venerdì 15 dicembre 2023

Boom di resort in Libia, anche con soldi delle milizie - Giovanni Corzani

 

A est di Tripoli, le stesse coste da cui partono i migranti sono diventate negli ultimi anni anche una meta turistica. Il caso del Royal Dyar resort, gestito da uomini legati al capo milizia Bashir Khalaf Allah, detto Al-Baqara

La bianca e lussuosa terrazza del bar si affaccia su una piscina vista mare. Di fronte, una spiaggia di sabbia e il Mediterraneo; alle spalle, una lunga serie di edifici residenziali bianchi. Il Royal Dyar resort hotel si trova in Libia, a est della capitale Tripoli. Dall’alto, appare come una fila di quadretti bianchi punteggiati di verde, parallela alla quale ne corrono altre, identiche. Sono altre strutture turistiche. Le stesse coste da cui partono i migranti sperando di attraversare vivi il Mediterraneo sono diventate negli ultimi anni anche una meta di villeggiatura, come testimoniano le immagini satellitari degli ultimi nove anni, elaborate da PlaceMarks per IrpiMedia. Dal 2014 ad oggi, nel tratto di terra che si estende tra Tajoura e Garabulli, nell’arco di soli sette chilometri sono state costruite oltre 60 strutture, tra resort, alberghi e complessi turistici.

 

Di chi sono i soldi investiti per la costa dei resort della Libia? Almeno in un caso, sono i proventi delle scorribande di una milizia. Tre fonti libiche, infatti, confermano che il Royal Dyar resort hotel è gestito da uomini che rispondono a Bashir Khalaf Allah, uno dei signori di Tajoura, un miliziano che da anni si contende il predominio del territorio con altri clan rivali e che gestirebbe anche un centro di detenzione per migranti. Khalaf Allah è originario della città di Misurata ed è noto anche con il soprannome di “Al-Baqara” (la mucca, in italiano). È il leader di una milizia che porta il suo soprannome, anche nota come 33esima Brigata, oppure come Rahbat al-Duru, dal nome di una base militare di Tajoura, secondo quanto riporta uno studio del febbraio 2022 della Divisione dell’informazione, della documentazione e della ricerca (Didr) dell’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi. La brigata è alleata al Governo di unità nazionale guidato dal premier riconosciuto dalle Nazioni Unite Abdul Hamid Debaiba, nonostante negli anni sia stata anche in contrasto con il governo tripolino in carica. «Da queste parti è un fatto noto» che il Royal Dyar sia suo, spiega Jalel Harchaoui, un ricercatore specializzato in Nord Africa, con un focus specifico sulla Libia.

Non esistendo un registro imprese online non è possibile verificare chi sia il titolare effettivo dell’impresa. Le fonti di IrpiMedia convergono però sul fatto che il resort sia intestato a Mahmoud Elmasharta, un uomo d’affari originario di Suq al-Jumaa, un distretto dell’area metropolitana di Tripoli, anch’essa a est dalla capitale. Elmasharta, in origine, era vicino alle temute Forze speciali del ministero dell’interno libico RADA, cui forniva servizi strategici di viaggio, ma, a seguito di una rottura dei rapporti con il dicastero, è stato arrestato per alcuni mesi. Quindi, una volta rilasciato, si è alleato con i rivali delle Forze speciali, tra cui Khalaf Allah. IrpiMedia ha cercato di raggiungere via email e social network la brigata di Al-Baqara ma non è stato possibile entrare in contatto.

L’ascesa di “Al-Baqara”, la mucca

Khalaf Allah è divenuto noto dopo la prima guerra civile libica del 2011, cominciata in seguito alla caduta di Gheddafi. Era tra coloro che combattevano per il controllo della capitale Tripoli. Al tempo non era ancora un leader, ma uno dei giovani il cui ruolo era dirigere operazioni specifiche come il comando di un gruppo armato per partecipare a conflitti, assalti o rapimenti.

Negli anni seguenti, Al-Baqara è emerso come uno dei capi di milizia più importanti che hanno lavorato con il Gna, il Government of National Accord, il governo provvisorio libico di Fayez al Sarraj che si è formato nel 2015 e che, prima di sciogliersi nel 2021, ha firmato nel 2017 il Memorandum of Understanding con l’Italia per la gestione dei flussi migratori dalla Libia e il rafforzamento della Guardia costiera libica.

Khalaf Allah è considerato vicino al mondo politico islamista, in particolare al Gran Mufti Sadiq al-Ghariani, che risiede proprio nella regione di Tajoura. Nel 2017, a seguito di una crisi diplomatica tra Qatar, da un lato, e, dall’altro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrain, questi ultimi Stati hanno stilato una lista di persone e istituzioni che hanno finanziato organizzazioni terroristiche e ricevuto sostegno proprio dal Qatar. Tra i nomi, appare anche quello di Sadiq al-Ghariani, a causa delle sue attività in Libia che avrebbero comportato la diffusione di propaganda islamista radicale e incitato alla violenza. Secondo il Libya Herald, un quotidiano in lingua inglese con sede a Tripoli, al-Ghariani sarebbe coinvolto nell’operato di numerose organizzazioni qatariote e avrebbe anche un permesso di soggiorno del Qatar.

Mentre Khalaf Allah si afferma come leader e tesse le sue relazioni, la Libia vive anni decisamente complicati, durante i quali però si creano le condizioni per la crescita del settore turistico cui anche lo stesso Al-Baqara ha preso parte. Il boom di investimenti sulla costa fuori Tripoli è iniziato nel 2014, in concomitanza con la seconda guerra civile libica, che ha visto contrapporsi il governo internazionalmente riconosciuto della capitale Tripoli a quello della città orientale di Tobruk, sostenuto militarmente dal generale Khalifa Haftar.

Il conflitto, che è proseguito fino al 2020, ha fortemente limitato e a volte bloccato gli spostamenti dei cittadini libici, anche nei Paesi vicini come Tunisia o Egitto. Quest’ultimo, in particolare, per l’ingresso dalla Libia, ha introdotto dei visti molto difficili da ottenere. Per le classi particolarmente abbienti, quindi, è diventato complicato anche andare in vacanza e così alcuni imprenditori locali hanno avuto l’idea di costruire un primo resort ad est di Tripoli. La risposta è stata positiva, le richieste elevate e così altri businessmen e alcuni uomini delle milizie hanno iniziato a investire nell’offerta turistica locale, utilizzando in nero anche i fondi fatti durante la guerra…

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mercoledì 13 dicembre 2023

Contro l’autonomia differenziata per salvaguardare il servizio sanitario nazionale - Giovanni Caprio

 


Ettore è nato il 3 ottobre all’ospedale di Santorso (VI) ed è morto poco più di un mese dopo all’hospice pediatrico di Padova. Una morte forse evitabile. Una brutta storia che potrebbe purtroppo ripetersi non solo in Veneto ma anche nelle altre Regioni che ancora oggi non offrono lo screening neonatale per la SMA, l’atrofia muscolare spinale, una malattia rara devastante, ma diagnosticabile alla nascita e quindi affrontabile con un trattamento salvavita, anche a soli due giorni di vita in casi eccezionali. Sarebbero bastate poche gocce di sangue prelevate dal tallone del neonato per diagnosticare la malattia ed Ettore probabilmente non solo sarebbe ancora vivo, ma avrebbe già beneficiato di una terapia che – se assunta precocissimamente, prima della comparsa dei sintomi – gli avrebbe garantito uno sviluppo motorio analogo a quello dei bambini della sua età: pur avendo la Sma, avrebbe imparato a stare seduto e avrebbe camminato.

