mercoledì 3 aprile 2024

Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes



Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.

da Contre Attaque

 

Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo 25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.

Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze vitali del movimento sociale ed ecologista.

Questa ondata di violenza ha causato più di 200 feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo, ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è rimasta intatta.

Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.

Al calar della notte, davanti alla prefettura, risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du Bouffay.


Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno rubato tutto, anche la paura”.


Foto: @olimouazan @desordreglobal

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martedì 2 aprile 2024

Se un liceo nasce a "Vinitaly" - Grazia Maria Pistorino

Il 3 aprile 2023, meno di un anno fa a Vinitaly, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato la necessità di «un liceo del Made in Italy per valorizzare le nostre eccellenze». Detto, fatto! In pochi giorni, già il 19 maggio quell’idea si concretizzava in una bozza di Disegno di legge, poi trasformata nella Legge 206 del 27/12/2023 recante “Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del made in Italy”, entrata in vigore l’11/1/2024 e che agli artt. 18 e 19 contiene la parte inerente all’istituzione del Liceo del made in Italy. Questa la tempistica e la genesi, vediamo di che si tratta.

L’istituzione del percorso liceale Made in Italy nell’ambito dell’articolazione del sistema dei licei rappresenta un provvedimento di bandiera che si fonda esclusivamente sul bisogno di sviluppare nelle alunne e negli alunni competenze imprenditoriali idonee alla promozione e alla valorizzazione di specifici settori produttivi del Made in Italy. Si prevedono conoscenze, abilità e competenze approfondite nelle scienze economiche e giuridiche con intersezioni con le scienze matematiche, fisiche e naturali, al fine di sviluppare competenze che sul piano storico, geografico e artistico valorizzino origine e sviluppo dei settori produttivi tipici del made in Italy nel contesto internazionale. Si intende potenziare l’apprendimento integrato dei contenuti delle attività formative programmate in lingua straniera veicolare (CLIL), ma “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica e ferma restando la possibilità di ricevere finanziamenti da soggetti pubblici e privati”. Si propone il solito rafforzamento dei percorsi PCTO, attraverso la connessione con il tessuto socioeconomico-produttivo del contesto imprenditoriale di riferimento, e il potenziamento dei percorsi di apprendistato. Completano il quadro formativo principi e strumenti per la gestione d’impresa, tecniche e strategie di mercato per le imprese del Made in Italy, strumenti per il supporto e lo sviluppo dei processi produttivi e organizzativi delle imprese del Made in Italy, strumenti di sostegno all’internalizzazione delle imprese dei settori del Made in Italy e delle relative filiere.

Nella descrizione del nuovo indirizzo leggiamo solo l’ambizione (vuota) di istituire percorsi con discipline tecniche specifiche, ma senza prevedere un incremento dei laboratori, quindi di insegnanti tecnico pratici e assistenti tecnici. Perdipiù, i licei hanno un orario settimanale di 27 ore nel biennio e 30 nel triennio e non sono ordinamenti di tecnici o professionali, quindi l’intera operazione rischia di essere solo un cambio di denominazione perché gli spazi di flessibilità nel piano orario non consentono un incremento di materie ad invarianza di spesa.
A tutt’oggi, infatti, con la fase delle iscrizioni in pieno svolgimento, non si conosce per intero l’offerta formativa del nuovo liceo giacchè sono noti i piani orario del biennio e non quelli del triennio: un vero e proprio salto nel buio per studenti e famiglie che non sanno a quale percorso stanno affidando il proprio futuro e per i docenti che non sanno esattamente chi di loro perderà più ore; al momento la sola certezza riguarda l’eliminazione di Scienze umane e la diminuzione di un’ora di seconda lingua straniera, dando così una palese dimostrazione di incoerenza rispetto all’obiettivo predicato di una internazionalizzazione dei percorsi.

