarda le politiche di esclusione del carbone, che hanno contribuito a eliminare quasi del tutto i finanziamenti pubblici internazionali per il più inquinante dei combustibili fossili. Il sostegno al carbone è sceso da una media annuale di 10 miliardi di dollari nel periodo 2017-2019 a 2 miliardi di dollari nel triennio successivo.

Inoltre, fra il 2020 e il 2022 all’energia pulita sono andati circa 34 miliardi di dollari all’anno. Si tratta della media annuale più alta per i finanziamenti pubblici alle energie pulite dal 2013 – primo anno di pubblicazione del rapporto, una cifra però ancora molto al di sotto di quanto servirebbe per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.


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martedì 16 aprile 2024

Distruggere o creare. Due mondi in disputa - Raúl Zibechi

 

Hanno cominciato a costruire la loro università popolare nella quale saranno in tanti e tante a insegnare, ad esempio le levatrici e chi nelle comunità si occupa di salute, per proporre studi anticoloniali. Intanto hanno moltiplicato gli “orti medicinali”. Hanno soprattutto scelto di vivere un’agricoltura senza chimica orientata da principi e pratiche di sovranità alimentare. Tutti questi aspetti, in un angolo del mondo devastato dalle multinazionali dell’olio di palma e che non smette di pensare a Berta Cáceres, tante comunità boicottano ogni giorno la disperazione: non lo fanno pensando a come abbattere il capitalismo ma scoprendo che possono vivere relazioni sociali alternative, possono creare vita

“L’albero rimarrà al centro dell’edificio dell’università”, dice Miriam indicando con il braccio, sotto il sole cocente di mezzogiorno a Vallecito. A partire da quest’albero Victor prese tutte le misure dell’università per costruire un edificio rotondo in mattoni con tetto di tegole. “Sono tre anelli concentrici. Il più esterno avrà sale per i docenti e i giovani potranno lavorare e fare ricerca collaborando tra loro, per esempio alla costruzione di tamburi. Poi ci sono i diversi corridoi e nel punto in cui si trova l’albero ci sarà un cortile interno”. La costruzione dell’università Garifuna avanza per mano di una decina di uomini giovani guidati da Victor, il più anziano del gruppo di costruttori. Miriam racconta che la costruzione circolare fa sì che “le sale siano connesse e gli studenti possano transitarvi senza che ci sia una netta separazione. Tutto è relazionato. Vogliamo qualcosa di integrale, non parzializzato come quelle aree specialistiche che servono solo a guadagnare un sacco di soldi”.

La proposta è che l’università possa essere utile a tutto il popolo Garifuna e che gli studenti delle 48 comunità possano venire qui a studiare pur lavorando. Sarà aperta anche a membri di popolazioni indigene come i Miskito, perché la casa degli studi sarà partecipata e ovviamente anticoloniale, aperta sia nella struttura fisica che nel modo di funzionare.

A insegnare sarà la gente della nostra comunità che possiede le conoscenze più antiche; le levatrici, chi si occupa di salute, chi realizza tamburi, perché i giovani possano rafforzare la cultura del popolo Garifuna”, ribadisce Miriam.

Capitalismo, violenza e distruzione

Le piantagioni di palma da olio avanzano a passi da gigante in America Latina, portando con sé l’espulsione delle comunità dai loro territori, deforestazione, violenza e povertà. In Honduras si registrano circa 210 mila ettari di palma. L’espansione della palma è in atto su territori indigeni e afrodiscendenti, in particolare sulle comunità Garifuna e del Bajo Aguan. Queste comunità subiscono violenza, abusi e minacce da parte dei militari e dei gruppi paramilitari legati ai politici del paese”, racconta un testo della ONG ambientalista Grain1.

Vallecito è il ritratto vivente di quel breve racconto. Le monoculture non solo danneggiano l’ambiente ma distruggono anche il tessuto sociale. I giovani motociclisti che lavorano nelle coltivazioni di palma intorno alle comunità, nel tempo libero lavorano come guardie del corpo per gli “impresari” dediti al traffico, che gli assegnano i compiti più rischiosi.