Ad oggi in Italia sono solo 10 le regioni (Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Liguria, Puglia, Piemonte, Valle d’Aosta, Toscana e Trentino – Alto Adige) che effettuano lo screening per la SMA su base stabile e su tutto il territorio regionale. E lo fanno in autonomia poiché la legge n. 167 del 2016 ha stabilito l’inserimento dello screening neonatale esteso (SNE) nei LEA, ma manca tuttora il decreto di aggiornamento del panel nazionale e le regioni sono andate avanti, quindi, in maniera autonoma, con il risultato che, anche in questo caso, siamo costretti a registrare differenze regionali enormi. E tutto ciò per un ingiustificabile ritardo del Governo. Ci si attiva ad horas per convocare in via straordinaria il Consiglio dei Ministri per offrire la cittadinanza a una bambina inglese inguaribile, ma ci si dimentica di rendere lo screening per la SMA effettivamente obbligatorio su tutto il territorio nazionale. La vicenda è puntualmente ricostruita da VITA: https://www.vita.it/ettore-morto-per-colpa-di-un-decreto-che-tutti-vogliono-e-nessuno-firma/.

In questa triste storia ancora una volta colpisce, tra le altre cose, il “disordine sanitario” che si è venuto a creare in questo Paese e la sempre più insopportabile disparità territoriale nell’accesso alle cure, fortemente diseguale tra nord e sud, da regione a regione. La frattura strutturale che attraversa il Paese costringe già da tempo le cittadine e i cittadini a spostarsi da una regione all’altra per essere curati. Una frattura destinata a diventare una voragine con l’Autonomia differenziata apparecchiata dal disegno di legge Calderoli. Nel valutare gli adempimenti regionali, al 2021, dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta ha sottolineato che:

«Il monitoraggio del Ministero della Salute 2021 conferma il gap strutturale tra Nord e Sud proprio nel momento in cui il Comitato LEP ritiene che in materia di salute non sia necessario definire i LEP, vista la presenza dei LEA. Questa proposta suggerisce per le maggiori autonomie in sanità una scorciatoia pericolosa, visto che il disegno di legge Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei LEP secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale. Considerato che le nostre analisi sull’esigibilità dei LEA confermano anche per l’anno 2021 un enorme gap Nord-Sud, è evidente che senza definire, finanziare e garantire i LEP, le maggiori autonomie in sanità legittimeranno normativamente questa frattura, compromettendo l’uguaglianza dei cittadini di fronte al diritto costituzionale alla tutela della salute e assestando il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale».

Ma il disegno di legge del Governo sull’Autonomia regionale differenziata, testo presentato dal solo ministro Calderoli, viaggia come un treno impazzito e fra poco sarà pronto per l’aula del Senato. A nulla sono valse le considerazioni e i rilievi formulati dalla Corte dei conti e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Né hanno scalfito più di tanto il ministro leghista le dimissioni di Giuliano Amato, Franco Bassanini, Franco Gallo e Alessandro Pajno dal Comitato presieduto da Sabino Cassese per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, con le quali avanzavano critiche sulla definizione dei parametri per assicurare i diritti civili e sociali a tutto il Paese, sul ruolo del Parlamento e sulle materie da sottrarre alla devoluzione. E non è riuscito a installare qualche dubbio nella testa del senatore Calderoli neppure il Governatore della Banca d’Italia, il quale con una puntuale lettera ha ricordato che per garantire i diritti a tutti occorre avere tutto il quadro finanziario per gli interventi, altrimenti si corre il rischio di vedere aumentate le differenze tra le Regioni. Così come a nulla fino ad ora sono servite le oltre 100mila firme raccolte sulla proposta di legge costituzionale per la riscrittura dell’art. 116, comma 3, la rivisitazione dell’art. 117 (con lo spostamento di alcune materie dalla potestà concorrente a quella esclusiva dello Stato, a partire proprio dalla tutela della salute) e l’introduzione di una supremacy clause della legge statale. Niente. Nonostante l’aumento del dissenso motivato sull’Autonomia differenziata – dissenso espresso sia sul metodo che nel merito  le destre-destre vanno avanti a testa bassa verso la distruzione dell’unità del Paese e la “secessione dei ricchi”.

Destre-destre capaci di tutto e che hanno i numeri in Parlamento per approvare il disegno di legge Calderoli, soprattutto se questo è “merce di scambio” con l’altro pericoloso pasticcio chiamato premierato. Con buona pace delle parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno 2022:

«Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne – creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza. Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione».

Aggiungendo, proprio a proposito del Servizio Sanitario Nazionale che: «Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio Sanitario Nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive».

Anche per l’Autonomia differenziata dovranno essere le cittadine e i cittadini a fare da argine per fermare l’attacco alla Costituzione, all’Unità del Paese e al Servizio Sanitario Nazionale, mobilitandosi, per via referendaria, affinché si possa una volta per tutte farla finita con la stagione della secessione leghista, che sotto varie vesti va avanti già da troppo tempo e che – anche grazie alla cedevolezza di una certa sinistra – ha già prodotto numerosi guasti in questo Paese.

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martedì 12 dicembre 2023

L’intenzionalità dello sguardo - Sara Costanzo

 

Il compito pedagogico desidera essenzialmente assicurare alla persona le condizioni del suo fiorire, e mira a creare il terreno culturale e umano più adeguato affinché queste proprietà fondamentali e costitutive della persona si sviluppino pienamente.

Lo sguardo fenomenologico osserva l’essere umano come soggettività psichica e individualità che si realizza nella libertà, nell’autonomia e nella responsabilità, ed è in grado di cogliere quegli aspetti non quantificabili che pure hanno un senso fondamentale nell’esperienza educativa (Husserl, Merleau-Ponty). Il compito della fenomenologia in campo pedagogico, pertanto, è quello di stabilire come la persona diventi tale, più che ricercare che cosa sia una persona. 

Come scriveva Edith Stein, “la pedagogia deve re-imparare a cogliere le cose stesse abbandonandosi ad esse”. Il primo gesto educativo non consiste quindi tanto nel dire o fare qualcosa, bensì nel guardare e nell’ascoltare l’esperienza. È costitutivo del nucleo teorico della fenomenologia questo atteggiamento del “lasciar vedere” e del “lasciar emergere” il fenomeno, anziché ricondurlo a qualcosa d’altro. La fenomenologia intesa come attitudine educativa allena dunque la sensibilità della persona a significare e ri-significare la propria esperienza. Osservare è il primo grande atto educativo. Lo sguardo presuppone che si aprano intenzionalmente gli occhi per vedere. E per farlo è necessario “trovarsi in presenza” dell’altro, assaporarne i contorni, le diversità, le sfumature.

«Osservare – scrive Pierre Durrande – non è un atto di voyeurismo. Si entra in punta di piedi alla porta dell’Altro, occorre bussare alla sua porta. E se il nostro è uno sguardo appassionato, è probabile che l’Altro apra la porta e si lasci incontrare».

Oggi siamo molto condizionati dal desiderio di tenere sotto controllo le persone e le cose, al punto di vedere di fatto nell’altro solo le immagini che captiamo o proiettiamo. Certo è molto arduo esercitare un lavoro “di sgombero” che permetta all’altro di esistere, mostrandosi nella propria coloritura personale. Tuttavia è dentro questo esercizio di consapevolezza che si gioca la qualità del legame educativo. Uno sguardo libero sull’altro è uno sguardo vero. Non sarà spontaneamente uno sguardo “nuovo”, nel senso che si porterà con se le rappresentazioni che noi ci facciamo dell’altro, ma su questo è possibile lavorare e crescere, accettando di volta in volta il rischio di abitare la relazione.

In questo approccio educativo il campo della relazione è fondamentale. Non c’è un dispositivo esterno da sovrapporre alla realtà della persona, ma ciascuna persona, proprio grazie alla relazione, è in grado di sviluppare un suo “dispositivo” interno e autonomo attraverso il quale può orientarsi e camminare nel mondo. Come scriveva la Stein, ”il dovere ultimo dell’attività educativa (ed anche il limite oltre il quale non può spingersi) è proprio quello di condurre il soggetto all’autoeducazione e all’autoformazione“. Nel lavoro educativo ogni persona infatti è un intero in costruzione che esige di essere riconosciuto e accolto nella sua fisionomia essenziale. L’intenzionalità pedagogica consiste proprio nello sviluppare un approccio educativo idoneo a rendere conto di questa unicità.

