domenica 7 aprile 2024

Atenei sempre più poveri, esplodono le telematiche (che non protestano) - Virgilia Della Sala

 

L’università italiana è sempre più indebolita (non debole): che sia nel modo in cui la si racconta – secondo parte del governo covo di aspiranti brigatisti o comunque colpevole di pensare, decidere, protestare e schierarsi – o nelle sue dinamiche, emerge evidente il tentativo di tenerla sotto controllo, mentre poco viene fatto per contrastare la sua inarrestabile trasformazione in favore della formazione privata, degli atenei telematici che stanno per sorpassare quelli statali e, neanche a dirlo, delle regioni Nord. Energia sprecata a spiegare come gestire il dissenso invece di correre ai ripari di atenei che risentono di un inedito calo demografico che, in prospettiva, porterà nel 2041 a 415 mila studenti in meno (-21,2%) e a un minore introito da rette di frequenza per la riduzione degli iscritti pari a circa 500 milioni di euro. Il depauperamento della popolazione universitaria sarà maggiormente acuto al Sud, con flessioni degli iscritti superiori al 30% in Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna.

È questo il contesto in cui si inserisce il fermento di questi giorni, ben spiegato da un recentissimo rapporto elaborato da Mediobanca sul Sistema Universitario Italiano. L’aumento degli iscritti alle telematiche è il dato più evidente. Diminuiscono gli studenti, ma quelli iscritti agli atenei online aumentano del 400 per cento nell’ultimo decennio. Un bene per il governo: quanti di questi studenti scenderanno in piazza a protestare?

Dal 2006, da quando cioè è stato messo un freno al loro moltiplicarsi, gli atenei oggi operanti in Italia agiscono quindi in un settore chiuso a ulteriore competizione.

I numeri della loro crescita dal 2012 sono così riassunti: +112,9% i corsi, +444% gli immatricolati, +410,9% gli iscritti, +102,1% il corpo docente, +131,3% il personale tecnico amministrativo. Scorrendo l’elenco di tutti gli atenei notiamo, per dire, che già nell’anno accademico 2021/2022, gli iscritti alla Pegaso erano 90 mila, quelli alla Sapienza di Roma circa 108 mila. Il sorpasso, insomma, è vicino. Quello dei laureati è già avvenuto (23 mila contro 18 mila). E se fino a un certo punto si poteva pensare che a iscriversi fossero per lo più lavoratori, dal 2011 si è ridotta anche l’età media, passata da 35 anni circa a 27. E anche la percentuale di laureati triennali in corso è salita: erano il 21,1% nel 2010/11 (contro il 26,3% delle tradizionali), sono poi cresciuti al 44,8% per la coorte 2017/18 (contro il 37,8%).

A questo punto bisogna collegare diversi fili, cause-effetto almeno in parte concatenati. Un secondo elemento importantissimo riguarda infatti la competizione territoriale che in Italia nell’ultimo decennio “ha sfavorito proprio le università del Sud”. L’aumento di iscritti agli atenei del nord, ad esempio, sono speculari alle defezioni al Sud e nelle Isole (+17,2% il Nord Ovest, +13,4% il Nord Est, -16,7% al Sud e -17,1% nelle Isole). “Solo sette regioni hanno un rapporto tra studenti entranti e uscenti superiore all’unità – spiega il rapporto –, capeggiate dall’Emilia-Romagna con 4,3 matricole in ingresso per una che si iscrive fuori regione”. Per le altre il saldo è negativo: “Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna registrano una matricola in ingresso ogni 10 che lasciano la Regione”.

Gli alloggi universitari sono pochi, chi non ha possibilità economiche fa più fatica: teoricamente ci sarebbero 9 studenti per ogni posto disponibile negli studentati. La stima rivista, però, parla di un rapporto 1 a 21. Gli affitti privati, come è ormai noto, sono inaffrontabili. E se non ci si volesse spostare? Al Sud è difficile: il tempo medio necessario per raggiungere la sede degli studi nel Mezzogiorno supera i 150 minuti, mentre la media italiana è di 88. Insomma: gli studenti italiani non possono neanche dirsi totalmente liberi di studiare e quando lo fanno, gli si chiede di non pretendere posizione. Eppure lo Stato contribuisce alla spesa per la formazione universitaria solo per il 61% del totale, rispetto al 76% della UE e al 67% dell’Ocse.

