giovedì 10 novembre 2022

Stiamo consumando il pianeta - Alberto Castagnola

 

 

1.      Clima, tendenze globale

Dallo scorso 28 luglio le risorse consumate dall’umanità sono già finite, e abbiamo tutti cominciato a utilizzare quelle di un secondo pianeta.  Da molti anni il Global Footprint Network, il gruppo di ricercatori della Rete per l’Impronta Globale, guidato da Mathis Wackernagel, effettuano questa analisi dei dati relativi al consumo delle risorse naturali e quindi, anno per anno, misurano il deficit ecologico, che quest’anno risulta essere il maggiore dal 1970, cioè da quando il mondo è entrato nella fase del sovrasfruttamento della natura.

Quest’ anno ben 156 giorni  separano il giorno di inizio di questo meccanismo dalla fine del 2022. Inoltre l’Italia è tra i paesi in cui la data del sovrasfruttamento inizia prima, cioè il 15 maggio. Tornando ai dati complessivi, secondo i ricercatori le conseguenze sono ormai evidenti: ben tre miliardi di persone vivono in paesi che producono meno cibo di quanto ne consumano, e generano meno reddito della media mondiale. Hanno quindi una capacità alimentare inadeguata  ed un enorme svantaggio nell’accesso al cibo sui mercati globali. Una analisi simile potrebbe essere svolta per l’acqua.

In Europa quasi metà la metà del territorio è dominata dalla siccità. Secondo la Commissione UE, il 47% della sua estensione ha registrato precipitazioni inferiori al solito e l’umidità del suolo è in deficit. A questo fenomeno va aggiunto un altro 17%  che riguarda la disidratazione delle piante. Quindi almeno il 64% del territorio dell’Europa è in allarme per il rischio di incendi. Si tratta con ogni probabilità della siccità peggiore da almeno 500 anni. Inoltre sul fiume Oder che scorre tra Polonia e Germania affiorano tonnellate di pesci morti, ma anche castori, cigni e crostacei risentono della qualità delle acque, danneggiate sicuramente dalle attività umane. Il caso è esploso alla metà del mese di agosto, ma già il 26 luglio i pescatori avevano denunciato la gravità della situazione.

Nei giorni successivi sono state formulate varie ipotesi sulle cause della morìa, ad esempio la fioritura di una ‘alga dorata”, velenosa ma non per l’uomo. In Italia fin dall’inizio del mese di agosto si parlava di “ Città senza fiumi”, e si elencavano i corsi d’acqua prosciugati dal Brenta al Tevere. Per il Po la portata registrata all’altezza di Ferrara era di poco più di 100 metri cubi al secondo,  ovvero meno della metà del record di portata minima mensile che venne registrato nel 2006 con 237 metri cubi al secondo. Molti torrenti erano praticamente spariti nel nord e nel centro Italia, vi era poi il problema della risalita del mare (il cuneo salino) arrivato a oltre 40 chilometri  nel Po, ma il fenomeno aveva cominciato a verificarsi anche in molti altri fiumi, come il Brenta, l’Adige, il Tagliamento e il Livenza.

Ma la siccità in agosto ha colpito anche la Cina, dove da due mesi il paese era alle prese con un caldo record di oltre 40 gradi e fiumi in secca. La capitale Pechino, rimasta con pochissima acqua, aveva anche ridotto l’illuminazione. Il fiume Yangtze, il terzo affluente del mondo, che forniva acqua a 400 milioni di cinesi, ha visto ridotta di molto la sua portata.

Nel suo insieme, Il paese, che produce ancora il 60% della sua energia con il carbone (prima era al 75%) ha però ripreso a produrlo e dovrà affrontare le critiche nel contesto internazionale a causa degli impegni assunti. Analoghi problemi sta affrontando l’Iraq, il paese un tempo della Mezzaluna Fertile, che vede prosciugarsi il Tigri e l’Eufrate, non soltanto a causa del cambiamento climatico, che in tempi normali già raggiungevano i 45° e che moltiplica le tempeste di sabbia e polvere. Incidono infatti anche gli effetti negativi delle dighe realizzate in Turchia vicino alle sorgenti dei due fiumi, e  la mancanza di una qualunque pianificazione statale, specie per la protezione e un razionale utilizzo delle riserve idriche sotterranee.

Negli anni ’70 l’Iraq disponeva di circa 80 miliardi di metri cubi di acqua, nel 2020 la fornitura d’acqua del Tigri era di 11 miliardi di metri cubi, mentre l’Eufrate ne fornisce 20 miliardi di metri cubi, e altri affluenti 19 miliardi, in totale quindi  solo 50 milardi. Infine è importante segnalare un evento gravissimo per gli oceani verificatosi in sede Onu: non è stato raggiunto alcun accordo per la protezione della fauna marina. E quindi non si arresterà il sovrasfruttamento dei pesci e la distruzione degli ecosistemi marini, dai quali dipendono la vita di oltre tre miliardi di persone.

 

§  Le gravi conseguenze del grande caldo

Dal gennaio 2022 i sette mesi più caldi della storia. Ma dal 6 agosto, quest’anno è iniziata l’estate più calda di sempre, con un caldo record in molti paesi europei, ma anche con bombe d’acqua, piogge, alluvioni e frane. Anche in Italia, nel Trentino e in Val di Fassa, che hanno fatto registrare 2,26 gradi sopra la media di lungo periodo, cioè dal 1800. Ma è anche stato l’anno con meno della metà delle piogge registrate mediamente negli ultimi 30 anni.

Una situazione analoga s’è registrata anche in Francia, con oltre 100 comuni che non avevano più acqua potabile e con un deficit di pioggia dell’84% rispetto alla media stagionale. Qualche giorno dopo, ad Albenga, in Liguria, un incendio ha distrutto 400 ettari di vegetazione, poi il maltempo si è spostato verso sud. Il 12 agosto bruciava la Francia, distrutti 7000 ettari di foresta, nella Gironda evacuate diecimila persone. La temperatura si aggirava sui 40 gradi. La siccità caratterizzava molte altre zone dell’Europa.

La sorgente del Tamigi, per esempio, è diventata praticamente secca, nello Yorkshire si camminava sulle terre emerse della riserva idrica di Baitings. A Budapest il Danubio  aveva fortemente ridotto la sua portata, mentre a Duesseldorf una nave era rimasta in secca sulle rive del Reno. Negli stessi giorni, dopo la siccità, nel nord e nel centro Italia si registravano piogge violente e grandinate, Scilla e Stromboli sono state invase dal fango.  Il 27 agosto un terzo del Pakistan è stato sommerso dall’acqua, dopo le piogge eccezionali che hanno causato una catastrofe senza precedenti e messo fuori uso migliaia di chilometri di strade. Negli ultimi due mesi, i morti sono stati più di mille, e più di trenta milioni di persone, un cittadino su sette, sono rimasti senza casa o con alloggi provvisori, poiché almeno 200.000  abitazioni sono state distrutte e più di 300.000 sono state danneggiate. Infine le temperature massime e minime registrate il 23 agosto nel mondo: ad Al Jahra, in Kuwait, + 48,8°; in Antartide il termometro è sceso a -75,4 gradi centigradi.

3. Meccanismi economici di danno ambientale  

Finchè la pandemia era a livelli alti di diffusione, le principali imprese farmaceutiche si sono concentrate sulle vendite, raggiungendo proventi estremamante elevati dalla vendita dei vaccini più acquistati dagli Stati, mentre oggi che si vede una grande flessione del Covid 19 (pur con qualche timore di ripresa) le big pharma cominciano a cercare ulteriori profitti dai brevetti. Ha iniziato le ostilità Moderna, che nel 2021 ha fatturato vaccini per 18 miliardi di dollari,  che fa causa a Pfizer e a BioNTech accusandoli di aver copiato tecnologie brevettate per il vaccino Comirnaty, che nel 2021 ha fruttato 37 miliardi di dollari di ricavi.

