mercoledì 19 aprile 2023

In compagnia degli orsi - Irina Kravtsova

 

Un giorno d’estate del 2019 Sergej Vorobev, 42 anni, è andato nel suo orto alla periferia del villaggio di Ozernovskij perché alla moglie era venuta voglia di frutti di bosco. “Arrivo sul posto, esco dalla macchina, mi guardo in giro, e chi ti trovo? Winnie the Pooh. Seduto nel mio orto a mangiare fragole”, racconta Sergej. “A quel punto risalgo in macchina, apro il finestrino e gliene canto quattro: ‘Ma come ti permetti? Mica l’ho coltivato per te! Lo sai quanto costano i frutti di bosco al negozio?’”.

L’orso ha dato un’occhiata intorno, si è alzato e ha messo da parte un mucchietto di fragole, guardando Sergej. “Nel linguaggio degli orsi è un gesto di noncuranza. ‘Merda’, mi sono detto. E sono andato a comprare le fragole surgelate”.

D’altra parte l’orso va capito, aggiunge Sergej: “Noi andiamo nella tundra a rubargli le bacche, gli portiamo via il pesce dai fiumi e lui non dice nulla. Se viene a rubare la frutta, non lo fa con cattive intenzioni: è la fame che lo spinge”.

Il villaggio di Ozernovskij si trova all’estremità meridionale della Kamčatka. Ci vivono 1.560 persone: è il più grande insediamento della cosiddetta macchia di Ozernovskij (Ozernovskij kust), che comprende anche i villaggi di Zaporože (549 abitanti), Paužetka (78) e Šumnyj (23). Da queste parti la popolazione di orsi non è molto inferiore al numero di abitanti. La macchia di Ozernovskij confina con la riserva naturale della Kamčatka meridionale, abitata da circa mille orsi bruni. Anche per la Kamčatka, dove in totale vivono più di 24mila orsi, è un numero molto elevato rispetto alla superficie.

Incontri ravvicinati
I villaggi di Ozernovskij e Zaporože sono uno di fronte all’altro sulla costa del mare di Ochotsk, alla foce del fiume Ozernaja. E gli orsi ci vivono da decine di migliaia di anni, a differenza degli uomini, che sono arrivati poco più di un secolo fa.

Il motivo che ha portato qui animali e persone è il salmone: rosa, keta, reale, argentato e rosso, il più pregiato. Risalendo l’Ozernaja si raggiunge il lago Kuril, la più grande area di riproduzione del salmone rosso dell’Asia.

A Ozernovskij e Zaporože le strade non sono asfaltate, ma costellate di enormi buche e pozzanghere. L’edificio dell’ospedale è talmente vecchio e malmesso che sembra essere stato bombardato da poco. E poi ci sono i terremoti: l’ultimo, molto forte, nella primavera del 2020. La gente del posto dice che a volte la terra trema così violentemente che sembra di stare in treno.

 

Dalle mura delle classiche palazzine di quattro piani la vernice è scrostata. Alcune case sono dipinte di blu o di arancione, colori che contrastano con il grigio della natura circostante. Ai margini del villaggio ci sono gli orti di patate, dove crescono anche i frutti di bosco.

Nell’estate del 2014 Vasilij Tretjakov, un tornitore di uno stabilimento locale, era andato a piantare le patate. Finito il lavoro, a una decina di metri di distanza aveva visto un orso. L’animale si era voltato e se n’era andato per la sua strada. Dopo aver aspettato un po’, anche Vasilij aveva deciso di tornare a casa. Stava percorrendo il sentiero lungo il fiume quando, all’incrocio con la via centrale del villaggio, si è ritrovato faccia a faccia con l’orso. “Mi ha fissato. Poi si è alzato sulle zampe posteriori e ha fatto un balzo”, ricorda Tretjakov. “Ho cominciato a urlare a squarciagola, al che lui si è fermato e ha spalancato gli occhi. Ho pensato che fosse arrivato il mio momento”.

Tretjakov non sa spiegarsi perché non è scappato subito a gambe levate. In due passi l’animale l’ha raggiunto, l’ha azzannato a una natica e l’ha steso a terra con la zampa. Fortunatamente proprio in quel momento stava passando in macchina un vicino, Žora Židomorov, che ha rivolto la jeep contro la bestia e l’ha colpita con il paraurti. Prima che l’orso lasciasse la presa ci sono voluti tre tentativi. Alla fine ha ruggito e si è allontanato. Židomorov ha caricato Tretjakov e l’ha portato in ospedale. Poi ha raccontato dell’aggressione a un guardacaccia locale, Dmitrij Lobov.

“L’istinto ha funzionato, per l’uomo come per l’orso”, sostiene Lobov, che insieme ai suoi colleghi per tre giorni ha cercato la bestia responsabile dell’attacco. “L’orso ha capito di essere il più forte e di poter rincorrere l’uomo. E quando l’ha afferrato, si è reso conto che Vasilij era impotente”. Al sentore del sangue, l’animale è diventato aggressivo. Se non fosse arrivato l’amico, difficilmente Tretjakov sarebbe sopravvissuto. “Molto probabilmente l’orso l’avrebbe trascinato via e sotterrato. L’aggressione è avvenuta all’inizio di luglio, quando nei fiumi non c’è ancora pesce. Evidentemente l’animale aveva bisogno di proteine”.

L’orso è stato riconosciuto da un segno particolare: la punta molto chiara, quasi bianca, delle orecchie. Come poi si è scoperto, un pescatore lo aveva ripreso mentre si dirigeva verso il villaggio. Anche se le visite degli orsi nei villaggi sono frequenti, tutti cercano di filmare ogni incontro.

Alla fine l’animale è stato trovato su una collina non lontano dal villaggio. Sembrava che sapesse già il motivo della visita: ha cercato di scappare, ma l’hanno circondato e gli hanno sparato.

Tretjakov ha passato un mese in ospedale e un altro a casa in malattia. Dopo l’attacco ha abbandonato l’orto.

A Zaporože molte persone vivono in casette che hanno anche l’orto. Ai bordi delle strade ci sono cespugli alti e fitti e in giro non si vede nessuno. Quando scorgono un pedone, i conducenti delle auto si fermano, gli spiegano che camminare è pericoloso e gli offrono un passaggio. Da queste parti, per andare a piedi bisogna essere in gruppi di tre o quattro, camminare al centro della carreggiata, lontano dalla vegetazione, e parlare molto e ad alta voce. Gli orsi hanno una vista difettosa ma un ottimo udito: se sentono che qualcosa di rumoroso si avvicina, cercano di evitare l’incontro.

Lo scorso autunno di orsi in giro se ne sono visti più del solito. “I fiumi erano vuoti, gli orsi non avevano accumulato grasso e stavano per andare in letargo. Senza uno strato di grasso sufficiente non avrebbero superato l’inverno. Per questo sono venuti nei centri abitati”, spiega Nadežda Martynjuk, che vive a Zaporože.

La casa dei Martynjuk si trova a cinquecento metri dal mare di Ochotsk, vicino a una collinetta ricoperta di erba alta. In lontananza si vedono i sentieri calpestati dagli orsi. Il cortile non è recintato, nell’orto crescono patate, qualche fragola e cespugli di ribes nero.

Più che dalle visite degli orsi, Nadežda è infastidita dalla loro cattive maniere. “Alcuni vengono, prendono le fragole più mature e se ne vanno. Altri calpestano tutto e sradicano i cespugli. Ma non c’è niente da fare, non lo fanno apposta”. Quando un orso si avvicina, l’husky Fifa avverte la famiglia con i suoi latrati. Allora la madre si siede vicino alla finestra e il figlio esce sul portico. Lo osservano. A volte Michail filma gli animali e pubblica i video su Instagram. A scacciarli non ci prova neanche: “Potrei delimitare il giardino con delle trappole o comprare un’arma e sparargli, ma non siamo così pazzi da metterci a sparare agli animali. Questa è casa loro, siamo noi gli ospiti”.

Michail fa l’idraulico in uno stabilimento ittico. Non si è ancora trasferito altrove perché deve prendersi cura della madre anziana, ma sogna di poter scappare “sulla terraferma”, come qui chiamano il resto della Russia. “Perché lì fa più caldo e c’è la frutta, che da noi costa un patrimonio”. Poi s’interrompe bruscamente. “Eccolo che arriva!”, esclama felice. Nei cespugli di fronte alla casa si sente un rumore e si vede la testa di un orso. La bestia si mette a correre verso il fiume. Cinque minuti dopo in lontananza si sentono degli spari.