La quota residua è per lo più sostenuta dalle famiglie: 33% in Italia contro il 14% della Ue. Che devono avere diritto di parola.

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sabato 6 aprile 2024

Con il governo Meloni SSN a picco. Gli scienziati: “aumentano le diseguaglianze, non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”

 

“Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”. Ma “oggi i dati dimostrano che è in crisi: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali”. Molto “si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil). Ed è urgente e indispensabile, perché un Ssn che funziona non solo tutela la salute, ma contribuisce anche alla coesione sociale”. E’ l’appello a difesa della sanità pubblica di 14 tra i più importanti scienziati italiani, tra i quali il premio Nobel Giorgio Parisi.

“Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il Ssn in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito”, si legge nel documento che sottolinea come oggi il sistema sia invece in crisi. “Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica hanno reso fortemente sottofinanziato il Ssn, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil (meno di vent’anni fa). Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato”.

Continuare “su questa china, oltre che in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, ci spinge verso il modello Usa – avvertono i firmatari – terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di 6 anni). La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute. E’ dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del Ssn e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema”.

Per i 14 scienziati, il Servizio sanitario nazionale “deve recuperare il suo ruolo di luogo di ricerca e innovazione al servizio della salute. Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni e uno su tre è stato costruito prima del 1940. Ma il grande patrimonio del Ssn è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza”.

E’ evidente che “le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea). Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli”.

Infine, rimarcano i firmatari, “la spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante – delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità, ma anche dei limiti della medicina moderna”. A firmare il documento: Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis.

Fonte: AdnKronos

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venerdì 5 aprile 2024

Assalto al “polmone verde” del mondo, colpo mortale per il clima - Dante Caserta

DEFORESTAZIONE. Dossier Wwf. Negli ultimi 50 anni il 17% dell’Amazzonia è stato convertito in coltivazioni. Se dovesse arrivare al 20% rischia di diventare savana

Coprono oltre il 30% delle terre emerse, ospitano circa l’80% della biodiversità terrestre, forniscono servizi essenziali per le nostre vite e svolgono un ruolo cruciale nella mitigazione del cambiamento climatico: sono le foreste, habitat fondamentali per la nostra vita e silenziosi testimoni di quello che era il nostro Pianeta prima che lo modificassimo pesantemente. Nonostante la loro importanza, l’uomo ha sviluppato una preoccupante capacità di distruggerle ben sintetizzata dalla famosa vignetta in cui una persona seduta su un ramo di un albero è attivamente impegnata a tagliarlo.

SOLO NEGLI ULTIMI 30 ANNI sono stati persi 178 milioni di ettari di foreste a livello mondiale, tre volte la superficie della Francia: ciò dipende dalle nostre azioni e dai nostri consumi che contribuiscono alla perdita globale di biodiversità e al cambiamento climatico.

OGGI LA PRINCIPALE CAUSA della deforestazione sulla Terra è l’aumento dei terreni coltivati per la produzione agricola. A causa di questa continua espansione ogni anno vengono convertiti 5 milioni di ettari di foreste tropicali, in particolare per la produzione di carne bovina, olio di palma, soia, cacao, gomma, caffè e legno. La deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne è una vera e propria piaga: il 60% delle foreste pluviali tagliate (in Amazzonia si arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di colture (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. Inoltre, dalla produzione e dal commercio internazionale di questi prodotti deriva più del 30% delle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione.

LA FORESTA AMAZZONICA RAPPRESENTA l’ecosistema maggiormente colpito: negli ultimi 50 anni ben il 17% della sua superficie (equivalente a due volte quella italiana) è stato convertito in coltivazioni. Se questo fenomeno arrivasse a colpire il 20-25% dell’Amazzonia, il polmone verde del mondo, così chiamato grazie alle ingenti quantità di gas serra che è in grado di assorbire dall’atmosfera, non sarebbe più in grado di sopravvivere, trasformandosi in una savana arbustiva nel giro di pochi decenni.