La documentazione presentata da Moderna affermava che i concorrenti avrebbero copiato senza autorizazione “brevetti fondamentali della (sua) piattaforma tecnologica di MRNA. L’RNA messaggero , o mRNA, è lo script genetico che trasporta le istruzioni del Dna ai macchinari per la creazione di proteine di ogni cellula ed è stato usato nella produzione di vaccini contro il coronavirus.  Secondo Moderna, avrebbero copiato questa “tecnologia rivoluzionaria depositata in una serie di brevetti tra il 2010 e il 2016 e utilizzata per Spikevax”. Inoltre Moderna ha fatto notare che “ quando è emerso il Covid 19, nè Pfizer né BioNTech avevano il suo livello di esperienza nello sviluppo di vaccini a mRNA per il coronavirus”.

Nell’ottobre 2020, Moderna si era impegnata a non far valere i suoi brevetti relativi al Covid 19 fino alla fine della pandemia e nel marzo 2022 aveva chiarito che avrebbe rispettato questo impegno nei 92 paesi a basso e medio reddito” quindi per gli altri mercati ad alto reddito i concorrenti avrebbero dovuto richiedere una specifica autorizzazione. In sostanza, Moderna non chiedeva la rimozione del vaccino Pfizer, nè i danni, e nemmeno il riconoscimento del brevetto  specifico sul vaccino  anti Covid, ma solo che le fosse riconosciuta una licenza commerciale relativa ai brevetti depositati in precedenza. 

La cifra dei proventi provenienti dalla concessione di questa licenza non è stata precisata, ma potrebbe ammontare a delle decine di miliardi di dollari. Inoltre la stessa Moderna potrebbe dover affrontare richieste analoghe per le attività svolte in passato. Questo tipo di contenzioso deve essere seguito con attenzione perchè mette in evidenza i guadagni elevatissimi connessi agli interventi a tutela della salute pubblica, in genere trascurati da chi  analizza le pandemie solo in termini umanitari e collettivi.

Sembra che la Germania abbia deciso di posticipare la chiusura delle ultime tre centrali nucleari del paese, prevista per la fine del 2022. Analoghi provvedimenti, diretti a mantenere in funzione il settore energetico nucleare, potrebbero essere presi, in modo più o meno esplicito, anche da altri paesi come la Francia. In termini economici è comprensibile la preoccupazione relativa ai costi crescenti del gas e quindi dell’energia elettrica, ma vengono così sottovalutati i rischi connessi agli impianti obsoleti e in generale a tutte le attività del settore. Si trascurano quindi i rischi di incidenti (già verificatisi in passato) e soprattutto il problema insoluto dell’aumento delle scorie, per le quali non si è ancora trovata una modalità di conservazione. 

 All’inizio del mese di agosto, due erano le notizie relative alle esportazioni di grano ukraino. Le navi in attesa di salpare, 17, trasportavano oltre 200mila tonnellate di cereali, ferme nelle vicinanze del porto di Odessa. Un missile aveva intanto colpito la casa del più ricco magnate locale attivo nel settore cerealicolo. Marito e moglie sono morti, una scomparsa molto grave, perchè quel magnate era anche un finanziatore dell’esercito di Kiev. La precisione dell’attacco sembrava escludere qualunque casualità  e sottolineava la sostanza della posizione russa nei confronti dell’iniziativa sostenuta dalla Turchia. Il 3 agosto arrivava la notizia che la prima nave carica di cereali è partita da Odessa diretta al centro di controllo di Istanbul dove è presente anche l’Onu e la Turchia. A bordo 26.000 tonnellate di mais destinato al Libano. Il 6 agosto altre tre navi con 57.000 tonnellate di mais dirette al centro di controllo per poi proseguire per la Turchia, l’Inghilterra e l’Irlanda.  Il 17 agosto è arrivata in Italia, a Monopoli un’altra nave ukraina con un carico di olio di semi, del quale da tempo si segnalava la scarsità. Questo tentativo non è stato però il solo realizzato dall’Ukraina: nel mese di luglio sono state esportate tre milioni di tonnellate di merci, di cui circa la metà ha raggiunto il Danubio attraverso la Romania, ma prima dell’invasione le esportazioni oscillavano tra i 5 e i 7 milioni di tonnellate al mese.

 

4. .Eventi estremi in Italia

Oltre agli eventi analizzati in un contesto europeo, il nostro paese è stato anche colpito in agosto da altri fenomeni e ha mostrato dinamiche specifiche, specie nella seconda metà del mese. In fiamme sono andati migliaia di ettari di bosco lungo il confine tra Italia e Slovenia.

Nel Carso, sopra Monfalcone, il fuoco correva veloce verso Gorizia, un territorio privo di manutenzione, scomparsa la quotidianità delle guardie forestali, l’odore acre delle fiamme arrivava a Trieste, il particolato PM10  di notte arrivava alle stelle. A Savogna centinaia di persone erano state costrette a lasciare le loro case. Due settimane di inferno, 4000 ettari di vegetazione andati in fumo nella seconda metà di luglio, questo era il Carso dove morirono 400.000 persone durante la prima guerra mondiale, come si presentava all’inizio di agosto.

Nel resto dell’Italia per il 3 agosto era  prevista un’altra impennata del caldo, con una punta di 39 gradi a Roma. Il giorno sette l’Italia era divisa: si registravano smottamenti e frane su tutto l’arco alpino,  ed erano attese forti grandinate. Nuovi incendi, intato, sul Carso e in Puglia, dove 90 ettari di bosco sono andati distrutti vicino a Castel del Monte. Secondo la Coldiretti, la siccità ha fatto triplicare gli incendi in tutto il paese. A metà del mese si segnalavano molti incendi nella provincia di Roma, contrastati  però dal nubifragio che il 14 agosto ha colpito la capitale.

Dal giorno 19 si segnalavano nubifragi e trombe d’aria in tutta l’Europa, in Toscana sono stati accompagnati da venti a 140 chilometri all’ora. In Corsica il 18 agosto si è registrato un vento di maestrale a una velocità di 224 chilometri all’ora, che ha causato 5 vittime. Il giorno successivo piogge violente a Ferrara, grandine a Riccione.  Violenti temporali si sono scatenati anche da Genova fino alla Romagna, senza vittime, ma con numerosi feriti, colpiti dalla caduta di alberi e vari danni alle abitazioni. Occorre però prendere atto del fatto che fenomeni temporaleschi si sono verificati anche in zone particolarmente  calde e che il passaggio tra le due situazioni è ormai solito essere molto rapido e molto violento.

L’alternarsi di eventi climatici estremi è diventato in Italia una drammatica consuetudine. Legambiente da gennaio a giugno ne ha contati 132, il numero più alto della media annua dell’ultimo decennio. Non sono soltanto scomparse le mezze stagioni, si sono proprio modificate le caratteristiche anche delle stagioni. In zone già provate da una siccità estesa si verificano piogge violente e concentrate, accompagnate da grandine e fulmini, che però non rappresentano più un beneficio per l’agricoltura e l’allevamento.

Nella capitale, tuttavia,  sono stati raggiunti livelli di caldo percepito intorno ai 44 gradi e si sono moltiplicati gli incendi anche in zone fittamente abitate. Più preoccupante è il dato complessivo di eventi estremi degli ultimi anni: dal 2010 a luglio 2022 se ne sono verificati oltre 1300, gli impatti più rilevanti in 710 comuni (all’incirca 1 su dieci). Più in particolare si sono registrati: 516 allagamenti da piogge intense, 367 danni da trombe d’aria, 157 danni alle infrastrutture causati da piogge, 123 esondazioni di fiumi, 63 danni da grandinate, 55 da siccità prolungata, 55 frane da piogge intense, 22 danni al patrimonio storico, 17 da temperature estreme in città colpite da ondate di calore.

Non si può inoltre dimenticare un fatto: una zona siccitosa trae pochissimo giovamento da una pioggia violenta, perchè il terreno arido l’assorbe e la fa scomparire prima che piante ed animali ne possano trarre beneficio. Ciò significa, ad esempio, che bisognerebbe canalizzarla in laghi, invasi e serbatoi per poi ridistribuirla con la opportuna intensità, ma questi mancano quasi completamente. Inoltre, il bacino del Po, il più grande del paese, ha una popolazione di circa 20 milioni di abitanti; la sua acqua, e quella dei suoi 141 affluenti  in condizioni normali genera il 40% del prodotto lordo italiano. Il sistema di accumulo e  di distribuzione è stato progettato molti decenni fa e mai modificato. Lo stato attuale del grande fiume è stato più volte descritto, ma nulla è stato fatto per cambiare la situazione. E questa situazione drammatica riguarda anche altri fiumi minori.

