martedì 26 marzo 2024

Il belato degli agnelli

Con tutto quello che succede! - Annamaria Manzoni

In questo mondo afflitto da terrificanti conflitti, l’allegra mattanza pasquale non può essere derubricata a fatto privo di importanza, sulla scorta del mantra “con tutto quello che succede…”. Al contrario quella strage sostiene la normalizzazione e l’ubiquità della crudeltà del più forte sul più debole, crudeltà, che non è opera di sadici o psicopatici, ma è intrinseca al tessuto stesso delle nostre società

Le ricorrenze, nel loro preciso ripetersi, tracciano punti fermi nel nostro calendario interiore, richiamando a una sorta di memento: ricordati, ricordati di ricordare qualcosa che non va dimenticato. Quelle religiose, per chi religioso si ritiene, dovrebbero anche essere un monito, un richiamo a dogmi, credenze, riferimenti che però sempre più spesso appaiono appannati nel mondo occidentale dove la tendenza in ascesa è quella del fai quello che vuoi purché ti piaccia. Tanto che dichiararsi credente per molti finisce per limitarsi a un’etichetta che risulta protettiva, pur nel materialismo dilagante, in quanto assicura nell’al di là la strada verso un’immortalità sempre agognata, ed è nel contempo garanzia, nell’al di qua, di un’accettazione sociale, basata sull’ostinata equazione religioso uguale buono, capace di fornire una sorta di pregiudizio positivo, per cui non esiste necessità di dovere argomentare: basta la fede, che per altro è dono e non merito.

Tutto bene? Non proprio. Fatto salvo il sacrosanto diritto alle proprie credenze, esistono addentellati, accessori a queste stesse credenze che investono un ambito che non è più quello spirituale intoccabile, ma invade vita e morte di centinaia di migliaia di altri esseri senzienti, nello specifico, quando si parla di Pasqua, di agnelli. La loro uccisione non conosce sosta lungo tutto l’anno, ma, in questa ricorrenza, diventa rito, tradizione, cultura, e rispolvera il postulato, per sua natura indimostrabile, che l’agnello, quello di Dio, è colui che toglie i peccati dal mondo attraverso la sua stessa morte: lui, innocente, indifeso, fragile viene allora condannato a una morte impietosa così da redimere l’uomo dai suoi peccati. Vecchia storia che si rifà al concetto di capro espiatorio, colui sul quale vengono riversati i debiti umani non pagati che lui, morendo, si dice riscatterà. Chi mai davvero può credere in questa narrazione che è l’apoteosi dell’ingiustizia, per cui il peccatore si salva compiendo un altro peccato, quello dell’uccisione di un innocente, di milioni di innocenti? Torna alla mente la figura, non si sa quanto storicamente dimostrata, dell’whipping boy, il ragazzo che, all’inizio dell’età moderna, affiancava un giovane principe in modo che, quando questi commetteva errori, venisse frustato al posto suo, preservando così il nobile da umiliazione e dolore. Se questa situazione lascia noi contemporanei increduli, non riesce comunque a disappannare il nostro sguardo davanti ad altre ingiustizie del tutto simili che continuiamo serenamente a compiere attribuendo loro significati spirituali. In fondo, per altro, in forme fortemente diverse, la tentazione di far pagare ad altri le nostre colpe non ci è certo estranea, anzi esercita un’attrazione di non poco conto, sintetizzabile nella convinzione che l’importante è il nostro benessere, chissenefrega se pagato con miserie altrui. E questi altri, i capri espiatori, incaricati della missione, sono sempre i più deboli, quelli privi di diritti, incapaci di vendetta: tutto considerato, in quanto specie che teorizza e sostiene tutto questo, non ne usciamo davvero bene e ci iscriviamo a tutto tondo nella categoria dei codardi.

Ma all’allegra mattanza pasquale degli agnelli si unisce anche uno stuolo di non credenti, che, per l’occasione, rispolvera un attaccamento imprevisto alla tradizione, che incredibilmente affida all’abbacchio, il quale, al forno o alla romana, magari con contorno di patate, dovrebbe essere il mezzo per celebrarla. E l’abbacchio, giusto per ricordare i distratti e gli smemorati, è l’agnello ucciso entro i primi due mesi di vita: insomma appartiene a quello stuolo di decine di migliaia di neonati d’altra specie che già stanno affollando le nostre strade e autostrade, stipati sui camion, belanti di terrore e di sgomento, per arrivare ad essere macellati giusto in tempo per le nostre tavolate.

In un mondo che ogni anno macella circa 70 miliardi di animali, limitando la conta solo a quelli terrestri, hanno forse poco senso la rabbia e il raccapriccio davanti alla strage di questi cuccioli, quasi le nostre reazioni sancissero un loro diritto alla vita maggiore di quello delle vittime di altre specie. Così non è: ma esistono particolari ragioni, o forse emozioni, solleticate da questo scempio, in primo luogo riferite alla abitudine di celebrare una festa, per giunta cattolica, con il massacro di altri esseri, come in questo caso, di assoluta innocenza: quale mai logica perversa può reggere una ingiustizia tanto conclamata?