Ciascuno di noi è certamente il risultato dei condizionamenti interni ed esterni che ci hanno coinvolto e che tutt’oggi ci formano, ma accanto ad essi gioca un ruolo fondamentale la nostra capacità di autodeterminarci liberamente. Nella prospettiva fenomenologica l’educatore va oltre la cura per cedere il passo alla responsabilità autoformativa dell’Altro. L’educatore è colui che aiuta l’Altro – in questo viaggio, a diventare protagonista della propria avventura esistenziale e formativa.

Nella scuola per esempio uno sguardo fenomenologico è contrario al modello frontale di educazione, dove il docente “trasferisce” nella mente del discente il suo sapere superiore secondo un ordine “a senso unico“, culturalmente e socialmente basato sul vassallaggio. Adottare uno sguardo fenomenologico in educazione significa osservare la classe come una comunità di persone che sia in grado di diventare nel tempo responsabile della propria autoformazione. Lavorare come insegnante quindi, per uscire dal ruolo del docente-capo di una struttura classe univocamente dipendente, è un ‘obiettivo pedagogico che diventa anche un ottimo antidoto contro l’omologazione crescente. Certo occorre tempo, dedizione, cura, fatica.

«C’è sempre un “di più” da conoscere, c’è sempre da amare di più, perché l’attesa della speranza non ha limiti  (Pierre Durrande, “L’arte di educare alla vita”)».

Assumersi l’incarico di educare in una prospettiva fenomenologica è aiutare l’altro ad assaporare la propria intenzionalità esistenziale, orientarlo nella scoperta di sé all’interno di un costante dialogo intersoggettivo con le “cose del mondo”. Perché questo accada, occorre uno sguardo sull’altro che sia capace di ospitare i simboli, le immagini, i sogni, inclusi i dubbi, le contraddizionii dilemmi e i conflitti che lo attraversano. Occorre rinunciare a una visione totalizzante e chiarificatrice scandita da tempistiche veloci e serrate, in favore di una messa a fuoco più graduale, di uno sguardo più diffuso, partecipativo – a tratti direi quasi onirico – sulla nostra quotidiana esperienza di alterità.

«Forse vale la pena – suggerisce Paolo Mottana in “Miti d’oggi nell’educazione e opportune contromisure” –  commisurare i nostri passi al mistero di ciò che ci circonda, affinare la nostra sensibilità, migliorare lo stile dell’accoglienza e della riconoscenza, ricostruire una graduale devozione verso l’apparire delle cose».

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lunedì 11 dicembre 2023

Crescono i lettori, ma più della metà legge meno di due ore a settimana - Giovanni Caprio

 

Crescono i lettori al 74%, ma più della metà legge meno di due ore a settimana

Crescono gli italiani che leggono: secondo l’indagine di Pepe Research per l’Associazione Italiana Editori (AIE), nel 2023 sono il 74% le persone tra i 15 e i 74 anni che hanno letto almeno un libro a stampa (anche solo in parte), un e-book o ascoltato un audiolibro nei 12 mesi precedenti. Si tratta in valori assoluti di 32,8 milioni di persone.
Nel 2022 l’indice di lettura era del 71%, del 68% nel 2019 prepandemia.
Ma mentre cresce il numero assoluto di lettori, cala la percentuale di chi legge con frequenza almeno settimanale.
I dati sono stati presentati durante “Più libri Più liberi”, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, che a Roma ha chiuso i battenti in queste ore.

“Più che il numero di lettori stanno diventando rilevanti altri elementi che qualificano l’atto del leggere, ha spiegato Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi di AIE.

Rispetto al 2022, ed è una tendenza che già si era vista negli anni precedenti, cala la percentuale di lettori che legge almeno una volta a settimana (erano il 72% dei lettori, adesso sono il 67%), mentre parallelamente aumenta la percentuale di chi legge solo qualche volta all’anno, dall’8% al 13%”.

Il tempo medio di lettura durante la settimana è di 4 ore e 18 minuti, ma un quarto degli intervistati (24%) dichiara di non avere letto nulla nella settimana precedente l’indagine e un altro 30% lo ha fatto per meno di due ore.

In sintesi, più della metà degli italiani che si dichiarano lettori, legge per meno di due ore a settimana. Se invece guardiamo ai nuovi modi della lettura, vediamo che un quarto degli utenti delle piattaforme social ha fruito di contenuti narrativi presenti sulle stesse piattaforme social o su piattaforme di condivisione di storie, ovvero 10,2 milioni di italiani. Tra questi, una percentuale del 15% non legge libri, e-book o ascolta audiolibri: equivale a dire che un 3% della popolazione si approccia alla narrazione fuori dalla forma libro, a stampa o digitale.

Per quanto riguarda specificamente i lettori di fumetti, questi sono il 21% degli italiani e rappresentano un insieme mediamente con consumi culturali più articolati dell’insieme dei lettori italiani. In particolare, i lettori di fumetti leggono più frequentemente (il 35% lo fa tutti i giorni contro il 31% dell’universo complessivo dei lettori), utilizzano di più i social network (il 95% lo fa tutti giorni contro il 90% dell’universo dei lettori), in un numero maggiore di casi possiedono e usano un e-reader (40% contro 24%), in un numero maggiore di casi ascoltano audiolibri (29% contro 16%).

Il tasso di lettura degli italiani rilevato da AIE differisce però profondamente da quello rilevato dall’ ISTAT a causa del tipo di domanda diversa che è stato posta ai due campioni intervistati, a loro volta espressione di fasce di popolazione differenti. Di fatto, le due indagini rilevano fenomeni diversi.
L’indagine ISTAT, che stima i lettori italiani al 39,3% nel 2022, popolazione di sei anni e più, chiede al campione “Negli ultimi 12 mesi ha letto libri (cartacei, ebook, libri online o audiolibri)? Consideri solo i libri letti per motivi non strettamente scolastici o professionali”. La domanda dell’indagine AIE rivolta alla popolazione tra i 15 e i 74 anni – dopo aver premesso all’intervistato che l’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionale – invece, è “Pensando agli ultimi 12 mesi le è capitato di leggere, anche solo in parte, un libro di qualsiasi genere, non solo di narrativa (come un romanzo, un giallo, un fumetto, un fantasy…) ma anche un saggio, un manuale, una guida di viaggio o di cucina, ecc. su carta o in formato digitale come un e-book, o di ascoltare un audiolibro?”.
“La formulazione della domanda – spiega Giovanni Peresson – vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con lettura di un libro, considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come «libri» o come letture”.
Interessanti anche i dati e i numeri della piccola e media editoria in Italia, che nel 2022 ha pubblicato 47.850 novità, in lieve calo rispetto all’anno precedente (-0,6%) e pari al 59,3% dell’offerta editoriale complessiva. Le case editrici attive, micro, piccole e medie, sono 5.022, -0,9% rispetto al 2021. La quota di mercato nei canali trade (librerie fisiche e online e supermercati) nel 2022 è stata pari al 49,2%.

L’Osservatorio AIE sulla lettura e i consumi culturali a cura di Pepe Research viene realizzato continuativamente a partire dal 2017 e viene condotto attraverso due rilevazioni annue di circa 2 mila casi ciascuna, per attenuare fenomeni di stagionalità nei comportamenti, con una numerosità campionaria di 4 mila casi complessivi. Si compone anche di una rilevazione annua di mille casi su lettura e consumi culturali nel comune di Milano e di una rilevazione biennale Kids (+ 0-14 anni, con altre 1.000 interviste).

L’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionali. La raccomandazione all’intervistato viene espressa all’avvio dell’intervista. La formulazione della domanda vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con “lettura di un libro” considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come “libri” o come “letture” (ad es. per un editore di manualistica sapere che una parte delle forme tradizionali di lettura si spostano sui tutorial e su YouTube, riveste un’importanza fondamentale nella sua progettazione editoriale).

Qui la ricerca dell’Osservatorio AIE: https://www.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-9484-2023.12.8/11_30_PLPL_(7)_Lettura.pdf?IDUNI=etr1kfbd1n2gw1ccfrkzrzm44310.

