martedì 30 maggio 2023

PFAS: una legge limiti zero

             


              IN ITALIA È IN ATTO UN CRIMINE AMBIENTALE E SANITARIO

CHIEDI AL GOVERNO ITALIANO LA MESSA AL BANDO DEI PFAS

Clicca quiGreenpeace

L’Italia è teatro del più grave caso di contaminazione da Pfas del continente europeo. Perché il governo non interviene? Una seria minaccia per la nostra salute. Ma le aziende li usano ovunque. Mentre la nostra salute è a rischio, il governo dov’è? La nostra richiesta: chiediamo al governo di varare subito una legge che introduca il divieto di uso e di produzione dei Pfas in tutta Italia. L’ambiente e tutta la popolazione italiana deve essere protetta e tutelata dai Pfas. Non c’è altro tempo da perdere.

L’unico valore cautelativo della salute è la loro completa assenza nell’acqua destinata al consumo umano, negli alimenti, nel suolo e nell’aria.  Eppure non esiste una legge che ne vieti la produzione e l’utilizzo in Italia.

Eppure in Italia nella scorsa legislatura è stato presentato in Senato da Mattia Crucioli un Disegno di Legge che vieta la produzione, l’uso e la commercializzazione di PFAS o di prodotti contenenti PFAS, ne disciplina la riconversione produttiva e le misure di bonifica e di controllo. Insomma assume le istanze di tutti i Movimenti, Associazioni e Comitati, che da anni si battono per eliminare questi cancerogeni bioaccumulabili e persistenti, praticamente indistruttibili, dalle acque, dall’aria, dagli alimenti, insomma dal sangue dei lavoratori e dei cittadini altrimenti ammalati e uccisi.

La puntata precedente di questo servizio del Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha illustrato le situazioni Pfas in Lombardia, Toscana e Trentino

Anche in Lombardia l’emergenza PFAS è fuori controllo.

In Toscana ancora dati shock per i PFAS.

Pfas “inquinante perfetto” in Trentino.

Proseguiamo il servizio del Movimento di lotta per la salute Maccacaro, analizzando il Costo sociale dei Pfas, le Legislazioni internazionali che tentano di fronteggiare la calamità mondiale, il fallimento del Piano europeo di fronte alla controffensiva degli industriali inquinatori, in particolare della Solvay che non intende fermare le produzioni di Spinetta Marengo e blocca la Legge di messa al bando dei Pfas in Italia, viceversa le lotte delle Associazioni e dei Comitati, anche contro le complicità politiche istituzionali, i controllori e i controllati culo e camicia,  mentre addirittura le popolazioni neppure vengono sottoposte a monitoraggi sanitari, non ricevono in sede penale risarcimenti per i danni alla salute se non ricorrono a Cause civili.  

  

I profitti dei Pfas alle imprese, ma i costi sociali alle collettività.

Il costo del ripristino dei suoli e delle acque 

+  il costo del biomonitoraggio dell’inquinamento

+  il costo delle cure sanitarie dovute all’esposizione

=  IL COSTO SOCIALE

Se il COSTO SOCIALE DEI PFAS fosse pagato dall’azienda produttrice, ovvero se questi costi fossero incorporati nel prezzo di vendita, Solvay dovrebbe mettere in vendita i PFAS a circa 19mila euro al chilo. Invece il costo industriale degli PFAS è mille volte più basso: appena 19 euro al kg. Perché il prodigio? Perché il COSTO SOCIALE DEI PFAS è pagato dalla collettività. La collettività paga 1° sulla propria pelle e 2° con le proprie tasche.

Questi calcoli li ha realizzati l’ong belga ChemSec: a livello globale Il costo sociale degli PFAS ammonta a 17.500 miliardi di dollari ogni anno, mentre i profitti raggiungono quota 4.000 miliardi.

A conti fatti (a prescindere dai costi etici: morti e malattie che non hanno prezzo), all’umanità converrebbe vietare la produzione e l’uso dei Pfas. E’ quanto si era proposto per l’Italia il Disegno di Legge presentato dall’ex senatore Mattia Crucioli. Invece…

 

Limiti PFAS negli Usa.

Per i PFAS la legge dovrebbe prescrivere “LIMITI ZERO, cioè divieto di produzione, come già per amianto e DDT. Contro le leggi si battono le aziende produttrici, che per decenni hanno prima nascosto e poi negato e poi sminuito la tossicità e la cancerogenità degli “inquinanti eterni”, e che infine ne stanno promettendo le impossibili bonifiche.

L’Epa, l’Agenzia per la protezione ambientale americana, intende entro l’anno fissare il valore limite nell’acqua potabile dei “forever chemicals’ a 4 parti per mille, cioè un valore al limite di quanto gli strumenti siano in grado di misurare in modo affidabile, ma comunque ancora troppo alto per tutelare adeguatamente la salute. Infatti la ricerca scientifica ritiene che non esistano limiti sicuri per la salute per gli PFAS nell’acqua potabile.

I grandi inquinatori chimici osteggiano la legge che li espone a risarcimenti miliardari nei confronti degli enti locali e dei cittadini.

 

Il piano europeo sta fallendo.

Mentre in Italia, teatro del più grande caso di inquinamento da Pfas nel continente europeo, queste sostanze attualmente non sono neppure inserite tra i parametri da monitorare nelle acque destinate al consumo umano e la politica non se ne occupa, in Europa hanno chiesto di vietarne uso e produzione Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Norvegia. E la Danimarca, partendo dai dati sulla sicurezza alimentare elaborati da Efsa nel 2020, ha già introdotto un limite per la somma di quattro sostanze Pfas (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs) pari a 2 nanogrammi per litro.

