lunedì 15 maggio 2023

Una scelta urgente e inevitabile - Guido Viale

 

La Terra ha bisogno di una conversione ecologica. La dobbiamo fare noi umani senza aspettare che proceda senza di noi: siamo noi i responsabili del suo degrado, perseguito contro il resto del vivente fin quasi alle estreme conseguenze.

Ma possiamo invertire questo trend avendo come alleati, in questo cammino all’incontrario, tutto ciò che la vita spontaneamente produce. La conversione ecologica è l’unica alternativa possibile alla guerra e all’economia di guerra in cui stiamo precipitando (in realtà vi siamo già ben dentro), cioè l’unica prospettiva che abbia come suo fine, ma anche come sua condizione, la pace.

Lo vediamo bene da cittadini europei: la Comunità Europea era nata per garantire la pace in Europa e nel mondo. Per anni ci hanno ripetuto che la strada per fare dell’unione un’entità politica erano il mercato, lo sviluppo, la convergenza economica. Si è verificato il contrario: l’unione politica non ha fatto che allontanarsi.

Adesso pretendono che la strada giusta sia il riarmo, la creazione di una forza armata europea. E’ un programma che subordina sempre più le scelte dell’Unione Europea alla Nato, da molti considerate ormai quasi la stessa cosa.

Ciò sta trasformando l’UE in un’appendice del “complesso militare-industriale” che governa a Washington e che ha nella guerra, nelle guerre, la sua ragion d’essere; un’appendice in cui si conta tanto di più quanto più ci si lega e subordina a esso, introducendo al suo interno nuove divisioni, una nuova gerarchia, definita dal grado di “fedeltà” alle direttive di chi comanda e, soprattutto, il tramonto della prospettiva della riunificazione europea dall’Atlantico agli Urali.

La verità è che un’unione politica dell’Europa che faccia da battistrada a una prospettiva simile in tutto il mondo non si può fare che sulla base di un programma politico comune che oggi non c’è, perché il mercato, la competizione e la guerra dividono.

Quel programma è la conversione ecologica presa sul serio: affidata ai popoli, alle comunità locali e alle loro istituzioni federate da una negoziazione fondata sulla replicabilità di ciò che si intraprende, da sviluppare e aggiornare giorno per giorno. Di che cosa sia la conversione ecologica si è persa, o non si è mai voluta acquisire, anche la cognizione: si sa che è indispensabile e ineludibile: se non la si imbocca ci verrà imposta, a costi immensamente maggiori, dal precipitare delle condizioni ambientali, in Europa e in tutto il mondo.

Ma è lei a fornire il criterio normativo che permette a ogni persona informata, perché inserita in un contesto di condivisione, di esprimere dei sì e dei no: di capire che cosa va fatto e che cosa va bloccato. Va deciso e fatto tutto ciò che ci fa avanzare lungo la strada della conversione ecologica; va respinto e bloccato tutto ciò che ce ne allontana.

Questo criterio, così banale, è sufficiente a smascherare l’enorme equivoco del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), la traduzione italiana del programma NextgenarationEu varato per “mettere in sicurezza” le prossime generazioni. Ma che cosa ne è venuto fuori?

 

Troppi soldi, dicono ora alcuni; non si sa come spenderli. Vero, ci volevano delle linee guida coerenti e stringenti, mentre l’UE ha levato gli unici due paletti che erano stati posti: quelli contro il gas e il nucleare. Investimenti nocivi per l’ambiente e per la vita, ma anche “a perdere”, dovranno essere sospesi prima ancora di arrivare a compimento, come molte altre “opere” messe in cantiere con il Pnrr. Troppo in fretta, aggiungono altri: nessuno ha un’economia così efficiente da portare a termine progetti così importanti in così poco tempo.

il coinvolgimento dei destinatari richiede tempo, soprattutto quando il terreno non è stato preparato. Per questo una quota prioritaria dei fondi doveva essere destinata a un grande dibattito pubblico, articolato territorio per territorio e settore per settore, che non c’è mai stato e senza il quale i progetti sono destinati al fallimento fin dalla loro concezione.

Troppa confusione tra investimenti e spesa corrente, sostiene qualcuno: una scemenza. Gli investimenti senza spesa corrente per farli funzionare, per la manutenzione, per utilizzarli – case di comunità o della salute senza medici e infermieri, asili senza educatrici, informatica senza formazione permanente e revisione delle procedure, ferrovie e autostrade senza utenza, gallerie e ponti (quali?) senza collegamenti, impianti di risalita senza neve, dissalatori e bacini con una rete che disperde metà dell’acqua – sono fondi persi e il Pnrr è fatto quasi soltanto di queste cose.

Non basta chiamare mobilità sostenibile una nuova autostrada per trasformarla in un presidio contro il cambiamento climatico! Ma Draghi, che da buon banchiere ha in mente solo i conti finanziari, ben sapendo quanto è difficile spendere, ci ha messo dentro tutto quello che, secondo lui, si poteva fare in fretta (e furia).

Ma che cosa c’entrano gli stadi – per esempio, e mille altri “giocattoli” nelle mani di ministri e sindaci, giù giù fino alla moltiplicazione delle rotatorie – con la messa in sicurezza delle future generazioni? Tutto finanziato, per di più, a debito: o dell’Italia o dell’UE. Non è forse un furto di futuro nei loro confronti? E poi li si reprime se protestano…

da qui

sabato 13 maggio 2023

No Tav

Il TAV si schianta contro un muro. La Francia rinvia i lavori per la tratta nazionale al 2043

E’ notizia di questa mattina che il governo francese sta valutando di rinviare fino al 2043 la costruzione della tratta nazionale (60 km per 9 miliardi di costi) che dovrebbe collegare il tunnel a Lione. Il motivo di questo rinvio risiederebbe nei costi eccessivi dell’opera. A quanto si apprende dai giornali la delegazione del governo francese dovrebbe presentarsi con questa posizione alla prossima Conferenza intergovernativa che si terrà il 22 giugno a Lione.

 

Certamente per i lettori e le lettrici di notav.info non si tratta di una novità dato che è da mesi che preannunciamo la possibilità di questa decisione al netto della cortina fumogena dei giornali Si Tav, per cui va sempre tutto bene.