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domenica 10 dicembre 2023

Energia pulita, finanza torbida - Vincenzo Comito

Si susseguono segnali sempre più chiari e visibili che siamo alle porte di una crisi climatica senza precedenti, le soluzioni esistono, a cominciare dallo stop ai finanziamenti pubblici alle aziende fossili e alla regolamentazione degli Esg, ma manca la volontà politica di aiutare la decarbonizzazione dell’economia.

Le analisi dell’International Energy Agency (Iea) e quelle di George Monbiot

L’Iea pubblica ogni anno un’analisi delle prospettive dell’energia a livello mondiale. Quella relativa al 2023 (Iea, 2023), fa intravedere, in qualche modo sorprendentemente, qualche speranza per il mondo. Anche se l’agenzia non nasconde il fatto che importanti nuvole nere si stiano presentando all’orizzonte, afferma comunque che si va sviluppando una nuova economia dell’energia pulita. Le previsioni sull’espansione della produzione di energia pulita nei prossimi cinque anni, afferma l’Iea, sono ora molto più forti di quanto lo stesso ente stimasse soltanto un anno fa. 

Si sottolinea come gli investimenti nel settore dell’energia pulita siano cresciuti del 40% nel 2022 rispetto al 2020. Lo studio prevede poi che più di 500 gigawatt di capacità di energia rinnovabile dovrebbero essere aggiunte nel 2023, un record. Entro il 2027, poi, si dovrebbe aggiungere tanta capacità di produzione di energie rinnovabili quanto negli ultimi venti anni. Anche la capacità produttiva di componenti chiave dei sistemi di energia pulita si sta espandendo velocemente nel mondo, si afferma nello studio. 

L’ente sottolinea, d’altro canto, che gli investimenti nel settore petrolifero erano pari a 679 miliardi di dollari nel 2015 e sono scesi a 493 miliardi nel 2022; quelli nel gas naturale sono passati nello stesso periodo da 433 miliardi a 329, andando nello stesso senso. Nel campo dell’energia a bassa emissione gli investimenti sono invece cresciuti da 362 miliardi a ben 660; quelli nell’efficienza energetica sono passati da 343 miliardi a 453; quelli infine nelle reti elettriche e nell’immagazzinamento dell’energia da 326 miliardi a 352 miliardi.

Sono in molti però a registrare ancora l’altro lato, più oscuro, della medaglia. Così, ad esempio, George Monbiot, un noto giornalista inglese, ci ricorda alcuni aspetti drammatici della situazione attuale (Monbiot, 2023). Sottolinea che nell’Antartico lo scioglimento dei ghiacci è accelerato drasticamente nell’estate di questo anno, mentre il suo livello precedente non si è ricostituito durante l’inverno locale. Intanto nuove ricerche sull’Amazonia hanno trovato quelli che gli scienziati chiamano i segnali precursori dell’avvicinarsi di una transformazione critica; una combinazione di deforestazione e di rotture climatiche che potrebbero interrompere presto la circolazione delle piogge nel bacino, scatenando un rapido passaggio dell’area dalla foresta pluviale alla savana. Assistiamo poi ad una rilevante perdita di specie animali. Il 48% delle specie del mondo stanno registrando un declino nella dimensione della loro popolazione, mentre un numero molto più elevato del previsto delle stesse sta andando verso l’estinzione. E si potrebbe continuare.

Un’altra tendenza rilevabile dai dati, non del tutto positiva, fa riferimento al fatto che circa i due terzi degli investimenti in energie rinnovabili siano concentrati nel 2022 nell’area dell’Asia Orientale-Pacifico e per la gran parte in particolare in Cina (Irena, 2023).

Alla fine, cercando si conciliare in qualche modo le analisi della Iea e quelle di Monbiot, si può affermare che le minacce all’ambiente sono ancora tutte lì e che stanno anzi crescendo di intensità, ma che, d’altro canto, si va manifestando una tendenza ad una maggiore attenzione al fenomeno, che si sta traducendo in una forte crescita degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, investimenti peraltro ancora non sufficienti come dimensioni. L’obiettivo che era stato fissato del non superamento dell’aumento di 1,5 gradi nella temperatura media sarà a questo punto difficilmente ottenibile (Carrington, 2023).

Le bombe al carbonio e le banche

E veniamo ai temi più strettamente finanziari. Il fatto che non tutto vada per il meglio è testimoniato dal fatto che sono stati individuati di recente nel mondo ben 425 progetti (Niranjian, 2023; Aubert, 2023) nel settore delle energie fossili, ognuno dei quali potrebbe emettere, se portati avanti, più di un miliardo di tonnellate di biossido di carbonio nell’atmosfera (“Carbon Bombs”). Essi, messi insieme, potrebbero distruggere l’ultima possibilità di impedire che il riscaldamento del pianeta raggiunga livelli molto pericolosi. 

Ora, nel periodo che va dal 2016 e il 2022, le grandi banche, in particolare quelle europee, statunitensi e cinesi, hanno fornito finanziamenti a tali progetti per 1.800 miliardi di dollari e nel solo 2022 per circa 150 miliardi. Tali banche finanziano direttamente i progetti o supportano massicciamente le imprese che li sfruttano. 

Appare evidente che uno dei presupposti per accelerare il passaggio ad un’economia verde appare quello di spingere gli istituti bancari e assimilati a cambiare il loro atteggiamento.

La finanza cosiddetta verde

Di fronte a tali cifre può sembrare in qualche modo inverosimile che, secondo i dati ufficiali, stiamo assistendo comunque ad una forte crescita della cosiddetta “finanza verde”; su questo tema riprendiamo, sostanzialmente, un altro articolo di chi scrive apparso su questo stesso sito (Comito, 2021). Come è noto, con l’espressione “finanza verde” si fa riferimento al finanziamento da parte delle istituzioni preposte di attività che rispettino i criteri cosiddetti ESG (Environmental, Social, Governance), che facciano cioè riferimento agli aspetti ambientali, sociali e di cosiddetta buona governance. Già nel 2019 si parlava di un totale di 35.000 miliardi di dollari, il 36% di tutti i fondi gestiti professionalmente, dedicati al settore: una apparente valanga. Mentre tali titoli “verdi” crescevano esponenzialmente, però, altrettanto crescevano le emissioni inquinanti. Per i dati ottimistici appena citati si è parlato così, con un’efficace espressione, di greenwashing (di falsa pulizia, cioè, dello sporco).

Ci sono molte possibili spiegazioni a tale apparente contraddizione. Ci limiteremo a qualche semplice annotazione. Se si guarda in dettaglio alle cifre, nella UE quasi la metà di tali fondi “puliti” sono utilizzati dalle compagnie petrolifere e minerarie, tra i massimi inquinatori del pianeta. Certo esse dichiarano di utilizzare tali fondi per “progetti verdi”, ma chissà cosa succede veramente. Così la francese Total ha promesso di emettere in futuro soltanto “titoli verdi”, il che significa che tali titoli serviranno ovviamente a finanziare anche le attività di esplorazione petrolifera. 

Un problema di fondo è quello che mancano definizioni comunemente accettate di investimenti ESG e poi strumenti di controllo efficaci. E poi: come mettere nello stesso paniere il verde, il sociale e la governance? Così ad esempio delle imprese pessime sul fronte dell’E (Environmental) possono ottenere una notazione virtuosa perché positive su S (Social) e G (Governance), confondendo così gli investitori bene intenzionati.

Uno studioso francese, Laurence Shalom (Shalom, 2023) mette in dubbio che la finanza virtuosa sia veramente virtuosa. Sulla definizione di tale termine ci sono, egli ci ricorda, due visioni opposte. Per l’investitore preoccupato seriamente della conservazione del pianeta quello che importa è l’impatto delle imprese sull’ambiente; quindi egli cercherà di investire in imprese attente a non degradare l’ecosistema. Ma gli uomini di finanza e la gran parte delle imprese si preoccupano invece principalmente delle conseguenze finanziarie di questo degrado sui loro conti e sul loro valore di Borsa. Queste due concezioni molto diverse sono fonte di confusione, confusione propizia al greenwashing. Ora non esistono norme che chiariscano questo punto essenziale, ricorda Shalom. L’approccio sviluppato così dall’International Sustainability Standard Board, ente apparentemente autorevole nel campo, propende – ahimè -, come gli stessi Stati Uniti, per l’ipotesi più favorevole alla aziende.