C’è anche altro a caratterizzare l’uccisione di altri animali, ma non degli agnelli. Uno dei tanti meccanismi messi in moto per sdoganarla è quello che si serve della loro denigrazione: il maiale, per esemplificare, è costantemente rappresentato come brutto, sporco, grasso, dotato di istinti sconci, un vero maiale insomma. Il biasimo di cui lo si ricopre, e non fa nulla se in modo etologicamente del tutto scorretto, è il lasciapassare per la sua orrida eliminazione: uno così, in altri termini, se lo merita proprio il trattamento che gli riserviamo.

Non va meglio a galline, oche, tacchini, la cui presunta stupidità diventa autorizzazione al loro sfruttamento. I bovini sono invece circondati da una narrazione mistificata che li vede quieti e miti, tanto che La vache qui rit da oltre un secolo è costretta a guardarci felice dalla confezione del formaggio francese, fatto con il latte sottratto al suo vitellino mandato al macello.

Qualche problema in più lo procurano i cavalli, amati da molti quali animali da compagnia, problemi comunque presto accantonati se è vero che l’Italia brilla per i suoi primissimi posti nelle classifiche dei paesi importatori di carne equina dal resto del mondo. Animali di tante altre specie, quali i conigli, vengono semplicemente rimossi, dimenticati, resi invisibili.

Gli agnelli no: sono e restano simbolo di purezza, innocenza, vulnerabilità. Sono bianchi come il latte, il loro vagito è simile a quello dei bambini, sollecitano tenerezza e chiedono protezione. Celebrati nei peluches, smuovono commozione nei bambini, che si rispecchiano nella loro fragilità. Ecco, su di loro che sono simbolo di tutto ciò che è incontaminato dalle brutture del mondo, si scatena la brutalità di chi, per conto terzi, vale a dire industria e consumatori, svolge il lavoro sporco: li afferra per le zampe e li allontana, mentre belano la loro vana richiesta di pietà, dalle loro madri, quelle madri che, se conoscessero per intero la loro sorte ululerebbero come lupi come racconta Josè Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo, quello in cui c’è posto anche per la tenerezza verso tutti gli altri animali. Caricati sui camion della morte, spinti in enormi macelli dove verranno accoltellati e lasciati a morire dissanguati, mentre i loro compagni terrorizzati guardano in attesa del proprio turno, testimonieranno con la loro morte il primato dell’homo necans, quello che afferma se stesso uccidendo altri e che di sapiens conserva davvero poco.

La strage degli agnelli, con i suoi picchi di crudeltà, non è un fenomeno a sé stante, ma piuttosto un tassello della geografia umana: da due anni anche il mondo occidentale è coinvolto nei teatri bellici di Ucraina e Gaza (che per altro sono solo la punta dell’iceberg di almeno altre 60 guerre sparse per il mondo) che gettano davanti agli occhi di tutti l’esistenza di uno sconvolgente potenziale umano di crudeltà: morte ovunque, distruzioni, uccisioni atroci anche di bambini e anziani, torture irraccontabili, sadismo normalizzato. Ora bisognerà pure arrivare a rendersi conto che la violenza è il più contagioso di tutti i virus, che tutte le forme in cui si concretizza e si manifesta si collegano direttamente o indirettamente l’una all’altra, che se qualche inossidabile idealista ambisse ancora e nonostante tutto a un mondo pacificato, non potrebbe prescindere dalla coscienza che la sua costruzione non può che passare attraverso l’esclusione della violenza tout court: in tutti i campi, contro chiunque diretta, da chiunque praticata.

Diceva Edmondo Marcucci, pacifista di fama internazionale, che “l’uccisione degli animali è un esercizio di violenza che abbrevia la distanza all’uccisione dell’uomo, alla guerra”. Mentre Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini, perché la scelta nonviolenta avrebbe avuto ricadute sul nostro modo di essere: tanto che diventò vegetariano negli anni ‘30, convinto che la scelta di non uccidere animali avrebbe sostenuto il rifiuto ad uccidere gli uomini nella guerra che vedeva minacciosamente avvicinarsi.

Era invece Edgar Kupfer-Koberwitz, dalla sua esperienza di internato a Dachau, ad affermare “che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre”.

Ora, in questo mondo afflitto dai peggio conflitti, l’attuale strage degli agnelli non può essere derubricata a fatto privo di importanza grazie a quel confronto vantaggioso che, mettendola a confronto con le immani crudeltà sugli esseri umani, consenta di sminuirne il portato, sulla scorta del mantra con tutto quello che succede…! Al contrario sostiene pericolosamente la normalizzazione e l’ubiquità della crudeltà del più forte sul più debole, crudeltà, è bene ricordarlo, che non è opera di sadici o psicopatici, ma è intrinseca al tessuto stesso delle nostre società, che lungi dal condannarla, la sostengono culturalmente, come sostengono tutte le altre violenze legalizzate sugli animali. Fondamentale è allora riconoscerlo il male, e smettere di confondere ciò che è lecito con ciò che è giusto: per capire finalmente che l’uccisione di centinaia di migliaia di cuccioli, lecita, legale, normata dalle leggi, è e resta un crimine morale che nessuna legge morale può essere in grado di assolvere.