L’Unione Europea enuncia che sta per fissare nuovi parametri e nuove soglie per le concentrazioni di Pfas nell’acqua, nel cibo, nell’aria, nella terra e nel sangue degli esseri umani e viventi (animali compresi). Prevede di stabilire entro il 12 gennaio 2024 i limiti di rilevazione, i valori di parametro e la frequenza di campionamento. Ma la direttiva del 2020 non tiene conto dei più recenti parametri Efsa e non centra la soglia zeroInsomma questo piano europeo, pur proiettato nei tempi lunghi, sta fallendo: è quanto sostengono l’associazione ClientEarth e l’Ufficio Europeo per l’Ambiente (EEB) – una rete composta da 180 organizzazioni ambientaliste – sulla base di un loro rapporto che ha analizzato i progressi fatti ad un anno dalla messa a punto del progetto. Nell’aprile 2022, infatti, la Commissione europea aveva annunciato di voler sostanzialmente vietare numerose sostanze chimiche nocive presenti nei prodotti di largo consumo, pubblicando una tabella di marcia da cui emergeva che in un tempo relativamente breve migliaia di esse, a cominciare dai PFAS, dovrebbero appunto essere messe al bando. Purtroppo i progressi fatti nel corso di un anno si dimostrano ben poco rassicuranti. Secondo ClientEarth e EEB “la maggior parte dei fascicoli sono ancora in bozza e allo stato attuale centinaia di migliaia di tonnellate di sostanze tossiche all’anno sono destinate a sfuggire ai divieti”.

La colpa?  Nelle “pressioni esercitate dall’industria chimica” che condizionano atteggiamento della Commissione europea: di par suo incline a regolamentazioni lente e deboli, vanificando il piano che – se concretizzato – vieterebbe “più sostanze chimiche dannose che in qualsiasi altra parte del mondo”.

 

Il macigno di Solvay e Confindustria su governo e parlamento.

L’Italia si è ancor più accomodata sul rallentatore (supermotion) europeo, tira e molla. Infatti, il Disegno di Legge “Crucioli” non è stato ripresentato mentre il piano, del decreto legislativo del 23 febbraio scorso sulle acque destinate al consumo umano, prevederebbe l’insediamento a giugno del Censia (centro nazionale per la sicurezza delle acque) che recepirebbe e renderebbe disponibili sul territorio le linee guida tecniche sui metodi analitici per quanto riguarda il monitoraggio dei parametri  (Pfas – totale e somma di Pfas) compresi i limiti di rilevazione, i valori di parametro e la frequenza di campionamento, che la Commissione europea prevede  di stabilire entro il 12 gennaio 2024. Infine, entro il 31 dicembre 2024 il disegno di legge in discussione in parlamento dovrebbe divenire effettivo.

L’influenza della Confindustria (cioè Solvay) in parlamento è stata decisiva sul decreto scorso e intende ancor più esserlo per il disegno di legge. Solvay a Spinetta Marengo è determinata a non fermare nell’immediato le lucrosissime produzioni di PFAS (C6O4) e a non migrare verso sostanze alternative se non in tempi lunghi e fissati da lei. Nel contempo sa, al di là della propaganda, che i metodi di osmosi inversa e carboni attivi per bonificare i Pfas sono inefficaci e addirittura pericolosi (Co2) e comunque hanno costi troppo elevati per le proprie casse.

Dunque prende tempo e fa proselitismo istituzionale e mediatico“Potenziare, con il coinvolgimento del sistema universitario ed industriale, la ricerca scientifica su tutti gli aspetti del fenomeno (diffusione di utilizzo, effetti sulla salute, sostanze alternative, etc.); promuovere, stanziando risorse pubbliche adeguate, la ricerca di molecole in grado di sostituire i Pfas;  incentivare, stanziando risorse pubbliche adeguate, la sperimentazione delle tecnologie che consentiranno di abbattere efficacemente e a costi sostenibili i Pfas; promuovere, sulla base dei risultati delle sperimentazioni, l’approvazione delle Bat (migliori tecnologie disponibili) per l’abbattimento dei Pfas e dei limiti di scarico; introdurre limiti allo scarico dei Pfas esclusivamente a seguito dell’individuazione, nell’ambito della sperimentazione, delle tecnologie e delle metodologie adottabili ed approvate a livello europeo dalle opportune Bat”.

Come si vede, Solvay a Spinetta Marengo è determinata a non fermare nell’immediato le lucrosissime produzioni di PFAS (C6O4): “Per i Pfas andiamo verso lo zero tecnico. Il percorso è per la dismissione dei fluoropolimeri entro ottobre 2026”. “La bonifica è a buon punto”. “Il sistema di tutela ambientale dentro e fuori lo stabilimento è ok”. “Altre vasche a carboni attivi e osmosi inversa grandi come campi di calcio” ecc.   Per il resto, la strategia futura è altrettanto volutamente confusa: “Impianto prototipi Aquivion con innovativa tecnologia di produzione di materiali per membrane polimeriche, che si integra in una filiera dell’idrogeno verde sostenibile, rinnovabile e carbon free, che punta anche allo sviluppo per l’automotive”. “A Bollate nuovo laboratorio ‘Dry Room’ per batterie al litio, nell’ambito di ricerca, sviluppo e commercializzazione di polimeri speciali utilizzati nella fabbricazione di batterie al litio, in stretta sinergia operativa con lo stabilimento produttivo Solvay di Spinetta Marengo”. L’unica cosa concreta sono i finanziamenti pubblici.

La riprova del peso della Solvay sulla politica si è visto nella conferenza alla Camera dei deputati (clicca qui) delle Associazioni e dei Comitati che hanno presentato il Manifesto europeo per l’urgente  messa al bando dei Pfas (clicca qui) e chiesto al Parlamento una ancor più urgente legge per la messa al bando dei Pfas in Italia (alla stregua del Disegno di Legge “Crucioli”). Infatti alla conferenza era completamente assente la maggioranza del Parlamento, cioè il governo.

 

Da sempre evitati gli esami del sangue della popolazione per evitare l’incriminazione della Solvay. Perciò: via alle cause civili.

Per questa strategia di temporeggiamento, a livello piemontese Solvay sa di poter contare da sempre sulle amministrazioni di tutti i colori politici e sindacali. 