Completa il quadro drammatico l’istituzione della Fondazione denominata “Imprese e competenze", costituita dai ministeri delle Imprese e del made in Italy e dell’Istruzione e merito. La Fondazione, di cui possono far parte anche soggetti privati, ha il compito di promuovere il raccordo tra le imprese e i licei, diffondere la cultura d’impresa tra gli studenti, favorire iniziative mirate ad un rapido inserimento degli stessi nel mondo del lavoro e favorire la progettazione di attività didattiche e professionali dedicate al Made in Italy. Si tratta, in sintesi, di determinare gli obiettivi strategici del nuovo indirizzo, fornendo in pratica gli orientamenti culturali degli ordinamenti di un indirizzo scolastico È la rappresentazione plastica di quanto l’obiettivo del governo sia quello di subordinare la formazione culturale del futuro cittadino alle esigenze delle imprese e del mercato del lavoro per formare lavoratori legati a circoscritte professionalità prodotte dal contesto delle aziende italiane del momento.

Purtroppo, l’ebrezza prodotta da Vinitaly non finisce qui: il nuovo liceo, per poter sorgere, dovrà cannibalizzare un altro liceo: l’opzione "economico-sociale" del liceo delle scienze umane. Dalle primissime bozze che prevedevano l’automatica soppressione di questa interessante esperienza didattica (i numeri ci parlano di una crescita di iscrizioni di oltre il 30% in cinque anni), si è passati al testo definitivo contenuto nella L. 206/2023 che contiene l’indicazione precisa rispetto al fatto che dall’attivazione del nuovo percorso consegue la soppressione di un corso di LES, mentre possono proseguire i corsi già attivati che non intendono modificare la propria struttura.

L’intera fase è stata naturalmente accompagnata da proteste e contestazioni e i risultati delle iscrizioni danno ragione a chi ha voluto resistere, negando il consenso a questo cambiamento così mal concepito e con delle finalità così pericolose. Un autentico flop!
Ecco i dati inseriti sulla piattaforma per le iscrizioni al 23 gennaio 2924: sono presenti 92 corsi di Liceo del Made in Italy: 17 in Sicilia; 12 in Lombardia; 12 nel Lazio; 9 in Puglia; 8 nelle Marche; 8 in Calabria; 6 in Abruzzo; 5 in Toscana; 3 in Liguria; 3 in Piemonte; 3 in Veneto; 2 in Molise; 1 in Basilicata; 1 in Emilia-Romagna; 1 in Sardegna; 1 in Umbria. Nessuna adesione in Trentino, Valle d’Aosta e Friuli, mentre l’Assessora regionale all’Istruzione della Campania ha posto rilievi rispetto alla mancanza di prospettive, negando l’autorizzazione alle scuole richiedenti.

Oltre a quanto abbiamo detto finora, esiste un ulteriore rischio: tutto il progetto, così come già per la sperimentazione quadriennale della filiera tecnologico-professionale, punta a valorizzare i settori specifici del made in Italy aderendo alla vocazione produttiva del territori e realizzando, di fatto, anche riguardo allo sviluppo economico del Paese, una visione miope rispetto agli eventi ipercomplessi, globalizzati e in continua mutazione dei fenomeni e meccanismi economici in corso, a partire dalla transizione ecologica e digitale.
Agganciare le competenze a specificità territoriali a discapito dell’approccio critico (come con la soppressione delle scienze umane) significa tarpare le ali proprio a quella che, paradossalmente, è una delle caratteristiche vincenti del made in Italy: cioè, la creatività.

Il provvedimento istituisce, quindi, un liceo con una finalità poco comprensibile: il made in Italy, che, nelle intenzioni del compilatore della norma, appare un concetto indistinto, implicito, dovrebbe essere la capacità della manifattura/cultura italiana di essere riconoscibile e attrattiva rispetto ai mercati internazionali. Probabilmente si immagina che un solo liceo possa formare i futuri “Valentino”, “Ferrari”, etc., ignorando che la creatività e la maestria sono attitudini complesse, frutto per lo più di una formazione ampia, generale, oltre che tecnica, in cui l’estro e la competenza possono essere sviluppate coltivando spesso ciò che è inessenziale, poco funzionale, magari inutile, ma che è trova la sua motivazione nella curiosità, dalla sensibilità e dalla voglia di apprendere. Tutto ciò sarebbe oggi ampiamente consentito dagli ordinamenti già esistenti, a condizione che le nostre scuole siano sufficientemente sostenute da dotazioni organiche, tempo scuola, laboratori, compresenze e che non siano al contrario penalizzate da tagli di personale e da riduzioni nei quadri orario delle discipline (come avvenuto per le lingue straniere).