Senza la tratta nazionale francese va a cadere anche una delle ultime argomentazioni dei promotori dell’opera, cioè il guadagno di mezz’ora di tempi di percorrenza tra Torino e Lione (a costo di sventrare due valli e spendere decine di miliardi). Ciò che sta accadendo è la dimostrazione plastica di quanto il movimento No Tav, da una parte all’altra del confine, ripete da tempo: cioè che l’opera è antieconomica, inutile e rappresenta unicamente un grande regalo alle lobbies del cemento e del tondino.

Ora in linea teorica se la scelta del governo francese dovesse essere confermata anche i lavori per il tunnel di base (di cui non è stato ancora scavato nemmeno un metro, sebbene alcuni giornali facciano finta del contrario) dovrebbero fermarsi perchè l’Unione Europea ha condizionato i finanziamenti del tunnel alla costruzione delle linee nazionali. Diciamo in linea teorica perchè sappiamo bene che le ragioni della devastazione e del profitto in questo mondo pesano più del buonsenso.

Ricordiamo brevemente che l’Italia dovrebbe pagare il 60% dei costi del tunnel di base, mentre la Francia il 40, a fronte di un tunnel che si troverebbe in territorio italiano solo per 12 km e per 45 in quello francese. Dunque se i cugini di oltralpe (con un bilancio ben più significativo del nostro) trovano che la spesa per la tratta nazionale sia eccessiva, cosa dovremmo pensarne noi? Intanto dal nostro lato i governi che si sono susseguiti hanno continuato senza colpo ferire l’opera di militarizzazione e devastazione della Val Susa. Ora dovrebbero chiedere scusa alla valle ed a tutti i cittadini i cui soldi sono stati dilapidati in questa opera inutile.

Il 17 giugno ci troveremo in Maurienne per una manifestazione internazionale e popolare per rafforzare il nostro No e impedire che questo scempio ecocida continui sulla sua folle strada.

https://www.notav.info/post/il-tav-si-schianta-contro-un-muro-la-francia-rinvia-i-lavori-per-la-tratta-nazionale-al-2043/

 

 

17/18 giugno – Val Maurienne: manifestazione internazionale e popolare “Stop al Tav Torino-Lione”

 

Facciamo in modo che il loro progetto non veda mai la luce in fondo al tunnel!

Da più di 30 anni questo gigantesco progetto di cantiere ferroviario, costituito da più di 260 chilometri di scavi attraverso le Alpi, rappresenta la megalomania e la dismisura del consorzio TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin), alleato di influenti politici “visionari” e di gruppi come Vinci, Bouygues o Eiffage.
Sebbene il trasporto merci stagni dal 1994 e la linea ferroviaria esistente sia utilizzata soltanto al 20% della sua capacità, TELT prevede di scavare 11 gallerie tra le quali la più grande d’Europa, il tunnel di base di ben 57 km.
Tutto ciò farebbe guadagnare soltanto un’ora e 25 minuti di viaggio tra Parigi e Milano. Il loro è un modo semplice per assicurarsi decenni di cantieri fruttuosi,foraggiati da più di 30 miliardi di denaro pubblico.

Un programma di distruzione totale delle Alpi

Gli scavi, che per ora sono soltanto in fase iniziale sia in Francia che in Italia, sono destinati a toccare diverse catene montuose tra Lione e Torino : Chartreuse, Belledonne e la Vanoise. I lavori di preparazione del tunnel di base sono iniziati in Maurienne (Francia) e in Val di Susa (Italia). Il sistema idrogeologico complesso e fragile di queste zone è già stato messo a repentaglio : le trivellazioni hanno bucato numerose falde acquifere e prosciugato o diminuito la portata di decine di sorgenti. È il principio di una distruzione programmata di decine di ettari di zone umide e di foreste, l’inizio dell’artificializzazione di 1500 ettari di terre agricole; tutto ciò per realizzare cantieri, per depositare milioni di metri cubi di materiale di scavo strappato alla montagna, per costruire centrali di produzione di calcestruzzo, per creare nuove cave necessarie all’estrazione delle materie prime.
Le estati canicolari si moltiplicano, i mesi di siccità si susseguono, l’acqua manca.
La realizzazione di grandi infrastrutture capitaliste di trasporto merci ferroviario non sarà mai una risposta ecologica e sociale. Questo progetto non farà altro che aumentare l’artificializzazione dei suoli, il furto dell’acqua da parte dell’industria del cemento, la distruzione delle risorse comuni, tutto allo scopo di alimentare i loro piani di crescita infinita… ecco come radere al suolo le montagne per far guadagnare qualche minuto al trasporto merci.

 

Contro TELT, una mobilitazione Franco-Italiana!

Da una decina di anni, in Francia, diversi collettivi e associazioni si mobilitano per dimostrare l’assurdità di questo progetto. Ma questa lotta oltrepassa i confini! In Italia, il movimento NO TAV si batte da più di 30 anni per salvare la propria Valle, nell’intento di preservare le montagne e la loro biodiversità. Malgrado una violenta
repressione e una militarizzazione drastica del territorio, si organizzano mobilitazioni che raggiungono le 70000 persone, cantieri bloccati, creazione di luoghi di vita comune nelle vicinanze delle zone di cantiere; il movimento NO TAV è riuscito a rallentare la corsa sfrenata di questo progetto inutile e basato su un’idea arcaica di sviluppo!
Blocchiamo questo progetto prima che l’inizio degli scavi del tunnel di base e i danni conseguenti diventino irreparabili!