In Piemonte i monitoraggi del sangue dei Pfas ai cittadini non sono mai stati effettuati, mentre quelli ai lavoratori li ha fatti privatamente l’azienda e ne ha secretato gli enormi valori finchè rivelati da noi alla magistratura.  Dopo che noi abbiamo organizzato e gli abbiamo sbattuto in faccia lo studio condotto dall’Università di Liegi (Belgio), che ha evidenziato l’avvelenamento dei Psas nel sangue dei lavoratori della Solvay e dei cittadini di Spinetta Marengo, ebbene l’assessore regionale alla Sanità e il sindaco di Alessandria si erano incontrati per fare il punto sul “caso Solvay” e concordare le iniziative.

Come ha ricevuto dal sindaco Giorgio Abonante (centrosinistra) garanzie che non intende emettere -come gli competerebbe- ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti dello stabilimento, l’assessore Luigi Icardi (centrodestra) aveva illustrato le seguenti iniziative.

La Regione ha destinato all’Asl di Alessandria un finanziamento di 340 mila euro per effettuare nuovi campionamenti su matrici animali ed alimentari. Ha deliberato un piano di biomonitoraggio sulla popolazione (in programma nei primi mesi del 2023) che prevederà, nei soggetti a rischio, oltre alla ricerca dei Pfas, anche la valutazione di alcuni parametri sanguigni, quali ad esempio il colesterolo. Per tale iniziativa è stato previsto un primo finanziamento di 70 mila euro.

E’ evidente, anche per quelle ridicole cifre, che non sono previste analisi del sangue a tappeto su tutta la popolazione di Spinetta e Alessandria. Mancano perfino i medici di base, altro che indagini epidemiologiche.

In questo squallore, un minuscolo spiraglio di luce perviene dal Progetto H2020 – Scenarios, inserito nel programma Horizon 2020 Framework Programme che ha visto un contributo di quasi 12 milioni di euro complessivi e che comprende 19 organizzazioni di 10 Paesi europei, oltre a Israele, Usa e Canada, e vede come partner strategico l’Azienda Ospedaliera di Alessandria. Secondo questo progetto pilota, un campione di 80 abitanti del Montecastello, Comune distante chilometri dalla Solvay e che è stato costretto alla chiusura dell’acquedotto per avvelenamento da PFAS, sarà sottoposto ad analisi del sangue e delle orine. Un progetto pilota lontanissimo da un monitoraggio di massa della popolazione alessandrina.

Il livello di complicità della classe politica si è recentemente ripetuto nel corso di un Consiglio comunale di Alessandria, dove i consiglieri si sono trovati su ciascun banco un fiore con il nome di un cittadino morto di cancro per colpa della Solvay e, commossi, hanno subito provveduto ad un minuto di silenzio dedicato ai morti “un fiore per ogni vita volata via”. Poi hanno votato -all’unanimità- per l’“Osservatorio ambientale della Fraschetta” (di cui neppure hanno letto la nostra elaborazione degli anni ’80) e un emendamento di “indirizzo a tutti gli enti locali e nazionali” ai quali sbolognare la patata bollente. Campa cavallo…

Cioè, rispettivamente, alla Regione di sottoporre tutta la popolazione agli esami del sangue per risarcirla dei danni alla salute, e al Parlamento di chiudere le produzioni della Solvay di Spinetta Marengo. “Occorrono tempo e pazienza” ha raccomandato il sindaco Abonante ai cittadini che intanto si ammalano e muoiono “non sono cose che si possono fare in pochi mesi”. Soprattutto che non vuole fare lui.

Invece non c’è tempo e pazienza.  Così facciamo partire in sede civile le cause contro Solvay per risarcire le Vittime: ammalati e morti fra i lavoratori e i cittadini. A questo punto è automatico che partirà il monitoraggio della popolazione. Come avvenne nel 2004 negli Stati Uniti per DuPont: in pochi mesi 70 mila persone effettuarono le analisi del sangue. 

 

Discriminazioni nei controlli sierologici in Veneto.

Se le istituzioni piemontesi hanno sempre evitato di effettuare le analisi del sangue della popolazione, al fine di evitare l’incriminazione della Solvay, in Veneto la Regione ha comunicato l’avvio a maggio dei controlli ai cittadini della “Zona arancione”: per accedere al dosaggio dei PFAS devono contattare la centrale Screening Pfas dell’azienda Ulss di competenza.  Il costo della prestazione è di 90 euro a persona.

Si tratta di una discriminazione in quanto il dosaggio è previsto in maniera attiva e gratuita ai soli cittadini dell’“Area Rossa” e non a quelli di altre aree del territorio regionale. L’Area Rossa è stata individuata quale area di massima esposizione sanitaria a partire dai risultati del primo studio di biomonitoraggio condotto dalla Regione del Veneto in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, mentre i cittadini dell’Area Arancione erano risultati contaminati con concentrazioni sieriche di Pfas inferiori rispetto ai residenti dei Comuni dell’Area Rossa.

Dunque per molti cittadini della Zona Arancione questi screening a 90 euro sono economicamente improponibili: si dovrebbero sottoporre intere famiglie che, se hanno figli al di sotto dei 9 anni e componenti al di sopra dei 65 anni, devono anche pagare la prestazione per intero.

Per quanto riguarda i cittadini della “Zona Rossa”, l’attività di sorveglianza offerta alla popolazione ha riguardato 106 mila persone che hanno ricevuto un invito per il primo turno (round) di chiamata, 22 mila al secondo round.

 

Controllati e controllori culo e camicia. Le testimonianze di Billot e Balza.

Lo Spisal di Vicenza era il servizio di prevenzione igiene e sicurezza dell’Ulss dipendente dalla Regione Veneto, competente sul controllo negli ambienti di lavoro. La documentazione inedita che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare ha contenuti dirompenti. Perché dimostra che Spisal era informata dei livelli di Pfas presenti nel sangue dei lavoratori, tuttavia non erano stati effettuati controlli tali da individuare criticità nella gestione dei reparti della Miteni di Trissino. A nascondere la tragicità della salute dei lavoratori, il medico della Miteni, Giovanni Costa, nella sconcertante corrispondenza si dimostra “culo e camicia” con l’azienda: toni tra confidenti, scambi di dati e informazioni, reazioni preoccupate o ironiche, anticipazioni reciproche sugli esiti dei dati dei monitoraggi di dipendenti della Miteni e della popolazione della zona rossa. Clicca qui e clicca qui.