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Agnello di Dio - Paolo D’Arpini

In tutta Italia i cristiani si stanno preparando a festeggiare la resurrezione di Gesù. Ma ho notato che ancora molte persone  si predispongono a celebrarla  in modo cruento. Ad esempio,  ho assistito ad una conversazione fra una signora ed un pastore durante la quale la donna, ordinando un capo,  si raccomandava sul giusto modo in cui l’agnello doveva essere macellato e tagliato per la cucinatura. Ed ho visto dei manifesti pubblicitari  in cui si reclamizza la “vendita di agnelli puliti e pronti alla cottura (compresa la testa ed il cuore)” a prezzi stracciati.


Non so se questa usanza di mangiare l’agnello a Pasqua sia veramente una consuetudine cristiana, forse appartiene più alla tradizione giudea e musulmana, anche perché Gesù viene definito “agnello di Dio” e dopo il suo sacrificio sulla croce non sono richiesti altri sacrifici di altri innocenti…  

Perciò i veri cristiani dovrebbero abbandonare la cattiva abitudine di festeggiare la Pasqua uccidendo agnelli, capretti ed altri animali.

Questa preghiera  è rivolta a tutti gli uomini di buon cuore, religiosi e non, che intendono contribuire alla santificazione della Pasqua con nobiltà d’animo e morigeratezza.

Per santificare la memoria dell'”agnus Dei”, invece di servirlo in tavola,  il nostro invito  è quello di salvarlo. Chi dispone di un terreno potrà  acquistare un agnello per tenerlo in vita, allevandolo come animale da compagnia. Infatti l’agnello si affeziona facilmente e da grande può essere utile a tener pulito il prato producendo inoltre dell’ottimo concime naturale…

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lunedì 25 marzo 2024

La transizione energetica è impossibile nel capitalismo - Raúl Zibechi

 

Il sistema capitalista è profondamente dipendente dai combustibili fossili ed è in agricoltura che quella dipendenza è decisiva. Quelli che sono in alto lo sanno, non possono e non vogliono sbarazzarsi del fossile: per questo promuovono una transizione energetica con cui consolidarsi in un periodo caos climatico. In questo senso, il capitalismo, scrive Raúl Zibechi, opera con le stesse modalità che mette in atto di fronte alle contestazioni del patriarcato e del colonialismo: cercando di legittimarsi con presunte politiche contro il maschilismo e il razzismo

 

Il capitalismo starebbe promuovendo una transizione energetica per consolidarsi in un periodo di crisi e caos climatico che può minacciare la sua [presunta] legittimità. In questo senso, opera con le stesse modalità che mette in atto di fronte alle contestazioni del patriarcato e del colonialismo: cercando di legittimarsi con presunte politiche contro il maschilismo e il razzismo, fingendo che il sistema condivida alcuni aspetti delle lotte femministe e di quelle dei popoli oppressi, con l’obiettivo di ritagliarsi un piccolo settore di fedeli che si incastonano al vertice della piramide del sistema.

Il recente Summit Mondiale sul Clima (COP 28), tenutosi a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ha dimostrato che promuovere la cura del clima e la transizione verso le energie rinnovabili è profondamente ipocrita quando l’evento si tiene in un paese dipendente dai combustibili fossili e l’amministratore delegato della National Oil Company viene nominato presidente della COP. Come sottolinea GRAIN, la COP è sembrata più un evento commerciale che un vertice intergovernativo sul clima: un incontro simile al Forum di Davos, dove si incontrano i miliardari. GRAIN aggiunge che i lobbisti dell’industria dei combustibili fossili e della carne hanno raggiunto il numero record di 2.756 persone che hanno riempito le sale e i corridoi (“La COP del clima se convierte en otra Davos”). E conclude che la COP è stata catturata dalle multinazionali del cibo e dell’agroindustria e che tutte le sue dichiarazioni sono vuote, mere pantomime e propaganda ad uso e consumo di un pubblico sprovveduto, che purtroppo non è piccolo e abbonda anche nelle organizzazioni che affermano di essere ambientaliste. È un peccato che ci siano ancora movimenti sociali che conferiscono credibilità a questi incontri e addirittura partecipano a questi eventi rivestendoli di una discutibile legittimità.

Penso che dobbiamo capire che il capitalismo realmente esistente è profondamente dipendente dai combustibili fossili, che gli Stati Uniti, in quanto nucleo centrale del capitalismo, sono intrinsecamente dipendenti dal petrolio e dal gas, e che non possono e non vogliono sbarazzarsene. In effetti, l’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale coincide con la scoperta e lo sfruttamento del petrolio; e il loro predominio si è consolidato con l’accordo del 1945 con l’Arabia Saudita.

L’esperta di energia Gail Tverberg sostiene che l’attuale sistema si basa sui combustibili fossili, che vengono utilizzati in ogni genere di attività, da Internet e dalla produzione di pannelli solari alla costruzione di edifici, all’estrazione di materie prime e al trasporto di merci.

Ma è in agricoltura che la dipendenza dai combustibili fossili è decisiva, in quanto l’attività agricola è diventata incredibilmente efficiente utilizzando grandi attrezzature meccaniche, di solito alimentate a diesel, insieme a una serie di prodotti chimici, tra cui erbicidi, insetticidi e fertilizzanti, sostiene Tverberg nel sito internet oilprice.com (“10 Reasons Why the World Can’t Run Without Fossil Fuels”).