NE SIAMO CONSAPEVOLI DA TEMPO, i dati sono chiari e gli scienziati non fanno che ricordarceli, eppure negli ultimi anni la tendenza non sembra migliorare: nel 2022 i disturbi forestali nella regione pan-amazzonica sono aumentati quasi del 15% rispetto al 2021.

LA DISTRUZIONE DI QUESTA PREZIOSA foresta sta avendo un impatto devastante anche sulla lotta alla crisi climatica globale perché l’Amazzonia, da sola, immagazzina 75 miliardi di tonnellate di carbonio, oltre il 10% di quanto ne «incamerano» le intere foreste mondiali (662 miliardi di tonnellate). Si tratta di quantitativi così elevati da risultare indispensabili nel quadro complessivo di assorbimento della CO2 e per impedire il riscaldamento globale superi la soglia di 1,5°C. Peraltro si stanno già manifestando effetti altamente negativi: studi recenti attestano come, contrariamente a quanto si è sempre creduto, la concentrazione di carbonio nell’atmosfera amazzonica sia maggiore negli strati d’aria più vicini alle chiome degli alberi. Si tratta di un dato molto preoccupante perché indica come in alcune fasce la foresta amazzonica emetta più carbonio di quanto ne assorbe e immagazzina: l’emissione netta si attesta ormai a circa 300 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno che equivale alle emissioni annuali di un Paese industrializzato come la Francia. Quanto sta accadendo è legato sicuramente alla deforestazione, ma anche agli incendi e alla siccità, fenomeno un tempo del tutto sconosciuto in Amazzonia. Ciò potrebbe scatenare degli effetti a catena sul clima globale in quanto, se tutto il carbonio attualmente immagazzinato nella foresta amazzonica fosse rilasciato, la temperatura media del Pianeta aumenterebbe di 0,3°C, eventualità che renderebbe impossibile contenere l’innalzamento delle temperature entro gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi.

ANCORA UNA VOLTA IL MONDO PIÙ industrializzato ha pesanti responsabilità in quello che sta accadendo. I Paesi dell’Unione Europea sono tra i maggiori importatori di una serie consistente di prodotti che causano la deforestazione, come il caffè, la carne, l’olio di palma e i latticini. L’Unione è responsabile del 16% della deforestazione globale associata al commercio internazionale di materie prime, ponendosi come il secondo maggiore importatore al mondo di deforestazione dopo la Cina. E noi italiani facciamo ampiamente la nostra parte: i consumi nazionali, da soli, determinano la distruzione di una superficie pari al doppio di quella della città di Milano (36.000 ettari). «Si tratta della cosiddetta deforestazione incorporata: deriva dalla produzione di beni consumati in altri Paesi e contribuisce a quasi l’80% della deforestazione mondiale», ricorda Edoardo Nevola, responsabile Foreste del Wwf Italia. «Parte di questa riguarda anche i mercati alimentari dell’industria italiana ed è per questo che il ruolo di noi consumatori è centrale. Prestando maggiore attenzione a ciò che compriamo, possiamo veramente dare un contributo sostanziale alla salute delle foreste e alla nostra: ad esempio, leggendo le etichette sulle confezioni dei prodotti che acquistiamo possiamo scegliere quelli con certificazioni che attestino la provenienza da foreste gestite in maniera sostenibile».

UN AIUTO PER RIDURRE significativamente l’impronta ecologica del commercio internazionale potrà venire, se correttamente applicato, dal nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) che regolamenta sette materie prime (soia, olio di palma, carne bovina, caffè, prodotti legnosi, prodotti stampati e gomma) e i loro derivati: dal 30 dicembre 2024 potranno entrare nel mercato europeo solamente se le aziende saranno in grado di dimostrare, attraverso controlli e tracciamenti, che non sono causa di deforestazione. Ciò indirizzerà il mercato verso quelle merci prodotte e importate senza contribuire alla distruzione del Pianeta.

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giovedì 4 aprile 2024

Fondi speculativi del terzo tipo: come speculare dai satelliti - Andrea Baranes

 

Dall’intelligenza artificiale allo sfruttamento dei satelliti. Dai dati sul traffico marittimo alle operazioni di compravendita che si chiudono in millesimi di secondo. Vale tutto sui mercati finanziari, pur di vincere la gara. Arrivare per primi, avere le informazioni una frazione di istante prima degli altri. Essere i più veloci a realizzare qualsiasi operazione di acquisto o vendita.