Se a Spisal sostituiamo Spresal dell’Asl di Alessandria dipendente dalla Regione Piemonte, e a Miteni di Trissino sostituiamo Solvay di Spinetta Marengo, non fatichiamo a intravvedere la coeva situazione di Alessandria. In comune troviamo il dottor Giovanni Costa

 Lino Balza può testimoniare e documentare in tribunale di aver denunciato pubblicamente le responsabilità del Costa già dal 2009 con l’accusa di occultare la gravità della condizione sanitaria dei lavoratori e dei cittadini ingannando l’ignavia dell’Arpa. Costa, pur conoscendo tutti gli studi (quarantennali) e i divieti e i risarcimenti internazionali nonchè i livelli ematici di avvelenamento riscontrati fra i lavoratori, invece di chiedere per primo il bando della sostanza inesistente in natura, vende la sua autorità per reiterare rassicurazioni – mentendo anche in scandalose assemblee con i lavoratori- che essa non provoca malattie, tumori/ malformazioni/ alterazioni sessuali…  ma sarebbe pressoché innocua o benefica all’uomo. L’abbiamo invano sfidato ad un confronto pubblico tramite un fondamentale documento (depositato in Procura) articolato in 24 dettagliatissimi punti / capi di imputazione quanto meno morali…

Il ruolo di Giovanni Costa, da affrontare sul piano penale (doloso o colposo?), viene a galla anche dalla testimonianza al processo di Vicenza di Robert Bilott, l’avvocato statunitense che ha fatto emergere il primo caso al mondo di inquinamento PFAS. Nel 1999 viene fatto uno studio sullo Pfoa e gli effetti sulle scimmie a cui lavorano i colossi del settore (Dupont, 3M e la stessa Miteni). Emergono gravi danni. 3M decide di bloccare la produzione di Pfoa. Dupont resta senza fornitore negli Stati Uniti, e chiede a Miteni, altro fornitore, le sue intenzioni. La risposta è “Andiamo avanti, anzi incrementiamo“.

 

Questo significa che già nel 2000, Ausimont (che a Spinetta sta cedendo l’attività a Solvay) e Miteni a Trissino sapevano della pericolosità delle sostanze chimiche. In particolare Giovanni Costa, medico delle aziende tanto a Spinetta che a Trissino, c’era lui nello studio sulle scimmie. Sempre lui era il responsabile delle analisi del sangue sui dipendenti. Dunque non può non essere coinvolto nei filoni d’indagine sui danni alla loro salute. 

 

Billot: Miteni conosceva i rischi ma addirittura aumentò la produzione. Ora via alle class action.

Quando 3M, fornitore americano, si tirò indietro decidendo di non voler più produrre quelle sostanze perché tossiche, l’azienda di Trissino fece il contrario: confermò alla DuPont che ne avrebbe aumentato la produzione.

Nella sua testimonianza al tribunale di Vicenza, l’avvocato Robert Billot depone: «Mi ha chiamato Wilbur Tennant nel 1998 perché le sue mucche continuavano ad ammalarsi. È poi emerso che a confine della proprietà c’era una discarica della DuPont che riversava nel terreno e nelle acque di un ruscello gli scarti contaminati da Pfoa e Pfos, sostanze che utilizzava per produrre il teflon dal 1951 e che comprava dalla 3M in Minnesota». Fin dai primi anni gli scienziati si erano preoccupati del loro impatto, essendo prodotti antropici molto forti composti da fluoro e carbonio. «Nei primi anni ’60 iniziarono gli esperimenti sugli animali che mostrarono diversi problemi. Fu poi 3M nel 1975 a campionare per la prima volta il sangue dei suoi dipendenti, trovando la presenza di Pfoa e Pfos. Due anni dopo si accorse che non solo erano presenti, ma aumentavano nel tempo. Per questo decise di informare DuPont, che iniziò a campionare anche i suoi lavoratori. Intanto nel 1981 uno studio sui ratti di 3M mostrò delle problematiche agli occhi. Così DuPont, facendo una verifica tra i bambini nati da poco da sette donne dipendenti, ne trovò due con malattie legate alla vista che avevano Pfoa nel sangue. Non comunicarono i sospetti ai loro lavoratori, dissero soltanto loro di non donare il sangue».

Gli studi andarono avanti, DuPont e 3M si resero conto che gli animali sviluppavano tumori. Le sostanze erano tossiche e 3M decise di dire tutto all’Epa, l’agenzia americana per la protezione ambientale. Siamo nel 1999 e viene organizzato un meeting con le aziende che producono o utilizzano queste sostanze, tra cui Ausimont di Spinetta Marengo. Lì erano state esposte le preoccupazioni in merito ai Pfas e venne formato un gruppo di scienziati che iniziò degli studi sulle scimmie: gli effetti furono gravi. Dalle parole di Bilott si apprende che tra questi c’era anche il dottor Giovanni Costa della Miteni e dell’Ausimont«Visti i risultati 3M decise di sospendere la produzione. Miteni no, decise invece di incrementarla per far fronte alla richiesta di DuPont».  

Nei primi anni 2000 anche Miteni e Solvay iniziarono campionamenti di sangue dei dipendenti, sempre sotto la responsabilità del dottor Costa. «In quei campioni si vedeva la presenza di Pfoa e un particolare aumento di colesterolo. Quest’ultimo sarebbe solo uno degli effetti causati dai Pfas nel sangue a detta dei dodici studi epidemiologici americani realizzati tra il 2005 e il 2012 da quello che venne chiamato il Gruppo Scientifico C8. Oltre al colesterolo indicavano anche cancro ai testicoli e al rene, colite ulcerosa, problemi in gravidanza e disfunzione della tiroide» conclude il legale statunitense.