L’espansione della palma da olio è inarrestabile. “Il consumo di olio di palma è aumentato negli ultimi trent’anni dal 2 per cento al 41 per cento della produzione totale di olio del mondo, sostituendosi alla soia come olio vegetale più consumato in assoluto”, spiega Grain. Allo stesso modo la superficie seminata è aumentata 3,5 volte con conseguenza l’estrema povertà e l’aumento della violenza.

In parallelo si assiste all’espansione delle Zone Speciali di Sviluppo Economico (ZEDE), che possiamo definire come stati dentro uno stato poiché sono dotate di un regime legale speciale che permette agli investitori di occuparsi della politica fiscale, di sicurezza e risoluzione dei conflitti2.

Come le monoculture e gli investimenti nel turismo, le ZEDE provocano trasferimenti forzati, perché il capitale finanziario che promuove questi progetti ha bisogno di controllare sempre più territori, in una guerra infinita contro i popoli che lascia tracce di morte e sparizioni, di emigrazione e sfollamento.

Esiste una politica di svuotamento delle nostre comunità che colpisce soprattutto i giovani, per consegnarli sconfitti al narcotraffico”, dicono le donne di Vallecito. Migrazione e comunità sommerse dalla droga sono secondo loro due facce dello stesso progetto di sterminio del popolo Garifuna e dell’insieme di popoli originari.

Resistere creando vita

La Casa Ceremonial o Gayunari, situata al centro della comunità Vallecito, è un’enorme costruzione di terra con tetto di palme che accoglie decine di persone che danzano al suono di tamburi e maracas. Sarebbe un errore confondere spiritualità e religiosità. Nelle religioni occidentali i fedeli sono meri destinatari delle idee e dei costumi promossi dai sacerdoti. Nella spiritualità Garifuna, al contrario, esiste una pluralità di soggetti che si relazionano senza la mediazione di un’autorità a indottrinarli o a dirigerne il culto. Si tratta di pratiche collettive che rafforzano l’identità comunitaria e contribuiscono alla salute fisica ed emotiva delle persone. “La spiritualità Garifuna non è un aspetto isolato nella dinamica di vita quotidiana, è legata a tutto quello che succede all’individuo, alla famiglia e alla comunità in generale. È un tutto”, spiega la psicologa Garifuna Tesla Quevedo in un articolo sulla spiritualità3.

 

Nella stessa direzione vanno le Casas de Salud Ancestral, considerate come un asse organizzatore del popolo Garifuna. Nove case sono operative e altre quattro stanno per aprire, però durante la pandemia operavano fino a 33 centri di salute, quasi uno per comunità.

Melissa Martínez racconta che convocano gli “abuelitos” per imparare da loro e disimparare i saperi inculcati dal sistema. “Recuperiamo le conoscenze ancestrali di erbe e piante, affrontiamo i problemi principali di salute come diabete, ipertensione e violenza domestica su bambini e bambine in base ai propri saperi, perché la pandemia ci ha mostrato che noi popoli abbiamo conoscenze che sono state negate dall’industria farmacetica “.

Miriam ricorda che i Garifuna sono “un popolo malato” e che “devono affrontare la salute in maniera integrale. Perciò stanno diversificando la produzione di alimenti, con il cocco come coltivazione centrale da cui estrarre olio nella loro fabbrica, che poi consegnano alle Casas de Salud e alle altre comunità, compresi i Miskito. Cercano di evitare le medicine industriali e stanno moltiplicando gli “orti medicinali”, a carico delle donne che sono il cardine delle cure comunitarie e della spiritualità. Hanno aperto anche club di danza nelle Casas de Salud, secondo la loro visione integrale del benessere.

Durante la visita abbiamo potuto osservare il pollaio, l’allevamento di maiali, le coltivazioni di yucca, fagioli, banane e anguria, che di solito vengono lavorati collettivamente. Alcune di queste iniziative, come la lavorazione dell’olio di cocco con metodi tradizionali, sono state comprate con il sostegno dell’OFRANEH (Organización Fraternal Negra Hondureña), per cui oggi arriva anche gente da altre comunità a lavorare per produrre l’olio.