Un piede e una bottiglia di vodka

La costa del mare di Ochotsk è in gran parte sabbiosa. Sul mare incombono nuvole grigie, in cielo volano i gabbiani e al largo si vedono dei pescherecci. Nell’aria c’è odore di pesce. La sabbia, nera e vulcanica, è segnata da impronte di animali. Di tanto in tanto il mare deposita sulla riva resti di pesci, molluschi e balene. Per questo gli orsi vengono spesso da queste parti. Anche lo stabilimento per la lavorazione del pesce Rkz n. 55 ha un odore inconfondibile. La gente del posto chiama questa zona “la mensa degli orsi” ed evita di andarci senza un buon motivo.

Nell’agosto 2019 un tecnico di Petropavlovsk-Kamčatskij era venuto a riparare l’impianto di ventilazione della fabbrica. Finito il lavoro, aveva deciso di fare una passeggiata e ubriacarsi: il giorno prima era stato il suo compleanno. La mattina dopo gli operai hanno trovato uno scheletro rosicchiato sulla battigia, un piede staccato dal corpo e una bottiglia di vodka aperta. La polizia ha subito pensato all’attacco di un orso e ha convocato Anatolij Kosolapov, un guardacaccia di ottant’anni che fa parte del gruppo incaricato di rintracciare gli animali che entrano nei luoghi abitati. Il gruppo è stato creato da alcuni residenti di Ozernovskij e Zaporože nel 2010.

 

Sapendo che l’orso sarebbe sicuramente tornato a rosicchiare i resti, Kosolapov e altri guardacaccia sono saliti in macchina e si sono messi ad aspettare. All’imbrunire l’orso era sulla riva. Non avendo trovato quello per cui era venuto, si è alzato sulle zampe posteriori e ha cominciato a fiutare l’aria. Presto ne è arrivato un altro. I guardacaccia hanno sparato a entrambi e poi, nel dubbio, ad altri due orsi che vagavano nelle vicinanze.

Nello stomaco dei primi due sono stati trovati frammenti del corpo dell’uomo e dei suoi vestiti; uno degli animali emanava un forte odore di alcol. “Un orso che ha assaggiato carne umana è considerato pericoloso. Per questo li abbiamo abbattuti”, spiega Kosolapov. L’orso in teoria non considera le persone come cibo, ma una volta che si rende conto che gli esseri umani sono prede facili, è portato a uccidere di nuovo.

Le carcasse degli orsi uccisi di solito sono trasportate in un luogo apposito su una delle colline intorno al villaggio, gettate in grosse buche e bruciate o coperte con diversi metri di terra, per evitare che siano mangiate da altri animali. La maggior parte degli orsi della Kamčatka è infettata dai parassiti che causano la trichinosi. La loro carne non è commestibile. In epoca sovietica gli orsi infetti erano pochi, spiega Dmitrij Lobov, ma negli anni novanta è cambiato tutto. “I bracconieri uccidevano un sacco di animali e lasciavano in giro le carcasse, che venivano mangiate da altri orsi. Così pian piano si sono infettati tutti”.

A quei tempi si uccidevano gli orsi per l’equivalente di trenta o quaranta euro di oggi, anche solo per le zampe o la bile, destinate al mercato cinese, dove le prime sono considerate una prelibatezza e la seconda è usata nella medicina tradizionale. Kirill Volkov, direttore della fabbrica Rkz n. 55, ricorda che negli anni novanta la polizia gli chiedeva di “conservare nel frigo della fabbrica tonnellate di zampe d’orso. Una zampa pesa due chili”.

Negli anni novanta i bracconieri cacciavano non solo gli orsi, ma anche il salmone. Preparavano reti enormi, sventravano i pesci in riva ai fiumi, tiravano fuori il caviale e gettavano le carcasse. Alcuni lo facevano per soldi, altri per mangiare. Come in gran parte della Russia, anche in Kamčatka in quel periodo spesso gli stipendi non venivano pagati per mesi. Qui la gente mangiava caviale rosso e salmone, ma non aveva olio o cereali. Il salmone era usato perfino come mangime per polli e maiali.

Gennadij Čumičev, 58 anni, di Paužetka, in quegli anni faceva il conducente di fuoristrada per una centrale geotermica. Ricorda di non aver ricevuto lo stipendio per quattro anni. Come molti altri, si diede al bracconaggio: “Per sopravvivere. Mettevo una rete nell’Ozernaja e scambiavo un sacco di salmone per un sacco di zucchero o di farina con i ‘commercianti’ che venivano apposta da queste parti. Per un secchio di caviale rosso mi davano una tanica di olio di girasole”.

Una volta trovò vicino alla sua rete un orso che gli rubava il pesce: “Lo prendeva direttamente con la zampa, senza strappare la rete, e se ne andava”. Aspettò che l’animale si fosse allontanato, poi si avvicinò e improvvisamente il suo cane, Ryžik, si mise ad abbaiare. Allora si voltò. L’orso era ancora lì, in piedi, “grosso come una ruspa”. Čumičev sparò e lo ferì alla zampa. Gli eventi successivi sono resi alla perfezione nel suo infervorato monologo, che riportiamo letteralmente: “Me l’ha fatta, sì… E che intelligenza! Così gli sparo altri due colpi, ma non lo sfioro nemmeno. Salgo su un ramo, ricarico il fucile e lui viene dritto verso di me. Allora butto il fucile e corro via. Ma ormai a che serve? La morte va affrontata non con il culo, ma con gli occhi. Mi giro e lui mi viene incontro. È forte, sano, si vede dalle contrazioni dei muscoli. Decido di corrergli intorno, così non può acchiapparmi, e continuo a correre. Ma all’improvviso mi afferra, mi solleva in aria e mi scaraventa a terra. Dalla paura l’anima mi esce dal corpo e se ne vola via da qualche parte. Guardo il mio corpo dall’alto come se fosse di qualcun altro e vedo al rallentatore come mi afferra per una gamba e comincia a sbattermi di qua e di là. In quel momento vedo sopra di me l’immagine della mia mogliettina Nadia che mi dice: ‘Caro, ci stai lasciando’. È proprio così, non voglio tornare indietro. Ho conquistato il paradiso. In quel momento capisco tutto: passiamo la nostra vita nell’illusione, cerchiamo di dimostrare qualcosa, perdiamo il tempo in stupidaggini. Invece ora mi sento beato: nessun dolore, nessuna paura, nessuna illusione. Il tempo si è fermato. Ma poi mi ricordo che a settembre devo portare mio figlio in prima elementare, l’ho sognato tanto quel giorno. Allora rientro nel mio corpo. E proprio in quell’istante l’orso smette di tormentarmi. Sento che c’è la mano di Dio a proteggermi, mi alzo e gli vado incontro come un pazzo, agitando le braccia. Alla fine gli sparo. Urlo, lui ruggisce e mi guarda. Poi si gira verso la tundra, mi guarda per l’ultima volta e se ne va”.

Čumičev racconta che dopo quell’esperienza si era sentito particolarmente orgoglioso di essere sopravvissuto a un orso. Continuava a cacciare – orsi, visoni e zibellini – e vendeva le pelli all’impresa statale Gospromchoz. Ma poi, durante le bevute serali con il fratello gemello, ha cominciato a riflettere sul senso delle sue azioni. “Ho capito che, quando si caccia, si ruba energia. Non c’è amore. Ci si arricchisce materialmente, ma l’anima s’inaridisce”, dice. Così una sera ha raccolto tutte le pelli preparate per la vendita e le ha bruciate. Da allora non va più a caccia: coltiva cetrioli e pomodori in una serra da cui si vede il vulcano Kambalnyj. Accanto a casa sua ci sono mucchi di escrementi di orso. Ma quando esce, Čumičev non porta più con sé il fucile o il razzo di segnalazione. Dice che ha smesso di avere paura.

Fino in città
Vedere un orso “è sempre una magia”, dice Ekaterina Berzinš. Poi precisa: “Ovviamente se sei al sicuro in macchina”.

Berzinš è cresciuta qui. Fa la veterinaria a Ozernovskij e ricorda che da bambina riusciva a vedere solo le sagome lontane degli orsi al risveglio dal letargo, in primavera. “Vedevo un punto nero su una collinetta coperta di neve e pensavo: che bello, anche quest’anno ho visto un orso”, racconta ridendo. “Oggi basta uscire di casa per incontrarne uno”.

Negli anni settanta e ottanta gli orsi non entravano quasi mai nei villaggi, afferma il guardacaccia Lobov: “I fiumi brulicavano letteralmente di pesce. Le orse crescevano i cuccioli nella tundra. E i cuccioli non vedevano mai gli esseri umani, ne avevano paura”. Solo di notte poteva succedere che un orso, impegnato nelle sue faccende, si avvicinasse alle case.