Ancora una volta, in coerenza con l’impalcatura ideologica dominante, si tenta di declinare metodologie e contenuti didattici in funzione subordinata nei confronti del mercato del lavoro e dei bisogni del sistema delle imprese: un liceo nato a Vinitaly.
All'inserimento forzoso di questo progetto la scuola ha resistito, dando così prova di consapevolezza professionale e di reale attenzione ai bisogni culturali di ragazze e ragazzi.

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sabato 30 marzo 2024

Réquiem para un árbol en llamas - Ariel Dorfman


Desde Santiago de Chile

 

¿Cómo llorar la muerte de un árbol solitario, cuando bosques enteros se queman a mansalva? ¿Y cómo hacerlo en una nación como Chile, donde cientos de seres humanos acaban de morir y muchos más han quedado heridos en la reciente conflagración abrasadora que ha devorado miles de hectáreas y demolido innumerables viviendas en vastas regiones de mi atribulado país?

Y, sin embargo, desde el amparo de mi casa en Santiago, a cien kilómetros de los carbonizaciones, por mucho que me horrorizaba la devastación que iba cobrando ingentes vidas y medios de subsistencia, no pude evitar preocuparme por un árbol en particular, una de las tantas víctimas desapercibidas de la catástrofe.

Se trata de un árbol que mis manos habían sembrado hace casi tres cuartos de siglo.

Yo era un niño argentino de siete años, que visitaba Chile por unas semanas, en mi camino de regreso a Nueva York, donde había vivido con mi familia desde la infancia. Mi papá decidió que yo era lo suficientemente grandecito para un ritual que él había llevado a cabo con su propio padre: plantar un árbol. Cumpliendo esa tarea, dijo, me quedaban por delante sólo dos misiones adicionales: escribir un libro y tener un hijo varón (era bastante machista, mi viejo).

Y fue así que me llevó al Jardín Botánico de Viña del Mar, uno de los viveros más grandes del continente, fundado, según mi papá, en 1817, casi junto a la Independencia de América. Una joven cuidadora nos guió a un sitio con condiciones óptimas para el crecimiento de un bosque colosal y me proporcionó una espátula menuda y una semilla aún más diminuta. La cubrí con tierra, me despedí como si fuéramos amigos íntimos y le prometí que volvería en algún futuro a ver si había prosperado.

Nunca logré visitar ese lugar (el tosco mapa que había dibujado en nuestro hotel se extravió rápidamente), pero lo que sí hice cinco años más tarde fue regresar a Chile, que se convirtió en mi patria permanente. Pruebas al canto: me hice ciudadano y me casé y publiqué mi primer libro y engendré, en efecto, un hijo varón. Si no llegué a cumplir esa promesa a mi árbol de saludarlo de nuevo, tampoco lo había olvidado. Y se me tornó más presente, paradójicamente, y más significativo, cuando partí al exilio, después del golpe militar que derrocó al presidente Salvador Allende en 1973.

Ese árbol mítico se me fue transformando en una forma de vencer la distancia impuesta por la dictadura. A menudo me consolaba con la idea de que el árbol que mi yo más joven había puesto en la tierra se estaba elevando desde ese suelo tan chileno, ramificándose mientras daba la bienvenida a pájaros y escarabajos, bendiciendo el Jardín Botánico con un verdor esplendoroso, haciéndome señas desde lejos, murmurando que me esperaba un pedazo de mi pasado, que no todo se había perdido y desarraigado en el cataclismo del golpe. Una promesa que pareció materializarse cuando, después de una larga lucha, la democracia retornó al terruño que había visto madurar ese árbol múltiple.

En estos últimos años, a medida que el cambio climático comenzó a obsesionarme hasta el punto de escribir una novela sobre cómo nuestra especie iba cometiendo un lento suicidio colectivo, ese árbol llegó a representar cada vez más para mí algo así como la esperanza. Lo imaginé resistiendo las aflicciones del tiempo y las depredaciones de los contaminadores, manteniéndose erguido contra el desperdicio y la erosión, ofreciendo sombra y colores junto con sus otros hermanos a lo largo del mundo, un símbolo de resistencia y continuidad.