Per far emergere una finanza veramente durevole si dovrebbe, secondo Shalom, passare attraverso un’azione pubblica forte. Si tratta, in altri termini, di riarmare i poteri pubblici di fronte alla finanza, in modo da costringerla a partecipare allo sforzo collettivo. Obiettivo molto impegnativo. 

Le grandi imprese dell’energia e i loro investimenti

Secondo una stima recente (Carrington, 2022), negli ultimi cinquanta anni l’industria del petrolio e del gas ha ottenuto nel mondo 2,8 miliardi di dollari di profitti al giorno. Una cifra sbalorditiva. Ancora nel 2022 la Exxon ha dichiarato profitti netti per 56 miliardi di dollari, la Shell per 39,9, la Chevron per 36,5, la Bp per 27,7 e la Total per 21,0. Nel suo piccolo anche l’Eni ha compiuto il miracolo guadagnando nell’anno 13,3 miliardi di euro; mentre la saudita Aramco, dal canto suo, ha registrato da sola 161 miliardi di dollari di utili. 

Con tali enormi somme tali gruppi hanno sempre avuto e continuano ad avere la forza finanziaria per comprare tutti i politici del mondo e bloccare, o almeno ritardare il più possibile, l’azione degli Stati e degli organismi pubblici locali contro la crisi climatica.

Così le società dell’energia continuano ancora oggi a investire la gran parte delle loro enormi risorse nel settore delle energie fossili, lasciando solo una quota ridotta a quelli nelle rinnovabili. Si può rilevare una sostanziale sordità delle imprese statunitensi al tema e una maggior attenzione allo stesso da parte di quelle europee. 

Le giustificazioni ufficiali a tale comportamento fanno riferimento alla scarsa redditività del settore delle rinnovabili e al fatto che il mercato avrà bisogno ancora per molto tempo di petrolio e gas. 

Il caso della BP inglese e quello italiano

A proposito di imprese europee, ricordiamo che la British Petroleum è una società energetica britannica tra le più grandi del mondo. Il suo amministratore delegato, Bernard Looney, aveva messo a punto qualche tempo fa un nuovo slogan per il gruppo – “Al di là del petrolio” – ed aveva costituito una nuova società, la Helios, il cui nome rimandava facilmente alle energie rinnovabili. Egli si era dato coerentemente come obiettivi quelli di ridurre del 40% il livello delle emissioni inquinanti del gruppo entro il 2030 e di arrivare ad una situazione di zero emissioni entro il 2050. Ma all’inizio di questo anno è stato costretto a tornare indietro sui suoi passi, mentre più recentemente è stato anche costretto alle dimissioni (Watts, 2023). 

In Italia, poi, abbiamo, come è noto, due grandi gruppi energetici, l’Eni e l’Enel. Mentre la prima impresa continua a dare priorità al settore fossile, il responsabile dell’Enel aveva avviato un grande programma di investimento nel settore delle energie rinnovabili, azione che aveva portato l’azienda ai massimi vertici mondiali in tale campo. Ma è stato rapidamente licenziato.

Le due storie indicano che è molto pericoloso al momento, nei grandi gruppi energetici, farsi paladini dell’ecologia; vi si oppongono sia gli azionisti privati che i poteri pubblici. Non sembrerebbe esserci scampo.

Il finanziamento delle energie rinnovabili e dintorni

Bisogna ricordare che tra il 2013 e il 2020 sono stati impiegati dai pubblici poteri di tutto il mondo circa 2.900 miliardi di dollari in sussidi alle energie fossili (Irena, 2023). Bisogna partire da lì, ribaltando l’allocazione di tali fondi verso le energie rinnovabili. 

Per quanto riguarda in generale le risorse necessarie alla transizione energetica, si fa l’ipotesi di un fabbisogno netto supplementare di investimenti di 2.500 miliardi di dollari annui a livello mondiale; per quanto riguarda la gestione dell’acqua si pensa a 350 miliardi di dollari, mentre per la gestione della biodiversità si valutano le necessità ulteriori in 800 miliardi di dollari (Artus, 2023).

Si pone ovviamente il problema di come coprire tali fabbisogni.

In questa sede si ricordano soltanto alcune piste possibili. 

Intanto bisognerebbe spingere le grandi imprese dell’energia a investire molto di più in tale settore. Più in generale si dovrebbe puntare ad un mutamento nei comportamenti delle imprese, di fronte al fatto che le pratiche di distribuzione di dividendi e di riacquisto di azioni proprie non cessano di aumentare (Artus, 2023). Le imprese dovranno in futuro ridurre la remunerazione degli azionisti sotto le varie forme utilizzate per disporre di un volume maggiore di risorse per realizzare la transizione energetica nelle loro imprese.

Bisognerebbe poi persuadere, accanto alle banche ordinarie, le grandi istituzioni finanziarie per lo sviluppo internazionale, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario, dalle banche regionali di sviluppo, a quelle sorte per iniziativa cinese, dalla AIIB alla banca dei Brics a quella dello Sco, ad andare molto di più in questa stessa direzione. Ci sarebbero poi i fondi mobilitabili dagli Stati nazionali (ricordiamo tra l’altro i programmi in proposito di Usa, Cina e UE) e poi in particolare quelli relativi al possibile accordo tra i paesi ricchi e quelli emergenti per la creazione di una istituzione essenziale, quella di un fondo per aiutare i paesi particolarmente vulnerabili che soffrono degli effetti devastanti del riscaldamento globale (“Loss and damage fund”). Ma tale possibile novità va avanti con molta fatica, anche se è stata messa a punto, nei primi giorni di novembre, una bozza di accordo a questo proposito, peraltro non entusiasmante, tra i vari paesi. Il responsabile di una CGO ha commentato la cosa affermando che “… questo è un giorno triste per la giustizia climatica, dal momento che i paesi ricchi voltano le spalle alle comunità vulnerabili…” (Harvey, 2023). 

C’è un ulteriore problema.

Cosa hanno in comune, si chiede Jézabel Couppey-Soubeyran (Couppey-Soubeyran, 2023), la de-desertificazione dei suoli, la de-polluzione delle acque, la raccolta dei rifiuti oceanici, la creazione di riserve di biodiversità, gli aiuti necessari perché tutte le famiglie possano avere accesso attivo alla transizione ecologica.? Tutte queste azioni, e altre qui non citate, sono spese necessarie per una transizione ecologica giusta, ma sono sprovviste di ritorni economici. Spese di questo tipo esigono la copertura da parte del settore pubblico.

E’ stato stimato che nella sola Europa sarebbero necessari per risolvere il problema circa 500 miliardi di euro di investimenti all’anno per sette anni. Come e dove reperire tali ingenti somme, di fronte anche al già elevato livello di indebitamento degli stessi Stati europei? Anche l’aumento delle imposte appare difficilmente sostenibile. Bisogna quindi ricorrere soprattutto ad una nuova forma di creazione di moneta senza indebitamento.

Tecnicamente, afferma l’autrice, niente impedirebbe alla banca centrale di emettere della moneta legale senza acquisto di titoli o forme analoghe, iscrivendola semplicemente sul conto di una società finanziaria pubblica. Quest’ultima distribuirebbe, sotto forma di sovvenzioni, soldi alle imprese e ai progetti che perseguissero l’obiettivo di uno sviluppo durevole che mancassero di redditività finanziaria. Risparmiamo al lettore i dettagli tecnici del progetto. 

Le soluzioni esistono, manca la volontà politica di attuarle.