Alla fine degli anni duemila, però, gli orsi hanno cominciato a entrare nei villaggi la sera tardi e la mattina presto. E poi anche in pieno giorno: senza curarsi delle persone, si avventuravano negli orti e tra i cassonetti dell’immondizia. La gente del posto è convinta che la colpa sia dell’industria ittica. “Molti fiumi della zona sono completamente morti, non c’è più pesce”, dice Lobov, “e nessuno si preoccupa del fatto che anche gli orsi devono nutrirsi”.

Sergej Kolčin, ricercatore dell’Accademia delle scienze russa, è d’accordo. Negli ultimi quattro anni ha studiato un gruppo di orsi nella riserva naturale della Kamčatka meridionale e spiega che il 2020 per gli orsi è stato l’anno “con meno cibo disponibile. La stagione della pesca è stata meno ricca delle precedenti, e le aziende ittiche non hanno risparmiato nemmeno un pesce”. L’ultimo anno di abbondanza è stato il 2017, quando nell’Ozernaja sono entrati grandi banchi di salmoni.

Anche il governatore della Kamčatka, Vladimir Solodov, sostiene che i fiumi della regione sono “sovrasfruttati e senza risorse. E quello che succede a Ozernovskij”, continua, “mostra chiaramente come l’assenza di pesce influenzi il comportamento degli orsi: quando sono affamati, sono più aggressivi. Dobbiamo assicurarci che abbiano pesce a sufficienza”.

Nel 2020 qualche orso si è fatto vedere anche nelle città più grandi della Kamčatka, come Petropavlovsk-Kamčatskij ed Elizovo. A settembre soccorritori, guardacaccia e poliziotti hanno passato settimane a cercare di catturare un orso che era arrivato fino all’edificio del comune del capoluogo. Non aveva attaccato nessuno, cercava solo da mangiare nei cassonetti.

Gli equilibri della natura
Gli orsi della macchia di Ozernovskij dipendono dalla disponibilità di salmone, ma non riescono a cacciarlo nella profondità delle acque del lago Kuril, quindi aspettano la seconda metà dell’estate, quando i pesci risalgono i fiumi per deporre le uova. L’abbondanza di pesce è una festa per tutti, pescatori e orsi. “Dopo aver placato i morsi della fame, gli orsi cominciano a nutrirsi esclusivamente di caviale. E quelli che non sanno pescare si accontentano dei resti lasciati dagli altri”, dice Liana Varavskaja, ispettrice della riserva della Kamčatka meridionale. “In passato gli orsi riuscivano a sfamarsi senza problemi. Sapevano che il pesce non mancava, ed erano meno aggressivi l’uno con l’altro. Non solo i cuccioli, ma anche i maschi adulti giocavano tra loro. E i casi di cannibalismo erano molto rari”.

Ma le cose sono cambiate. Ai tempi dell’Unione Sovietica nella zona c’erano due sole imprese ittiche: il kolchoz (azienda agricola collettiva) Krasnyj truženik e lo stabilimento conserviero Rkz n. 55. Oggi ci sono quattro fabbriche a Ozernovskij e cinque a Zaporože. I proprietari sono Igor Redkin e Sergej Barabanov, che non hanno voluto rispondere alle nostre domande. Nel 2019, quando gli è stato chiesto dei sempre più frequenti sconfinamenti degli orsi nel villaggi, Barabanov ha minimizzato, affermando che il pesce c’era, e in abbondanza, e che si era creata “una situazione incomprensibile, sfruttata da individui disonesti”.

“È facile dare la colpa ai pescatori”, ha aggiunto Redkin. “Ma il vero problema è la riserva naturale, che non tiene sotto controllo la popolazione dei predatori. Perché fanno affari con i turisti che vanno a fotografare gli orsi”.

Anche secondo Kirill Volkov, direttore dello stabilimento Rkz n. 55, nei fiumi il pesce non manca, e gli orsi hanno cominciato ad andare nei villaggi semplicemente perché sono troppi e non vengono più uccisi dai bracconieri.

Quest’interpretazione ha altri sostenitori: quando nel 2019 un orso ha fatto a pezzi un uomo nei pressi di Ozernovskij, Sergej Mylov, direttore del giornale locale Čas Pik, ha chiesto alla riserva naturale di Kronotskij, da cui dipende la riserva della Kamčatka meridionale, di sopprimere la metà della popolazione locale degli orsi.

Secondo Kolčin, il ricercatore dell’Accademia delle scienze, è una proposta assurda: “La riserva è patrimonio mondiale dell’Unesco. Il suo scopo è preservare l’ecosistema: qualsiasi intervento umano sarebbe inaccettabile. Venire in aree protette a sparare ad animali che le persone stesse stanno costringendo alla fame non mi pare una buona idea, per usare un eufemismo”, continua Kolčin. “Gli imprenditori ittici dovrebbero moderare la loro sete di profitto e stare attenti a non distruggere gli equilibri della natura”.

Gli orsi hanno dei meccanismi propri per tenere sotto controllo il loro numero. “Non si riproducono come topi”, spiega Kolčin. Nel sud della Kamčatka, inoltre, spesso i maschi di grandi dimensioni mangiano i cuccioli e gli orsi più deboli. Per questo, le orse restano a lungo con i piccoli, fino a tre o quattro anni, e saltano così diversi cicli riproduttivi. Se s’interviene in questi processi naturali il gruppo “reagisce di conseguenza: gli esemplari subdominanti cominciano a riprodursi più attivamente e il tasso di sopravvivenza dei giovani aumenta”, aggiunge Kolčin.

Oltre che per la mancanza di pesce, nel 2020 gli orsi hanno sofferto anche per la scarsa disponibilità del pino nano, un altro cibo che amano molto. “C’è stata un’ondata di cannibalismo senza precedenti, il tasso di sopravvivenza dei cuccioli era molto basso”, dice Kolčin. In pochi sono sopravvissuti a quest’ondata di fame. Liana Varavskaja conferma che il problema va avanti da tre anni: i maschi sono sempre molto aggressivi e i combattimenti sono frequenti. La mancanza di cibo costringe quindi gli orsi, attirati dall’odore dei rifiuti alimentari, a spingersi nelle zone abitate. Anche in Alaska e in California gli orsi vivono vicino alle persone, ma lì il problema dell’immondizia è stato risolto cinquant’anni fa, spiega Kolčin: “Non ci sono discariche a cielo aperto, e gli orsi non hanno accesso alla spazzatura”.

Secondo i dati ufficiali, dice Andrej Lebedko, direttore dell’Agenzia per la protezione delle foreste e della fauna selvatica della Kamčatka, nel 2019 nella macchia di Ozernovskij sono stati abbattuti 35 orsi. Da gennaio a novembre del 2020 gli animali uccisi sono stati invece 26. Tuttavia un guardacaccia locale, che ha chiesto di restare anonimo, ci ha detto che due anni fa gli orsi uccisi sono stati almeno 120. Spesso da cittadini armati, che per autodifesa non si fanno scrupolo a sparare.

Nella tundra
Nell’estate del 2020 ogni settimana i guardacaccia hanno ricevuto tra le 20 e le 30 segnalazioni di avvistamenti di orsi a Ozernovskij e Zaporože. Gli abitanti del posto conoscono la regola: se si avvista un orso, bisogna comunicare il luogo e i tratti specifici dell’animale al gruppo incaricato di rintracciare gli orsi che entrano nei luoghi abitati. A quel punto due membri del team vanno sul posto. Quando trovano l’orso, fanno esplodere delle granate stordenti per metterlo in fuga. Se l’animale si spaventa e torna nella tundra, non c’è bisogno di abbatterlo. “Potrebbe semplicemente essersi perso”, dice Lobov. Se invece si mette a ringhiare, attacca o cerca di nascondersi nel villaggio, viene ucciso.

Sulla chat di WhatsApp dei residenti di Zaporože a Ozernovskij le discussioni sugli orsi sono frequenti. E sempre molto accese. Alcuni hanno un terrore assoluto degli animali e vorrebbero abbatterli tutti, altri sono più comprensivi: gli lasciano latte condensato e pesce vicino ai cassonetti, e perfino vicino agli orti.