Con toda probabilidad, ese árbol sembrado por ese niño ha sido ahora reducido a cenizas. De las casi 400 hectáreas del parque, el 90 % de las plantas del Jardín (algunas estimaciones dicen que el 98 %) fue destruido en el último incendio, provocando la pérdida irreparable de 1,300 especies, algunas de ellas ya en peligro de extinción. Junto con otras víctimas: treinta cachorros murieron en una perrera y se quemaron una inconmensurable cantidad de animalitos y pájaros y, por desgracia, cuatro seres humanos. Entre ellos se encontraba Patricia Araya, quien, durante las últimas tres décadas, había estado trabajando como horticultora, preparando nuevas semillas para la germinación. También murieron sus dos pequeños sobrinos. Y la madre de Patricia, de 92 años, que, cuando era más joven, había realizado las mismas labores que su hija. Y me pregunto, con pavor, si esta anciana no habría sido la misma adolescente que, en aquel entonces, proporcionó una semilla y una pala a un ansioso niño de siete años, me pregunto si la guardiana y madrina de mi árbol fue la que pereció.

De aquel árbol únicamente queda la historia de su origen legendario y su desenlace letal. Y de la miríada de otros árboles anónimos que perecieron ese día, ni siquiera permanece una historia como la que estoy mínimamente relatando. Y al igual que esos árboles sin vida, cada hombre, mujer y niño que murió en ese incendio era alguien con una historia propia que yo no tengo cómo contar. Y más allá de la hecatombe chilena se ciernen otras tragedias, una a una, una tras otra, convulsiones de magnitud incalculable en un planeta en llamas, cada vez más amenazado, cada vez más expuesto a medida que calentamos la atmósfera de manera intolerable y caminamos sonámbulos y ciegos hacia el apocalipsis.

¿Puede el árbol que sembré hace tanto tiempo prestarnos un último servicio y ayudar a que nuestra humanidad despierte a lo que le estamos haciendo a la Tierra y a nosotros mismos? ¿Cómo darles esperanza, dárselos de verdad, sin mentir, a los pequeños, un niño o una niña, que, en este mismo momento, colocan una semilla en la tierra y se despiden del árbol que crecerá allí y prometen volver a visitarlo, cómo podemos crear un mundo donde el árbol y los niños crezcan sin temer los incendios infernales que vienen por ellos y nosotros?

 

*Autor de La Muerte y la Doncella y, más recientemente, de la novela Allende y el Museo del Suicidio

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venerdì 29 marzo 2024

Sovranità alimentare e Palestina - Verónica Villa

Da molti anni contadine e contadini palestinesi per coltivare devono chiedere un permesso, che molto spesso viene revocato. In un territorio coperto per quasi la metà ulivi, grazie a cui sopravvivevano più di 100 mila famiglie, dal 2000 le forze israeliane hanno sradicato più di tre milioni di alberi. Nello stesso periodo, da quando hanno iniziato a costruire il muro in Cisgiordania, è stato impedito l’accesso alle tradizionali fonti d’acqua al 95 per cento della gente in Palestina. Dal 2008, inoltre, l’occupazione israeliana ha istituito un sistema di “conteggio calorico” progettato per diminuire i consumi alimentari degli abitanti di Gaza a livelli appena sopra il limite della fame. I 32 mila morti sono oggi la superficie di ciò che subiscono i palestinesi da molti anni. Migliaia in questi giorni continuano a morire di fame, sete, mancanza di cure mediche e altre forme di violenza. Ciò che accade in Palestina è tremendamente familiare ai popoli indigeni e contadini di altri angoli del mondo… La liberazione della Palestina è la liberazione del mondo

 

Distruggere la produzione di alimenti è una tattica storicamente utilizzata dai colonizzatori per sradicare culture e creare dipendenza. Alimentazione, territori e libertà vanno di pari passo, lo sa bene il collettivo di comunicazione A Growing CultureAGC fornisce informazione e strumenti al servizio delle resistenze contadine di tutto il mondo. Sanno che l’attenzione delle persone è il nuovo campo di battaglia e si impegnano perché più gente possibile si unisca alla lotta per la sovranità alimentare.