 

Abbandonare l’agricoltura delle multinazionali significherebbe che i paesi ricchi vivrebbero come la maggior parte delle nazioni africane, che usano pochissimi combustibili fossili, o che le loro popolazioni vivrebbero come le popolazioni indigene e contadine dell’America Latina, dove il tempo di lavoro è principalmente dedicato alla terra e quasi non si utilizzano combustibili o prodotti chimici per l’agricoltura.

Un ultimo dato che collega il capitalismo alla depredazione della natura è fornito da un rapporto che afferma che le illegalità ambientali sono la quarta attività criminale più redditizia al mondo. Il rapporto si riferisce alla deforestazione illegale, all’estrazione mineraria, alla pesca e al commercio di fauna selvatica che sono diventati un enorme motore finanziario che, secondo l’Interpol, nel 2018 si stimava che generasse dai 110 ai 281 miliardi di dollari di entrate illecite all’anno su scala globale (“América Latina expande el marco legal contra los delitos ambientales”).

Come sappiamo, il nostro continente (America latina, ndr) è particolarmente vulnerabile ai crimini contro la natura, a causa della sua biodiversità e dell’abbondanza di minerali e di acqua. Le legislazioni promosse dai governi non riescono a frenare le attività estrattive né a mitigare i danni all’ambiente.

 

È necessario chiedersi perché tanto rumore intorno alla transazione energetica e all’impiego di energie rinnovabili. Buona parte del potere del sistema oggi risiede nella promozione di un ecologismo che non mette in discussione il capitalismo, servendosi dei nomi più diversi (inclusa l’attività mineraria verde o sostenibile) per convincere gli ambientalisti che devono credere nelle politiche progressiste.

Non è vero che grandi eventi come la COP, o le conferenze mondiali delle Nazioni Unite sulle donne e contro il razzismo, non hanno ottenuto grandi risultati. Hanno ottenuto molto più di quanto ci si potesse aspettare, ma in modo indiretto: hanno dato vita ai progressisti del mondo che distraggono chi sta in basso senza promuovere reali cambiamenti.


Fonte: “Imposible, la transición energética en el capitalismo”, in La Jornada, 23/02/2024. Qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autore. Nell’archivio di Comune gli articoli di Zibechi sono leggibili qui.

Traduzione a cura di Camminardomandando.

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domenica 24 marzo 2024

Il Paese invisibile - Mauro Armanino

 

Il Paese visibile viaggia in aereo, spesso per andare a trattare di circolazione di merci, il Paese invisibile migra. Il Paese visibile, nel suo territorio si muove in taxi, il Paese invisibile cerca di sopravvivere nelle zone di confine, a volte passa la frontiera a piedi o con qualche piroga. Il Paese visibile si affida a grandi commercianti, politici da loro pagati per assecondarli, e sempre più spesso a militari. Il Paese invisibile non viene riconosciuto, ma esiste e resiste. In molti angoli del mondo…

Contrariamente a quello visibile, il Paese Invisibile non viaggia. O meglio, semmai migra per cercare lontano quello che pensa di non trovare accanto. Invece, il due volte presidente del Niger, Issoufou Mahamadou, dopo alcuni mesi di segregazione forzata, ha viaggiato fino ad Addis Abeba. Un aereo speciale dal Ghana per l’ennesimo incontro sulla libera circolazione di beni, servizi (e persone?) in Africa. È andato, forse, a tentare di (ri)mediare per la crisi economica che il Paese attraversa dall’arresto ai domiciliari, da fine luglio dell’anno scorso, del presidente Mohammed Bazoum. Quanto al primo ministro e altresì ministro dell’Economia e delle Finanze del governo nominato dalla giunta militare al potere, Mahaman Lamine, ha viaggiato in vari Paesi prima di tornare all’ovile. Dal Congo, per un incontro sulla situazione in Libia, ha in seguito raggiunto, con una delegazione del governo per una visita di lavoro, Mosca, Ankara, Teheran e Rabat. Il Paese Invisibile, invece, passa la frontiera del Benin con la piroga come un clandestino ben noto.

I cittadini normali si muovono in taxi, bus o minibus all’interno del Paese. Altri sono sfollati a decine di migliaia attorno al lago Ciad o nella zona delle Tre Frontiere che unisce e divide i Paesi che hanno scelto di coalizzarsi. Niger, Mali e Burkina Faso si trovano coi militari al potere in seguito a colpi di stato motivati dall’incapacità dei civili di fronteggiare gli attacchi dei gruppi armati “terroristi”. Consapevolmente o meno i soggetti costitutivi del Paese Invisibile sono coloro che hanno imparato a sopravvivere, dalla colonizzazione francese ai vari regimi militari con timidi accenni alla democrazia della miseria. Il passaggio alla miseria della democrazia è avvenuto senza destare sospetti. Da un lato i Grandi Commercianti, i Politici da loro pagati per assecondarli, i militari come guardiani del rispetto dei patti e il popolo confiscato della sua sovranità. Il Paese Invisibile è composto da coloro che non sanno o ai quali non è dato sapere che in loro risiede la fonte del diritto, della politica e della giustizia. Quest’ultima è stata la grande assente dei vari regimi al potere.