Ritroviamoci in massa, NO TAV, collettivi locali e Soulèvements de la Terre, il week end del 17-18 giugno nella valle della Maurienne per una manifestazione internazionale determinata!

https://www.notav.info/post/17-18-giugno-val-maurienne-manifestazione-internazionale-e-popolare-stop-al-tav-torino-lione/

 



venerdì 12 maggio 2023

“Territori in cammino liberiamoci dal Fossile” - Manuela Foschi


questo lo striscione che guidava il corteo della manifestazione nazionale contro il rigassificatore di Ravenna

 

Sono arrivati da tutta Italia il 6 maggio per manifestare contro il rigassificatore della SNAM che l’amministrazione Pd di Ravenna ha accettato di collocare davanti la sua costa, precisamente di fronte Punta Marina, sicura del consenso di tutta la città mentre questa manifestazione dice il contrario. Dopo Piombino anche a Ravenna un grande colorato e partecipato corteo organizzato da Campagna Per il Clima Fuori dal Fossile, Rete No Rigass No GNL e RECA - Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna. Hanno partecipato circa 2000 persone appartenenti a tantissime associazioni, comitati e partiti. Tutte si oppongono allo sfruttamento delle fonti fossili come quella del gas perché obsolete, da superare, da abbandonare in quanto responsabili del repentino cambiamento climatico di questi ultimi anni e perché causano danni irreversibili all’ecosistema e al territorio e di conseguenza mettono a rischio la salute e la sicurezza delle popolazioni.

Inoltre Corrado Oddi di RECA, che rappresenta ben 80 organizzazioni della Regione Emilia Romagna è molto chiaro: “Siamo contro rigassificatori, trivellazioni e contro l’idea che si voglia fare di questo Paese l’Hub del gas europeo. Dietro si nasconde solo l’ampiamento di certe aziende. L’Eni nel 2022 ha triplicato le esportazioni. Eppure sono sotto gli occhi di tutti i danni creati dal cambiamento climatico. L’Emilia Romagna è la terza regione per consumo di suolo in Italia e la prima in zona a rischio alluvione.” Rinunciare al rigassificatore, cambiare politica energetica sarebbe la vera scelta per difendere il proprio territorio così la pensano i partecipanti: Legambiente, Friday for Future, Extinction Rebellion, Greenpeace, il Comitato Fuori dal Fossile di Ravenna fino a quello della Sardegna, Stop Hub del Gas, e anche i NO TAV. I comitati locali la ‘Casa delle Donne’ di Ravenna con lo striscione ‘Fare Pace con la Terra’, i giovanissimi di ‘Cambiare Rotta-organizzazione giovanile comunista’,  gli anarchici del Centro sociale Spartaco, il Comitato di Sostegno alla Resistenza, Ravenna antifascista, i sindacati nazionali Cobas e Usb e tante altre realtà. Tanti gli interventi in rappresentanza dei lavoratori: il ‘Comitato dei lavoratori GKN for Future’ di Firenze (il cui progetto è creare la prima fabbrica pubblica e socialmente integrata insieme a produzionidalbasso.com), il ‘Comitato cittadini e lavoratori pensanti e liberi’ di Trapani, il Comitato lavoratori di Brindisi, di Abruzzo, Lazio e le ‘Mamme NO Pfas’ a sostenere che la transazione ecologica delle aziende che hanno seminato morte da decenni è una tappa obbligata e che non ci sono altre soluzioni quindi tutti uniti per dire che è ora di agire e di non aspettare più le vane promesse dei governanti di turno. Sul versante politico c’erano Potere al Popolo, Unione Popolare, Sinistra italiana, Rifondazione Comunista, Comunisti italiani, Verdi Europa.  Hanno sfilato per le vie della città nonostante al corteo sia stato cambiato il percorso e vietato all’ultimo momento di arrivare a Piazza del Popolo sede del Municipio e della Questura. Tanti i cori come quello della Casa delle Donne rivolto direttamente al Sindaco Michele De Pascale “Dai Michele non scherzare lascia stare il nostro mare. C’è un pianeta da salvare”. Uno dei rappresentanti della Rete ‘Per il clima fuori dal fossile’ afferma “la necessità di cambiare il sistema energetico e avviare la decarbonizzazione perché questo sistema è inutile come i rigassificatori, che non è detto che funzionino, perché andranno a caccia del gas liquido più caro dato che quel mercato è regolato dalla domanda. In Emilia Romagna c’è un grande dibattito sulla energia rinnovabile e dobbiamo promuovere le comunità energetiche”.  È intervenuto anche uno degli organizzatori di un’altra manifestazione in contemporanea nel Polesine sulle coste del Po, un territorio che sta vivendo una situazione di forte subsidenza e vogliono battersi per gli stessi problemi.

Il rappresentante nazionale di Friday for Future si rivolge anch’esso agli amministratori della città bizantina: “Vorrei far notare che al contrario di quello che si vuol far credere, Ravenna non è tutta d’accordo sul rigassificatore e non è un dettaglio superfluo perché questa città diverrà l’Hub italiana del Gas in Europa. L’emergenza c’è ma non è quella del Gas, l’emergenza è quella climatica e in questi giorni ne è stata la prova l’allagamento delle campagne proprio di questa provincia. Ravenna è come Piombino” Vincenzo Migliucci dei Cobas ricorda: “Vogliono rimandare la transizione ecologica e gli obiettivi del 2030 e quindi abbiamo due compiti formidabili da portare avanti: salvare l’Italia e salvare il Pianeta per le nuove generazioni. Dobbiamo invertire la vertenza del fossile, la vertenza della militarizzazione, la vertenza siccità legata allo spreco dell’acqua risorsa fondamentale per l’uomo. Ci vedremo tutti in piazza a Roma in ottobre per cacciare questo governo”. Alessandro di ‘Piazza 8 giugno’ e ‘Vivere Insieme’ di Piombino informa che la Regione Toscana ha evaso molte domande da loro poste ad esempio non sono state date informazioni sulle aree di danno per un porto turistico come Piombino. Inoltre è stato fatto notare che i parametri come la larghezza di entrata del porto e la lunghezza della banchina non sono conformi alle norme internazionali richieste per quel tipo di rigassificatore e continua: “Inoltre è la SNAM stessa a dire che si tratta di metodo affetto da ampia arbitrarietà non idoneo a esprimere un giudizio per la salute delle persone secondo l’Istituto superiore della Sanità. Stessa risposta ha dato l’Istituto superiore della Ricerca marina riguardo allo scarico in mare di decine di litri di ‘varachina’ al giorno.” È davvero difficile capire il senso di una scelta di questo tipo a Ravenna con già un Petrolchimico e in un territorio come la Riviera Romagnola che vive di turismo tutto l’anno e con vari progetti di riqualificazione ambientale mira a diventare un punto di riferimento per l’ecoturismo. Un ecoturismo solo a parole se arriverà il rigassificatore. Mario Pizzola rappresentante dei Comitati di Sulmona aggiunge: “il cosidetto Hub del Gas è un progetto folle perché le previsioni ci dicono che entro il 2030 il consumo del gas diminuirà del 40 per cento nel continente europeo, Italia compresa.” Viviana Manganaro di ‘Produzioni dal basso’ e del ‘Comitato lavoratori liberi e pensanti’ di Trapani afferma che l’alternativa c’è: “Con la collaborazione di cittadini, amministratori e imprese è possibile passare completamente all’energia rinnovabile in tempi molto più brevi rispetto a quelli previsti da coloro che si oppongono alla transazione ecologica. Studiosi del settore come Leonardo Setti, docente di chimica all’Università di Bologna, dimostrano che con l’autoproduzione di energia e la condivisione di energia si può arrivare al 100% di rinnovabili in tempi brevi. Per far partire una comunità solare bastano tre clic su comunitasolare.eu di cui il professor Setti è il coordinatore. Il cambiamento facciamolo partire noi, con le istituzioni e le imprese, siamo tutti importanti e necessari per far partire questo processo.”