5. Strumenti

Enrico Euli, Homo Homini Ludus, Fondamenti di illudetica, Edizioni Sensibili alle Foglie, Roma, ottobre 2021

Daniel Tanuro, E’ troppo tardi per essere pessimisti, come fermare la catastrofe ecologica imminente,  Edizioni Alegre, Roma, 2020

Augustine Sedgewick, Coffeeland, Storia di un impero che domina il mondo, Einaudi, Torino, 2021

Guido Caroselli, Raffaello Costa, Io salvo il pianeta, 101 buone azioni quotidiane che ognuno di noi può fare per la Terra, Editore Typimedia, Roma, aprile 2022

Paolo Cacciari, Re Mida, la mercificazione del pianeta, Edizioni La Vela, 2022  

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mercoledì 9 novembre 2022

Nuovo rapporto di ReCommon sulle relazioni pericolose tra Italia ed Egitto

 

“La campagna d’Egitto – Gli affari dei ‘campioni’ italiani con il regime di al-Sisi” è il rapporto che ReCommon lancia oggi in concomitanza con l’inizio della COP27 a Sharm el-Sheik. Nella pubblicazione, l’associazione esamina il rapporto fin troppo stretto e proficuo delle due big del settore fossile, Eni e Snam, della principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, e dell’assicuratore pubblico nostrano, SACE, con il sanguinario e liberticida regime di Abdel Fattah al-Sisi. In carica dal 2014, al-Sisi è responsabile della detenzione arbitraria di migliaia di persone, di innumerevoli condanne a morte in seguito a processi viziati e di una vasta discriminazione di genere per legge. Eppure, tra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto e il quinto a livello globale, oltre a essere il secondo Paese di destinazione delle merci egiziane.


La campagna d'Egitto

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Non a caso l’Egitto è il singolo Paese nel quale si trova il volume maggiore delle riserve di gas di Eni, oltre il 20% del totale. La produzione nel Paese della principale multinazionale energetica italiana, partecipata dallo Stato, rappresenta il 60% del totale nazionale. Solo inizialmente l’Eni ha fatto sentire la sua voce in merito alla barbara uccisione di Giulio Regeni, per poi tornare senza troppe remore al business as usual, in quel momento rappresentato dalla scoperta dell’ingente giacimento di Zohr. Grazie soprattutto ai progetti di Eni, il regime di al-Sisi ha conquistato un ruolo di primo piano sullo scacchiere energetico internazionale.

Di recente Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in Europa, società anch’essa partecipata dallo Stato italiano, ha acquistato il 25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), proprietaria del gasdotto Arish-Ashkelon tra Israele ed Egitto, anche noto come “Gasdotto della pace”. Infrastruttura sicuramente strategica per gli scambi energetici tra i due paesi e nodale per le mire del Generale al-Sisi, ma anche opaca nella sua composizione societaria, su cui pendono ombre pericolose.

Tutti questi investimenti infrastrutturali vengono attuati grazie agli istituti di credito e alle istituzioni finanziarie. In prima fila c’è Bank of Alexandria, la sussidiaria locale del primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo. Partecipata anche dallo Stato egiziano, Bank of Alexandria si vanta di essere il canale privilegiato per gli investimenti italiani nei settori strategici per l’Egitto, in primis il comparto oil&gas e quello dell’acquisto di armi, tanto ‘caro’ al regime.

A garanzia di queste relazioni troviamo SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui esposizione storica nei confronti del regime egiziano supera i 4 miliardi di euro. L’importanza rivestita dall’Egitto nel portafoglio di SACE si evince da due operazioni di garanzia: quella per la raffineria di MIDOR e quella per la raffineria di Assiut, avvenuta a febbraio 2022. Entrambe risultano le più grandi mai emesse da SACE nel settore oil&gas. Per l’ultima, sullo sfondo del caso Regeni, ci sono state poche remore, nonostante la titubanza di altri attori finanziari italiani coinvolti, come Cassa Depositi e Prestiti.

Perché Snam non pubblica l’elenco completo degli azionisti della EMG, suoi soci in affari in Egitto, e i beneficiari ultimi di ciascuna delle società che controllano proprio insieme a Snam il gasdotto Arish-Ashkelon? Perché Eni ha continuato a incrementare i propri investimenti in Egitto persino dopo che sono emersi possibili legami tra l’assassinio di Giulio Regeni e il regime di al-Sisi? Qual è stata la destinazione finale degli ingenti finanziamenti che Intesa Sanpaolo ha concesso al ministero della Difesa e al ministero delle Finanze egiziani? Perché SACE non ha avuto alcuna remora nel garantire la raffineria di Assiut, nonostante altri attori finanziari fossero preoccupati per le implicazioni reputazionali derivanti dal caso Regeni?

Queste le domande che pone ReCommon ai diretti interessati. “Sarebbe a dir poco auspicabile fare finalmente chiarezza sui troppi aspetti oscuri delle relazioni tra Italia ed Egitto, portate avanti dai ‘campioni’ industriali e finanziari nostrani”, l’auspicio dell’organizzazione. “Se ciò non dovesse avvenire, sarà l’ennesima prova che gli interessi economici hanno sempre la meglio rispetto alla tutela dei diritti delle persone”, conclude.

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lunedì 7 novembre 2022

La sovranità è dei contadini - Monica Di Sisto

 

Il 75% delle persone che abitano questo pianeta viene sfamato dai lavoratori delle campagne. Le loro competenze, voci, corpi, vite, diventino politiche.

Bando degli ananas, penuria di sushi, dazi sul poké: l’annuncio da parte del governo Meloni di voler istituire il ministero per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare ha suscitato tra stampa e parte della comunità istituzionale ilarità e preoccupazioni su eventuali prospettive autarchiche per il settore agroalimentare nazionale. Quanto questo sia frutto di ignoranza e scarsa conoscenza del settore è presto spiegato. Quanto un cambio di denominazione non compia da solo il cambiamento di modello che pure oggi è necessario all’agroalimentare a livello globale, è anch’esso oggetto di questa riflessione.

 

Le rassicurazioni del ministro

Il neoministro all’agricoltura Francesco Lollobrigida[i], allo scoppio delle polemiche, si è affrettato a spiegare che la dicitura era mutuata dal governo del presidente Macron, e che il cuore di questa auspicata nuova centralità nazionale nelle politiche agroalimentari si concentrava, essenzialmente, nell’espandere le coltivazioni nei terreni oggi incolti, secondo quanto prescrive la politica agricola comunitaria, per limitare le emissioni climalteranti, recuperando fino a un milione di ettari coltivabili. Poi il rinnovo di contratti di filiera più chiari per aiutare i produttori di materie prime agricole, l’istituzione di nuovi fondi per le aziende in crisi. Infine la lotta all’etichetta Nutri-Score, che classifica il cibo in base alle calorie bollando come insalubri alcuni “pezzi forti” dell’export italiano come parmigiano e prosciutto, oltre alla lotta ai cibi contraffatti con nomi che scimmiottano quelli tricolori, cioè l’“Italian sounding”.

 

Il cibo nel mercato globale

Una “vera” sovranità alimentare, però, è tutt’altra cosa. Alle origini del mercato globale, quando all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale i vincitori si proposero di far ripartire l’economia nel mondo, grazie all’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) si lanciò un sistema di regole valide per tutti che stabilivano le condizioni secondo le quali le merci potevano essere scambiate tra i Paesi che vi aderivano. L’obiettivo era di rendere questi passaggi progressivamente più veloci e meno costosi, abbattendo nel tempo dazi e quote. L’agricoltura però, in considerazione della sua strategicità e criticità per la sopravvivenza di vincitori e vinti, era stata eccettuata da questo processo di progressiva globalizzazione e sottoposta a un negoziato di lungo periodo.