Ekaterina Berzinš è responsabile del controllo sanitario del caviale e del pesce negli stabilimenti ittici locali e per passione cura le volpi, le lepri e gli uccelli feriti che gli abitanti del villaggio le portano dalla tundra. Nell’estate del 2019 le hanno portato un orsacchiotto di un anno: era così debole che riusciva a malapena a muovere le zampe. Ekaterina l’ha sistemato nel garage e l’ha nutrito con il pesce per un mese. Appena il cucciolo si è irrobustito, lo ha riportato nella tundra.

Anche Michail Martynjuk prova pietà per gli orsi. “Quando vedo uccidere una mamma orsa mi piange il cuore, i cuccioli non possono sopravvivere senza di lei”, dice. “Così gli orsi scompariranno. E come faremo senza di loro?”.

Ekaterina Kostenko, che abita a Ozernovskij, racconta una scena a cui ha assistito nell’autunno del 2019: sul ponte che collega il villaggio con Zaporože “un orso e due insegnanti, Ada Vasilevna e Viktoria Anatolevna, camminavano insieme: l’orso davanti e le donne, quatte quatte, subito dietro”.

“L’animale sembrava tranquillo, e i bambini ci stavano aspettando in classe. Non potevamo fermarci”, le hanno raccontato poi le maestre.

Sempre nel 2019 i bambini di Ozernov-skij hanno finalmente avuto lo scuolabus che chiedevano da tre anni. “Per andare a scuola attraversavano il ponte. Quando vedevano un orso, si stringevano l’un l’altro per sembrare, da lontano, un’unica grande macchia scura. Terrorizzati, aspettavano che l’animale se ne andasse. Vi sembra normale?”, dice Kostenko. Dal 2020 gli orsi sembrano aver perso ogni timore degli esseri umani. “Arrivano in pieno giorno, liberano i cani dalle catene e li mangiano lì dove si trovano. È un comportamento singolare: di solito portano la preda in un luogo appartato, la seppelliscono per un paio di giorni e solo dopo la mangiano. Ma ormai sono così affamati da non aver paura di nulla”, racconta la veterinaria.

Tutti in fabbrica
A Ozernovskij e Zaporože quasi tutti lavorano nell’industria del pesce. Lo stipendio medio è di 40mila rubli al mese, poco più di 400 euro. Poi ci sono i bonus, che oscillano tra i 250mila e i 400mila rubli. All’inizio dell’anno la gente aspetta con trepidazione le previsioni degli ittiologi di KamčatNiro sulla prossima stagione della pesca, da cui dipende il resto dell’anno.

L’11 luglio tutta la Kamčatka celebra la giornata del pescatore. I bambini si esibiscono in saggi di danza e canto, le donne cucinano zuppa di pesce e organizzano quiz sulla pesca locale.

Da queste parti i prezzi dei prodotti alimentari sono alti anche per gli standard di Mosca: una dozzina di uova costa 220 rubli (2,80 euro), un litro di latte 150 rubli e per un chilo di pomodori ci vogliono 800 rubli. E il pesce fresco non si trova. Kirill Volkov spiega che le pescherie non si rivolgono al mercato locale: la gente del posto non può permettersi di pagare prezzi “moscoviti” e, se anche trovasse del pesce a buon mercato, lo comprerebbe per rivenderlo. I residenti, dal canto loro, sono convinti che il pesce migliore sia venduto in Asia a prezzi elevati e che quello destinato ai russi sia roba di scarto.

Le leggi contro il bracconaggio, inoltre, vietano ai residenti di pescare nell’Ozernaja, perfino con una semplice canna da pesca. A c0ntrollare ci sono i guardacaccia della riserva naturale, l’ispettorato ittico statale e le guardie private delle fabbriche locali. Tutte queste restrizioni non piacciono al sindaco di Ozernovskij, Vitalij Petrov. “Quando nei fiumi c’è questa ricchezza, proibire di accedervi è inumano”, osserva Petrov, che va ancora a pesca, ma fuori dal villaggio. I ragazzini del posto, invece, pescano sul ponte tra Ozernovskij e Zaporože e poi vendono quello che hanno preso alla gente di passaggio o tramite chat su WhatsApp. Quando è stagione catturano i salmoni, mentre d’inverno pescano le trote facendo buchi nel ghiaccio.

La scorsa estate Sanja, un ragazzo di Ozernovskij, ha venduto il pesce che aveva catturato al direttore della scuola che frequenta, attraverso un contatto su Messanger: salmone rosso a 100-120 rubli al pezzo, poco più di un euro; caviale rosso – che lui stesso estrae dal pesce, sala e prepara – a 15 euro al chilo. I suoi genitori hanno divorziato da poco: il padre se n’è andato e ha lasciato alla madre un debito di 300mila rubli. Per la stagione della pesca la donna ha trovato lavoro in fabbrica come tranciatrice di pesce. “Ma si è spezzata la schiena e si è rovinata la salute”, dice Sanja. Per mesi non si sono praticamente visti: lei andava a lavorare di notte, quando lui tornava dalla pesca.

Anche in autunno Sanja ha la sua routine: torna da scuola, indossa la tuta mimetica, prende il suo cocker spaniel Dina, addetto alla segnalazione degli orsi, e va al ponte. Con il suo amico Dima trascorre intere giornate a pescare.

Quando siamo andati al ponte con i due ragazzi, nel vicino boschetto di filipendula abbiamo visto un orso. “Un orso? E che sarà mai”, ha commentato Sanja. Poi mi ha raccontato che una sera, mentre stava sistemando il pesce in un secchio, ha sentito Dina ringhiare, ha alzato gli occhi e si è accorto che a cinque metri da lui, sul bordo del ruscello, c’era un orso. Ha chiamato il cane, ha raccolto le sue cose e se n’è andato, come se nulla fosse.

Nella stagione di pesca del 2020 Sanja ha guadagnato abbastanza da potersi comprare la Playstation. Dima, invece, si è preso una nuova canna da spinning.

“E due anni fa d’estate sono andato in vacanza con i miei in Crimea”, si vanta Dima.

“Così ti sei perso i bocconi migliori”.

“Sì, ma lì ho pescato le triglie!”.

“Con i soldi guadagnati, invece, io sono andato a Petropavlovsk-Kamčatskij con mia madre. Ma in città il denaro finisce molto più in fretta che al villaggio”.

“E io però ho comprato il set per la pesca a mosca!”, ribatte Dima.

“E io sono più bello”, conclude Sanja ridendo.

I ragazzi di queste parti hanno tre svaghi: pescare, giocare a Pubg sul telefonino e bere. “Lo fanno tutti qui”, dice Sanja.

Qualcuno si trova un lavoro stagionale in fabbrica e in un mese e mezzo riesce a mettere insieme anche l’equivalente di 1.500 euro, che poi va a spendere in città, cioè a Petropavlovsk--Kamčatskij. “La vita a Zaporože è noiosa, i miei coetanei bevono molto”, dice Olja, 17 anni, che da due anni lavora in una fabbrica di pesce. È faticoso, ma a Olja piace perché lavora con i suoi amici. Inoltre, ogni tanto gli adolescenti impiegati nel settore imballaggio ricevono in regalo un po’ di halibut affumicato.

Olja dice che tra un anno andrà a studiare design a San Pietroburgo. Ma i genitori sono convinti che farebbe meglio a rimanere a casa e a trovare un lavoro fisso nello stabilimento ittico, con il quale si possono tirar su più di quattromila euro a stagione. Come fa la madre.

Anche Dima e Sanja vogliono andarsene. “Amo la mia vita qui e mi piacerebbe restare, ma presto non ci sarà più niente da pescare”, dice Sanja. “Le fabbriche stanno consumando tutto. Molti fiumi in Kamčatka sono già vuoti. All’Ozernaja toccherà presto la stessa sorte”. Sanja sogna di prendere il diploma, trasferirsi in un villaggio siberiano e costruirsi una casa in mezzo a un bosco di betulle. Vorrebbe lavorare in un allevamento di salmoni, per ripopolare fiume e mari. Oppure fare il guardacaccia.

Quattrocento chilometri
Il cielo di Ozernovskij e Zaporože è quasi sempre coperto di nuvole, sulla costa c’è nebbia e piove spesso, il sole appare di rado. Con le sue sorgenti minerali, il villaggio di Paužetka è l’unico posto nel distretto dove ci si può prendere una pausa dal clima umido e freddo. I due centri distano appena trenta chilometri, ma per percorrerli bisogna superare sette ponti pericolanti. La città, invece, è a 400 chilometri. Un viaggio in elicottero da Ozernovskij a Petropavlovsk-Kamčatskij costa settemila rubli (77 euro) per i residenti, per gli altri 17mila. Ma l’elicottero non vola sempre: spesso la nebbia è così fitta da nascondere le colline e le cime dei vulcani. Allora ci si organizza e si parte in macchina.