Prossimi appuntamenti sono la manifestazione del 10 giugno a Sulmona contro l’inutile gasdotto che dovrebbe attraversare più regioni fino a Foligno. Ad Ostuni ad agosto dal 4 al 10 ci sarà il ‘Climate Camp’ fortemente voluto dalle organizzazioni dei lavoratori di Brindisi perché la questione climatica deve andare di pari passo con la questione dei lavoratori, dato che il loro sfruttamento procede in parallelo a quello di ambiente e territori.


mercoledì 10 maggio 2023

Capire poco, capire male, continuare a sbagliare - Omar Onnis

 

Non ci siamo. Si continua a ragionare su questa faccenda dentro una cornice fuorviante e con pochissima voglia di trovare soluzioni adeguate alla realtà.

Perché qui sta la magagna: la realtà della Sardegna è diversa da quella di Corsica e Baleari (e, per altri versi, da quella della Sicilia).

La Sardegna è tre volte più grande della Corsica e ha circa cinque volte i suoi abitanti. Rispetto alle Baleari (nel loro insieme) è quasi sei volte più grande e ha circa 400mila residenti ufficiali in più (ossia, una differenza maggiore della popolazione della Corsica).

Già solo da questi dati si evince una diversità tra situazioni che non possono essere sovrapposte meccanicamente solo perché si parla di isole.

La Sardegna ha un territorio molto più esteso e soprattutto più eterogeneo sia dell’una che delle altre isole vicine. La diversità interna – di ambienti, di climi, di popolamento, ecc. – ne fa una terra che qualcuno, retoricamente, ha paragonato a una sorta di mini-continente. È un’iperbole un po’ romantica, se vogliamo, ma in realtà enfatizza un dato vero.

Se dovessimo stilare una classifica dei problemi della Sardegna e delle loro cause, a quale posizione assegnereste il fatto di essere un’isola? Io lo metterei piuttosto in fondo, sicuramente dopo quattro o cinque altre questioni.

Una è la debolezza e la limitatezza produttiva. L’economia sarda è sproporzionata, in senso negativo, rispetto al territorio. Troppo piccola, troppo soffocata, troppo poco articolata. Dipende dal fatto che la Sardegna è un’isola? Solo in piccolissima parte (per non dire nient’affatto). In Sardegna si produce poco e spesso male, con conseguenze di ampia portata, che investono inevitabilmente i settori economici a più alto valore aggiunto, ossia quelli dei servizi, del terziario.

Purtroppo si ragiona – quando ci si prova – solo in termini ancora prevalentemente mercantilistici: bisogna vendere, esportare, attirare turismo e altre forme di appropriazione di ricchezza prodotta altrove. In cambio di cosa? Perlopiù di prodotti petroliferi, ma con un ruolo a dir poco secondario e pressoché del tutto dipendente e subalterno all’interno dell’economia italiana, europea e mediterranea. A dispetto dei salti di gioia mostrati dai mass media nostrani ogni volta che esce questo dato allarmante (ed esce ogni anno da anni).

È palese, a mio avviso, che bisognerebbe far pendere la bilancia economica più sul versante che nel Settecento avrebbero definito fisiocratico. Certo, una fisiocrazia aggiornata e calibrata. In ogni caso, ripartirei dai fondamenti, dal settore primario, dalle produzioni agricole e agro-alimentari, a cui aggiungerei l’industria di trasformazione, col suo indotto, e poi via via ad aggiungere manifattura (specie di qualità e non di mera quantità, ivi compresa la nuova industria del riciclo dei materiali), il terziario (non quello miserrimo dei centri commerciali, ma un terziario aggiornato, se non avanzato), un po’ di turismo (non troppo e non solo estivo).

Su questa base anche le esportazioni diventerebbero significative, ma non solo di idrocarburi. Anzi, quest’industria obsoleta e dannosa la accompagnerei il più rapidamente possibile alla chiusura (previo un corposo intervento di bonifica e messa in sicurezza a spese delle aziende che ci hanno lucrato fin qui, SARAS in testa).

Naturalmente, il tutto preceduto o comunque assecondato da una pianificazione della produzione e della distribuzione dell’energia adeguata al territorio sardo, alla sua demografia e alle sue esigenze socio-economiche, non certo – anche qui – alla mera esportazione, per giunta senza guadagno alcuno per l’isola.

Tutte faccende di cui dovrebbe occuparsi la politica sarda. Che invece è per sua natura – in quanto espressione di subalternità e di conseguente cialtronaggine – votata a tutt’altro: giochi di potere, clientelismi, beghe di fazione, opportunismo, servilismo verso i potenti a cui si deve la propria carriera.

Nel quadro generale della Sardegna attuale, che valore ha un discorso come quello esposto nell’articolo di cui sopra? Davvero ha senso continuare a propagandare la mortificante panzana dell’insularità e le conseguenti pretese di tutela e sostegno verso lo Stato italiano? È davvero la prima o addirittura unica opzione a disposizione di un’isola come la Sardegna?