Dopo la caduta del muro di Berlino, e la creazione, nel 1995, dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) con l’obiettivo di istituzionalizzare, e quindi di rendere politico, il processo in corso di liberalizzazione e integrazione progressiva dei mercati, l’agricoltura entrò tra i temi di liberalizzazione commerciale con uno specifico Accordo Agricolo[ii]. Il cibo cominciò ad essere utilizzato come merce di scambio, al pari di tutte le altre merci, nel quadro della negoziazione generale, come se fosse un tubo o una scarpa, e con esso anche le regole con le quali i diversi Paesi ne assicurano prezzi, salubrità per l’ambiente, sicurezza per chi lo produce e per chi lo consuma.

Produrre, infatti, cibo “buono, pulito e giusto” [iii], come recita lo slogan di Slow food, per chi lo produce e per chi lo consuma, ha costi decisamente più elevati per chi lo commercia. La compressione dei costi di produzione, oltre alla noncuranza anche da parte degli Stati membri della Wto per gli impatti ambientali e sociali negativi e visibili della intensificazione dei sistemi e degli scambi già in corso nel settore, sono state le preoccupazioni immediate dei movimenti dei contadini che in tutto il mondo già pagavano sulla propria pelle il prezzo di questa deriva dai tempi della rivoluzione verde e delle piantagioni coloniali.

 

La prospettiva e le lotte dei contadini

È con questa visione che nel 1996, quando la Fao lanciava a Roma il primo World food summit [iv], si riunì a Roma una rete di movimenti sociali, Ong e reti di piccoli produttori di cibo da tutto il mondo. Il “Forum delle Ong sulla sicurezza alimentare”, presieduto e organizzato dalla Ong italiana Crocevia insieme alla neonata rete internazionale che promuoveva la prospettiva dei contadini rispetto all’agroalimentare, La Via Campesina, lanciò il concetto di sovranità alimentare.

Sovranità alimentare significa, innanzitutto, riconoscere che il 75% delle persone che abitano questo pianeta lo sfamano i contadini, non le multinazionali e i supermercati. E che per questo le regole che riguardano campi e cibo dovrebbero essere pensate non per facilitare forniture e profitti di queste ultime, ma per promuovere una produzione di cibo che, sulla base dei saperi e di una scienza basati sull’agricoltura contadina, abbia come obiettivi principali quelli di combattere la fame e la povertà sviluppando e rafforzando economie locali, la democrazia e la promozione dei diritti umani.

Con questa verità in tasca, e con una lotta serrata che si è svolta in tutte le istituzioni nazionali e internazionali, i contadini hanno ottenuto che, ad esempio, la Fao riconoscesse nell’agricoltura contadina e nell’agroecologia la strategia maestra, non residuale e folcloristica, per alleggerire il pianeta dalle emissioni del settore agroalimentare che, sempre secondo la Fao, rappresentano circa un terzo delle emissioni climalteranti globali[v]. Un riconoscimento che si è accompagnato anche ad un cambiamento nella struttura decisionale dell’agenzia delle Nazioni Unite per il cibo, che ha visto i contadini e le proprie rappresentanze essere poste sullo stesso piano degli Stati e del settore privato[vi].

 

Quelle parole di Giorgia Meloni

La premier Giorgia Meloni, nel suo discorso d’insediamento al Parlamento[vii], ha chiarito che a suo giudizio “l’Italia deve tornare ad avere una politica industriale, puntando su quei settori nei quali può contare su un vantaggio competitivo. Penso al marchio, fatto di moda, lusso, design, fino all’alta tecnologia. Fatto di prodotti di assoluta eccellenza in campo agroalimentare, che devono essere difesi in sede europea e con una maggiore integrazione della filiera a livello nazionale, anche per ambire a una piena sovranità alimentare non più rinviabile”. Ovviamente, dice lei, ma lo avevamo capito anche noi, questo non significa “mettere fuori commercio l’ananas, come qualcuno ha detto, ma più banalmente garantire che non dipenderemo da nazioni distanti da noi per dare da mangiare ai nostri figli”. E qui, però, c’è il nodo della contraddizione che né Meloni né i suoi predecessori sembrano voler sciogliere.

 

Il prezzo salato del Made in Italy

Perché l’Italia, in realtà, da troppi anni non è autosufficiente non perché non potrebbe esserlo, ma perché ha scelto di schiacciare il proprio agroalimentare proprio sulle esportazioni. Che l’autosufficienza sia una priorità importante lo ha dimostrato la pandemia, come tutti gli altri disastri provocati dai cambiamenti climatici: quando i cargo, le navi, i camion non partono, o i prezzi del cibo globalizzato schizzano alle stelle per colpa delle speculazioni, i supermercati si svuotano. Se i sistemi locali di produzione e distribuzione del cibo, a partire dai mercati, non funzionano, o si basano sulle stesse filiere, banalmente le persone non mangiano. In tempi incerti come questi devi avere soluzioni alternative solide ai supermercati globalizzati. E per questo il Made in Italy cui la premier fa riferimento può davvero poco.

Gli ultimi dati[viii] confermano che l’Italia esporta sempre di più in valore, nonostante la crisi e l’inflazione, ma è un artificio algebrico: questo, infatti, non significa che un numero maggiore di prodotti italiani lasciano il nostro Paese per mete esotiche, ma che vengono venduti a prezzi più alti, anche per la crescita dei costi. Questi prodotti “Made in Italy” a prezzi alti per il 69% vengono venduti in Europa, ma negli anni sono sempre meno accessibili a lavoratrici e lavoratori del nostro Paese, tra i quali gli stessi contadini, che da trent’anni, pecore nere dell’Unione, vedono i propri salari calare[ix].

Questi prodotti indebitano il Paese, perché il dettaglio merceologico delle importazioni, che trascinano la nostra bilancia commerciale in deficit aggravando il buco del Pil, rivela che esse sono costituite in larga parte da materie prime non trasformate e prodotti semilavorati che parlano tutte le lingue del mondo e che noi utilizziamo per fare quel Made in Italy agroalimentare che esportiamo a caro prezzo. Il resto è prodotto a qualità e costi molto più bassi, che sono la base alimentare della classe media e dei poveri di questo Paese.

Queste materie prime, infine, le otteniamo a prezzi bassi perché le importiamo sempre di più da Paesi con i quali stringiamo accordi commerciali che ci permettono di concordare standard di qualità e di produzione, presenza di pesticidi, di tossine, di ogm, peso sull’ambiente e emissioni, intensità e numero di controlli sempre più deregolati. Il tutto a vantaggio di pochissimi gruppi e portatori d’interesse nazionali e internazionali, che negli anni stanno trascinando verso il basso anche il quadro delle regole europee e nazionali. Tutte le regole: perché quando si parla di cibo si parla di sopravvivenza, ambiente, lavoro, diritti umani. Le basi del contratto sociale.

Per questo la sovranità alimentare senza i contadini non si può che enunciare: per compierla c’è bisogno che le loro competenze, voci, corpi, vite, diventino politiche. Una pratica democratica che nessuno dei governi istituiti dalla sua dichiarazione nel 1996 ha mai voluto percorrere fino in fondo in questo Paese. Le reti de La via campesina o l’Associazione rurale italiana, le organizzazioni come Crocevia, le campagne come “Cambiamo agricoltura”[x] che chiedono passi concreti contro i cambiamenti climatici, le esperienze come la Food Policy milanese e romana, dove insieme, organizzazioni come la mia e istituzioni cittadine, si stringono intorno a una pratica partecipata delle politiche del cibo. Non basta dichiarare, serve riconoscere e fare sul serio. I governi passano, i cittadini votano.