Per andare a Petropavlovsk-Kam-čatskij bisogna guadare il fiume Javino e prendere un traghetto per attraversare il Košegoček. La natura qui è selvaggia, regno di orsi, volpi e rapaci. Si guida su strade sterrate, tra enormi pozzanghere. Con un altro traghetto si attraversa il fiume Opala, magari osservando le foche a caccia di pesce. Poi di nuovo strade sterrate che costeggiano il mare di Ochotsk fino al fiume Bolšaja. La presenza degli orsi in questo tratto è evidente: le loro orme sono impresse nella sabbia nera e vulcanica. Infine un ultimo traghetto attraverso il Bolšaja: ancora un centinaio di chilometri e si arriva in città.

Molti residenti di Ozernovskij hanno cercato di trasferirsi a Petropavlovsk--Kamčatskij, alcuni hanno anche comprato casa in città. Ma poi sono tutti tornati indietro. Qualcuno perché era convinto di poter guadagnare bene nelle fabbriche di pesce, qualcun altro perché credeva che la vita vera fosse nel villaggio, non altrove.

Ma negli ultimi anni l’invasione degli orsi ha complicato le cose. Oggi si rischia d’incontrare un orso davanti alla porta di casa, com’è successo recentemente a un tale che rientrava a casa con la spesa. “Al giorno d’oggi va così, bisogna farsene una ragione e mantenere la calma”, commenta Sergej Vorobev.

“In fondo”, dice Ekaterina Berzinš, “per noi gli orsi sono come gli ingorghi per i moscoviti: si sa che ci sono, ma non ci si può far niente. E alla fine ci si rassegna”.

(Traduzione di Alessandra Bertuccelli)

Questo articolo è stato pubblicato il 21 maggio 2021 nel numero 1410 di Internazionale.

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martedì 18 aprile 2023

Altro che lotta alla denatalità: questa classe politica ci sta portando verso l’estinzione – Fabio Marcelli


Ottima iniziativa del Fatto che al tema demografico ha dedicato l’ultimo numero di Millennium. Chiunque abbia anche solo un minimo a che fare coi giovani capisce perfettamente perché la scelta di riprodursi sia oggi considerata a forte rischio o addirittura del tutto impraticabile da moltissimi tra di loro.

Alla radice di questa situazione c’è un Paese, il nostro, che costituisce, anche sul piano demografico, il fanalino di coda di un’Europa la cui quota sulla popolazione mondiale si avvia a scendere ulteriormente, nei prossimi dieci o quindici anni, dal sette al cinque per cento. E non si tratta solo, né principalmente di riduzione della fertilità, specie maschile, per effetto dell’inquinamento ambientale, idrico o alimentare, fattore che pure ha un suo peso non trascurabile. Si tratta di una scelta politica precisa che passa attraverso la precarizzazione del lavoro, l’aumento della povertà e della miseria e anche il rifiuto esplicito e consapevole di modulare gli strumenti di intervento sul reddito in modo tale da favorire le famiglie numerose. Per non parlare delle crescenti difficoltà di accesso all’alloggio e ai servizi sociali in genere.

Di queste politiche è pienamente responsabile il governo postdraghianfascista della signora Meloni, che pur di ottenere i voti ha ingannato gli italiani facendo loro credere che avrebbe svolto politiche volte a promuovere i loro diritti, tra i quali quelli a farsi una famiglia e a procreare. Occorre però riconoscere che la Meloni non sta facendo altro che perpetuare, aggravandola, una situazione preesistente. Una tendenza alla denatalità che ha senza dubbio la sua causa scatenante nell’assoluta insicurezza sul futuro, sia prossimo che remoto, cui sono consegnati i giovani, in un Paese dominato da gerontocrazie mediamente autoreferenziali, egoiste e interessate esclusivamente alla salvaguardia dei propri privilegi e sempre più smaccatamente prive di ogni progetto di sviluppo nazionale degno di questo nome.

Si aggiunga l’ulteriore fattore di accresciuta inquietudine costituito dalla proiezione su scala nazionale delle angosciose problematiche globali, dall’incombere della guerra atomica determinato dalla scelta delle oligarchie occidentali di perseguire in modo irresponsabile l’escalation nel conflitto ucraino, al rifiuto di promuovere in modo adeguato le fonti energetiche alternative per ribadire il primato del fossile in omaggio ai veri playmaker della politica italiana in questo campo, primo fra tutti l’Eni.

Su questo secondo cruciale terreno si è rivelata la natura odiosamente repressiva della destra al governo che invece di predisporre soluzioni adeguate in grado di garantire l’esistenza delle future generazioni, propone misure punitive del tutto sproporzionate di forme di lotta come l’imbrattamento dei palazzi del Potere, enormemente meno nocive del cambiamento climatico che questa classe dominante corrotta, incapace e menefreghista non vuole ne sa affrontare e che ci costerà sempre più fino alla desertificazione imminente di settori sempre più vasti del nostro Paese.

È quindi questa classe dominante da mandare via quanto prima sostituendola col governo democratico del popolo la vera responsabile della denatalità che ci porta verso la progressiva estinzione degli italiani. Essa infatti non è in grado e neanche è interessata a tentare strade che consentano la salvaguardia del tessuto umano esistente, sia con adeguate politiche sociali che con le necessarie politiche ambientali. Basti pensare che i tanto strombazzati fondi del mitico Pnrr che la Pubblica amministrazione, devastata a sua volta da decenni di tagli en privatizzazioni, sia a livello nazionale che locale, confessa oggi di non saper spendere, finiranno per essere dirottati, sempre che l’Unione europea vi consenta, direttamente alle imprese che li useranno per i propri scopi. Tutti capiscono che razza di sostenibilità ambientale ci preparano queste ultime, sotto forma di ponte sullo stretto di Messina o di altre iniezioni di soldi a fondo perduto in un sistema industriale in gran parte privo di ogni vocazione all’innovazione socialmente e ambientalmente significativa.

Per finire, il settore dei migranti, dal quale è venuta l’unica risposta efficace alla denatalità, è a sua volta piagato da politiche per nulla attente all’integrazione, come dimostrato dal persistente rifiuto di concedere il sacrosanto diritto alla cittadinanza italiana a milioni di migranti di seconda e ormai anche terza generazione.

In conclusione le politiche del governo Meloni, vero continuatore della micidiale Agenda Draghi, stanno condannando il popolo italiano a una crescente denatalità e abbiamo a ben vedere imboccato ormai il cammino dell’estinzione, alla faccia delle balle dei finti sovranisti divenuti i più zelanti servitori del Capitale e della Nato.

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lunedì 17 aprile 2023

Nessuna opera d’arte si è fatta male. Il pianeta invece brucia! - Eliana Como

Giù le mani dagli ecoattivisti di Ultima Generazione minacciati dalla repressione su misura del governo Meloni

Dalla discussione del Consiglio dei Ministri di ieri, a margine del DEF (il documento di programmazione finanziaria del Governo), sono uscite due proposte. Entrambe sono espedienti per distogliere l’attenzione dal fatto che il Governo, da un lato, non mette in programma le risorse che aveva promesso al mondo del lavoro, a partire da salario e pensioni; dall’altro, non riesce a risolvere politicamente alcuni dei temi politici più urgenti del paese, a partire dall’ondata migratoria che proviene dalla Tunisia e dalla crisi energetica. Come per il decreto rave, se non riesci a risolvere un problema, la cosa più facile è brandire il pugno di ferro e gestire la politica come fosse un problema di ordine pubblico. Ti inventi un nuovo reato, una nuova emergenza, un’altra ondata di repressione e criminalizzazione.

È così che ieri sono uscite dal Consiglio dei Ministri queste due proposte: l’istituzione dello stato di emergenza sull’immigrazione (si parla addirsi di una possibile chiusura della frontiera con la Slovenia!) e un pesante inasprimento delle pene (retroattivo!), cucito addosso agli attivisti e alle attiviste di Ultima Generazione e di altri gruppi simili, definiti in senso dispregiativo «ecovandali».
Nella bozza, si legge: «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 20 mila a euro 60 mila». (…) «Chiunque deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui, ovvero destina i beni culturali a un uso pregiudizievole per la loro conservazione o integrità ovvero ad un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico, è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 40 mila». I proventi delle sanzioni saranno devoluti al Ministero della Cultura per il ripristino dei beni, «a prescindere dall’appartenenza pubblica o privata dei medesimi».