Con ciò non voglio negare che alcune soluzioni adottate per le proprie porzioni insulari da altri stati, meno scalcagnati e meglio tenuti insieme dell’Italia, potrebbero essere adottate – e adattate – in Sardegna. Ci si può studiare su. Ma studiare, appunto. Ossia, capire e poi metterci del nostro.

Ci sono altre regioni italiane, non insulari, in cui l’impiego pubblico, compreso quello scolastico, assicura qualche vantaggio di reddito. Penso alle province autonome di Trento e Bozen-Bolzano, per dire. C’entra qualcosa l’insularità? No, che io sappia; a meno di sconvolgimenti tettonici di cui al momento però non c’è evidenza. Per altro le maggiorazioni nelle buste paga non arrivano come una generosa elargizione dello Stato, ma come previsione interna delle due realtà amministrative autonome.

Si dirà: ma Trentino e Sud-Tirol hanno più soldi. Vero, però questa obiezione la accetterò solo quando sarà finalmente ridiscussa e possibilmente risolta *non a vantaggio di Roma* la datata querelle della vertenza entrate. Sennò, di cosa stiamo discutendo? E comunque la Sardegna non soffre di penuria di denaro pubblico, dato che annualmente restituisce la maggior parte dei fondi europei per mancato utilizzo. Senza contare che, se si eliminassero sprechi e ruberie varie, anche col bilancio attuale della RAS si potrebbe fare molto di più e molto di meglio.

Sui trasporti il discorso è parzialmente diverso. I modelli adottati nel Regno di Spagna e in Francia sono molto più efficaci, equi ed efficienti della stupidissima “continuità territoriale” appioppata alla Sardegna. Perché non prendere spunto? Be’, prima di tutto perché in Italia e in Sardegna la prima regola della politica è soddisfare i gruppi di interesse del cui sostegno non ci si vuole privare. Quindi posso trovare la soluzione migliore del mondo, ma se si scontra con gli interessi di qualche forte gruppo industriale e/o finanziario, o di qualche corporazione particolarmente agguerrita, ho la ragionevole certezza che non verrà mai adottata. I bisogni anche basilari della cittadinanza, persino quando integrano diritti rilevanti, rimangono sempre in secondo piano. Le rare volte che si riesce a soddisfarli è sempre e solo in termini accessori, a volte preterintenzionali, a volte del tutto casuali.

Tanto più questo è vero nella colonia oltremarina sarda, dove persino la devastante occupazione militare di una parte consistente del suo territorio continua ad essere considerata normale, se non proprio positiva. Con la politica locale messa lì a garantirne legittimità e piena operatività. E i cattivi sono gli anti-militaristi, gli anarchici, gli ambientalisti e i soliti indipendentisti che vi si oppongono.

È penosa la continua richiesta di aiuto verso lo Stato centrale. Lo è in linea generale e lo è doppiamente perché lo Stato in questione è l’Italia. Non ci è bastato più di un secolo e mezzo per capire come funziona?

Chiaramente, questo approccio non è solo fine a se stesso. Serve anche a coprire le responsabilità della classe politica podataria nostrana. Se si spaccia per storicamente fondato l’assunto che la Sardegna da sola non ce la può fare, è ovvio che non ci resti che supplicare qualcuno di salvarci. E nel frattempo chi amministra la situazione in loco può farsi gli affari propri, sicuro di non dover rendere conto dei problemi mai risolti.

Come mi piacerebbe se una consistente maggioranza della popolazione sarda smettesse finalmente di credere a queste sciocchezze e si desse una svegliata. Smettesse di pendere dalle labbra di ciarlatani e faccendieri, di personaggi squallidi e piccoli guitti di provincia, ossia ciò che offre la nostra classe politica, e cominciasse a zittirli, a negare loro la propria fiducia e prima ancora la propria attenzione. Dandosi da fare per rimettere a posto le cose, magari. Chissà se arriverà mai quel giorno.

https://sardegnamondo.eu/2023/04/19/capire-poco-capire-male-continuare-a-sbagliare/

martedì 9 maggio 2023

Assetati di profitto - Leonardo Animali

 

 “L’acqua la insegna la sete”, è un verso di una poesia di Emily Dickinson del 1859. Nel 2023, invece, il rapporto ONU relativo al fabbisogno idrico del pianeta, pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua del 22 marzo scorso, evidenzia che in questo momento sul pianeta 2 miliardi di persone non hanno acqua sicura da bere; con la previsione che nel 2050 saranno 5 miliardi le persone che non avranno accesso all’acqua potabile; e il 2050, per quelli nati dal 2000 in poi, significa “dopodomani”.

In questo primo periodo dell’anno, in Italia si è registrato in media il 18% in meno di precipitazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È scaduto il 17 aprile il bando della Regione Marche per i ristori alla perdita delle produzioni agricole, dovute alla siccità del 2022. Palese evidenza che la crisi climatica in corso non è una fantasia del canale/blog specializzato in fake-news ByoBlu, nè un’invenzione dell’ipotizzata “associazione a delinquere” (secondo la Procura di Padova) di cittadini di Ultima Generazione che si battono per la giustizia climatica; ma un fatto scientifico in corso, che si ripercuote sull’attività economica delle imprese agricole; e che arriva anche nel “paniere” della spesa, con il rincaro dei prezzi (già 10,8% per la frutta e dell’11,8% della verdura).