Monica Di Sisto, giornalista dell’Osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch

 

[i] https://quifinanza.it/editoriali/video/francesco-lollobrigida-cognato-meloni-sovranita-alimentare/673125/

[ii] https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/111/wto-agreement-on-agriculture

[iii] https://www.slowfood.it/comunicati-stampa/ministro-sovranita-alimentare/

[iv] https://www.croceviaterra.it/sovranita-alimentare/cos-e-sovranita-alimentare/

[v] https://www.fao.org/news/story/en/item/1379373/icode/

[vi] https://www.csm4cfs.org/

[vii] https://formiche.net/2022/10/discorso-completo-giorgia-meloni-camera/

[viii] https://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/12292

[ix] https://www.milanofinanza.it/news/italia-30-anni-di-salari-in-calo-202205171511219124

[x] https://www.cambiamoagricoltura.it/

 

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domenica 6 novembre 2022

Sessismo, nazionalismo e miltarismo. Il militarismo è cultura dello stupro - Mariella Bernardini e Selva Varengo

 

È evidente come la cultura dominante sia una cultura gerarchica di guerra e di violenza in cui la militarizzazione è presente in ogni ambito, siamo in un mondo in guerra anche se alla guerra si danno nomi che la negano come “missioni di pace” o “interventi umanitari”. Sicuramente le cause scatenanti delle guerre sono sempre le stesse ciniche ed eterne ragioni di interesse economico e politico, ma le radici storiche delle guerre risiedono nell’ordine simbolico patriarcale ovvero nella costruzione storica dei modi di essere donne e uomini, imperniata ovunque sul binarismo di genere, sulla gerarchizzazione, sull’affermazione di una virilità aggressiva che legittima socialmente la violenza contro le donne e i soggetti altri, codificando il potere di un solo genere, trasformando l’altr@ in nemico e portando a percepire come necessario e giusto l’ordine materiale e mentale della guerra. La guerra rende così ancor più evidente – se mai ce ne fosse bisogno – l’incapacità, intrinseca alla cultura patriarcale, di accettare l’esistenza nel mondo dell’altr@, del diverso da sé, di più soggetti dialoganti fra loro, sottomettendo tutte le soggettività che non siano maschi bianchi eterosessuali perfettamente inseriti nella logica dominante. Questa incapacità di elaborare positivamente il rapporto con l’altr@ è uno dei nodi cruciali del nostro tempo fatto di particolarismi, nazionalismi, integralismi, separatismi, in cui la violenza di genere è il sintomo dell’incapacità maschile di guardare in faccia l’altr@ senza sottometterla.

Nazionalismo e sessismo. Le frontiere, come dovrebbe essere noto, rappresentano un’astratta imposizione e il nazionalismo, dietro la cui arcaica mitologia si continuano a trascinare interi paesi in guerra, rappresenta in realtà la costruzione più originaria di un ordine patriarcale e universale, fondato storicamente sull’esclusione del femminile e sulla differenziazione rigida dei ruoli sessuali. La costruzione dell’identità nazionale è da sempre organizzata attraverso un modello di società ordinata in ruoli differenziati di classe, di appartenenza etnica e di sesso in uno stretto intreccio fra patriarcato e nazionalismo, fra etnia e genere. Basti ricordare l’ossessione demografica, tipicamente nazionalista, della supremazia del proprio popolo affermata attraverso lo strumento della riproduzione, cosicché il primo dovere delle donne nella nazione è la maternità. Non a caso Mussolini sosteneva che “la guerra sta all’uomo come la maternità sta alla donna”. Per non parlare del silenzio assordante sulle numerosissime violenze di genere commesse durante il colonialismo, italiano e non solo: d’altronde, da quando esistono le guerre, i corpi delle donne sono sempre stati “bottino di guerra” e, come vedremo, guerra e stupro sono un binomio inscindibile, in ogni tempo e a ogni latitudine.

Razzismo e sessismo. Il militarismo viene spesso giustificato sulla pelle delle donne e in particolare le politiche securitarie del nuovo millennio trovano largo consenso grazie a una fantomatica esigenza di protezione delle donne da salvaguardare dalle cosiddette “invasioni barbariche” dei flussi migratori. La violenza di genere è utilizzata come dispositivo per agitare allarmi sociali, per giustificare provvedimenti repressivi, per riprodurre retoriche emergenziali e allo stesso tempo per costruire un ordine sociale eteronormativo, in un rinnovato nesso tra sessismo e razzismo. È infatti evidente la tendenza a strumentalizzare i crimini di genere, purché commessi da altri, per compiacere gli umori collettivi più malsani e varare misure legislative di stampo razzista-securitario (operazioni speciali, stati d’emergenza, videosorveglianza, pattuglie, esercito nelle strade, etc.), rappresentando al contempo le donne come vittime incapaci della propria autodifesa, come corpi la cui tutela spetta all’uomo e allo Stato.
In realtà la violenza maschile non conosce differenze di classe, etnia, cultura, religione o appartenenza politica: lo stupro è ovunque trasversale. La violenza di genere continua a essere trattata come devianza di singoli o come responsabilità da addossare alla nazionalità degli aggressori, mentre in realtà essa è strutturata all’interno della società e della famiglia. Ricordiamoci che lo stupro non ha nulla a che fare col desiderio sessuale e che la violenza di genere è sempre uno strumento di potere funzionale a mantenere il dominio storico di un genere sull’altro.

È significativo notare come il fenomeno, persistente e strutturale, delle violenze sessuali compiute da cittadini italiani, talvolta in divisa, non suscita alcun allarme pubblico. Per fare solo un esempio recentissimo, pensiamo ai numerosi casi di molestie e violenze prontamente denunciate da NonUnadiMeno durante l’ultima adunata nazionale degli Alpini a Trento nel maggio 2018. Si continua a far finta di non vedere che in Italia, così come nel resto del mondo, la maggior parte delle violenze maschili sulle donne si consuma nell’ambito di relazioni di prossimità, in ambienti intimi, familiari e amicali: l’aggressività maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo. Mentre le donne conquistano margini crescenti di libertà, autonomia e consapevolezza, i meccanismi strutturali della discriminazione di genere non mutano; anzi, proprio la conquista di quei margini di autonomia incrementa frustrazione e rancore nei confronti delle donne in una buona parte del mondo maschile, attraversato sempre più dalla crisi della virilità tradizionale.

Lo stupro come arma di guerra In contesti di guerra la violenza di genere si amplifica ancor di più. È importante ricordare che le donne rappresentano la maggioranza delle vittime civili in guerra e la maggioranza dei profughi, sia prima, sia durante e persino dopo ogni conflitto. Inoltre le donne – e spesso sono bambine – in contesti di guerra (ma non solo), subiscono spesso abusi, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, stupri, mutilazioni dei genitali, gravidanze forzate e ogni tipo di violazione dei loro corpi e delle loro volontà, tutte azioni volte a colpire deliberatamente ed in forma specifica la vita, i corpi e la libertà delle donne. In particolare lo stupro, elemento chiaramente strutturale della società patriarcale, si salda con il discorso nazionalista e militarista, diventando violenza razionale e scientifica, affermandosi come vero e proprio strumento di guerra tramite il quale il corpo delle donne diventa ancora di più il terreno su cui affermare il proprio dominio assoluto.

Molte volte gli stupri di massa sono stati usati come vera e propria arma bellica per costruire, da un lato, odio e separazione netta fra gruppi umani, dall’altro, per inscrivere nei corpi delle donne “altrui” il segno del disonore prodotto dal seme del vincitore, saccheggiando i corpi femminili da sempre considerati proprietà esclusiva del maschio. Pensiamo alla pulizia etnica nella ex Jugoslavia, ma anche al Burundi o al Ruanda dove solo nel 1994 duecentocinquantamila donne hanno subito violenza sessuale e tra di loro il 70% ha contratto l’Hiv con conseguenze quasi sempre mortali, alla Palestina e all’uso politico della violenza di genere da parte del governo di Erdoğan in Kurdistan.

È importante notare come lo stupro accompagni tutte le guerre e come esso non sia da considerarsi, come spesso avviene, una deplorevole ma inevitabile conseguenza secondaria della guerra. Lo stupro in guerra rappresenta “un atto consueto con una scusante consueta”, tanto che persino una risoluzione delle Nazioni Unite ha dovuto riconoscere che lo stupro costituisce una vera e propria tattica di guerra. Sono almeno 41 i Paesi dove sono avvenuti stupri di guerra a partire dalla Seconda guerra mondiale, ma la lista ovviamente è ancora aperta alle continue violenze sessuali che stanno accadendo a tutt’oggi nei conflitti armati in atto. In tutto ciò, un ruolo significativo è svolto della Chiesa cattolica che da sempre costringe le donne a maternità forzate condannando l’aborto anche in caso di stupro: per la Chiesa infatti neanche in caso di stupro di guerra è lecito abortire. Papa Wojtyla ad esempio ha intimato di non abortire alle trentamila donne bosniache stuprate durante la “pulizia etnica” sostenendo che lo stupro etnico non fa eccezione alla regola della Chiesa per la quale l’aborto è sempre e comunque l’uccisione di una vita innocente, così come ribadito ancora recentemente da papa Bergoglio.