Secondo un recente articolo di Les Echos alcuni fondi analizzano le foto satellitari dei porti per monitorare il numero di container in attesa. L’analisi di questi nodi nevralgici del commercio mondiale permetterebbe di ottenere informazioni fondamentali per decidere se acquistare o vendere. E farlo prima di altri soggetti che operano sui principali mercati finanziari del mondo.

Dai dati alle previsioni del tempo

Analogamente sembra che alcuni hedge fund utilizzino le foto dei parcheggi dei grandi centri commerciali. Per poi incrociare questi dati con i consumi di elettricità o telefonici e capire in questo modo se il giro di affari della determinata impresa è in crescita o meno. Prima che le stesse informazioni siano disponibili tramite la pubblicazione dei bilanci o altri canali “tradizionali”.

Uno di questi fondi speculativi poi, si vanta di riuscire a prevedere il meteo meglio della maggior parte dei siti e dei canali televisivi specializzati. E lo può fare avendo investito per assumere meteorologi e scienziati. Un investimento che si rivelerebbe fondamentale per sviluppare il trading su alcune materie prime. In particolare sul gas naturale, le cui vendite dipendono in maniera diretta da quanto farà caldo o freddo nel prossimo futuro.

I fondi del terzo tipo puntano tutto su big data

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Da un lato tecnologie sempre più raffinate, come l’ottenimento di foto satellitari in alta definizione. Dall’altro il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale che permette di analizzare su base statistica un numero gigantesco di dati, per formulare previsioni e quindi scelte di investimento.

Otto hedge fund su dieci hanno già adottato questi processi. Integrando l’intelligenza artificiale nelle attività di ricerca, codifica di informazioni, strumenti di marketing o analisi dei rischi. Secondo l’articolo citato, sarebbero invece ancora relativamente pochi i fondi chiamati “del terzo tipo”. Ovvero che fondano interamente le scelte di investimento sull’analisi statistica dell’intelligenza artificiale.

Per la stragrande maggioranza, alla fine del processo ci sarebbe – ancora per il momento – un intervento umano che decide se investire o meno. Il percorso, però, sembra tracciato. Colpisce non tanto la direzione in cui si sta andando, quanto la velocità e la profondità con cui queste nuove tecnologie stanno cambiando il sistema finanziario. Un cambiamento talmente profondo e repentino che viene da domandarsi fino a che punto sia la finanza a utilizzare queste tecnologie. O se non sia piuttosto vero l’opposto.

Sempre più distanti dall’economia reale

Il vecchio detto “la forma è sostanza” si potrebbe rileggere in chiave moderna dicendo che è la piattaforma a creare il contenuto. Per la finanza speculativa, la sfida per il prossimo futuro è avere accesso al maggior numero di informazioni possibili (big data); riuscire a interpretarle su base statistica (intelligenza artificiale); farlo nel minore tempo possibile per battere i concorrenti (potenza di calcolo).

Un contenuto sempre più legato a modelli statistici e tecnologici, o in altre parole un ulteriore allontanamento dalla cosiddetta economia reale. Per una finanza che già oggi si è in massima parte trasformata da strumento al servizio delle persone e del pianeta in strumento fine a sé stesso. Per fare soldi dai soldi. E questa trasformazione distopica non sembra esattamente la direzione in cui sarebbe auspicabile muoversi.

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mercoledì 3 aprile 2024

Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes



Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.

da Contre Attaque

 

Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo 25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.

Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze vitali del movimento sociale ed ecologista.

Questa ondata di violenza ha causato più di 200 feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo, ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è rimasta intatta.

Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.

Al calar della notte, davanti alla prefettura, risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du Bouffay.


Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno rubato tutto, anche la paura”.