“Gentile cliente, in conformità con l’ordinanza n.2023-18, che modifica e completa la n.2023-13 con la creazione di un Fondo di Solidarietà per la Salvaguardia della Patria, istituisce un prelevamento automatico di 10F su ogni appello a partire da 12F e su ogni ricarica superiore a 200F. Tutto ciò con lo scopo di contribuire in modo forte e sostenuto alla Salvaguardia della Patria a partire dal 25 gennaio del 2024…”. Anche i cittadini del Paese Invisibile hanno ricevuto questo messaggio sul loro telefono cellulare e, senza udibili commenti, si sono adeguati al premeditato salasso quotidiano. Un prelievo invisibile per uno scopo invisibile nel Paese Invisibile. Difficile misurare l’entità delle entrate e soprattutto delle uscite di questo inedito patrimonio pecuniario. Così com’è stato difficile capire come sono potuti arrivare senza sospetto, 1.400 chilogrammi in lingotti d’oro da Niamey in Etiopia il mese scorso. Il Paese Invisibile osserva, attonito e sono veramente in pochi, finora, coloro che fanno l’opzione di ascoltarne l’assordante silenzio.

Il Paese Invisibile esiste, resiste e persiste. In mancanza di intellettuali che hanno svenduto al miglior offerente quanto loro corrispondeva per missione, il popolo del Paese Invisibile ha imparato a memoria un detto tramandato di generazione in generazione. Tutto ciò che si fa senza di Lui è, in definitiva, contro di Lui.

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venerdì 22 marzo 2024

Tagliato il ristoro per l’ingiusta detenzione perché clochard - Riccardo Radi

 

Decurtato del 30% l’indennizzo a un uomo senza fissa dimora rimasto in carcere per 458 giorni. La Cassazione rimedia: “principio rovesciato”

di Riccardo Radi da Terzultima fermata

Sei un homeless con una “subalternità culturale” derivante dalla marginalità socio-economica, quindi la tua carcerazione di 458 giorni ti ha fatto soffrire meno di una persona “normale”. Il “ragionamento” di una corte di appello di Milano che ha decurtato l’indennizzo di un 30% ad un uomo rimasto in carcere per 458 giorni, accusato di reati infamanti come la violenza sessuale e i maltrattamenti.

Secondo il criterio matematico standard, il malcapitato avrebbe dovuto avere 235 euro per ogni giorno di carcere immeritato. Ma i 107.630 euro, sono diventati 75mila. Un taglio del 30% giustificato dalla condizione del ricorrente. La Cassazione sezione 3 con la sentenza numero 9486/2024 ha posto rimedio all’evidente discriminazione operata dalla corte di merito.

La Corte di merito aveva basato il decurtamento del 30% sulla base delle seguenti “considerazioni”: il prevenuto “almeno per il periodo, in cui fu sottoposto alla misura custodiale, era quella di un uomo che viveva in una situazione di accentuata marginalità socio-economica e di subalternità culturale”. Senza affetti e privo di una abitazione stabile ed è per questo che la corte di merito ha ritenuto congruo tagliare di un 30% l’indennizzo per la carcerazione patita, d’altronde l’aver vissuto in una baracca e l’assenza di un’occupazione “e di rapporti affettivi di qualsivoglia natura”, sono fattori che avevano certamente inciso molto negativamente sulla qualità della sua esistenza. Tutto questo doveva dunque necessariamente aver mitigato il patimento naturalmente connesso alla carcerazione.

Fortunatamente a questa visione “classista” e discriminatoria ha posto rimedio la Suprema Corte che sottolinea: “In ultima analisi, i criteri utilizzati dalla Corte territoriale legittimano una diversa quantificazione del criterio aritmetico (nel caso di specie con una sensibile riduzione del 30%) a seconda della condizione sociale, di marginalità, piuttosto che di normalità o di privilegio, una situazione quest’ultima che alla luce di questi criteri, dovrebbe conseguentemente avere effetti opposti, di aumento del quantum”.

Ragionando al contrario – afferma la cassazione – si dovrebbe dare un indennizzo più alto a chi vive nel lusso, magari in una villa con piscina, e può contare su solidi affetti: “per non parlare – scrivono i giudici – dell’incomprensibile richiamo, pure utilizzato nell’ordinanza impugnata – alla subalternità culturale”.

Mai parole sono risonate più calzanti: “La povertà è come una punizione per un crimine che uno non ha commesso” (Eli Khamarov).

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Dopo i trattori: un “protezionismo intelligente” per l’agricoltura - Sergio Simonazzi

  

Non intendo qui riprendere ciò che è stato scritto fino ad ora, talvolta con grande competenza, sulle proteste degli agricoltori in tutta Europa, ma soffermarmi sul contesto in cui si sono inserite. In particolare voglio ricordare cosa rappresenta per la comunità umana l’attività agro-zootecnica.