Lo stupro come arma di pace. Lo stupro però non si configura purtroppo solo come arma di guerra ma anche come arma di pace, e in un duplice senso. Anzitutto la violenza di genere è – come purtroppo sappiamo – decisamente comune anche nei cosiddetti tempi di pace; in secondo luogo perché, da quando esistono le forze cosiddette di pace internazionali, vi è una regolarità allarmante di violenze, stupri, prostituzione forzata, sfruttamento e ricatti sessuali esercitati dai cosiddetti “portatori di pace”. Per fare alcuni esempi, limitandoci agli anni Duemila, violenze da parte dei Caschi Blu si sono registrate in Eritrea, Burundi, Liberia, Guinea, Sierra Leone, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Benin, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana e Somalia. Secondo un’indagine delle stesse Nazioni Unite, nel solo periodo tra il 2008 e il 2013 i Caschi blu si sono resi responsabili di almeno quattrocentoottanta casi di sfruttamento e violenze sessuali, un terzo dei quali ai danni di minori.  È necessario ricordare poi come la violenza sessuale e lo stupro siano una costante nelle zone militarizzate intorno alle basi, anche in contesti relativamente pacifici.  Molto noto è il caso della base statunitense a Okinawa in Giappone, ma questo avviene ovunque vi sia una base militare, come ad esempio a Vicenza. A ciò si accompagna lo sviluppo di una sorta di “industria del sesso” nelle vicinanze delle basi dove il ricatto e la violenza sessuale sono costantemente all’ordine del giorno.

Lo stupro infine segna purtroppo, ogni giorno, anche il percorso di molte delle donne migranti in fuga dalle guerre. A tal proposito è significativo ricordare come la Convenzione di Ginevra non preveda nulla in materia di asilo politico per i maltrattamenti alle donne. L’Unione Europea, così falsamente ricca di parole e documenti sui diritti delle donne, è totalmente sorda di fronte a una donna migrante alla ricerca di asilo perché costretta a fuggire dalla violenza e dalle minacce alla sua libertà; anzi numerosi sono i casi di stupro all’interno dei centri di detenzione per migranti e molti i ricatti sessuali da parte degli operatori umanitari, civili e militari, nei campi profughi. Solo nel 2017 e solo in Inghilterra 120 operatori delle più grandi Ong sono stati accusati di molestie sessuali. Proprio a fine luglio 2018 il Parlamento britannico, in un suo rapporto, ha dovuto ammettere come gli abusi sessuali su donne e bambine da parte di cooperanti di moltissime Ong internazionali siano “endemici”, noti da tempo e coperti dalla complicità di numerosissime organizzazioni che operano nel campo degli aiuti umanitari.

Conclusioni.  Per concludere, ci teniamo a sottolineare come il nostro non voglia essere in alcun modo un discorso vittimista nei confronti delle donne, riteniamo però che, dal momento che la guerra è intrinseca al sistema patriarcale, non si può pensare di sconfiggerla senza sciogliere il nodo del patriarcato che sopravvive – in modi diversi ma sempre distruttivi – in tutte le società e le religioni, e che purtroppo è stato spesso introiettato anche dalle soggettività oppresse. Le stesse donne talvolta si appropriano dei valori patriarcali più brutali: pensiamo ad esempio alla recente presentazione delle prime donne celerine o alle ormai numerose donne nell’esercito dimentiche che è stato dimostrato come per una donna soldato il rischio di essere assaltata in missione da un proprio commilitone sia molto più alto della probabilità di essere uccisa dal nemico in battaglia.
La decostruzione del patriarcato è radice del femminismo e per questo motivo è imprescindibile e necessaria una riflessione femminista (e transfemminista) su militarismo, razzismo e nazionalismo in grado di contribuire ad elaborare un diverso orizzonte. Il movimento femminista e libertario ha origine proprio nel riconoscersi come fondato sulla relazione con l’altr@, nella solidarietà e nella giustizia sociale, in una visione basata non sulla sopraffazione ma sull’equilibrio tra gli opposti. In questo modo è possibile forse trovare strumenti nuovi alla ricomposizione dei conflitti, accettando l’esistenza dell’altr@ nella sua irriducibile diversità in modo da sciogliere il nodo del militarismo.
Dal momento che la militarizzazione si riflette anche nella separazione rigida tra i ruoli sessuali in cui le donne sono viste spesso come madri, immagini della cura e della salvaguardia della vita, e gli uomini come guerrieri e strateghi della distruzione, è necessario “smilitarizzare” le menti, nelle relazioni personali così come nello spazio pubblico. Le discriminazioni, come sappiamo, non viaggiano mai da sole: razzismo, militarismo e sessismo sono facce diverse della stessa medaglia. Il cambiamento deve perciò partire certamente da un sovvertimento radicale della società, con una lotta aperta alle disuguaglianze che risolva definitivamente la questione sociale. Ma la rivoluzione sociale, in senso anarchico e libertario, deve accompagnarsi, sin dall’inizio, con un cambiamento profondo dell’habitus mentale, prendendo coscienza della necessità di presa di parola da parte delle donne e di tutte le soggettività oppresse dal momento che l’autodeterminazione e la libertà sono gli unici strumenti validi per combattere dalle radici sia la violenza di genere sia il militarismo insito nella società etero-patriarcale. È necessario quindi cambiare la struttura sociale e il rapporto tra i sessi, non dimenticando l’importanza di una riflessione – da parte di tutte e tutti – su significati e ruoli imposti dalle contraddizioni di genere

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venerdì 4 novembre 2022

Il Greenwashing di Eni

  

Il 2022 per Eni è un anno cruciale. A sessant’anni dalla morte del suo fondatore Enrico Mattei, con l’avvio della guerra in Ucraina, l’azienda si è infatti ritagliata un ruolo fondamentale nella strategia italiana per affrancarsi dal gas russo. L’anno in corso può essere quindi considerato ‘un ritorno alle origini’ per l’azienda. Le “nuove” rotte del gas, così come la vicenda degli extraprofitti, confermano inoltre che la transizione ecologica continua ad essere in secondo piano rispetto agli interessi dell’azienda fossile.

Per analizzare i ‘tentativi di greenwashing’ dell’azienda e la sue mosse più recenti, riprendiamo in questo dossier il rapporto ‘GreENIwashing Il greenwashing di Eni e altre storie”, uscito nell’ottobre 2022. Il testo è a cura di A Sud e realizzato in collaborazione con il Cdca (Centro Documentazione Conflitti Ambientali) nell’ambito del progetto Osservatorio Eni, con il contributo di Patagonia Environmental Grants Fund of Tides Foundation e con i fondi Otto per mille della Chiesa Valdese. 

 

Diritti umani e finanza sostenibile: i grattacapi di Eni

Gli ultimi anni non sono da considerarsi solo rose e fiori per Eni, che deve fare i conti con almeno due rimostranze. Il Piano Strategico 2022-2025 punta ancora fortemente su petrolio e gas ma allo stesso tempo Eni ribadisce l’impegno alla neutralità climatica entro il 2050 per i propri prodotti. Qualche dubbio però sorge. Un’istanza, presentata dalla rete Legalità per il Clima e sottoscritta da un gruppo di associazioni ecologiste, movimenti e gruppi ambientalisti, denuncia l’inadeguatezza del piano industriale della maggior compagnia energetica nazionale rispetto al quadro di impegni internazionali volti al contrasto della crisi climatica. L’istanza è stata presentata nel febbraio 2022 al Punto di Contatto Nazionale dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, e si fonda sulle Linee Guida Ocse per le imprese multinazionali, che fissano una serie di principi, ispirati alle norme internazionali, orientate a promuovere nelle imprese condotte responsabili dal punto di vista sociale, ambientale e della tutela dei diritti umani. Dopo la presentazione dell’istanza è arrivata una corposa replica da parte di Eni, che prova a smontare punto per punto le contestazioni mosse. “Se l’istanza – si legge nel rapporto – fosse accolta il risultato per Eni, sotto il profilo reputazionale, potrebbe essere peggiore di una sentenza”.