Diverse Regioni, già da gennaio sono in conclamata crisi idrica, e si profila una situazione peggiore di quella del 2022; la Regione Veneto, il 14 marzo ha emanato già un’ordinanza su “Carenza di disponibilità idrica nel territorio della Regione”. Non molto differente la situazione della Regione Marche, in cui già le sole perdite della rete idrica sono pari al 34% dell’acqua immessa (Istat 2023). I dati del “monitor siccità” dell’ASSA Marche, forniscono un quadro classificabile come “moderatamente siccitoso” fino ad aprile, con una situazione più positiva nel centro-nord. La scorsa estate la situazione fu critica: fioccarono le ordinanze dei sindaci marchigiani, che prescrivevano misure per limitare l’uso pubblico e privato dell’acqua. Oltre a richiamare i cittadini alla sobrietà nell’utilizzo dell’acqua, si impediva il prelievo, o limitava l’uso per: irrigazione e annaffiatura di orti, giardini e prati; lavaggio di aree cortilizie, piazzali, veicoli a motore; riempimento di piscine su aree private (ma non quelle delle attività economiche turistiche o sportive, ndr); usi diversi da quello alimentare domestico, per l’igiene personale e per l’abbeveraggio degli animali. Una situazione che, in vista dell’estate prossima, ha tutte le condizioni per replicarsi. È giusto chiedere sacrifici ai cittadini. Ma c’è un settore del sistema produttivo in Italia, al quale però su questo tema, non viene chiesto alcun “sacrificio”. Specie in un periodo come questo, dove in alcune zone del Paese, l’uso dell’acqua viene razionato e molti cittadini vengono riforniti con le autobotti (questo, senza aspettare l’estate, è già avvenuto a gennaio scorso in alcuni centri del Piemonte). Ed è quello dell’industria dell’acqua minerale, che preleva l'”acqua bene comune” dal sottosuolo e dalle sorgenti.

Il business delle acque in bottiglia

Le scienze geologiche ci spiegano che i fiumi, per avere un loro equilibrio, debbono vivere nel loro rapporto con le falde che sono sotterranee; se si emunge troppo, il livello delle falde si abbassa talmente tanto, che prima che si ricarichino ci impiegano un tempo troppo lungo; noi usiamo, o meglio beviamo, acqua fossile, che è piovuta anche centinaia di anni fa, e che quindi è risorsa idrica che è andata a caricare i nostri serbatoi sotterranei con un tempo lungo. Siccome specie in questo periodo, complice anche la siccità, si sta emungendo in maniera straordinaria, quelle falde non si ricaricano più nei tempi e nei modi “normali”.

Il business delle acque in bottiglia garantisce enormi profitti ai privati e somme irrisorie alle Regioni. Ad esempio, l’ultimo bilancio di Rocchetta Spa, certifica nel 2020 ricavi per 56,4 milioni di euro, e utili per 1,6 milioni a fronte dei quali, in base ai dati forniti dalla Regione Umbria, l’azienda ha pagato poco più di 445mila euro per lo sfruttamento delle sorgenti di Gualdo Tadino, dove da anni va avanti indomita la battaglia civile e giudiziaria della locale Comunanza Agraria contro lo sfruttamento delle risorse idriche, a seguito delle concessioni date dal Comune e dalla Regione alla multinazionale dell’acqua minerale. Per l’emungimento, infatti, le società versano pochissimo. Lo confermano i dati del 2020 (da un’inchiesta di Altreconomia): sono stati emunti circa 17,9 miliardi di litri d’acqua, mentre i canoni corrisposti alle Regioni ammontano a poco meno di 18,8 milioni di euro. Ed è un dato parziale, perché non tutti gli enti regionali hanno fornito dati. C’è infatti molta reticenza, perché emerge che le aziende pagano pochissimo la materia prima che sta alla base della loro attività: un litro d’acqua viene pagato nell’ordine dei millesimi di euro, una cifra quasi virtuale (la media italiana per litro emunto nel 2020, ma mancano i dati di 7 Regioni, è di 0,0007 €). Pensiamo poi che quella stessa acqua, una volta imbottigliata e distribuita, viene venduta tra i 20 centesimi e i 2 euro al litro. Il sistema è regolato da concessioni per l’emungimento, spesso di natura ultradecennale, che le Regioni stabiliscono con i privati. A determinare l’importo concorrono due fattori: un canone relativo alla superficie di territorio dato in concessione, e uno commisurato alla quantità d’acqua emunta o imbottigliata.

Il caso della Marche

Nelle Marche, le concessioni a soggetti privati per l’emungimento di acqua ai fini della sua commercializzazione, sono regolate da una legge del 1982, la n. 32: “Disciplina della ricerca, coltivazione ed utilizzazione delle acque minerali e termali nella Regione Marche”. La durata delle concessioni è di 20 anni, con possibilità di proroga per altri 30 anni. Si può osservare come nelle Marche non si sia mai proceduto al rilascio, o al rinnovo, attraverso una procedura pubblica di avviso o gara. Nel caso di nuove richieste, l’avvio del procedimento delle istanze presentate dai soggetti interessati, viene pubblicato sia su BUR, che su albo pretorio del Comune interessato. Per quanto riguarda l’utilizzo di acque termali, le concessioni sono perpetue.

Altro aspetto “singolare”, è che il privato certifica alla Regione Marche l’emungimento in “autolettura”, un po’ come per l’uso domestico. Tutte le ditte titolari di concessioni minerarie di acque minerali e termali sono tenute a dotarsi di contatore per misurare le portate prelevate; le quote dovute per l’imbottigliamento vengono pagate a conguaglio in base alle fatture emesse dalle aziende, in cui si evincono i litri e le tipologie volumetriche dei recipienti, e il materiale utilizzato per l’imbottigliamento e la commercializzazione (vetro, plastica). La Regione, semmai, procede a campione nel fare dei sopralluoghi di verifica della corrispondenza tra misurato e dichiarato. Mentre, nel caso dell’acqua potabile a uso domestico, il personale della società territoriale, viene sempre periodicamente a leggere il nostro contatore.

La legge disciplina anche l’aspetto economico; ogni azienda versa una royalties che è composta da due voci: una quota parte relativa al diritto di superficie, e un’altra data dai litri imbottigliati. Da questo si può dedurre come non venga pagata la probabile quantità, seppur minima, di acqua dispersa.

Nello specifico: il concessionario corrisponde alla Regione un diritto annuo anticipato proporzionale all’estensione della superficie accordata in concessione pari, per ogni ettaro o frazione di ettaro, a:
a) euro 120,00, per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano oltre 25 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
b) euro 60,00, per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano meno di 25 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
b bis) euro 30,00 per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano meno di 5 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
c) euro 20,00, per le concessioni relative ad acque minerali ad uso termale.