Foto: @olimouazan @desordreglobal

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martedì 2 aprile 2024

Se un liceo nasce a "Vinitaly" - Grazia Maria Pistorino

Il 3 aprile 2023, meno di un anno fa a Vinitaly, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato la necessità di «un liceo del Made in Italy per valorizzare le nostre eccellenze». Detto, fatto! In pochi giorni, già il 19 maggio quell’idea si concretizzava in una bozza di Disegno di legge, poi trasformata nella Legge 206 del 27/12/2023 recante “Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del made in Italy”, entrata in vigore l’11/1/2024 e che agli artt. 18 e 19 contiene la parte inerente all’istituzione del Liceo del made in Italy. Questa la tempistica e la genesi, vediamo di che si tratta.

L’istituzione del percorso liceale Made in Italy nell’ambito dell’articolazione del sistema dei licei rappresenta un provvedimento di bandiera che si fonda esclusivamente sul bisogno di sviluppare nelle alunne e negli alunni competenze imprenditoriali idonee alla promozione e alla valorizzazione di specifici settori produttivi del Made in Italy. Si prevedono conoscenze, abilità e competenze approfondite nelle scienze economiche e giuridiche con intersezioni con le scienze matematiche, fisiche e naturali, al fine di sviluppare competenze che sul piano storico, geografico e artistico valorizzino origine e sviluppo dei settori produttivi tipici del made in Italy nel contesto internazionale. Si intende potenziare l’apprendimento integrato dei contenuti delle attività formative programmate in lingua straniera veicolare (CLIL), ma “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica e ferma restando la possibilità di ricevere finanziamenti da soggetti pubblici e privati”. Si propone il solito rafforzamento dei percorsi PCTO, attraverso la connessione con il tessuto socioeconomico-produttivo del contesto imprenditoriale di riferimento, e il potenziamento dei percorsi di apprendistato. Completano il quadro formativo principi e strumenti per la gestione d’impresa, tecniche e strategie di mercato per le imprese del Made in Italy, strumenti per il supporto e lo sviluppo dei processi produttivi e organizzativi delle imprese del Made in Italy, strumenti di sostegno all’internalizzazione delle imprese dei settori del Made in Italy e delle relative filiere.

Nella descrizione del nuovo indirizzo leggiamo solo l’ambizione (vuota) di istituire percorsi con discipline tecniche specifiche, ma senza prevedere un incremento dei laboratori, quindi di insegnanti tecnico pratici e assistenti tecnici. Perdipiù, i licei hanno un orario settimanale di 27 ore nel biennio e 30 nel triennio e non sono ordinamenti di tecnici o professionali, quindi l’intera operazione rischia di essere solo un cambio di denominazione perché gli spazi di flessibilità nel piano orario non consentono un incremento di materie ad invarianza di spesa.
A tutt’oggi, infatti, con la fase delle iscrizioni in pieno svolgimento, non si conosce per intero l’offerta formativa del nuovo liceo giacchè sono noti i piani orario del biennio e non quelli del triennio: un vero e proprio salto nel buio per studenti e famiglie che non sanno a quale percorso stanno affidando il proprio futuro e per i docenti che non sanno esattamente chi di loro perderà più ore; al momento la sola certezza riguarda l’eliminazione di Scienze umane e la diminuzione di un’ora di seconda lingua straniera, dando così una palese dimostrazione di incoerenza rispetto all’obiettivo predicato di una internazionalizzazione dei percorsi.

Completa il quadro drammatico l’istituzione della Fondazione denominata “Imprese e competenze", costituita dai ministeri delle Imprese e del made in Italy e dell’Istruzione e merito. La Fondazione, di cui possono far parte anche soggetti privati, ha il compito di promuovere il raccordo tra le imprese e i licei, diffondere la cultura d’impresa tra gli studenti, favorire iniziative mirate ad un rapido inserimento degli stessi nel mondo del lavoro e favorire la progettazione di attività didattiche e professionali dedicate al Made in Italy. Si tratta, in sintesi, di determinare gli obiettivi strategici del nuovo indirizzo, fornendo in pratica gli orientamenti culturali degli ordinamenti di un indirizzo scolastico È la rappresentazione plastica di quanto l’obiettivo del governo sia quello di subordinare la formazione culturale del futuro cittadino alle esigenze delle imprese e del mercato del lavoro per formare lavoratori legati a circoscritte professionalità prodotte dal contesto delle aziende italiane del momento.