L‘agricoltura, anche se poco considerata (e proprio per questo retta in Europa esclusivamente da cospicui e iniqui provvedimenti della Politica Agricola Comunitaria), costituisce il settore primario dell’economia classica, mentre l’industria ne è componente secondaria. Essa è l’unica l’attività che, se gestita secondo i principi della agroecologia, garantisce un’economia eterna. Oltre che produrre derrate alimentari, poi, assicura equilibri territoriali e biodiversità così costituendo uno dei principali ostacoli al diffondersi delle pandemie. Il terreno agricolo assorbe, secondo l’ISPRA, 500 kg/ha/anno di CO₂ e trattiene quasi 4 milioni di litri d’acqua per ettaro sì che l’attività produttiva si intreccia con la riduzione dei disagi prodotti dall’ormai acclarato cambiamento climatico: non a caso le poche figure istituzionali “illuminate”, in Italia e nel mondo, tendono a diminuire la cementificazione del territorio. Di più, in termini di salute, il buon cibo prodotto da un’agricoltura naturale e sana è, insieme all’aria non inquinata, uno dei cardini della “prevenzione primaria”: più della stessa diagnosi precoce delle malattie che, al contrario di ciò che si pensa, è uno strumento di prevenzione secondaria. A ciò consegue anche che adeguati investimenti nel settore agricolo sono ampiamente compensati dai risparmi in spese per costose e dolorose terapie.

Alla luce di queste considerazioni vorrei formulare alcune semplici proposte di intervento nel settore agricolo, da sempre trascurato dalla politica.

Primo. Occorre anzitutto dare concreta applicazione alla proposta di “sovranità alimentare” elaborata nel 1996 dall’associazione sudamericana Via Campesina. Tale proposta afferma il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie di produzione, distribuzione e consumo di cibo: tutt’altra cosa, rispetto alla agrozootecnia industriale, che si caratterizza per monocoltura (antitesi della biodiversità) e allevamenti intensivi le cui produzioni sono destinare precipuamente alla esportazione e alla grande distribuzione.

Secondo. Bisogna, poi, annullare gli accordi internazionali che prevedono prezzi fissi per i prodotti agricoli poiché, in agricoltura, le produzioni sono condizionate non solo dalla professionalità degli agricoltori, ma soprattutto da condizioni climatiche differenziate da paese a paese e dalla imprevedibilità delle stesse a causa dei cambiamenti climatici.

Terzo. La razionalità indica che l’ortofrutta, prodotto ad alto contenuto di acqua (che – come noto è il maggior attivatore di fermentazione…), deve essere consumata quanto più possibile vicino al luogo di produzione al fine di permetterne la raccolta a maturazione adeguata e, conseguentemente, al massimo delle qualità organolettiche. Al contrario, se questo alimento viene prodotto a migliaia di km di distanza, si impongono alcuni procedimenti impropri: raccolta prematura, trattamenti chimici per impedirne la decomposizione, confezioni più complesse per la conservazione etc. Senza contare l’utilizzo di energia fossile per il trasporto, alla faccia della prevenzione primaria e delle sostenibilità! Questa forma di autarchia avrebbe anche l’effetto di consentire, nei paesi più poveri, l’orientamento delle produzioni alimentari verso i consumi interni e non verso il bulimico e ricco mondo occidentale.

Quarto. Occorre, infine, diminuire il consumo di carne, come indicato dall’OMS, a 4-500 grammi pro capite alla settimana (ovvero circa 20 kg annui). Vi sono attualmente nazioni in cui se ne consumano oltre 100 kg all’anno (USA e Australia: dati 2020); in Italia se ne consumano 60-70 kg annui (dati Slow Food). Una minore ingestione di carne garantirebbe infatti, oltre a un miglioramento della salute umana, una migliore gestione del territorio: basti considerare che la diminuzione del carico di bestiame (bovini in primis) per ettaro comporta minori deiezioni, con conseguente rispetto della “Direttiva nitrati” al fine di non inquinare le falde acquifere.

In sintesi, occorre affidarsi, in agricoltura, a un “protezionismo intelligente”. Lo impongono, come si è visto, il mantenimento di una buona salute e il risparmio energetico da combustibili fossili. Ciò non vuol dire negare la possibilità di scambi internazionali. Ma devono essere ragionevoli


P.S. A supporto di quanto esposto ricordo un articolo di una grande femminista, saggista ed ecologista, Carla Ravaioli, dal titolo Keynes e l’arte della vita, risalente a 20 anni fa, che cita la seguente frase dello stesso Keynes: «Ho simpatia per coloro che vogliono minimizzare piuttosto che massimizzare l’intreccio economico tra le nazioni. Le idee, la conoscenza, l’arte, l’ospitalità, i viaggi, sono tutte cose che per natura sono internazionali. Ma le merci dovrebbero essere di fabbricazione nazionale ogni volta che ciò è possibile e comodo».