Quella che segue è una dichiarazione di AGC approfondita e pungente sul genocidio del popolo palestinese.

Furto di terre

Fin dall’inizio Israele si è accaparrato più dell’85 per cento della terra che storicamente apparteneva agli abitanti della Palestina. Durante la Nakba (l’esodo dei popoli palestinesi causato dalla nascita dello stato di Israele nel 1948) furono distrutte più di 700 mila comunità palestinesi. Da allora Israele ha costruito insediamenti e zone militari separando uomini e donne palestinesi dalla loro terra. Nel 60 per cento del versante occidentale, a noi noto come Cisgiordania, contadini e contadine per coltivare devono chiedere un permesso, che molto spesso viene revocato dalle autorità israeliane.

L’autorità di Israele distorce una legge di epoca ottomana, progettata per promuovere l’agricoltura assegnando le terre a riposo a chi voleva coltivarle. Manipolando questa legge, Israele distrugge campi e boschi palestinesi per confiscare le terre. Questa strategia deriva dallo sfruttamento di circa il 40 per cento della sponda occidentale del fiume Giordano (fonte: Ufficio centrale di statistica palestinese delle Nazioni Unite).

Separare le comunità dalle loro acque

La costruzione del muro in Cisgiordania ha impedito l’accesso alle tradizionali fonti d’acqua al 95 per cento della gente in Palestina, che è costretta a consumare acqua controllata da aziende israeliane. Israele nega ai palestinesi ogni accesso al fiume Giordano e controlla più dell’85 per cento delle riserve idriche del versante occidentale. Gli insediamenti israeliani consumano in media sei volte più acqua delle comunità palestinesi.

Già da prima dell’assedio che ha seguito il 7 ottobre era impossibile bere più del 90 per cento dell’acqua di Gaza, a causa della sistematica distruzione delle infrastrutture per mano di Israele. Più di due milioni di abitanti di Gaza subivano la permanente carenza di acqua prima di Ottobre 2023. L’unica fonte idrica a Gaza è una falda contaminata da acque di scarico, chimiche e marine. L’agricoltura palestinese dipende molto dall’irrigazione, e la crisi idrica aumenta la dipendenza dagli aiuti alimentari e dalle importazioni (fonti: Al Jazeera, Amnesty International e The Guardian).

La distruzione dell’agricoltura

Più del 70 per cento dei palestinesi sussistevano grazie all’agricoltura prima della colonizzazione israeliana. Nel 1967 la produzione agricola della Palestina competeva con quella di Israele. I contadini in Cisgiordania producevano tanto da esportare l’80 per cento della verdura e il 45 per cento della frutta.

Nel 1985 il ministro della difesa israeliano Yitzhak Rabin dichiarò che il governo di Israele non avrebbe favorito lo sviluppo dei territori occupati, né ci sarebbero stati permessi per espandere l’agricoltura o l’industria che avrebbero potuto essere di competenza dello stato israeliano. Come risultato di questa politica, il contributo dell’agricoltura Palestinese al Prodotto Interno Lordo calò del 28 per cento, arrivando al 4.8 nel 1993 e al 2.6 nel 2018. Dal 2007 più del 77 per cento dei residenti di Gaza dipende dagli aiuti alimentari (fonti: McMaster University and Econometric Research Limited, Applied Research Institute di Gerusalemme, OIT, GRAIN).

La dieta della morte

Dal 2008 l’occupazione israeliana ha istituito un sistema di “conteggio calorico” progettato per diminuire i consumi alimentari degli abitanti di Gaza a livelli appena sopra il limite della fame. Dov Weisglass, consigliere dell’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, ha dichiarato che “l’idea è mettere i palestinesi a dieta senza che muoiano di fame”.

Nel 2022 le Nazioni Unite hanno riferito che più del 64 per cento degli abitanti di Gaza erano in stato di severa o moderata insicurezza alimentare. Molti bambini nati e cresciuti sotto l’occupazione soffrono di ritardo nello sviluppo, insufficienza renale, denutrizione, malnutrizione, anemia e carenza di micronutrienti. Oggi tutta Gaza soffre di severa insicurezza alimentare (fonte: Nazioni Unite).