Purtroppo, l’ebrezza prodotta da Vinitaly non finisce qui: il nuovo liceo, per poter sorgere, dovrà cannibalizzare un altro liceo: l’opzione "economico-sociale" del liceo delle scienze umane. Dalle primissime bozze che prevedevano l’automatica soppressione di questa interessante esperienza didattica (i numeri ci parlano di una crescita di iscrizioni di oltre il 30% in cinque anni), si è passati al testo definitivo contenuto nella L. 206/2023 che contiene l’indicazione precisa rispetto al fatto che dall’attivazione del nuovo percorso consegue la soppressione di un corso di LES, mentre possono proseguire i corsi già attivati che non intendono modificare la propria struttura.

L’intera fase è stata naturalmente accompagnata da proteste e contestazioni e i risultati delle iscrizioni danno ragione a chi ha voluto resistere, negando il consenso a questo cambiamento così mal concepito e con delle finalità così pericolose. Un autentico flop!
Ecco i dati inseriti sulla piattaforma per le iscrizioni al 23 gennaio 2924: sono presenti 92 corsi di Liceo del Made in Italy: 17 in Sicilia; 12 in Lombardia; 12 nel Lazio; 9 in Puglia; 8 nelle Marche; 8 in Calabria; 6 in Abruzzo; 5 in Toscana; 3 in Liguria; 3 in Piemonte; 3 in Veneto; 2 in Molise; 1 in Basilicata; 1 in Emilia-Romagna; 1 in Sardegna; 1 in Umbria. Nessuna adesione in Trentino, Valle d’Aosta e Friuli, mentre l’Assessora regionale all’Istruzione della Campania ha posto rilievi rispetto alla mancanza di prospettive, negando l’autorizzazione alle scuole richiedenti.

Oltre a quanto abbiamo detto finora, esiste un ulteriore rischio: tutto il progetto, così come già per la sperimentazione quadriennale della filiera tecnologico-professionale, punta a valorizzare i settori specifici del made in Italy aderendo alla vocazione produttiva del territori e realizzando, di fatto, anche riguardo allo sviluppo economico del Paese, una visione miope rispetto agli eventi ipercomplessi, globalizzati e in continua mutazione dei fenomeni e meccanismi economici in corso, a partire dalla transizione ecologica e digitale.
Agganciare le competenze a specificità territoriali a discapito dell’approccio critico (come con la soppressione delle scienze umane) significa tarpare le ali proprio a quella che, paradossalmente, è una delle caratteristiche vincenti del made in Italy: cioè, la creatività.

Il provvedimento istituisce, quindi, un liceo con una finalità poco comprensibile: il made in Italy, che, nelle intenzioni del compilatore della norma, appare un concetto indistinto, implicito, dovrebbe essere la capacità della manifattura/cultura italiana di essere riconoscibile e attrattiva rispetto ai mercati internazionali. Probabilmente si immagina che un solo liceo possa formare i futuri “Valentino”, “Ferrari”, etc., ignorando che la creatività e la maestria sono attitudini complesse, frutto per lo più di una formazione ampia, generale, oltre che tecnica, in cui l’estro e la competenza possono essere sviluppate coltivando spesso ciò che è inessenziale, poco funzionale, magari inutile, ma che è trova la sua motivazione nella curiosità, dalla sensibilità e dalla voglia di apprendere. Tutto ciò sarebbe oggi ampiamente consentito dagli ordinamenti già esistenti, a condizione che le nostre scuole siano sufficientemente sostenute da dotazioni organiche, tempo scuola, laboratori, compresenze e che non siano al contrario penalizzate da tagli di personale e da riduzioni nei quadri orario delle discipline (come avvenuto per le lingue straniere).

Ancora una volta, in coerenza con l’impalcatura ideologica dominante, si tenta di declinare metodologie e contenuti didattici in funzione subordinata nei confronti del mercato del lavoro e dei bisogni del sistema delle imprese: un liceo nato a Vinitaly.
All'inserimento forzoso di questo progetto la scuola ha resistito, dando così prova di consapevolezza professionale e di reale attenzione ai bisogni culturali di ragazze e ragazzi.

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