“Produciamo l’olio con la spremitura a freddo, perché conservi le sue proprietà. Abbiamo 18 mila piante di cocco nei vivai che poi seminiamo. Non usiamo prodotti tossici, lo facciamo in giornate in cui compagni solidali che vengono ad aiutarci, abbiamo circa 115 manzanas di cocco coltivate. Una manzana è un po’ più di mezzo ettaro. L’idea è di arrivare a 500, e abbiamo una parte con banane e agrumi, oltre ai maiali, per arrivare ad avere una varietà di alimenti perché la questione del cibo diventerà insostenibile e ci servono alimenti per le 150 persone che mangiano qui”, continua Miriam.

 

Università per la vita

L’avvocato Garifuna Rony Castillo assicura che Vallecito “è un centro di identità, di sovranità alimentare e di spiritualità per la rinascita del nostro popolo”. L’università è parte di questa vasta realtà al centro dell’esistenza di Vallecito. Per questo popolo l’università è “la comunità intera” e non solo quello che accade in aula. Come la salute, anche l’educazione è integrale e comunitaria. In questo modo si stanno affermando nella loro resistenza al sistema, perché tutti questi aspetti fanno ri-scoprire che esistono alternative al capitalismo.

La questione dell’educazione genera dibattiti. “Lottiamo contro i maestri” dice Melissa. Miriam aggiunge:”Se non cambiamo, se non ci spogliamo di ciò che ci trasciniamo dietro, è finita, perché abbiamo raccolto un sacco di spazzatura dall’esterno”. Si tratta, dicono, di una “lotta che parte da dentro” in cui si gioca il destino del popolo Garifuna. Sono frasi che si possono ascoltare in molti popoli originari del nostro continente.

“L’educazione statale strappa e deforma i nostri figli”, dice il buyei (leader spirituale) Selvin nella penombra della sera. “Per questo uno dei nostri grandi problemi sono i maestri”. L’obiettivo è che i maestri Garifuna “insegnino secondo il piano di vita del nostro popolo”, che è il loro modo di “decolonizzare l’educazione”.

Sulla base della convergenza di salute e educazione proprie della spiritualità Garifuna, si vanno a creare proprio le autonomie territoriali che il sistema si impegna a smantellare.

La colla verde

Dopo che Miriam è stata vittima di diversi attentati, la comunità ha deciso di farla proteggere da cinque soldati dell’esercito hondureño, che la seguono come un’ombra. Una decisione polemica che genera perplessità in chi arriva dalla città. Tuttavia è stata una decisione collettiva perché il popolo Garifuna ancora non è in grado di proteggersi da solo.

L’importante è che Miriam e gli altri comuneros siano aperti al dibattito, riconoscono che si tratta di una contraddizione e iniziano a conoscere esperienze di autodifesa come la Guardia Indígena nasa del Cauca colombiano. Per noi è un’esigenza di rispetto perché non sono le nostre vite a essere in pericolo.

La complessa realtà e il terribile precedente dell’omicidio di Berta Cáceres, fanno sì che la “colla verde”, come la chiama Miriam, non sia motivo di orgoglio ma un promemoria delle azioni da compiere come popolo.


1 “La palma da olio in America Latina: monocultura e violenza”, 17 Marzo 2024 su https://desinformemonos.org/la-palma-de-aceite-en-america-latina-monocultivo-y-violencia/

2 Thelma Gómez, “C’è un piano genocida contro il popolo Garifuna”, Mongabay Latam, 13 Ottobre, su https://es.mongabay.com/2021/10/honduras-amenazas-pueblo-garifuna-entrevista-premio/

3 Tesla Quevedo, “Spiritualità Garifuna: una fonte di benessere”, su https://www.revistas.una.ac.cr/index.php/tdna/article/view/17430/25909

 

Pubblicato su desinformemonos.org. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo. Nell’archivio di Comune tutti gli articoli di Raúl Zibechi sono leggibili qui

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