Zeri virgola

Relativamente alla quota parte di acqua commercializzata, il titolare della concessione ad eccezione di quella esclusivamente destinata a cure termali, corrisponde alla Regione un diritto annuo commisurato alla quantità imbottigliata e pari, ogni mille litri, a euro 1,25 dal 1° gennaio 2010. Questa tariffa, pari a 0,00125 euro per litro d’acqua emunta, e poi messa in vendita, non è stata più aggiornata da tredici anni. C’è però un incentivo alla ecosostenibilità: se l’acqua viene imbottigliata in vetro, anziché plastica, c’è una riduzione del 30% della tariffa mobile, per cui diventa 0,000875 euro per litro d’acqua.

“Zeri virgola”, che sono cifre quasi immateriali dal punto di vista della vita comune; un po’ come quando si deve provare a dare un senso pratico alla quantità monetaria del “bilione” o del “trilione”. Confrontando questa tariffa, con quella applicata ad esempio da Vivaservizi – gestore della provincia di Ancona – a una famiglia di quattro persone, che statisticamente consuma circa 180 mc d’acqua all’anno (180.000 litri), vediamo che a casa paghiamo 0,00159 euro al litroInsomma l’acqua ad uso domestico è più costosa rispetto a quella emunta dal sottosuolo, e venduta per profitto aziendale.

Nomi, tariffe e greenwashing

Quali sono le aziende concessionarie che imbottigliano acqua? Industrie Togni (Acqua Frasassi) di Serra S. Quirico (due sorgenti, San Cassiano a Fabriano e Piagge del Prete a Genga), Società Fonti di Palme a Fermo, S.A.G.M.A. a Montefortino, San Ruffino ad Amandola, Sarnano Terzo Millennio (due sorgenti), S.I.B.E. ad Ussita, Nerea a Castelsantangelo sul Nera, Blu Service a Fossombrone, Galvanina ad Apecchio, Viti Oriana a Cagli (sorgente Calvagna). Le concessioni sono tutte attive con scadenze che arrivano anche fino al 2047, tranne per tre recentemente scadute, ma di cui risulta il rinnovo in corso (Fonte di Palme, S.A.G.M.A. e San Ruffino). Per quanto attiene ai dati economici del 2022, complessivamente hanno versato alla Regione un canone base di € 61.046 (sono comprese anche le concessionarie di sorgenti termali), e un canone per l’imbottigliato di € 390.791 (ma devono versare ancora in diversi). Completo il dato 2021, pari a € 611.696; c’è da osservare che però le società S.A.G.M.A., San Ruffino, Sarnano Terzo Millennio e Viti Oriana, non versano il canone imbottigliato dal 2017; qui si può solo benevolmente presupporre che in questi anni, queste imprese non abbiano emunto, imbottigliato e commercializzato. Entrando più nello specifico, si evince che la quasi totalità dell’incasso derivante dal canone imbottigliato nella Regione, lo fanno le Industrie Togni e Nerea. Riprendendo il dato relativo alla tariffa di 0,00125 euro per litro emunto, e ipotizzando che tutta l’acqua sia imbottigliata in plastica, proviamo ad andare proprio nel dettaglio. Le Industrie Togni nel 2022 hanno versato di canone imbottigliato € 4.315,18 per la sorgente di San Cassiano e € 386.476,60 per quella di Genga. Facendo un semplice calcolo aritmetico, l’acqua emunta sarebbe pari a 312.632.944 litri. Va sottolineato che Industrie Togni è l’unica tra le imprese ad aver versato il canone nel 2022. Per le altre, quindi, dobbiamo riferirci all’anno precedente, ovvero il 2021. La società Nerea ha versato € 75.000 per 60.000.000 di litri emunti. La Galvanina ha versato € 85.516,44 per 68.413.152 di litri emunti. La Blu Service ha versato € 2.695,74 per 2.156.592 di litri emunti. La SIBE di Ussita ha versato € 7.982,11 per 6.385.688 di litri emunti. La Fonte di Palme ha versato € 1.018,71 per 814.400 litri emunti. Complessivamente, nel 2021 nelle Marche, l’industria dell’acqua minerale ha emunto dal sottosuolo, imbottigliato e commercioalizzato 489.357.360 di litri d’acqua. Risorsa che, essendo acqua di sorgente e falda, dovrebbe considerarsi pubblica e “bene comune”.

Invece il canone fisso, versato alla Regione dai concessionari delle sorgenti a uso termale, è complessivamente di € 61.046,33; due di queste imprese, le Terme di Carignano a Fano, e quelle dell’Aspio a Camerano, godono di concessioni perpetue. Le altre imprese che nelle Marche hanno concessioni termali sono: Terme San Vittore a Genga, Soc. Wellness & Resort a Camerano, Nuove Terme di Acquasanta Terme, Sarnano Terzo Millennio, Azienda Specializzata a Tolentino, Gestione Spedalità Private a Carignano, Terme di Macerata Feltria, Bellisio Solfare Terme a Pergola, Terme di Riccione a Petriano e Comune di San Lorenzo in Campo.

In conclusione di questa piccola inchiesta sulle concessioni delle acque minerali e termali della Regione Marche, i commenti da fare sono ben pochi, così come le valutazioni. I dati parlano da soli. E il fatto che questi nelle Marche siano pubblicamente consultabili dal sito istituzionale della Regione, non è poca cosa. Andando sui siti di gran parte di queste aziende, c’è immancabile il link dell’impegno ecologico dell’impresa, una sorta di decalogo del greenwashing; in quanto, il vero impegno ambientale sarebbe quello di pompare meno acqua, facendo meno business. Ma quello che è veramente scandaloso è che ai cittadini dei territori dove viene prelevata l’acqua ai fini commerciali privati, non ritorni nulla, neanche il poco che queste aziende versano come royalties (che vanno alle Regioni e non ai Comuni); imprese che, quando va bene, si puliscono la coscienza con qualche sponsorizzazione paesana, una rotatoria, o la fornitura di bottigliette di plastica per qualche evento pubblico. In fondo, è come se chi abita in un Comune dove c’è un’impresa di acque minerali, venisse rapinato due volte.