Si attendono poi le raccomandazioni finali del gruppo Onu sui diritti umani, che tra settembre e ottobre 2021 ha svolto un viaggio in Italia lungo dieci giorni con lo scopo di redigere un documento di indicazioni per imprese ed enti pubblici. Sono stati ascoltati i sindacati, le organizzazioni della società civile, le istituzioni e le imprese. Sotto osservazione da parte delle Nazioni Unite anche Eni, attraverso l’analisi dell’impatto dell’azienda in Basilicata, dove si estrae l’80% del petrolio italiano. Il quadro finale che ne è emerso, anticipato in una conferenza stampa al termine del tour perlustrativo, è stato estremamente preoccupante.

Il professor Surya Deva, a capo del working group dell’Onu, ha dichiarato che “Eni ha detto di non sapere nulla delle preoccupazioni della comunità locale. L’impresa ha parlato delle attività che svolge, ci ha mostrato le modalità del monitoraggio delle emissioni ma la comunità continua a non credere a una parola. I vertici aziendali devono uscire dagli uffici e mettersi in ascolto e qui il ruolo del governo e degli enti pubblici è cruciale. Altrimenti ci sarà sempre uno squilibrio di poteri tra impresa e comunità”.

Gli extraprofitti negati

Con l’aumento del prezzo del gas sul mercato internazionale le aziende energetiche che lo distribuiscono ottengono maggiori guadagni. L’enorme variazione avvenuta nel mondo finanziario si è poi riversata sui singoli consumi, bollette e carburanti in primis. In pratica “le aziende fossili guadagnano perché comprano il gas sempre allo stesso prezzo ma lo rivendono a prezzi nettamente più alti, mentre la popolazione arranca per arrivare a fine mese tra la bolletta del gas e il carburante da mettere alla macchina”.

Nonostante il fatturato in rialzo (Eni ha dichiarato un utile netto di 7,4miliardi di euro nei primi sei mesi del 2022, con una crescita di oltre il 600% rispetto allo stesso periodo del 2021), sollecitata  due volte da A Sud in occasione dell’assemblea degli azionisti, l’Azienda ha continuato a negare di “aver conseguito extraprofitti dall’attività di rivendita di gas”. Secondo le stime di Europa Verde, soltanto nel primo trimestre 2022 Eni avrebbe realizzato circa 8 miliardi di extraprofitti “sulla vendita di 9,45 miliardi di metri cubi di gas in Italia rispetto al medesimo periodo del 2021, tenendo presente che il prezzo del gas, nel primo trimestre 2022, è stato di euro 1.043 (euro/mgl di metri cubi) rispetto ai 198 euro del medesimo periodo del 2021”.

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giovedì 3 novembre 2022

Chi si fa ricco con il gas? - ReCommon

  

Ci avviamo a vivere un autunno ed un inverno difficili, segnati da una crisi energetica che è già divenuta economica e sociale, con l’incertezza della guerra che grava sempre più sull’Europa e sul resto del mondo.

Queste molteplici crisi, tra loro connesse, hanno portato in cima all’agenda italiana e internazionale la questione gas.

Finalmente la crisi ha svelato la follia di un mercato del gas europeo costruito a tavolino a vantaggio di poche grandi società e alcuni attori finanziari, con il risultato perverso di legare mani e piedi dell’Unione Europea all’agenda dell’espansione del gas per decenni, “venduto” come combustibile di cui non potevamo fare a meno nella lunga, e sempre più ritardata, transizione ecologica fuori dal fossile.

Contrariamente a quello che ci viene detto dalle élite fossili, infiltrate ai più alti livelli di ogni ministero, schieramento politico e gruppo economico ed in buona parte dell’ambiente editoriale, quelli che viviamo oggi non sono i costi della transizione green, ma anzi il prezzo per non aver investito su di essa. Abbiamo continuato, al contrario, a foraggiare con sussidi pubblici le lobby fossili in nome di una sicurezza energetica costruita su accordi per l’import del gas siglati con autocrati di mezzo mondo.

Da quando la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, la risposta dei governi è stata quella di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas. Con la corsa al gas stiamo arricchendo governi autocratici quali Egitto, Azerbaigian, Algeria, Repubblica del Congo, ne stiamo avallando le drammatiche politiche repressive dei diritti umani e sociali e gettando così le basi per nuovi conflitti.

Con la campagna “Tutti i costi del gas” vorremmo alzare la voce per invitare le persone a non arrendersi alla logica aberrante dell’emergenza, perché è la stessa che da decenni ci lega all’economia del gas fossile, di cui subiamo il ricatto.

Proprio quando i costi del gas si impennano e la crisi colpisce famiglie, imprese e lavoratori italiani rendendo insostenibile la vita quotidiana di milioni di persone, è nostro diritto pretendere che chi è responsabile paghi ed è nostro dovere parlare di quali sono tutti i costi del gas a fianco di quelli segnati in bolletta: dalla repressione del dissenso in Egitto, alla militarizzazione e le guerre nel Nord del Mozambico, a chi ha sacrificato la propria vita a Malta per smascherare gli interessi corrotti di politici e imprenditori, fino a chi difende i territori da nuove colonizzazioni energetiche guidate dalla corsa al gas o da nuove fonti presunte “green” ma pur sempre insostenibili e imposte con la forza. 

 

Dobbiamo parlare senza paura di cosa succede dall’altra parte dei tubi che oggi pompano il metano per le nostre caldaie e centrali elettriche, così come guardare dentro gli extraprofitti delle società energetiche tricolori e in tutti i soldi pubblici di cui queste hanno goduto, con la complicità dei vari governi che si sono succeduti negli anni.

Guarderemo senza paura negli affari di Eni, Snam, Intesa Sanpaolo, Sace, solo per menzionare i principali campioni fossili tricolori della crociata pro-gas degli ultimi decenni. Senza dimenticare che, in linea con gli allarmi inascoltati delle organizzazioni internazionali, oramai non c’è più tempo da perdere per porre un freno al cambiamento climatico, ponendo fine oggi a ogni nuovo investimento in petrolio, carbone e gas, e in false soluzioni climatiche che perpetuano la dipendenza da questi, dal mare Adriatico alle coste africane e oltre.

I responsabili della crisi climatica, nonché di quella energetica, sono gli stessi che hanno alimentato una dipendenza tossica dalle risorse russe, di cui oggi goffamente i governi cercano di sbarazzarsi, per altro senza riuscirci, e anziché pagare per le loro responsabilità stanno guadagnando, da prima di questa situazione e oggi ancor di più.

Le scelte di oggi, dettate dall’emergenza, segneranno il modello energetico e sociale dei prossimi anni. La ricerca delle soluzioni al disastro in cui siamo finiti è troppo importante per lasciarla nelle mani dei soliti campioni fossili ed i loro Yes Men nelle istituzioni. Il principio guida di questa ricerca dovrà essere che questa volta le élite fossili non possano farla franca, in Italia e in Europa, così come nel Sud globale. 

È una questione di giustizia, #chidistruggepaga

Analisi degli extra-profitti nel settore Oil&Gas europeo REPORT PDF | 1.01 MB

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martedì 1 novembre 2022

La nuova era dell’ecocene – Paolo Cacciari

 

Anche in Italia il lemma “transizione ecologica” è entrato nel linguaggio pubblico corrente dopo il lancio nel 2019 del Green Deal della Commissione Europea e, grazie ai generosi fondi “a debito” della Next Generation Ue (una sorta di neo-keynesismo verde), il governo decaduto del banchiere Mario Draghi aveva battezzato un ministero nel suo nome. Vedremo se il nuovo governo delle destre vorrà mantenerlo. Le prime due tranche del Piano Nazionale denominato Rilancio e Resilienza sono già state stanziate dalla UE (24,9 di prefinanziamenti, più 21 miliardi finalizzati alla realizzazione di 55 “obiettivi”). In realtà si tratta di un coacervo disomogeneo di investimenti in opere e servizi solo in parte finalizzate all’ambiente naturale. E anche queste ultime sono molto discutibili, come, ad esempio, le mega-opere per l’alta velocità dei treni.