Estirpare gli alberi alla radice

La produzione di olive è centrale nella cultura e nell’economia della Palestina. Lungo il versante occidentale del Giordano e nella striscia di Gaza, il 45 per cento dei terreni agricoli è coperto da ulivi, grazie a cui sopravvivevano più di 100 mila famiglie. Dall’anno 2000 le forze israeliane hanno sradicato più di tre milioni di alberi. Più del 70 per cento degli alberi estirpati in Cisgiordania erano ulivi.

Israele ha spruzzato quotidianamente erbicidi e pesticidi e gettato rifiuti pericolosi nei territori palestinesi. Si concentra sui frutteti e cerca di degradare i terreni e di contaminare l’acqua, in modo che l’agricoltura sia impossibile da praticare (fonti: Nazioni Unite, Al Jazeera, Reliefweb, +972 Magazine).

Bloccare le vite di donne e uomini palestinesi

Nel 2007 Israele ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto imponendo il blocco delle esportazioni e importazioni, restringendo l’accesso a cibo, sementi, mezzi di produzione agricoli e combustibili. Allo stesso tempo è aumentato il flusso verso la Palestina di beni israeliani di basso costo, cosa che distrugge la fragile economia dei prodotti locali. Le esportazioni dalla Palestina invece sono diventate costosissime per via dei requisiti commerciali, stabiliti da Israele, alle frontiere e alle dogane. Come effetto di blocco, sanzioni e restrizioni Israele controlla più del 58 per cento delle importazioni palestinesi e l’86 per cento delle esportazioni.

Israele ha anche limitato la pesca a una distanza di 11 chilometri dalla costa, tagliando l’accesso all’acqua migliore per uomini e donne palestinesi, minacciando o assassinando pescatori e confiscando le loro barche e attrezzature (fonte: International Trade Administration, Ufficio centrale di statistica palestinese delle Nazioni Unite e Grassroots International).

L’attuale genocidio dei popoli palestinesi è giustificato come risposta ai fatti del 7 ottobre. Questo discorso nasconde la realtà che gli abitanti della Palestina vivono sotto un brutale colonialismo di Stato da più di 75 anni, spiega A Growing Culture. I 30 mila morti sono solo la superficie della violenza che subiscono. Migliaia di altri continuano a morire di fame, mancanza d’acqua, di cure mediche e altre forme di violenza messa in atto dai tempi della Nakba. La Nakba è un processo continuo che cerca di eliminare il popolo palestinese dalla faccia della terra strappandogli territori, diritti e sovranità.

La distruzione dell’alimentazione e dei sistemi agricoli è una tattica molto usata dai colonizzatori per sterminare popoli e culture. Lo sanno molto bene le comunità di tutto il mondo. Ciò che accade in Palestina è tremendamente familiare per i popoli indigeni e contadini dell’America Latina e per chiunque resista all’oppressione del sistema. La liberazione della Palestina è la liberazione del mondo.


Dalla pagina Instagram e Facebook di A Growing Culture.


Pubblicato su desinformemonos.org con il titolo Soberanía alimentaria, comunicación y Palestina (Verónica Villa fa parte del Grupo ETC)

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giovedì 28 marzo 2024

La malaria si diffonde nelle terre degli yanomami - Leonardo Zvarick

 

All’inizio del 2023 il governo brasiliano ha decretato l’emergenza sanitaria tra i nativi. Anche se sono stati fatti passi avanti, gli yanomami continuano a morire per malattie curabili

Un anno dopo la denuncia dell’emergenza sanitaria nei territori dei nativi yanomami, nel nord del Brasile, la malaria continua a essere una delle cause principali di morte. “I bambini si ammalano”, dice Júnior Hekurari, presidente del consiglio distrettuale sanitario yanomami, che da settembre denuncia la ripresa delle invasioni dei garimpeiros, i minatori d’oro illegali. “Quasi tutte le comunità della zona sono colpite dalla malaria”, aggiunge. I dati del ministero della sanità dimostrano che, nonostante i provvedimenti del governo, la malattia continua a diffondersi. Nel 2023 sono morte 25 persone per la malaria, rispetto alle 21 dell’anno prima. E il distretto sanitario speciale indigeno yanomami (Sdei) ha contato 25.895 casi di malaria, cioè il 20 per cento di quelli registrati in tutto il Brasile. Sono numeri record, con un aumento del 64 per cento rispetto al 2022.