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giovedì 21 marzo 2024

I buoni e i cattivi delle rivoluzioni - Mauro Armanino

 

Vogliono impadronirsi del potere e spergiurano che questa volta le cose cambieranno davvero. La loro sarà una vera rivoluzione perché loro sono i buoni e non conoscono dubbi e fragilità. Ma c’è una cosa che i buoni non dicono mai: hanno bisogno di asservimento volontario al loro potere, a fin di bene naturalmente, insomma non cercano persone che pensano in modo critico, non delegano e fanno perdere tempo alla rivoluzione. «Forse l’unica e autentica rivoluzione che meriti questo nome – scrive Mauro Armanino dal Niger – è quella che non sa di esserlo, consapevole della sua intrinseca e umana fragilità. La sola che si avvicini a questa utopia è quella che la sabbia, gelosamente, nasconde agli occhi dei “buoni”…»


Il Niger ha vissuto il suo primo putsch nel 1974. Fu organizzato da un quartetto di ufficiali guidati dal tenente colonnello Seyni Kountché, il quale giustificò la sua presa di potere con le difficoltà sociali evidenziate dalla carestia… “Dopo quindici anni di regno segnati da ingiustizia, corruzione, egoismo e indifferenza nei confronti del popolo al quale pretendeva di assicurare benessere, non possiamo più tollerare la permanenza di questa oligarchia”. Ci troviamo nello stesso anno nel quale Edoardo Bennato lanciava una canzone il cui testo inizia con “Arrivano i buoni, Arrivano, arrivano” e continua come segue:

Finalmente hanno capito che qualcosa qui non va
Arrivano i buoni e dicono basta
A tutte le ingiustizie che finora
Hanno afflitto l’umanità

L’ultimo (per ora?) della serie dei putsch è stato giustificato dal discorso dal presidente della transizione, il generale Abdourahamane Tiani, all’occasione degli auguri per la festa dell’indipendenza nel passato mese di agosto: ”È questa la sede per ribadire con estrema chiarezza che l’unica ragione dell’azione del CNSP è e rimane la salvaguardia della nostra patria, il Niger… Semplicemente, sono in gioco le vite del popolo nigerino e l’esistenza stessa del Niger come Stato … vi sono i problemi ormai endemici della corruzione diffusa e dell’impunità, della cattiva gestione, dell’appropriazione indebita di fondi pubblici, del clanismo di parte, della radicalizzazione delle opinioni e delle posizioni politiche, della violazione dei diritti e delle libertà democratiche, della deviazione del quadro statale a vantaggio di interessi privati e stranieri, dell’impoverimento delle nostre popolazioni laboriose”. Stesse cose, cinquant’anni dopo.

Quanti sbagli, quanti errori
Quante guerre e distruzioni
Ma finalmente una nuova era comincerà

La storia umana è una mescolanza di sabbia: si rincorrono imperi, regimi di eccezione, repubbliche, monarchie, dittature e rivoluzioni. Alcune più note e altre meno ma tutte con l’inconfessata speranza di un mondo differente, nuovo o semplicemente migliore del precedente. Solo che nella storia succede come nella vita perché nulla si crea e nulla si distrugge del vissuto. Si girano le pagine del libro le cui pagine sono scritte dalla sabbia, cancellabili e, proprio come la vita, fragili. Troppe volte le promesse dei fautori di rivoluzioni non erano che colpevoli miraggi. Altre volte le legittime aspirazioni del popolo si trovano poi tradite dalla realtà del quotidiano. L’esperienza insegna infatti che bene e male, saggezza e follia, verità e menzogna si mescolano e confondono a seconda delle stagioni e dei rapporti di forza. Allora da uno stato di eccezione si passa alla normalità o, se vogliamo, è la banalità del male che anela a un ulteriore putsch con altri giusti che, finalmente, metteranno i “cattivi” in grado di non nuocere.

Arrivano i buoni ed hanno le idee chiare
Ed hanno già fatto un elenco
Di tutti i cattivi da eliminare

Le liste sono flessibili e sfuggevoli perché, anch’esse, di sabbia e dunque mutevoli. Non casualmente si celebrano processi sommari di delinquenti notori. Vengono istituiti spesso comitati di salute pubblica, di protezione della rivoluzione e si salveranno dal ripudio solo coloro che danno assicurazioni di trasparente onestà, gente con “le mani pulite”. Sono loro i prescelti per governare o comunque orientare e conservare lo spirito della rivoluzione. La giustizia mostra in tutta evidenza ciò che ci sia aspetta da lei e dunque l’asservimento volontario al potente di turno. Spariscono cittadini, attivisti, corrotti e corruttori del sistema. Liste che si aggiornano in continuazione sotto la guida di gente “illuminata” dallo spirito del tempo e dal senso della storia dei vincitori. Naturalmente questo processo di identificazione dei “cattivi” si apparenta a un cantiere permanente per vocazione e soprattutto domanda tempo, anni ed è ciò che si definisce come “rivoluzione permanente”. Tutto ciò durerà finché i nuovi padroni saranno, prima o poi, loro stessi vittime del loro tempo di transizione. Arriveranno altri buoni, migliori dei precedenti per completare il lavoro.