Insomma, mentre in Usa si sospendono le produzioni, in Italia si raddoppiano. Mentre in Italia cadono nel vuoto gli allarmi partiti da Alessandria, in USA – racconta Billot – la ‘class action’ avviata nel 2001 si chiuse nel 2004 con un accordo tra le parti civili: «DuPont e 3M hanno accettato una commissione di esperti indipendenti che ha valutato i rischi per la salute umana. In pochi mesi 70 mila persone hanno effettuato le analisi del sangue grazie ai 70 milioni di dollari erogati da DuPont. Poi è iniziato uno screening sulla popolazione a rischio dal 2005 al 2012 e ora possiamo dire che il Pfoa può causare tumore ai testicoli, tumore ai reni, colite ulcerose, gravi problemi alla tiroide, alti livelli di colesterolo e compromettere la fertilità nei maschi ecc.».

Insomma, tanto ad Alessandria che a Vicenza, accanto ai processi penali, è necessario aprire cause civili per risarcire le Vittime.

Clicca qui in video anche un commento su Byoblu.

 

Disponibile a chi ne fa richiesta, il  Dossier “Pfas. Basta!” è una piccola enciclopedia che racconta la storia in Italia delle lotte contro gli inquinatori Solvay e Miteni, dalle denunce degli scarichi in Bormida degli anni ’90 fino ai processi ad Alessandria e Vicenza. Una lunga storia di mobilitazioni anche contro connivenze, complicità, corruzioni, ignavie di Comuni, Province, Regioni, Governi, Asl, Arpa, Sindacati, Magistratura e Giornali.

 

Messaggio di pace e salute a 39.202 destinatari da Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro tramite RETE AMBIENTALISTA - Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza

Nel rispetto del Regolamento (UE) 2016 / 679 del 27.04.2016 e della normativa di legge. Eventualmente rispondi: cancellami.

Sito: www.rete-ambientalista.it

movimentodilottaperlasalute@reteambientalista.it
movimentolotta.maccacaro@gmail.com – lino.balza@pecgiornalisti.it  

Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/299522750179490/?fref=ts
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/reteambientalista/?fref=ts
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCnZUw47SmylGsO-ufEi5KVg
Twitter: @paceambiente

Via Mario Preve 19/7 – 16136 Genova  cell.3470182679 lino.balza.2019@gmail.com - lino.balza@pec.it
Sottoscrizioni a favore della Ricerca Cura Mesotelioma: IBAN IT68 T030 6910 4001 0000 0076 215

lunedì 29 maggio 2023

Una marèa montante di pale eoliche incombente sulla Marmilla - Grig

 

Sardegna, paesaggio agrario

Il land grabbing di casa nostra.

A chi interessa parlare di land grabbing in Marmilla?

Il fenomeno crescente del land grabbing – l’accaparramento di terreni a uso agricolo, pascolativo o boschivo – viene generalmente collocato nell’Africa sub sahariana, in Asia, nell’America Latina e riguarda la pratica di acquisire in proprietà, in affitto o in concessione vaste estensioni di territorio da parte di società di capitali, governi o anche singoli imprenditori con la finalità di destinarli a un utilizzo esclusivo a fini produttivi.

Non vi sono molti dubbi sul fatto che ponga in pericolo la tutela degli interessi nazionali dei vari Paesi alla sovranità e alla sicurezza nel campo dell’approvvigionamento alimentare, in quanto le popolazioni locali perdono il controllo delle risorse naturali del proprio territorio, in particolare i terreni agricoli e boschivi, nonché l’acqua.

Il land grabbing è giustamente fortemente criticato e avversato in campo economico e sociale.

Memorabile la trasmissione “Corsa alla terra” di Report (18 dicembre 2011) con cui Milena Gabanelli, allora conduttrice, fece conoscere il fenomeno agli Italiani.   

Ma tante sacrosante contestazioni avverso il land grabbing nei Paesi del Terzo Mondo e un assordante silenzio su quanto sta accadendo in Italia, dove ampie zone stanno ormai perdendo le loro caratteristiche naturalistiche, agricole, storico-culturali, la stessa identità, ad opera dell’accaparramento dei terreni per l’installazione di centrali eoliche e fotovoltaiche da parte di società energetiche.

Altrettanto memorabile la puntata di Report I Fossilizzati (17 aprile 2016) si era trasformata in uno spot del servizio pubblico per i progetti di centrali solari termodinamiche del Gruppo Angelantoni da realizzarsi nelle campagne sarde piuttosto che nelle estese aree industriali dismesse, dove il sole batte ugualmente: espropri e calci in culo agli indigeni, insomma land grabbing di casa nostra, senza che ciò meritasse un minimo cenno.

No, queste cose non si devono raccontare agli Italiani, perché deve imperare la vulgata in favore della speculazione energetica.

Eppure avviene da tempo anche in Europa, anche in Italia.

Decine e decine di migliaia di ettari di terreni agricoli, pascoli, boschi spazzati via, paesaggi storici degradati, aziende agricole sfrattate, questo sta diventando il panorama in larghe parti della Sardegnain Puglianella Tusciain Sicilia.

Consumo del suolo che nemmeno risolve i problemi di un fabbisogno energetico neppure adeguatamente verificato.

Land grabbing di casa nostra.

Forze politiche, intellettuali, gran parte dell’informazione, una bella fetta dello stesso mondo ambientalista ormai adepto senza se e senza ma della divinità eolica e fotovoltaica se ne fregano completamente.

In Marmilla, oggetto ormai di numerosi progetti di centrali eoliche con decine e decine di aerogeneratori alti più di 200 metri, il fenomeno è incombente.

Ma parlare di land grabbing in Marmilla non è cool.

Sardegna, paesaggio agrario

Centrali eoliche in Marmilla.

Recentemente l’associazione ecologista Gruppo d’intervento Giuridico (GrIG) ha, quindi, inviato (7 aprile 2023) un atto di intervento con “osservazioni” nel procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica “Luminu proposto in località varie della Marmilla e del Sarcidano nel paesaggio agrario-archeologico alle pendici della Giara, nei Comuni di Barumini, Escolca, Gergei, Las Plassas, Villanovafranca, Genoni, Gesturi, Nuragus (SU).