Il ministero afferma che nei territori dei nativi sono stati inviati operatori sanitari per individuare le persone malate e nel 2023 sono stati fatti più di 140mila esami diagnostici. Inoltre è stato messo a punto un piano d’azione per il controllo dell’infezione, in particolare nelle aree dove si concentrano le larve delle zanzare, e per individuare le strutture adeguate alla cura di chi è malato.

Lavoro discontinuo

La malaria è endemica in tutta la regione amazzonica, ma negli ultimi dieci anni la sua diffusione è aumentata soprattutto nelle terre degli yanomami. Nello stesso periodo è cresciuta la presenza dei garimpeiros nella regione e si è intensificata l’attività estrattiva.

“Le miniere a cielo aperto causano profondi mutamenti e alterazioni nel territorio”, spiega Maria de Fátima Ferreira da Cruz, responsabile del laboratorio di ricerca sulla malaria della fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), che coordina gli studi sull’argomento. Con ogni nuova miniera a cielo aperto nella foresta nasce un nuovo centro di diffusione della malattia, che raggiunge i villaggi vicini. Inoltre i minatori, che si spostano di continuo, contribuiscono a farla circolare.

Le autorità affermano che la mancanza di prevenzione e assistenza durante il governo dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha ridato slancio alla malattia. I controlli stavano aumentando dal 2014, ma sono crollati nel 2021 e nel 2022. Rispetto al 2014, i casi sono cresciuti del 784 per cento e rispetto al 2019, prima della pandemia, del 57 per cento. Nel 2015 il Brasile ha lanciato il piano nazionale per l’eliminazione della malaria, che ha l’obiettivo di debellarla entro il 2035.

Ferreira da Cruz però lancia un nuovo allarme: è in crescita l’infezione causata dalla specie Plasmodium falciparum, che scatena la forma più grave della malattia, spesso letale. Rispetto al resto del Brasile, dove è in calo, nei territori yanomami la Plasmodium falciparum è responsabile di tre casi su dieci.

 

“Questo dimostra che gli operatori sanitari non hanno agito come avrebbero dovuto. Ci sono solo tre cose da fare per bloccare la malattia: vigilanza, diagnosi e cura”, dice il medico Paulo César Basta, ricercatore della Fiocruz che lavora con gli yanomami dal 1998. La diffusione della malattia, dice, è il risultato dei tagli al servizio sanitario durante il governo Bolsonaro. “Lo Sdei è stato praticamente sabotato, il personale è stato sostituito e molte risorse sottratte e sviate”.

Secondo il medico, le azioni del governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel primo semestre del 2023 sono state importanti, ma non hanno risolto il problema della salute tra le popolazioni native. “Sono state salvate molte vite e il governo ha fatto la sua parte per le emergenze, inviando medici e trasportando i malati più gravi in centri specializzati. Ma il lavoro è stato discontinuo e oggi si nota una certa stanchezza”, afferma Basta.

Oltre a ciò, la presenza delle miniere illegali rende più difficile l’azione degli operatori sanitari, spiega Hekurari, leader yanomami. I medici, minacciati da minatori spesso armati, non riescono a raggiungere i villaggi.

“Fino a che ci sarà il garimpo, gli yanomami soffriranno a causa delle malattie. I bambini più degli altri”, dice. “Chiediamo al governo di cercare soluzioni permanenti. Senza un piano di sicurezza sanitaria non si potrà garantire la salute dei nativi”. Kleber Karipuna, responsabile dell’associazione dei popoli indigeni brasiliani, è d’accordo: “Lo stato non deve limitarsi a cacciare i garimpeiros, deve restare sul territorio. È l’unico modo di impedire il ritorno dei minatori e l’invasione di altre comunità”, afferma.