Come è ovvio, il reato esiste già. È l’articolo 733 del Codice Penale e incrimina «chiunque distrugga, deteriori o comunque danneggi un monumento o altra cosa propria di rilevante pregio, purché ciò cagioni un nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico della nazione». Quello che viene introdotto è un inasprimento severo della pena e soprattutto un messaggio di tolleranza zero verso le iniziative dei gruppi per la giustizia climatica, ormai sempre più noti e evidentemente importanti, altrimenti non servirebbe tanta enfasi per provare a fermarli.
Se il Governo impiegasse altrettanta determinazione nel dare risposte ai temi della siccità, della transizione energetica e della crisi climatica, forse saremmo un paese migliore. Anche se venisse usata altrettanta fermezza contro chi inquina, devasta, saccheggia, cementifica, distrugge valli, fiumi, laghi, territori interi.
Peraltro i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione non sembrano così facili da piegare e se il Governo pensa che si lascino impaurire tanto facilmente, a occhio e croce, pecca di sottovalutazione, non soltanto di loro, ma soprattutto della causa che stanno portando avanti. Il pugno di ferro e l’olio di ricino non funzionano sempre e, a volte, la repressione non rende più debole la militanza, ma al contrario la irrobustisce. Soprattutto se è in gioco la salvaguardia del pianeta e il futuro stesso di una generazione che mette in conto di essere «l’ultima».

La scelta di criminalizzazione del consenso non è certo imprevedibile da parte di questo Governo. Va però detto che questa decisione è frutto del clima di caccia alle streghe che è montato in queste settimane contro le iniziative di Ultima Generazione, sui social, nell’opinione pubblica e in larga parte nella rappresentanza politica, in modo abbastanza trasversale. Il punto è la loro scelta di usare anche monumenti, opere d’arte e palazzi storici come mezzi per veicolare al grande pubblico le loro azioni. Scelta in tutta evidenza efficace per uscire da quel cono d’ombra in cui altrimenti rimarrebbero, come infinite altre vertenze e cause. Non certo per colpa loro, ma a causa di un sistema di informazione che difficilmente ti dà ascolto se non usi metodi eclatanti, indipendentemente da quanto sia importante e urgente quello che denunci.
Premetto che amo l’arte, ne studio la storia e mi appassiona il mondo del restauro, ma questo clima mi porta a una considerazione, forse non popolare. Questa diffusa indignazione intorno alla difesa dell’arte e alla sua intoccabile importanza mi pare, a volte, più perbenista che convinta. Anche perché c’è un incontrovertibile dato di fatto: ad oggi, dopo mesi di iniziative del movimento sulla giustizia climatica, nessuna opera d’arte «si è fatta male». Il pianeta, il clima, la natura, nel frattempo, hanno invece continuato a bruciare.
A me pare incredibile che si dovesse attendere che un gruppo di ragazze e ragazzi decidesse di metterci in guardia sul collasso del pianeta per accorgerci di quanto siano inviolabili e preziose le opere d’arte di questo paese.
Se ci si indigna per i danni prodotti dalla iniziative di Ultime Generazione sulle opere d’arte, danni che oggi si approssimano allo zero, perché invece si rimane più o meno indifferenti ai danni causati dal turismo di massa, per esempio, a Pompei? Alle alluvioni nel parco archeologico della piana di Sibari. All’inquinamento che quotidianamente rovina opere all’aperto nelle nostre grandi città.

Lo sapete, tanto per dire, che la Piramide Cestia a Roma è solo recentemente tornata bianca, perché dopo decenni di inquinamento era talmente annerita da attirare l’attenzione di un ricchissimo mecenate orientale ossessionato dal bianco, che ha deciso di finanziarne a sua spese il restauro?
Perché a Roma istituzioni e opinione pubblica insorgono perché non sopportano di vedere l’acqua nera di carbone vegetale nella Barcaccia di Piazza Spagna, ma non gli interessa se il giorno dopo i turisti ci buttano dentro bottiglie vuote come fosse un cestino della spazzatura. Perché, per fare un altro esempio, l’opinione pubblica ha più o meno taciuto quando si è deciso di costruire la metropolitana sotto il Colosseo e i Fori Imperiali?
L’arte è preziosa e inviolabile, è necessaria come ogni bene comune, è insostituibile come l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, vale più di ogni pozzo di petrolio al mondo. Allora perché un paese come questo, che ne è una delle più antiche culle, normalmente la trascura, la lascia all’incuria, la consegna come se niente fosse al mercato, la sfrutta a uso e consumo del turismo di massa, costringe chi ci lavora a precarietà, bassi salari, catene infinite di appalti e subappalti, lavoro gratuito e gavette infinite. Perché opinione pubblica e istituzioni se ne accorgono solo quando Ultima Generazione la usa come veicolo per comunicare che un bene per definizione ancora più prezioso e primario come il pianeta stesso sta per implodere.
A me pare ipocrita questo meccanismo. E mi fa infuriare ancora di più quando proviene da sinistra. Da destra me lo aspetto: chi si schiera con le multinazionali del fossile, perché dovrebbe perdere l’occasione di attaccare il movimento per la giustizia climatica. Non mi aspetto chi invece si professa progressista, democratico e ambientalista, chi da un lato dice che hanno ragione i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, d’altro li biasima perché usano l’arte in modo provocatorio.
La cosa che più mi fa infuriare è il paternalismo di coloro che dispensano giudizi e consigli come Gesù nel tempio. «Avete ragione ma sbagliate nei metodi che usate!»

Erano allora giusti i metodi che abbiamo usato noi e ancora prima la generazione precedente alla mia e ancora indietro? È stato giusto sottovalutare gli scienziati che ci dicevano decenni fa che così il pianeta non reggeva?
Secondo me, una volta ogni tanto, dobbiamo essere noi a fare autocritica e ammettere che siamo noi quelli che hanno sbagliato, perché anche se lo sapevamo da sempre, abbiamo lasciato correre il conto alla rovescia di quanto mancava alla fine del mondo, tanto era lontano. Ora, questi ragazzi e ragazze non possono più fare finta di niente, sono «ultima generazione». E davvero pensiamo di avere l’autorità di consigliare, giudicare, venire a dire loro che sbagliano, peggio ancora, lasciare che un governo di destra radicale li criminalizzi.
Sarò provocatoria, ma se pensiamo che abbiano ragione, se pensiamo che non c’è più tempo, che è esaurito anche il tempo della sensibilizzazione, se pensiamo che i governi non hanno più tempo di rimandare, se pensiamo che la salvaguardia del pianeta non possa più essere graduale né indolore e che ambiente e profitto saranno su due lati opposti del tavolo. Insomma, se hanno ragione, dobbiamo difenderli, appoggiare le loro lotte e al limite ammettere che sono responsabili perché la zuppa di pomodoro l’hanno lanciata sul vetro e non sulla tela di Van Gogh invece che sul vetro. Non dobbiamo accusarli ma ringraziarli per quanto sono intelligenti nel decide di essere provocatorii, si, ma non violenti. Altro che 40mila euro di multa.
Anche perché, se trasmettere l’arte ai posteri è un dovere assoluto dell’umanità, la prima preoccupazione che dobbiamo avere è che ci sia un pianeta da tramandare alle generazioni future.

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domenica 16 aprile 2023

Il nostro disturbo da accumulo - Annamaria Manzoni

 

Ci sono realtà che ignoriamo totalmente fino a quando non ci vengono letteralmente portate in casa dai media, e a quel punto ci lasciano interdetti. È successo ancora in questi giorni, quando a Foggia un uomo scomparso da mesi è stato ritrovato cadavere in casa propria, sommerso da una cumulo inimmaginabile di oggetti, cose, spazzatura.

In breve: il signore in questione, un omone grande e grosso, non più giovane, che viveva da solo e deambulava con l’aiuto di stampelle, non si era più visto in circolazione. I vicini di casa, che avevano potuto guardare nel suo appartamento, si erano trovati davanti alla scena sconcertante di oggetti, cibo e rifiuti di ogni tipo, che congestionavano ogni spazio disponibile. L’evidentissimo degrado, la sporcizia, gli odori, sommandosi alla forte preoccupazione per la scomparsa dell’uomo, li avevano dapprima indotti a chiedere l’intervento delle autorità locali, amministrative e sanitarie, che si erano limitate a un sopralluogo e niente più. Si erano quindi rivolti alla trasmissione Chi l’ha visto, che, la sera stessa della messa in onda dei filmati nell’abitazione, aveva compiuto il miracolo di fare materializzare sul luogo i responsabili locali. A distanza di poche settimane, l’attuazione dello sgombero aveva portato al temuto, ma prevedibile ritrovamento del cadavere dell’uomo sotto gli strati di “cose”.