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lunedì 8 maggio 2023

Il clima e le cavie della geoingegneria - Silvia Ribeiro

 

Nelle settimane scorse, un famoso scienziato nigeriano, il professor Chukwumerije Okereke, ha pubblicato sul New York Times un articolo in cui denuncia che i promotori della geoingegneria fanno pressione sui paesi africani per avanzare proposte di manipolazione del clima nel continente. Okereke, uno degli autori del report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici), ha intitolato il suo articolo “My Continent Is Not Your Giant Climate Lab” (Il mio continente non è il vostro gigantesco laboratorio climatico). L’autore si riferisce anche agli esperimenti di geoingegneria che una società statunitense ha realizzato in Messico e appoggia l’annuncio del governo messicano di voler vietare tali esperimenti (The New York Times, 18/04/2023).

Okereke rivela che alcuni rappresentanti della ONG Carnegie Climate Governance Initiative (C2G) si presentano come neutrali nei confronti della geoingegneria, ma hanno affermato, rivolgendosi a negoziatori africani sul clima, che le tecnologie per bloccare parte dei raggi solari sarebbero un metodo rapido ed economico per abbassare la temperatura dovuta al riscaldamento globale e che i paesi più poveri sarebbero quelli che ne trarrebbero maggiori vantaggi.

Come esperto di cambiamenti climatici, Okereke avverte che queste proposte di manipolazione ambientale sono estremamente rischiose e speculative, e si oppone fermamente all’uso del suo continente come campo sperimentale. Aggiunge che anche se la geoingegneria solare dovesse mantenere le sue promesse teoriche di abbassare le temperature in qualche parte del mondo, potrebbe intensificare la siccità, le inondazioni e altri squilibri climatici in altre regioni, minacciando i mezzi di sussistenza di milioni di persone.

Aggiunge inoltre che si tratta di una battaglia impari, perché coloro che promuovono la geoingegneria sono sostenuti da Bill Gates e da altri miliardari. George Soros ha recentemente annunciato che darà il suo sostegno alla geoingegneria solare. Altre ONG, come la Degrees Initiative – finanziata dalla fondazione di Dustin Moskovitz, co-fondatore di Facebook – affermano di voler mettere i paesi in via di sviluppo al centro del dibattito sulla geoingegneria solare. In realtà, dice Okereke, è un modo per entrare dalla porta di servizio allo scopo di generare ricerche che giustifichino la trasformazione dell’Africa in un campo sperimentale di geoingegneria. Le organizzazioni della società civile di diversi paesi africani hanno chiesto di non permettere questi esperimenti (https://tinyurl.com/yv2wvbsc).

 

Le due ONG citate – C2G e Degrees Initiative – sono molto attive anche in America LatinaI rappresentanti della Degrees Initiative sono stati in Messico la scorsa settimana per promuovere studi sugli impatti che l’applicazione di alcune tecniche di geoingegneria solare potrebbe avere sul Messico e sull’America centrale. Non propongono di finanziare studi ad ampio raggio sui cambiamenti climatici e sul tipo di risposta che sarebbe migliore in ciascun paese, in base alle sue condizioni e priorità, ma studi ristretti sui rischi o sui benefici dell’applicazione della geoingegneria solare rispetto ai rischi del cambiamento climatico. A questo proposito, Okerere ha commentato: potrei elencare 100 cose che il mondo può fare (per frenare il cambiamento climatico), e nessuna di queste sarebbe geoingegneria (https://tinyurl.com/2j9hevmw).

Le misure annunciate dal Messico nel gennaio 2023 per non consentire esperimenti di geoingegneria solare nel suo territorio hanno avuto risonanza nei mass media globali, così come nelle discussioni globali sulla geoingegneria. Diversi paesi dell’America Latina e dell’Africa stanno valutando questa procedura come un modo per proteggere i loro paesi dalla sperimentazione della geoingegneria. Gli esperimenti illegali in Messico hanno dimostrato che qualsiasi impresa può assumere la ricerca dei geoingegneri che affermano di fare soltanto studi di laboratorio e applicarla per scopi commerciali in paesi che non li impediscono. La società Make Sunsets che ha agito in Messico ha dichiarato di basarsi sulla ricerca di David Keith dell’Università di Harvard (https://tinyurl.com/yp9cjn3r).

Questa settimana il Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia (Conacyt), l’Istituto Nazionale di Ecologia e Cambiamento climatico (INECC) e il Ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali (Semarnat) hanno organizzato un seminario su “La geoingegneria in Messico, riflessioni dal punto di vista del principio di precauzione e della giustizia climatica”, nell’ambito del processo di discussione per l’attuazione legale delle misure precauzionali annunciate in precedenza. All’incontro hanno partecipato rappresentanti di questi enti istituzionali, del mondo accademico e della società civile (“La geoingeniería en México, reflexiones desde el principio precautorio y la justicia climática” – registrazione online del seminario).

 

Gli impatti della crisi climatica sono molto preoccupanti, ma le proposte di geoingegneria non ne affrontano le cause, bensì generano nuovi rischi, condizioni di dipendenza e minacce alla sovranità, ha affermato Agustín Ávila Romero, responsabile dell’INECC. Studi scientifici dimostrano che la geoingegneria solare che propone di iniettare anidride solforosa nella stratosfera richiederebbe la ripetizione di tali iniezioni per decenni e avrebbe effetti disuguali, con alcune regioni che soffrirebbero di più siccità o inondazioni. La loro improvvisa cessazione – per ragioni politiche o economiche – causerebbe un brusco aumento della temperatura che sarebbe peggiore di quello che si riscontrava prima di iniziarle. Si tratta di rischi inaccettabili. In una dichiarazione congiunta, le tre istituzioni hanno ribadito che gli esperimenti di geoingegneria solare non saranno consentiti in Messico (https://bit.ly/3KUfvGb).

Una questione che è stata sollevata durante il seminario riguarda l’inseminazione delle nuvole, una forma di modifica del clima promossa da altri settori del governo. Questa tecnica comporta altri impatti che devono essere analizzati (https://tinyurl.com/3hebkyfy).


Fonte: “Presiones y frenos a la geoingeniería”, in La Jornada, 22/04/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando

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