Così adesso i buoni hanno fatto una guerra
Contro i cattivi, pero hanno assicurato
Che è l’ultima guerra che si farà
Finalmente una nuova era comincerà

Difficile affermare se quelle che abbiamo finora designato col nome pomposo di “rivoluzioni” lo sono state davvero. Oppure sono state le cronache di tradimenti annunciati fin dal loro germe sapendo che tra i mezzi adoperati e il fine perseguito c’è complicità e continuità inscindibile. Forse l’unica e autentica rivoluzione che meriti questo nome è quella che non sa di esserlo, consapevole della sua intrinseca e umana fragilità. La sola che si avvicini a questa utopia è quella che la sabbia, gelosamente, nasconde agli occhi dei “buoni”.

da qui

mercoledì 20 marzo 2024

Sette vite - Miguel Martinez

La prima vita è di Paolo.

Avrà settant’anni, lo incontro al tramonto, nel nostro Giardino.

Parla in modo raffinato, voce gentile e appena ironica, e mi fa subito simpatia.

“E’ la prima volta che capito qui… ma mi chiedo, avete per caso uno spazio coperto?

Io non ho alcun reddito, dormo all’Albergo Popolare, ma di giorno, vedete, io vado alla Biblioteca Thouar… ho trovato un angolo tranquillo, mi metto lì e tiro fuori la mia tastierina e le cuffie, e compongo musica, senza disturbare nessuno. Solo che adesso stanno facendo i lavori in biblioteca, non ci posso più andare…

Sei messicano? Mia sorella andò in Argentina per studiare il tango!

Che musica creo? Io sono vecchio, i miei maestri sono i Beatles e Jimmi Hendrix”

La seconda vita è di una coppia luminosa di quasi ottantenni, che da decenni, di notte, fanno comparire cibo e coperte per quelli che dormono per strada (compreso quello che diceva, “io preferisco dormire per strada, perché all’Albergo Popolare c’è gente troppo schifosa“).

La figlia della coppia luminosa è musicista, il compagno della figlia si occupa di teatro. E lui una sera la massacra a colpa di pentolate, le spacca le costole, la sta per strangolare, e lei trova la forza di fissarlo negli occhi, lui caccia un urlo e scompare e il giorno dopo lui si suicida lanciandosi da un ponte.

Lei ieri è andata a fare un concerto, vi serve una musicista classica?

La terza vita la incontro all’autostazione di Bologna.

Lui tiene in mano una lattina di birra, lei è tutta piegata e spinge un carretto.

Al mondo, lui urla, con tutte le sibillanti emiloromagnole,

“Io pago le tasse, e con le mie tasse pagano la guerra in Ucraina! Romano Prodi non lo avrebbe mai fatto!”

E siccome io sono una calamita vivente, dopo aver passato decine e decine di persone, lui torna di me, e mi dice,

“Sono Paganelli Romano, ho cinquasette anni e Prodi mi fece trovare lavoro! Prodi non avrebbe mai speso i nostri soldi in missili per la guerra, lei è d’accordo? Ma lei da dove viene?”

“Sono messicano”

“Che onore! Io mi sono vaccinato tre volte per il Covid – questa è solo la seconda birra che bevo oggi – e mi sono cascati tutti i denti! Il mio medico dice che è per il vaccino! Lei è di Firenze? Mio zio Paganelli Lino lavorò per la principessa Strozzi, di Firenze!”

Ci stringiamo forte la mano e trovo bellissimo il suo sguardo, sento che nella sua follia, è un amico vero.

La quarta vita, me la raccontano quasi a caso, un ragazzo figlio unico della profonda Sicilia che andò a studiare giurisprudenza a Bologna, avrebbe potuto studiare anche a Palermo.

Una sera i genitori telefonano, lui non risponde, risponde il compagno di stanza, “gli ho bussato, ma non lo vogliamo disturbare”, e i genitori presi da una strana intuizione, insistono, ma niente… quando la polizia sfondò la porta, lo trovano morto d’eroina.

La quinta vitanon c’è più nemmeno quella, è di un ragazzino di diciannove anni, figlio di una mamma immigrata semplice e coraggiosa, che ha fatto ciò che poteva… l’hanno ammazzato l’altra notte a coltellate qui a Firenze, per qualche orrenda inutile sciocchezza, che avrà distrutto anche le vite degli assassini.

La sesta vita la incontro sul Ponte…

La zingara del Kosovo, anni e anni che ci incrociamo con la sua pelle scura di indiana, anni fa mi raccontava che erano in diciassette a vivere tutti in un unico appartamento scampato non si sa come agli speculatori.

Sul ponte dedicato ad Amerigo Vespucci, la zingara mi racconta che ha tre figlioli,e il marito l’ha mollato, e mi chiede, se posso trovarle lavoro, qualunque lavoro.

“Ma io spero solo in Dio, perché in Lui ci credo!”

Appena nato il suo bimbetto, dissi, ما شأالله

che vuol dire, “è quello che Dio ha voluto”, e così nessuno può sospettare invidie…

e stasera, anche lei mi dice, mashaa’Allah come è bella!, guardando mia figlia, e penso a lei, ai suoi tre figlioli, a come senza soldi deve pagare settecento euro di affitto, e alla sua splendida fede che è l’unica arma che ha.

La settima vita è la mia, e io mi chiedo, cosa può fare per tutta questa piccola gente,

e poi magari anche questa settima vita avrebbe profondamente bisogno di qualcosa, solo che non ho il tempo per chiedermi, di cosa.

da qui