Conclusioni

Mentre in questi mesi assistiamo a manifestazioni evidenti del rapido avvicinarsi di una rilevante crisi climatica, con tutte le sue conseguenze, si manifesta contemporaneamente qualche segnale di una forte crescita, pur ancora non sufficiente, degli investimenti nelle energie pulite. Cruciale in tale quadro appare il comportamento della comunità finanziaria, che dovrebbe essere spinta a decisioni maggiormente consapevoli della drammaticità dell’ora anche da una forte pressione dei poteri pubblici, pressione che al momento non appare in generale molto convinta.  

Testi citati nell’articolo

-Artus P., Quatre options pour financer la transition, Le Monde, 5-6 novembre 2023

-Aubert R., Ces “bombes carbone” qui menacent le climat, Le Monde, 1-2 novembre 2023

-Carrington D., Climate crisis: carbon emission budget is now tiny, scientists say, www.theguardian.com, 30 ottobre 2023

-Carrington D., Revealed: oil sector’s “staggering” $3bn-a-day profits for last fifty years, www.theguardian.com, 21 luglio 2022  

-Comito V., La «finanza verde»: molta finanza e poco verde, www.sbilanciamoci.info, 15 novembre 2021

-Couppey-Soubeyran J., Pour une création monétaire sans dette, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-International Energy Association, World Energy Outlook 2023, ottobre 2023 

-Irena (International Renewables Energy Agency), Global landscape of renewable energy finance 2023, Abu Dhabi, febbraio 2023  

-Harvey F., « Loss and damage » deal struck to help countries worst hit by climate crisis, www.theguardian.com, 5 novembre 2023

-Monbiot G., The « flickering » of Earth systems is warning us : act now, or see our already degraded paradise lost, www.guardian.com, 31 ottobre 2023

-Niranjan A., Banks pumped more than $150bn into companies running “carbon bomb” projects in 2022, www.theguardian.com, 31 ottobre 2023 

-Shalom L., La finance peut-elle etre durable ?, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-Watts J., BP must not backtrack on climate action…, www.theguardian.com, 14 settembre 2023

da qui

sabato 9 dicembre 2023

La paura del lupo tra antropocentrismo e populismo venatorio

 

Intervista a Mario Ferraguti (di Lorenzo Poli)

 

Gli ultimi avvistamenti di lupi sulle prealpi e alpi lombarde stanno innescando l’ennesimo allarmismo sul “pericolo lupo”, spesso innescato dai media locali e dalla lobby venatoria giocando sulla paura ancestrale della gente. In realtà il lupo è un animale completamente diverso da come viene raccontato. Sul tema ne parliamo con Mario Ferraguti, scrittore, libero pensatore, ricercatore indipendente e grande osservatore del mondo arcaico e della nostra cultura popolare tra retaggi pagani e la cristianizzazione. Laureato in lettere moderne, collabora con università, centri di studio e ricerca, settimanali e riviste. Tra le esperienze più particolari ha realizzato numerosi reportage per Panorama, cura una rubrica sulle case abbandonate per Casantica, ha tenuto corsi di etno-medicina ai medici tirocinanti sulla figura delle “guaritrici” ed è tra gli organizzatori del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna (PFAM) di Berceto. Ha pubblicato i romanzi La voce delle case abbandonate (Ediciclo), La ballata del vento (Ediciclo), e con Giacomo Agnetti, dedicato ai ragazzi, I mostri d’aria (Ediciclo). Nel 2022 ha pubblicato L’ autunno in cui tornarono i lupi (Bottega Errante Edizioni) sul ritorno del lupo sull’Appennino; nel 2023 ha pubblicato La lepre e la luna. Sulle tracce delle guaritrici d’Appennino (Exòrma) sulla figura delle guaritrici, mentre la sua ultima fatica è L’alfabeto delle anime. Piccola incursione nell’aldilà (Ediciclo) sul tema della morte.

Saltuariamente i quotidiani locali, spesso finanziati dalla lobby venatoria, rilanciano notizie allarmistiche sulla presenza e sul bisogno del contenimento del lupo. Quanti sono i lupi in Italia? Quale è la reale situazione in Italia? 

C’è questo allarmismo che periodicamente ritorna parlando appunto di contenimento del lupo. In realtà la popolazione del lupo in Italia non è così allarmante. Dalle ultime stime si parla di circa 4.000 esemplari in tutta Italia, anche se ascoltando gli esperti la forbice è molto amplia. Ma questo non è importante: il lupo è un animale che si auto-contiene, autoregola laddove ci sono disponibilità alimentari e territori disponibili, la sua popolazione si espande. Laddove non ci sono territori disponibili, sono gli stessi lupi che fan parte di un territorio ad aggredire e scacciare ed uccidere altri individui che tentassero di entrare nel loro territorio. Il leit motiv del “ci sono troppi lupi” è un concetto anomalo ed arbitrario che noi umani tendiamo ad applicare alle prede, ma che non vale per i predatori, che si autocontrollano. Ciò che spaventa nei quotidiani locali non è tanto il ricorso all’abbattimento dei lupi. Il 7 dicembre 2023 farò un intervento in Svizzera dove lo stesso WWF si è espresso a favore di un contenimento di quattro branchi di lupi senza conoscere la situazione. Evidentemente  una posizione assurda ed inutile che viene portata avanti per attenuare polemiche e problemi sociali scaturiti dai mezzi di comunicazione che ogni tanto ritornano con l’ “allarme lupo”. Il problema allarmistico è sempre un problema forte legato al populismo e alla sua cultura che cerca di aggredire allo stomaco le persone senza farle riflettere, giocando con le paure primordiali per poi presentarsi come risolutori e gestori di quella paura stessa. Un gioco che vien comodo ad alcune forze politiche che non riescono a parlare di altro e che trovano nella gestione della paura un’arma fondamentale per raccogliere voti. Spesso purtroppo i quotidiani li seguono, un po’ perché sono legati a queste forze politiche, un po’ anche per vocazione di alcuni tipi di giornali che seguono linee politiche conservatrici se non puramente di destra.

Oltre agli allarmi mediatici, ciò che fa da cassa di risonanza, nell’inconscio collettivo, è tutto il retaggio culturale e simbolico negativo legato al lupo. Cosa significava il lupo nei racconti dei nostri nonni? 