Come è stato scritto molto bene negli interventi di questa rubrica (Debate en torno a la Transición Ecológica), la “transizione ecologica” può essere declinata in modi molto diversi. In modo debole, come mitigazione dei sintomi della crisi ecologica e adattamento della vita delle persone alle condizioni peggiori, oppure in modo forte, come trasformazione profonda del sistema socioeconomico per raggiungere una “strong sustainability”.

La scelta dei governi italiani finora è stata – a malapena – la prima. Per usare le parole del ministro uscente alla Transizione ecologica (Roberto Cingolani), l’obiettivo è “trovare un compromesso tra le istanze diverse” della crescita economica e della sostenibilità ambientale attraverso soluzioni tecnologiche, comprese quelle più fantascientifiche come “il nucleare di nuova generazione” e la “cattura” dell’anidride carbonica, la sua liquefazione e lo stoccaggio nei giacimenti dismessi di idrocarburi nel mare Adriatico. La Riviera romagnola offrirà ai turisti un bagno in un’acqua frizzante!

La guerra in Ucraina è combattuta dalle cancellerie degli Stati in conflitto anche attraverso le sanzioni economiche. Il gas russo è diventato così un’arma non convenzionale usata dalle due parti e non si capisce bene chi ne stia traendo più (s)vantaggio. Sicuramente, mezza Europa si è trovata senza (quasi) la sua principale fonte energetica, il metano. E ciò ha posto in secondo piano gli obiettivi della decarbonizzazione energetica (Parigi 2015, Glasgow 2021). Una manna per gli “inattivisti” (secondo la definizione data dal climatologo statunitense Michael Mann, in La nuova guerra del clima, 2021, a coloro che spingono per lasciare le cose come stanno) al servizio delle potenti lobby del carbone e del nucleare. Ne è la riprova la scandalosa inclusione del nucleare e del gas nei regolamenti europei sulla “tassonomia” (classificazione) degli investimenti ritenuti sostenibili dal punto di vista ambientale e quindi finanziabili. In Italia gli interessi fossili sono ben presenti con la compagnia ENI controllata dallo stato.

Ma c’è un modo ancora più insidioso e fraudolento di intendere la transizione ecologica attraverso la logica e gli strumenti del mercato. Quando si dice “mercificazione della natura” non si usa una metafora, non è un modo di dire qualsiasi, ma un vero progetto di trasformazione dei beni e dei servizi che la natura ci fornisce in asset finanziari. La procedura è questa: i) si individuano delle risorse naturali (foreste, fonti idriche, biodiversità, ecc.); ii) si stima il valore commerciale “intrinseco” degli stock di “capitale naturale” e dei relativi flussi di entrate generati dagli “ecosistem services”, comprendendo il loro valore “figurativo” come capacità di assorbimento della Co2 o di preservazione della biodiversità e dei vari cicli vitali rigenerativi; iii) si assicurano i diritti di sfruttamento e di gestione in forma privatistica (concessioni, acquisizioni, fondazioni patrimoniali, ecc.); iv) si creano delle società per azioni specializzate nella classe Natural Asset Companies (NACs) e le si quotano in Borsa nella categoria Intrinsic Exchange Group della New York Exchange; v) si collocano i loro titoli in veicoli finanziari primari e derivati e li si vendono ad investitori privati e istituzionali, compresi i fondi sovrani statali. L’operazione si è così conclusa. La natura viene incorporata nella finanza. Toccando il massimo della ipocrisia, nel nome della difesa tramite valorizzazione del patrimonio naturale, lo si privatizza e lo si mette sul mercato

In verità la stessa operazione sta avvenendo già da tempo con la CO2 nella borsa valori di Londra dove opera un fondo Exchange Traded Commodies specializzato in collocazione di titoli chiamato Spark Change CO2. In pratica, intermediari finanziari rastrellano autorizzazioni pubbliche all’emissioni di gas climalteranti ottenuti dalle imprese (tramite gli ETS, sistemi di compravendita delle emissioni acquisite con aste o tramite scambi tra imprese) e le rivendono incamerate (cartolarizzate) in titoli con relativi rendimenti. L’aria come l’acqua (nella borsa di Chicago) e ogni altro bene del creato sono stati catturati dal regime del capitale. “Tutto ciò che è vivo – ha scritto qui Joana Bregolat – è suscettibile di diventare un’opportunità da cui ottenere reddito sotto forma di interessi e rendite”. Un vero “colpo di genio”, lo ha definito John Bellamy Foster, capace di rilanciare un nuovo ciclo di espansione dei profitti e dell’accumulazione capitalista in un territorio pressoché illimitato dal valore potenziale stimato in 4 milioni di miliardi (4.000 trilioni) capace di generare un flusso di 125.000 miliardi all’anno, più di tutto il valore del Pil mondiale.

Questa è il tipo di “transizione” intentato dal “capitalismo verde” (“Reset Capitalism” propugnato a Davos) i cui esiti, temo, non faranno che aggravare il collasso ecologico.

Ma esiste un altro modo di pensare alla sostenibilità in termini di trasformazione radicale del sistema socioeconomico oggi prevalente. Una trasformazione profonda, completa, integrale che coinvolge anche il modo di essere e di pensare sé stessi nel rapporto con gli altri e con la natura. Una “conversione ecologica” – come la definiva Alex Langer, tra i fondatori del partito dei Verdi negli anni Ottanta – anche in senso culturale e spirituale. Un “cambio di mentalità”, come ha già scritto Victor Viñuales. L’ecologia è un’idea etica, un modo di pensare in relazione con ogni altro essere e cosa esistente sulla Terra, un orizzonte di senso e un sistema di valori. Difficile immaginare di riuscire a ristrutturare le basi economiche e i comportamenti umani senza che vi sia una contestuale presa di coscienza e condivisione di valori morali diversi da quelli oggi dominanti. Non è impresa facile sostituire l’avidità, l’individualismo, la competizione con la collaborazione, l’empatia, l’amore. Una vera transizione ecologica deve giungere a cambiare i modi di produzione e i modelli delle relazioni sociali, i rapporti con il vivente. Non si tratta di “guarire il pianeta” (non ha nulla che non vada bene), ma di guarire il malanimo umano che lo sta distruggendo. Si tratta di diminuire drasticamente l’impronta ecologica a cominciare da chi c’è l’ha più grande. Si tratta di lasciare i combustibili fossili sotto terra (Leave it in the ground!) e di lasciare alla libera espansione delle foreste e dei fiumi almeno metà della superficie terrestre (Half-Earth: Our Planet’s Fight for Life, come proposto dal biologo inglese Edward Osborne Wilson nel 2016). Si tratta di piantare mille miliardi di alberi – come suggerisce il botanico Stefano Mancuso – la metà di quelli che sono stati perduti negli ultimi due secoli. Si tratta di uscire dall’antropocentrismo occidentale e di approdare ad una qualche forma di ecocentrismo o di bioumanesimo o di ecosocialismo.

Nel concreto le politiche di una vera transizione ecologica dovrebbero essere basate su tecniche Natur Base Solution: riforestazione, generazione distribuita di energia da fonti rinnovabili, agroecologia, edifici passivi, filiere corte e tracciabili delle produzioni dei beni di consumo, mobilità dolce, città di quartieri e quartieri a dimensione di villaggio, case della salute e medicina di comunità, educazione parentale, welfare di prossimità… da una parte, e dall’altra: lotta agli sprechi, messa al bando della obsolescenza programmata, smilitarizzazione.

Così contestualizzata la transizione ecologica è lo spazio dell’odierno conflitto sociale per realizzare una nuova società, liberata dai condizionamenti eteronomi del capitale, che apre la nuova era dell’ecocene.

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