Superfluo qualsiasi discorso su quali siano le leve che hanno il potere magico di risvegliare ai loro compiti sonnolenti poteri pubblici, perché sono scandalosamente evidenti. Interessante invece mettere a fuoco quella forma di malessere diffuso, ma poco conosciuto, che può comportare risvolti o epiloghi tragici come quello descritto. Si, perché non si tratta affatto di un caso isolato: e tra i tanti vanta (si fa per dire) il caso divenuto famoso dei fratelli Collyer, Homer Lusk e Langley, che nel 1947 furono letteralmente dissepolti, ormai cadaveri, da oltre 140 tonnellate di cose e spazzatura che riempivano fino al soffitto i tre piani dello stabile nella Fifth Avenue a New York, in cui vivevano asseragliati da oltre 10 anni. Anche in quel caso, proprio come in quello di Foggia, fu un vicino ad allertare la polizia, spinto dall’odore insopportabile proveniente dall’appartamento.

Quello di cui si sta parlando è il Disturbo da Accumulo, precedentemente noto come Disposofobia, vale a dire, nel suo significato letterale, paura di buttarema anche Sindrome fratelli Collyer, in omaggio al poco apprezzabile precedente: una patologia che dal 20131 è stata riconosciuta come a sé stante, riferita alla sfera dei Disturbi ossessivo-compulsiviche riguarda fette non indifferenti di popolazione in ogni parte del mondo, Italia inclusa, dove le percentuali di persone che ne sono affette vengono stimate tra il 2 e il 5%, molto più ampie quindi di quanto si tenderebbe a pensare.

Vale la pena chiarire che, quando si parla di ossessioni ci si riferisce a pensieri, immagini, impulsi ricorrenti, fastidiosi, indesiderati; mentre le compulsioni sono la conseguente risposta a cui non ci si può sottrarre. Per rendere tutto più comprensibile, si può pensare a un’ossessione piuttosto diffusa, come è quella alla pulizia, che può originare comportamenti compulsivi quali il lavarsi le mani fino al punto da provocarsi escoriazioni o da invadere molte ore nel corso della giornata. È appunto a questa categoria che è correlato il Disturbo da Accumulo: chi ne è affetto subisce una compulsione irrefrenabile a conservare ogni cosa e anzi ad acquisirne sempre altre. Si può trattare di vestiti, giornali, oggetti di ogni tipo, cibi, ma anche spazzatura, che non viene gettata via, ma può anche essere raccolta in discarica per essere portata a casa. Qualsiasi spazio vitale è invaso, non solo eventuali soffitte, cantine o box, ma ogni locale dell’abitazione, cucina, bagno, camera da letto, dove tutto viene impilato, rendendo inservibile il letto dove non si può più dormire, il bagno che non è più utilizzabile al suo scopo, il tavolo su cui non resta un centimetro quadrato su cui appoggiare alcunché. Solo stretti cunicoli larghi al massimo 30 centimetri, sentieri da capra secondo suggestive definizioni di studiosi della materia, consentono il passaggio da un punto all’altro della casa.

Ovviamente nulla di quanto accumulato può, in tali condizioni, rivestire un’utilità, perché anzi contribuisce a creare un ambiente invivibile, soffocante, fortemente malsano, iatrogeno, dalle conseguenze anche psicologiche devastanti. Si sta parlando per l’appunto di una condizione patologica, di un disturbo mentale che vede i protagonisti distaccarsi in modo progressivo e pericoloso da forme elementari di adattamento, tanto da non percepire l’insensatezza del proprio comportamento. Spesso vivono da soli ed evitano di fare entrare altri nel loro mondo, temendone il giudizio fortemente critico; nei casi in cui la casa sia condivisa con familiari è inevitabile un conflitto che può assumere dimensioni drammatiche. È stata ancora la trasmissione Chi l’ha visto ad entrare nella casa sommersa di giornali e oggetti di qualsivoglia genere di un signore, in provincia di Pavia, che aveva segnalato la scomparsa della moglie, ritrovata morta mesi dopo: le notizie diffuse hanno fatto riferimento a un suicidio, a cui appunto l’intollerabilità delle condizioni di vita pare non siano state estranee. Anche in questo caso l’intervento di “esterni” è stato casuale, non in risposta a una richiesta di aiuto dell’interessato, che considerava sensato ciò che gli altri giudicavano insostenibile: come tutti gli accumulatori non aveva cercato aiuto ritenendo non ce ne fosse la necessità; che la sua casa fosse chiusa agli estranei era poi una conseguenza inevitabile, uno sbarramento difensivo rispetto agli inevitabili giudizi e critiche, vissute come dettate da inimicizia.

Ma cosa può spingere le persone a comportamenti tanto irrazionali e autolesionisti? Dato il fatto che spesso si sottraggano a trattamenti e prese in carico, e quindi in assenza di report precisi, l’inquadramento nosografico è ancora in parte da sviscerare.

In ogni caso le spiegazioni addotte dai diretti interessanti aprono dei varchi di comprensione: il tengo tutto (azzeccatissimo titolo della versione italiana del libro di Frost e Steketee2) si connette all’idea che, chissà, magari questa cosa un giorno mi potrebbe servire: si parla appunto di cose nonsisamai. E alzi la mano chi di noi “sani di mente” (quante virgolette sono necessarie per sdoganare il concetto!) non ha usato, qualche volta o spesso, questa categoria per mettere da parte qualcosa, magari di perfettamente inutile, che, il giorno fatidico in cui il bisogno si è poi inopinatamente presentato, non è neppure andato a cercare perché ne aveva scordato persino l’esistenza, o, nella migliore delle ipotesi, non ricordava proprio dove era stato messo. Insomma una sorta di pulsione a conservare, a non buttare, perché tenere tutto fa sentire al sicuro, specularmente alla sensazione di angoscia che provoca il disfarsene.

Un’altra giustificazione addotta è riferita al valore affettivo dell’oggetto, perché è appartenuto a, o è semplicemente connesso al ricordo di, qualcuno di importante: insomma gli si attribuisce il potere magico di mantenere una presenza, di opporsi al suo svanire mentre il buttare via corrisponderebbe a una forma di disprezzo, di menefreghismo, foriero di sensi di colpa. E anche in questo caso è una scommessa vinta ritenere che siamo in tanti, forse tantissimi, a riconoscerci in questa dinamica che affida ad un gesto magico la sopravvivenza di un legame o di una situazione, ammantati di sacralità, da preservare dalle nebbie dell’oblio.

O ancora un giornale, un libro assicurano la conservazione di una memoria che non si sopporta possa andare perduta e affidarla alla propria mente è un azzardo da non compiere. Sono spiegazioni che testimoniano di un attaccamento a brandelli della propria storia carichi di nostalgia, di desiderio, di impotenza che possono smuovere a reazioni emotive che parlano anche di noi, di tutti. Perché normalità e patologia a volte si sfiorano, si toccano, si confondono e abbattono i muri fittizi che, ancora una volta, sono stati eretti tra noi e loro, tra quelli sani e quelli che hanno lo stigma della malattia mentale.

Ovviamente e inevitabilmente c’è anche molto altro: perché è vero che è possibile comprendere la dinamica per cui gli accumulatori attribuiscono ad ogni singolo oggetto un forte valore identitario e sono quindi invasi dall’angoscia alla prospettiva di separarsene; è vero che l’essere può essere confuso con l’avere e questo con l’accumulare; è vero che il passaggio tra il possedere cose e l’esserne posseduto è tutt’altro che difficile. Ma quando il possesso riguarda un avanzo di cibo, un po’ di spazzatura, qualcosa che nemmeno ha fatto parte della propria vita, ma è semplicemente stato raccattato per strada e costituisce un elemento di enorme progressivo pericolo, diventa inevitabile interrogare le competenze psichiatriche.

Gli studi sono tuttora in corso e portano a identificare alcune caratteristiche che sarebbero comuni agli accumulatori compulsivi: tra queste l’insicurezza come tratto temperamentale, che tutti i rituali dell’accumulo cercano di tenere a bada. Di sicuro è rilevabile la mancanza di insight, vale a dire di consapevolezza: è proprio questa assenza ad impedire di cogliere la gravità della situazione e a vivere come attacchi alla propria identità gli interventi esterni tesi a rimarcarne la pericolosità igienica, esistenziale, psicologica dei comportamenti. Anche l’empatia è carente perché la difficoltà a vedere la realtà dal punto di vista dell’altro è fortemente compromessa. Tutto questo non basta ancora a dare ragione del disturbo, nella cui eziologia si possono ritrovare lesioni cerebrali, cause genetiche, neurofisiologiche, aggravate da esperienze esistenziali forse segnate da traumi o abusi.