Il lupo nel racconto dei nostri nonni – lo “zio grigio” – era una figura di cui aver paura ma che, in qualche modo, rientrava in un assetto naturale ben preciso e faceva parte di una realtà che non era anomala, che non era straordinaria e particolare. Con la perdita del “lupo fisico”, quello scientifico e reale, si è perso anche il racconto del “lupo metafisico”, quello surreale e fantastico. Se la tradizione orale faceva paura e il suo scopo era quello di spaventare è anche vero che aveva scopo di educare. Sull’Appennino – dove ho condotto i miei studi sul lupo – esistono due tipi di paure: una cattiva, che è equiparata ad una malattia, ad una situazione ingestibile che ci blocca, che non ci fa procedere e che le guaritrici “lavavano” al fine di scorporare il male che ci ha aggrediti; ed una buona e necessaria che aveva una grande funzione educativa. Tutti i racconti della tradizione orale mirano ad un estro pedagogico, occorrendo insegnare come vivere, come sopravvivere nei territori montani spesso difficili e quindi anche una “buona dose di paura” faceva parte del bagaglio culturale necessario di un individuo che apparteneva a quella società. Era giusto essere spaventati, perché la paura buona induce al rispetto, alla percezione della propria fragilità ed una cultura del senso del limite, abbandonando la tracotanza tipica di chi ha tutto sotto controllo. È un po’ la paura di Ulisse nell’Odissea che è consapevole che ci sono creature più grandi e potenti di lui, pur continuando il viaggio, trovando risposte nella sua cultura, nella sua consapevolezza, scaltrezza e conoscenza. Con un bagaglio di conoscenze adeguate la società tradizionale ti dice: “Tu devi avere paura, ma devi anche saperti difendere, devi saper gestire la tua paura in situazioni di pericolo reale”. Ora, la paura che oggi viene inculcata nel mondo contemporaneo dai giornali e dalla televisione e dagli apparati mediatici, è una paura cattiva che blocca e non insegna e non dà soluzioni. È una paura cavalcata dalle forze populiste senza renderti partecipe e protagonista della soluzione, ma piuttosto si propongono come risolutori della nostra paura e calano la loro proposta dall’alto, tenendoci in balia degli eventi. Il discorso sul lupo, e sui grandi carnivori in generale, è tipico: si sparge paura come contaminazione, come una malattia a scopi specifici con il fine di terrorizzare le persone. Questa retorica populista, messa in atto dal mondo venatorio, sostiene che il lupo è ovunque, che il lupo è un animale terribile, che il lupo non è legittimato a stare dove si trova ma piuttosto che è stato introdotto, che il lupo attuale è uno “straniero” o “extracomunitario”, un “lupo ibrido”: una visione in cui il “lupo nero” si sovrappone alla figura dell’ “uomo nero”. Di fronte a questa narrazione alcune forze politiche, come la Lega Nord in passato e la Lega attualmente, ti garantisce una soluzione affinchè l’elettore possa votare per sentirsi al sicuro. Questo è l’atteggiamento tipico che non viene messo in atto solo con i lupi ma anche con tutto ciò che mina o contamina la nostra cultura e la nostra sicurezza, la nostra arroganza e la nostra convinzione di essere gli unici autorizzati a stare in alcuni posti, a vivere in alcuni posti e a gestire ciò che abbiamo attorno. Il ritorno del lupo mette in crisi tutto questo perché è un animale ingestibile e nello stesso tempo, la paura del lupo è una paura atavica che riporta l’essere umano ad essere animale tra gli animali ed ha a che fare con il nostro senso di vulnerabilità. Questo ci insegna tantissimo e per la società tradizionale era un elemento prezioso che faceva parte del bagaglio culturale di ogni individuo, mentre la paura cattiva induce alla paralisi e alla rabbia. La gestione della rabbia e della paura suggerita da altri, esattamente come il combustibile e il comburente, porta ad un incendio che genera violenza. Se ci si spaventa a morte e ci viene detto che nessuno, nemmeno chi di dovere, si sta muovendo per aiutarci, ciò alimenta la rabbia e genera violenza. Ciò è preoccupante non solo in relazione ai lupi ma anche a tutto ciò che ci circonda e che minimamente ci mette in difficoltà.

La lobby venatoria da decenni impone la narrazione tossica del lupo come “specie invasiva” che distrugge la biodiversità. Quali sono le falsità a riguardo? Può darsi che la lobby venatoria lo utilizzi come capro espiatorio, essendo un possibile competitore naturale dei cacciatori? 

La lobby venatoria racconta un animale che non è reale, ma costruisce un animale fantastico per indurre a sentimenti che sono lontani dalla conoscenza reale. Chi cavalca il populismo venatorio ha tutto l’interesse che non si entri mai nella discussione concreta dialogica, molto probabilmente perché non riuscirebbe a reggere il confronto e non riuscirebbe a controbattere con temi adeguati. Se si confrontano un ricercatore con un politico che cerca di condizionare la paura delle persone, il ricercatore avrebbe la meglio perché risponde con profonda cognizione di causa. Le parole che utilizzano i giornali per raccontare il lupo non hanno fondamenta e non hanno uno spessore scientifico e di “buonsenso”. La lobby venatoria sta cercando di presentarci il lupo con aspetti deteriori come il “lupo ibrido”, come un lupo che non è legittimato a stare dove si trova, come una specie alloctona senza alcuna appartenenza ad un territorio, facendo passare l’idea che, esattamente come è stato introdotto, si può sradicare abbattendolo. Questo è uno dei temi cardini del populismo venatorio che spesso invade la politica. Naturalmente il lupo fa parte del nostro territorio e la sua è stata una riconquista assolutamente naturale, anche se dà molto fastidio. Il lupo è un sele-controllore che agisce in modo molto più efficace di qualsiasi cacciatore e quindi è un competitore fortissimo per la lobby venatoria. Un competitore talmente bravo che il tentativo di eliminarlo e di ucciderlo è anche dato dal fatto che non sarebbero più utili i cacciatori: il controllo che esercita il lupo è più naturale, efficacie ed importante di qualsiasi altro animale umano che presume di esercitare lo stesso controllo sull’ecosistema, sparpagliando errori.

Anche i pastori e i contadini delle zone montane e pedemontane gettano fuoco su queste narrazioni. Il problema è il lupo o è la gestione antropocentrica del territorio?

Gli allevatori e i contadini rispondono a quelle che sono le dinamiche venatorie. Io ho ricevuto lettere anonime in cui si accusa il lupo di distruggere i campi di patate. Ora, è talmente assurda questa accusa che chi distrugge i campi di patate sono i cinghiali. La lobby venatoria è riuscita ad inculcare talmente bene agli agricoltori la storia che i cacciatori sono nel giusto, a tal punto da spostare il problema su altri soggetti. Sappiamo benissimo che chi oggi si propone di liberare i nostri boschi dalla “piaga” dei cinghiali, sono gli stessi cacciatori che li hanno introdotti. Sarebbe logico che gli agricoltori se la prendessero con i cacciatori, mentre quest’ultimi sono stati talmente bravi a deviare il problema da non figurare come responsabili. Paradossalmente gli stessi agricoltori se la prendono con il lupo, quando sarebbe il loro miglior alleato perché uccide cinghiali e caprioli dannosi per le colture. Si tratta di una situazione assurda e anomala. È anche vero che il lupo non garantisce il business delle munizioni e delle armi e non inquina nemmeno con il piombo. È evidente che il problema è la gestione antropocentrica del territorio.

Ci siamo abituati ad essere l’unica specie animale a vivere il territorio. Il problema è il lupo o l’allevamento e l’addomesticazione innaturali degli animali ad uso e consumo umano?

È chiaro che si tratta di interessi. Quando non c’erano i lupi gli allevatori erano soliti a condurre i loro allevamenti senza alcun tipo di controllo. In Lunigiana le pecore erano lasciate allo stato brado dalla mattina alla sera sul Monte Gottero, fino a quando naturalmente non è arrivato il lupo che ha fatto una piccola carneficina. I lupi si sono trovati le pecore libere a totale disposizione senza nessuna protezione. Non c’erano più cani da difesa, ma solo cani da conduzione; non c’erano più le reti anti-lupo, ma solo reti che non permettevano alle pecore di uscire. I pastori avevano completamente dimenticato l’esistenza del lupo, soprattutto a livello culturale. Il lupo si era perso come soggetto, come entità e come figura abitante la Natura, a tal punto che nel dialetto dei pastori, il gaì – una sorta di esperanto antichissimo parlato solo dai pastori con termini criptici e misteriosi – la parola “lupo” era già scomparsa negli anni Sessanta, per dire quanto i pastori avessero abbandonato la prospettiva di dover ritornare in contatto con il lupo. Il lupo è scomodo, per i pastori e per gli allevatori di oggi, perché sono costretti a tornare a controllare i loro animali. Il problema è che, con l’addomesticazione, abbiamo completamente modificato molti animali, li abbiamo “portati nella domus” ed accasati. Abbiamo creato pecore che producono più lana e vacche che producono più latte; abbiamo contagiato e destrutturato razze a nostro uso e consumo con una visione antropocentrica; ma ancora peggio abbiamo annullato ed annientato in loro l’istinto di fuga. Oggi se lasciamo vacche, pecore ed animali domestici liberi in un bosco, non sarebbero in grado di riadattarsi alla vita selvatica e non avrebbero la capacità di scappare dai predatori proprio perché li abbiamo addomesticati per i nostri fini. In questo modo ne siamo diventati i custodi, ovvero coloro che si devono prendere cura di questi animali. A me sembra sempre strano sentire i pastori che, rispondendo a chi si oppone ad una eventuale mattanza di lupi, afferma: “Ma come, devo prendermi cura delle mie pecore? Ma come, devo rinchiuderle?”. La risposta dovrebbe essere: “Sì, se vuoi fare il pastore”. Esattamente come qualsiasi massaia sa bene che deve rinchiudere le sue galline la sera, altrimenti volpi e faine se le mangiano, un pastore dovrebbe fare altrettanto. I pastori oggi devono recuperare, attingendo dalla loro cultura, tutte quelle attenzioni che una volta mettevano in pratica in presenza del lupo. Se ritornano i lupi non bisogna dichiarargli guerra, non bisogna pensare come ammazzarli, ma piuttosto partire dai presupposti che in quel territorio ci sono anche loro. Ci sono esperienze contemporanee di pastori che intendono convivere con il lupo e possono benissimo farlo, con i dovuti stratagemmi. Con il ritorno del lupo si sono creati nuovi problemi, che sono problemi solo per chi gestisce un’attività economica: ogni imprenditore sa che, nella valutazione dei rischi che ogni pastore e allevatore deve mettere in atto, ci deve essere anche la voce “lupo”. Ovviamente questo ci deve far pensare che non siamo più i padroni, gli unici controllori e gestori di una parte del sistema ecologico. Dobbiamo pensare ad una convivenza pacifica con i lupi, ritornare ad una visione eco-centrica, tornando consapevoli che non siamo l’unica specie vivente delle montagne.