Diciassette aerogeneratori alti oltre 200 metri (potenza 6,6 MW ciascuno, complessivamente 112,2 MW), sbancamenti, viabilità, cavidotti, cabine elettriche in area agricola, attraversata da vari corsi d’acqua, a ridosso della Giara, del Monte San Mauro e dell’area archeologica di Su Nuraxi (Barumini), rientrante nel Patrimonio mondiale dell’Umanità su dichiarazione UNESCO del 1997.

Ora il GrIG ha inviato (28 maggio 2023) un nuovo atto di intervento con “osservazioni” nel procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica “Serras, proposto dalla società torinese Asja Serra s.r.l. in varie località agricole della Marmilla, nei Comuni di Sardara, Villanovaforru, Sanluri e Lunamatrona (SU)

Presenza di vincolo culturale e vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), presenza di aree (Giara di Siddi) rientranti nella Rete Natura 2000,   Inoltre, la centrale eolica sorgerebbe ben dentro la fascia di rispetto estesa tre chilometri dal limite delle zone tutelate con vincolo e/o con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), posta dall’art. 47 del decreto-legge n. 13/2023 (c.d. decreto PNRR) convertito con integrazioni e modificazioni nella legge n. 41/2023, in attesa della prevista individuazione delle aree non idonee all’installazione degli impianti di produzione energetica da fonte rinnovabile.

Presenza, inoltre, di altri analoghi progetti e impianti già realizzati, per cui necessita la valutazione cumulativa degli impatti ambientali, come richiesto da norme e giurisprudenza in materia.

Il GrIG ha chiesto al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di esprimere formale diniego alla compatibilità ambientale dell’impianto in progetto e ha informato, per opportuna conoscenza, il Ministero della Cultura, la Regione autonoma della Sardegna, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari e i Comuni interessati.

Questi ultimi sono decisamente contrariati (per non dire altro). 

E hanno pienamente ragione, perchè così dovrebbero salutare qualsiasi prospettiva di turismo naturalistico e culturale (in zona oltre 110 mila turisti nel periodo gennaio – settembre 2022).

centrale eolica

I motivi del “no” al Far West energetico in Sardegna.

Ripetiamo ancora, essere a favore dell’energia prodotta da fonti rinnovabili non vuol dire avere ottusi paraocchi, non vuol dire aver versato il cervello all’ammasso della vulgata dell’ambientalismo politicamente corretto.

E’ proprio il caso della trasformazione della Sardegna in piattaforma produttiva destinata alla servitù energetica, come esplicitato chiaramente da Terna s.p.a. e avallato dall’allora Ministro della Transizione Ecologica Antonio Cingolani.

Qualche sintetica considerazione.

Las Plassas, ruderi del castello giudicale (XII sec.)

L’amministratore delegato del Gruppo ENEL Francesco Starace, circa un anno e mezzo fa ha affermato che lo “scenario ipotizza l’installazione, a Thyrrenian link in esercizio, di un gigawatt di batterie e circa 4/5 gigawatt di potenza di rinnovabili in più rispetto a quanto abbiamo adesso. Oltre agli ovvi benefici ambientali, come la scomparsa di fatto dell’anidride carbonica prodotta dalle fonti fossili, un piano del genere svilupperebbe investimenti sull’intera filiera da qui al 2030 di 15 miliardi di euro, un indotto più che doppio e una occupazione tra i 10 e i 15mila addetti qualificati e specializzati”.

A oggi in Sardegna non esistono impianti di conservazione dell’energia prodotta, vi sono solo progetti non approvati, con l’eccezione di un impianto (sistema di accumulo a batterie – BESS) con potenza 122 MWrecentemente approvato all’interno della centrale elettrica ENEL di Portoscuso.

In Sardegna, se fossero approvati tutti i progetti di centrali per la produzione di energia da fonti rinnovabili, vi sarebbe un’overdose di energia prodotta, pagata dallo Stato, ma inutilizzabile.

Con la realizzazione del Thyrrenian Link, il nuovo doppio cavo sottomarino di Terna s.p.a. con portata 1000 MW, 950 chilometri di lunghezza complessiva, da Torre Tuscia Magazzeno (Battipaglia – Eboli) a Termini Imerese, alla costa meridionale sarda.   Dovrebbe esser pronto nel 2027-2028, insieme al SA.CO.I. 3, l’ammodernamento e potenziamento del collegamento fra Sardegna, Corsica e Penisola con portata 400 MW, che rientra fra i progetti d’interesse europeo.

Al termine dei lavori, considerando l’altro collegamento già esistente, il SA.PE.I. con portata 1000 MW, la Sardegna avrà collegamenti con una portata complessiva di 2.400 MW.  Non di più.

paesaggio agricolo

Pur non disponendo di dati ufficiali aggiornati, si può fare qualche considerazione in merito.

In Sardegna, al 20 maggio 2021, risultavano presentate ben 21 istanze di pronuncia di compatibilità ambientale di competenza nazionale o regionale per altrettante centrali eoliche, per una potenza complessiva superiore a 1.600 MW, corrispondente a un assurdo incremento del 150% del già ingente comparto eolico “terrestre” isolano. 

Complessivamente dovrebbero esser interessati più di 10 mila ettari di boschi e terreni agricoli da. un’ottantina di richieste di autorizzazioni per nuovi impianti fotovoltaici.

Le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 agosto 2021 risultavano complessivamente pari a 5.464 MW di energia eolica + altri 10.098 MW di energia solare fotovoltaica, cioè 15.561 MW di nuova potenza da fonte rinnovabile, a cui devono sommarsi i diciannove progetti per centrali eoliche offshore finora presentati,che dichiarano una potenza pari a 13.185 MW.

In tutto sono 28.746 MW, cioè quasi quindici volte i 1.926 MW esistenti (1.054 MW di energia eolica + 872 di energia solare fotovoltaica, dati Terna, 2021).