Dal gennaio 2023, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, il ministero della sanità ha investito “più di 220 milioni di real (40 milioni di euro) per garantire l’accesso alla salute dei nativi in quella zona”, si legge in un documento pubblico. Il doppio rispetto al 2022. Gli operatori sanitari attivi nella regione sono passati da 690 a 960, e sono stati riaperti sette ambulatori: oggi nella terra yanomami sono 68 i centri in grado di assistere i malati.

“In queste zone sono stati curati più di trecento bambini affetti da forme gravi e moderate di malnutrizione. Inoltre il governo, attraverso il programma Mais médicos, ha portato da 9 a 28 il numero di medici”, continua il documento del ministero. Un rapporto recente del centro operazioni d’emergenza yanomami ha reso noto che fino al novembre 2023 erano morti 308 nativi, il 10 per cento in meno rispetto al 2022. Metà erano bambini di meno di quattro anni. Oltre alla malaria le cause di morte sono la polmonite, la diarrea e la denutrizione.

Il 9 gennaio Lula ha annunciato l’apertura di una “casa del governo” nello stato del Roraima, dove vivono gli yanomami, per organizzare le azioni nelle terre indigene e installare tre basi per la vigilanza, di cui si occuperà la polizia e l’esercito. La spesa prevista è di 1,2 miliardi di real

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mercoledì 27 marzo 2024

G7 clima, energia e ambiente: basta con i crimini ambientali, basta greenwashing, basta Tav!!

  

Il 28, 29 e 30 aprile, Venaria sarà il palcoscenico del G7 dedicato all’energia, al clima e all’ambiente. Mentre i potenti del mondo continuano a discutere sulla nostra testa del nostro futuro, noi subiamo il peso della loro transizione ecologica che ha il chiaro intento di scaricarne il costo sui nostri territori e sulle nostre comunità a vantaggio di chi (come TELT) non si è mai curato del benessere del nostro pianeta.

I ministri dell’ambiente si riuniranno per parlare di un futuro “sostenibile”, ma le politiche attuali vanno contro la salvaguardia della Terra. Non possiamo permettere che questo “greenwashing” nasconda le vere intenzioni dietro grandi progetti come il TAV, presentato come soluzione ecologica ma che in realtà danneggia l’ambiente e il clima.

È sempre stato il nostro compito smascherare chi trae vantaggio da queste opere distruttive: lo vediamo in Val di Susa dove parte del progetto TAV è gestito da società ecocide (come la SITAF), che da sempre minacciano la nostra salute e lucrano sulle nostre terre sotto i colpi del cemento e dell’asfalto e che, ormai, quotidianamente avvelenano l’aria con centinaia e centinaia di camion che attraversano le strade della Valle trasportando materiali nocivi e dannosi.

Il nostro territorio è vittima di inquinamento di ogni genere da anni, recentemente abbiamo scoperto che le nostre acque sono gravemente contaminate da PFAS e PFOA, sostanze chimiche artificiali di cui finora nessuno si è preso la responsabilità di individuarne l’origine, e che, come Movimento No Tav, ci impegneremo a contrastare attivamente sia in piazza che sui nostri sentieri.

Questi sono alcuni dei motivi che ci spingono a voler contestare questo incontro dei “big” dell’ambiente, dopo 30 anni di resistenza in Valsusa, è chiaro: il TAV, come qualsiasi altra grande opera, è un crimine climatico e ambientale. È tempo di costruire un modello di sostenibilità che rispetti i bisogni dei territori, che li protegga e non li distrugga.

Uniamoci per difendere il nostro futuro! Invitiamo tutte le realtà che amano la propria terra a unirsi a noi in una serie di iniziative che si terranno in Valsusa nei giorni precedenti l’inizio del vertice, per rendere tutti consapevoli dell’ingiustizia che si consuma sul nostro territorio e opporci ad essa.

L’accoglienza della Valle sarà come al solito a disposizione di tutte e tutti all’interno dei terreni del presidio di Venaus, luogo storico di scambi e incontri per chiunque voglia conoscere ed attraversare la Val di Susa.

Diamo voce alla nostra protesta là dove i potenti cercano di renderci silenti, ma dove prendono decisioni che ci riguardano tuttə.

#NOTAV #StopTelt #SalviamoIlPianeta

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