Oltre ai falsi miti sul lupo, in moltissime zone è stato riscontrato il contrario: laddove è ritornato, il territorio si è ripopolato di flora e fauna locali…

Nei territori in cui è tornato, il lupo è stato preziosissimo. C’è il bellissimo documentario “Come i lupi possono cambiare il corso dei fiumi” sul Parco di Yellowstone[1] – unico parco al mondo dove è stato davvero prevista ed attuata l’introduzione del lupo – dove si è documentato[2] come il suo ritorno abbia favorito il ripristino delle cascate trofiche[3] in un ecosistema che era ormai degenerato per l’insistenza e il sovrannumero di ungulati che, non avendo nessun nemico naturale, si erano riprodotti in modo sconsiderato. Ciò portò alla perdita a lungo termine della vegetazione ripariale[4], favorendo l’erosione delle rive, la formazione di meandri e l’allargamento dei letti dei fiumi, soprattutto nelle zone di pianura. Con il tempo tutto questo portò inevitabilmente alla modifica della geografia dei corsi d’acqua. Quando nel 1995 il lupo grigio venne introdotto, portò a piccoli miracoli naturali. In breve tempo i lupi tornarono a cacciare i cervi. Questi ultimi, abituati a pascolare senza timore cominciarono ad allontanarsi per trovare rifugi migliori tra gli alberi nel bosco. Dall’impoverimento della fauna e della flora fluviale, la vegetazione ripariale ricominciò a crescere e, con essa, aumentò il numero di castori, lontre, alcuni uccelli di fiume passeriformi e animali che vivono lungo le sponde dei corsi d’acqua. La morfologia dei corsi d’acqua cambiò nuovamente: fiumi e ruscelli ripresero gradualmente a scorrere meno, le loro rive si stabilizzarono e i canali, non più soggetti a erosione continua, si strinsero. Uno stravolgimento completo in termini assolutamente positivi grazie al ritorno del lupo[5].

Nel tuo libro “L’autunno in cui tornarono i lupi”, racconti anche esperienze italiane. Ci puoi raccontare degli esempi di rinascita ecosistemica, grazie al ritorno del lupo, che hai documentato sull’Appennino?

Sul nostro territorio ho riscontrato degli atteggiamenti positivi di piccoli e grandi ecosistemi laddove la presenza del cinghiale e del capriolo era ormai fuori da qualsiasi tipo di tolleranza da parte dell’ambiente. In molte zone collinari, dove c’era un’insistenza notevole di queste specie che mettevano a rischio una buona parte di agricoltura e, anche dal punto di vista di percezione, erano diventati animali quasi fin troppo confidenti, il ritorno del lupo ha completamente cambiato il loro comportamento. I lupi, oltre ad aver ridotto il numero degli ungulati, hanno instillato la paura di un predatore, portandoli a frequentare i loro ambienti originari, ambienti più riparati, con una conseguente diversificazione, il ritorno di altre specie e molti miglioramenti ecologici.

Ad oggi è possibile una convivenza tra essere umano e lupo? Quale può essere una soluzione per superare stereotipi e luoghicomuni insediati nella stratificazione socio-culturale? Un’educazione ambientale eco-centrica?

È assolutamente possibile una convivenza uomo-lupo, ma dobbiamo capire se siamo in grado di attuarla e metterla in atto concretamente. Noi, come umani, siamo di fronte ad un bivio: davvero vogliamo eliminare tutto ciò che minimamente ci mette in crisi o in difficoltà? Davvero vogliamo distruggere tutto ciò che minimamente va a contaminare la nostra cultura e la nostra sicurezza? Se ragioniamo così il lupo potrebbe essere uno dei tanti capitoli che si potrebbero aprire. Paradossalmente potremmo trovare una minoranza di pescatori che, infastidita dalle onde del mare, richiede di appiattire il mare; o addirittura una piccola minoranza di aviatori che richiede di eliminare le nuvole del cielo. In sostanza se dovessimo da retta a chi porta avanti i suoi esclusivi interessi privati, mossi da economie di loro pertinenza che sono assolutamente secondarie rispetto alla visione della comunità intera, dovremmo stare molto attenti. Se dovessimo piegarci a queste volontà, non riusciremmo a prendere decisioni serie in difesa degli ecosistemi e della nostra sopravvivenza. Affidarsi a chi gestisce la paura per imbastire campagne elettorali dei politici locali, sarebbe molto pericoloso. La convivenza con il lupo è possibile e sono molteplici le testimonianze dei pastori veri e seri che, dopo le prime difficoltà, hanno preso in mano la situazione, hanno iniziato a mettere in atto una vigilanza attiva con l’aiuto delle istituzioni e dei Parchi con risultati ottimi, azzerando attacchi dei lupi suoi loro greggi. Occorre, come suggerisci, un’educazione eco-centrica che parte da lontano e che non riguarda solo il lupo, ma anche gli orsi o addirittura, su un piano umano, e tutto ciò che non riguarda la nostra cultura. Nella tradizione orale dell’Appennino, chi vuole andare nei boschi deve portarsi appresso un pezzo di specchio per proteggersi dal regle, il leggendario biscione ipnotizzatore, perché l’unico modo per difendersi da lui è riflettergli lo sguardo. Il pezzo di specchio è il simbolo della conoscenza che di fronte alla difficoltà sa come comportarsi e non ha la presunzione di eliminare, distruggere, annientare. Convivere con ciò che è altro da noi e ci mette in difficoltà è uno stimolo, una sfida importantissima che si deve portare avanti a livello culturale.

Il video che conferma la presenza dei lupi in Val Seriana, a Gandellino                      https://primabergamo.it/cronaca/il-video-che-conferma-la-presenza-dei-lupi-in-val-seriana-a-gandellino/

[1] Beschta R.L. e Ripple W.J., “River channel dynamics following extirpation of wolves in northwestern Yellowstone National Park, USA”

[2] Musiani M. e Paquet P.C., “The Practices of Wolf Persecution, Protection, and Restoration in Canada and the United States”

[3] Una cascata trofica è un processo ecologico che avvia un cambiamento all’apice della catena alimentare che genere un “effetto domino” su tutti i livelli sottostanti. Questo, per esempio, è quanto accaduto nel Parco Nazionale di Yellowstone (USA), dopo la reintroduzione del lupo nel 1995. Studi a riguardo:

·         Beschta R.L. e Ripple W.J., “Wolves, trophic cascades, and rivers in the Olympic National Park, USA”

·         Ripple W.J., Beschta R.L. et al., “Trophic cascades from wolves to grizzly bears in Yellowstone”

[4] La vegetazione ripariale è molto importante per la struttura del territorio, perché influenza la stabilità delle sponde di fiumi e ruscelli, modera i microclimi e la temperatura dell’acqua e, di conseguenza, il ciclo dei nutrienti e la correlata rete alimentare per molti animali terrestri e acquatici.

[5] Come i lupi cambiano i fiumi https://www.youtube.com/watch?v=bnN8f3Hcp9k

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