Significa energia che non potrà essere tutta utilizzata in Sardegna, non potrà esser trasferita verso la Penisola, non potrà essere conservata.  

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè lo Stato, cioè la Collettività di tutti noi) per essere in buona parte sprecata.

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche.

Oliveto

Che cosa si potrebbe fare.

Cosa ben diversa sarebbe se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)


da qui

domenica 28 maggio 2023

Grandissimi divari territoriali tra Nord e Sud nei servizi socio-assistenziali - Giovanni Caprio

 

 

A causa dell’emergenza sanitaria la spesa sociale dei Comuni, come certifica l’ISTAT, è cambiata e a fare “la parte del leone” sono stati gli interventi per il contrasto alla povertà. Nel 2020, i Comuni hanno dovuto affrontare un anomalo incremento dei bisogni assistenziali, a causa dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi sociale ed economica e per questo è aumentata del 72,9% (da 555 a 959 milioni di euro) la spesa per l’area povertà, disagio adulti e persone senza dimora (dal 7,4% al 12,2% della spesa complessiva). In forte crescita i contributi a sostegno del reddito: 377.000 beneficiari nel 2020, mentre 743mila sono stati i beneficiari dei buoni spesa per emergenza alimentare (21.500 nel 2019).

Ma anche il Report dell’ISTAT relativo alla spesa dei comuni per i servizi sociali (anno 2020) certifica inoppugnabilmente il divario territoriale tra il Nord e il Sud del Paese. A partire dalle risorse economiche che i Comuni hanno utilizzato nell’anno per i servizi sociali in rapporto alla popolazione residente: mediamente la spesa sociale dei Comuni del Sud, pari a 66 euro pro-capite, è la metà rispetto alla media nazionale e poco più di un terzo rispetto al Nord-est (184 euro). Il Nord-ovest e il Centro, invece, si attestano su 145 e 141 euro rispettivamente, al di sopra della media italiana (132 euro), su cui converge la ripartizione delle Isole, ma con due situazioni molto differenti: da un lato la Sardegna, che ha una spesa pro-capite fra le più alte in Italia (283 euro pro-capite) e dall’altro la Sicilia, con un valore decisamente inferiore (82 euro).

La spesa pro-capite media al Sud– si legge nel Report dell’Istat– è al di sotto del dato nazionale per tutte le tipologie di utenza, a eccezione dell’area <Immigrati, Rom, Sinti e Caminanti>. Questo si traduce in 155 euro in meno in media per ciascun minore residente, 917 euro in meno per una persona con disabilità (bambino o adulto fino a 64 anni), 49 euro in meno per l’assistenza agli anziani, 14 euro in meno per le persone in età lavorativa, utilizzati nei casi di povertà ed esclusione sociale. Solo in relazione agli stranieri residenti i Comuni del Sud destinano mediamente più risorse ai servizi per gli immigrati (15 euro l’anno) rispetto alla media nazionale”.

Entrando nel dettaglio dei servizi, il Rapporto ISTAT certifica, ad esempio, che quasi il 30% dei Comuni del Mezzogiorno non offre il servizio di assistenza domiciliare agli anziani in condizioni di fragilità, che prevede un supporto per la cura della persona e dell’abitazione. Al Centro i Comuni che non offrono questo tipo di assistenza sono invece meno del 15% e sono meno del 10% al Nord, dove per altro vengono erogati voucher, assegni di cura e buoni socio-sanitari agli anziani non autosufficienti da più del 70% dei Comuni, contro il 33% dei Comuni al Centro, il 12% al Sud e il 13% nelle Isole.

Qui il Report integrale dell’ISTAThttps://www.istat.it/it/files//2023/04/report-spesa-sociale-comuni-2020.pdf.

E qualche giorno fa era stato il Rapporto I servizi sociali territoriali: Analisi delle variazioni 2015-2019 e confronti fra i singoli comuni realizzato dall’Osservatorio Nazionale sui Servizi Sociali Territoriali del CNEL (ONSST) in cooperazione con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Aziendali a certificare che tra le regioni esistono differenze a livello pro-capite di oltre venti volte fra il territorio che spende meno, la Calabria (45 milioni), e quello che spende di più, la Lombardia (1.336 mln). I livelli di spesa pro-capite più elevati si registrano nei territori delle regioni autonome di Trentino-Alto Adige (€ 416) con una punta massima di € 583 per la provincia autonoma di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia (€ 275), Sardegna (€ 253) e Valle d’Aosta (€ 217). Solo dal quinto posto in avanti si collocano i territori delle regioni a statuto ordinario, a partire dall’Emilia-Romagna (€ 177), Liguria (€ 144) e Lombardia (€ 141). A livello pro-capite il Sud spende meno della metà del Nord-est, con soli 59 euro: Calabria (€ 24), Basilicata (€ 55) e Campania (€ 56) sono agli ultimi posti. Documenti da scaricare: CNEL_Rapporto SERVIZI SOCIALI2023_30marzo2023.

Cinquant’anni fa il meridionalista Pasquale Saraceno pronosticava che il divario tra Nord e Sud sarebbe stato colmato nel 2020. Purtroppo non è andata affatto così. E l’Autonomia differenziata, come si denuncia da più parti, a partire dal Movimento 24 AGOSTO per l’Equità Territoriale, è un grande pericolo perché non solo non affronta la sostanza del divario tra Nord e Sud, ma si adopera per aggravarlo pesantemente, avviando di fatto la distruzione dell’Italia nella sua unità perché scava un solco profondo tra Nord e Sud sui grandi servizi come sanità pubblica e scuola pubblica statale: https://movimentoequitaterritoriale.it/.

Per bloccare questo progetto di Autonomia differenziata bisogna cambiare buona parte del Titolo V della Costituzione sciaguratamente riformato nel 2001, in particolare gli articoli 116 e 117. E’ quanto si propone di fare una proposta di legge di iniziativa popolare di revisione costituzionale.