Non è da trascurare il fatto che l’accumulo seriale possa avere come oggetti anche animali, soprattutto ma non solo cani e gatti: si parla in questi casi di Animal hoarding, o più semplicemente di Disturbo dell’Arca di Noè. La situazione per alcuni versi simile a quella dell’accumulo di oggetti, si aggrava enormemente perché se le cose restano lì, gli animali richiedono invece di essere accuditi, nutriti, curati: le caratteristiche degli accumulatori non lo permettono e la situazione si aggrava con nuove vittime: dell’incuria, del degrado, del maltrattamento non intenzionale, ma reale. Perché gli animali non possono fare altro che ammalarsi, soffrire infezioni, non poter contare su cure adeguate; sono costretti a vivere in spazi angusti, privati della possibilità di movimento, di esprimere le esigenze tipiche della propria specie. La mancanza di insight ed empatia, di cui si è parlato, la fa da padrona: i responsabili si considerano amanti e salvatori di quegli animali, sono incapaci di rendersi conto della insensatezza della vita a cui li sottopongono e spesso ne provocano, pur se non intenzionalmente, la morte.

Insomma, si tratta di disturbi ben poco conosciuti, anche se divenuti argomento di trasmissioni su canali quali Real Time; riguardano sia uomini che donne, e possono investire ogni classe sociale.

Come tanti, tantissimi fenomeni con cui conviviamo senza saperne nulla, il riconoscimento e la conoscenza sono passi iniziali fondamentali per non derubricare l’incomprensibile a fenomeno da guardare con disprezzo. Si è a volte davanti ad esistenze disperate per il grado di sofferenza che comportano e per la prevedibile esclusione sociale: la solitudine affettiva e sociale, solitudine che è condizione umana tra le più dolorose, non può che aggravare uno stato di cose drammatico.

Riportano i giornali che tra gli accumulatori seriali va annoverato Andy Wharol, genio della pop art, che avrebbe messo da parte 500.000 cose raccolte in contenitori chiamati Capsule del tempo. Una malattia mentale, quindi, che può convivere con quella che è ritenuta una genialità fuori dal comune; una malattia mentale che, quando affligge personaggi di primo piano allora non provoca riprovazione; e che sostituendo con le capsule del tempo gli spazi infrequentabili delle case dei comuni mortali nobilita un accumulo compulsivo nel sogno matto di ingabbiare il tempo.


1 Anno in cui fu inserito come disturbo a sé stante nel DSM-5, Manuale dei Disturbi Mentali, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore

2 L’edizione originale aveva come titolo Compulsive hoarding and the meaning of things, by Randy O. Frost e Gail Steketee, 2011 Mariner Books

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sabato 15 aprile 2023

Perché il consumo del pesce non è così salutare? - Simona Mazza

 

Nella dieta mediterranea il consumo del pesce è contemplato circa due volte a settimana. Questa alimentazione consente di ridurre il rischio di malattie croniche, cardiovascolari e metaboliche oltre a prevenire l’insorgenza di tumori.

Inoltre i sostenitori di tale dieta sono convinti che la pesca sia meno crudele e distruttiva dell’agricoltura. Teoria abbracciata anche da coloro che hanno scelto di eliminare la carne dalle loro tavole. In questo articolo sveliamo perché questa teoria non ha ragion d’essere.

Il consumo del pesce secondo gli studiosi

Partiamo da un esempio: le linee guida del Regno Unito raccomandano di mangiare almeno due porzioni di pesce da 140 g a settimana, una delle quali dovrebbe essere grassa.

Questo per la diffusa convinzione che mangiare pesce grasso o assumere integratori di olio di pesce omega-3 riduca il rischio di malattie cardiache, ictus e morte.

Un contributo volto a sfatare questi miti è arrivato dalla dottoressa Justin Butler, laureata presso l’Università di Bristol con un dottorato di ricerca in biologia molecolare e una laurea triennale in biochimica presso la UWE.

L’apporto di grassi essenziali

Il consumo del pesce consentirebbe di ottenere la quota raccomandata di acidi grassi essenziali, chiamati così perché non possiamo produrli autonomamente, ma dobbiamo ottenerli dal cibo.

La dottoressa afferma che non è necessario mangiare pesce per assimilare tali grassi, poiché i pesci stessi li ricavano mangiando alghe e plancton.

In particolare, l’ALA è un acido grasso essenziale omega-3 presente negli alimenti vegetali come semi di lino, semi di colza, soia, noci, e oli estratti da tali cibi. Viene convertito nei nostri corpi in EPA e DHA omega-3 a catena più lunga.

Nel 2018 una recensione ha rilevato che l’aumento di EPA e DHA da integratori di pesce grasso o olio di pesce non ha avuto alcun beneficio significativo a carico del cuore.

Al contrario, si è scoperto che l’ALA ricavata da alimenti vegetali può ridurre leggermente il rischio di eventi cardiovascolari e aritmia (ritmo cardiaco anormale).

Tesi sostenuta anche dal British Journal of Nutrition (2018), secondo cui una maggiore assunzione di ALA dai cibi vegetali comporta un minor rischio di malattie cardiache.

Molti altri studi hanno confermato che consumare questo grasso direttamente dagli alimenti vegetali, sia decisamente più salutare.

Mercurio in aumento. Un pericolo da non sottovalutare

Secondo alcune ricerche, l’assunzione di pesci grassi e supplementi di olio di pesce può addirittura sortire l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato, aumentando il rischio di eventi cardiovascolari.

Secondo l’American Heart Association, il consumo del pesce comporta dei rischi connessi alla presenza di agenti inquinanti quali il metilmercurio, bifenili, policlorutati e diossine.

Queste sostanze hanno ormai contaminato mari e oceani e si accumulano specialmente nei pesci grassi, annullando di fatto qualsiasi presunto effetto benefico degli omega-3.

Tra i vari studi, è stato rilevato che in Finlandia orientale la presenza del mercurio nei pesci è consistente al punto che gli uomini possiedono un livello elevato di questo elemento nei capelli. La quantità di pesce che mangiano è proporzionale all’aumento del rischio di morte cardiovascolare.

Gli allevamenti ittici e la contaminazione delle acque

Gli allevamenti ittici sono fonte di trasmissione di malattie e causano inquinamento nelle acque. La fauna marina è costantemente inquinata da agenti organici persistenti, antibiotici e sostanze chimiche da trattamenti parassitari.

Le acque sono contaminate da anestetici e disinfettanti, additivi per mangimi, metalli e anti vegetativi.

I pesci di allevamento inoltre contengono una quantità ridotta di omega-3, in quanto vengono alimentati con oli vegetali ricchi di omega-6, oltre a ricevere farina di pesce e oli di pesce.

Il consumo del pesce a livello etico

C’è infine l’insensata convinzione che i pesci non soffrano. Numerose ricerche scientifiche, incentrate sui collegamenti neurologici, dimostrano che i pesci provano paura e dolore cosciente, proprio come gli altri animali.

Ogni pesce catturato muore per soffocamento. Quelli catturati in acque profonde soffrono ancora di più perché quando vengono tirati in superficie, la depressurizzazione può far esplodere i loro organi o sporgere lo stomaco dalla bocca.

Anche se può sembrare assurdo, i pesci sono capaci di rapporti empatici, come testimonia uno studio pubblicato su Nature nel 2017, secondo cui i pesci si affidano all’interazione sociale e alla comunità per affrontare eventi stressanti.

L’alternativa vegetale al consumo del pesce

Per ottenere grassi essenziali non c’è bisogno di distruggere gli oceani, né di infliggere dolore ai pesci o mangiare neurotossine e sostanze cancerogene.

Gli alimenti vegetali possono sostituire il consumo del pesce. Garantiscono il fabbisogno giornaliero di grassi essenziali utili a mantenere il cuore sano e combattere le condizioni infiammatorie come l’artrite.

I cibi con queste proprietà sono ad esempio olio di semi di lino, olio di semi di canapa, olio di colza, noci e alghe.

In aggiunta, si possono assumere dei validissimi integratori vegan omega-3 a base di alghe che forniscono EPA e DHA. Questa alternativa non presenta rischi di contaminazione e consente di ridurre le preoccupazioni etiche e ambientali connesse al consumo del pesce.

Ricordate: le fonti vegetali di omega-3 sono sostenibili, i pesci no.

https://www.kulturjam.it/salute-ambiente/perche-il-consumo-del-pesce-non-e-cosi-salutare/