Si può firmare anche per via digitale, con lo Spid. Per conoscere e firmare la proposta di legge: www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it

da qui

venerdì 26 maggio 2023

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, chissà perché… - Grig

 

Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali.


con un disegnino, comprensibile anche per un bimbo, forse si riesce a capire

I centro urbani storici sono stati realizzati in siti sopraelevati, distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.

La pianura friulana è sedimentaria alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua  subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della Pianura Padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso.  

Altro che nuove dighe, altro che colpe degli Istrici…

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

mercoledì 24 maggio 2023

Presenza militare invasiva, occupato parte del Poetto - A Foras

 

 “La presenza delle forze armate a Cagliari è talmente invasiva che riguarda anche la spiaggia del Poetto, dove si trovano 8 diversi stabilimenti balneari, appartenenti rispettivamente all’Esercito, all’Aeronautica, due alla Marina, oltre a quelli dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza”, afferma il Collettivo A Foras.

“In totale una superficie di oltre 100.000 mq (10 ettari) dell’arenile del Poetto sono recintati e riservati alla fruizione esclusiva dei militari e dei loro parenti e ospiti” … “Gli stabilimenti hanno al proprio interno bar e ristoranti, case, bungalow, cabine e campi per diversi sport, oltre alle zone occupate dagli ombrelloni a ridosso della battigia”, prosegue la nota degli antimilitaristi.

“Tutti i prodotti e i servizi vengono offerti ai militari ad un costo medio fra le 4 e le 6 volte inferiore rispetto alle strutture private del Poetto, negli stabilimenti sono stati costruiti fra gli anni ’60 e ’70 edifici impattanti di grandi dimensioni e in almeno un caso (Lido del Finanziere) sono stati compiuti degli abusi edilizi durante recenti lavori di manutenzione, poi demoliti in seguito ad un’interrogazione parlamentare del deputato Cotti, nel 2017 – scrivono ancora – Questi stabilimenti sono uno dei simboli dello strapotere dell’esercito italiano in Sardegna e dei privilegi anacronistici di cui i militari godono nella nostra terra”.

“Se hanno diritto a questo tipo di welfare in quanto dipendenti pubblici, per quale motivo non dovrebbero goderne lavoratori molto più utili come i medici, gli infermieri e gli insegnanti?

La scorsa estate lo stabilimento dell’Esercito si è fatto promotore di un’iniziativa benefica, con l’evidente finalità di miglioramento della propria immagine, in collaborazione con l’assessorato alle politiche sociali del Comune di Cagliari”, incalza A Foras.

“Per le prossime tre estati il lido dell’Esercito ospiterà persone con gravi disabilità, per un numero massimo due o quattro contemporaneamente, in base al tipo di disabilità – conclude A Foras – A noi piace molto questa iniziativa che può dare un’idea su come riutilizzare lo stabilimento dell’Esercito quando riusciremo a farlo chiudere, per dare la possibilità di soggiornare al Poetto a tutti i malati, i disabili e le loro famiglie”.

da qui

martedì 23 maggio 2023

La Nigeria chiede 12 miliardi di dollari di risarcimento per i danni prodotti da Eni e Shell

 

Torniamo a occuparci della Nigeria e del petrolio che l’occidente ruba impunemente a questa nazione per pochi spiccioli, con danni umani e ambientali incalcolabili.

Le multinazionali petrolifere occidentali hanno tratto profitto dalla produzione di petrolio in Nigeria per molti anni, ma sono state criticamente censurate per il grave impatto ambientale che ne è derivato.

La Commissione ambientale dello stato di Bayelsa in Nigeria sta ora richiedendo almeno 12 miliardi di dollari, corrispondenti a 11 miliardi di euro, per affrontare l’inquinamento accumulato nella regione a causa dell’estrazione petrolifera.

Secondo un rapporto presentato dalla Commissione, le due principali aziende coinvolte, Shell ed Eni, sono responsabili del 75% dell’inquinamento.

Si stima che ben 47 compagnie petrolifere operino a Bayelsa, che insieme al resto del delta del Niger rappresenta una delle principali zone di produzione petrolifera della Nigeria.

Il rapporto evidenzia che la produzione petrolifera a Bayelsa apporta al governo nigeriano oltre 9 miliardi di euro all’anno.

La Commissione lancia un appello alla comunità internazionale affinché si impegni a riparare i danni all’ambiente e alla salute, raccogliendo i fondi necessari in una “campagna concertata” nei prossimi 12 anni. Le indagini per la stesura del rapporto sono durate complessivamente quattro anni.

La speranza di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, segnalando l’impatto negativo sulla salute della popolazione locale.

Gli indennizzi previamente erogati sono stati ben al di sotto delle richieste attuali.

Nel 2015, ad esempio, Shell ha accettato di pagare circa 70 milioni di euro a 15.600 pescatori e agricoltori del Delta del Niger, i cui mezzi di sussistenza erano stati compromessi a causa di due incidenti di fuoriuscita di petrolio nel 2008.

Nel 2021, il gruppo ha promesso 95 milioni di euro per due ulteriori perdite di petrolio verificatesi negli anni ’70.

Il rapporto recentemente presentato sottolinea ulteriori gravi conseguenze sia per i residenti che per l’ecosistema della regione.

Centinaia di migliaia di persone a Bayelsa sono costrette a vivere su terreni contaminati. In alcuni luoghi, sono state riscontrate concentrazioni di inquinanti derivanti dall’industria petrolifera, come il cromo, che superano di oltre mille volte i limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per le acque sotterranee.

Inoltre, in alcuni luoghi, le concentrazioni di altri composti, come gli idrocarburi presenti nel petrolio grezzo, superano persino i livelli di sicurezza di un milione di volte.

La Commissione descrive la situazione come una “crisi sanitaria silenziosa” che finora ha ricevuto scarsa attenzione.

Solo nel 2012, si stima che circa 16.000 neonati siano morti poco dopo la nascita a causa dell’inquinamento petrolifero. L’aspettativa di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, evidenziando la gravità della situazione.

da qui