lunedì 28 novembre 2022

Cosa accade nei mattatoi? La testimonianza shock - Laura Di Cintio


Lavorare in un mattatoio, sotto copertura: un professore universitario, Timothy Pachirat, si è finto un operaio in un mattatoio americano: ecco la sua testimonianza shock

 

Ogni dodici secondi: questa è la frequenza media con cui, all’interno di un mattatoio, il knocker, cioè l’operaio addetto allo stordimento degli animali, spara un colpo di pistola captiva sulla testa delle sue vittime. Ed “Every twelve seconds” è anche il titolo del libro-documentario scritto da Timothy Pachirat, assistente professore di Politica in quel di New York, in seguito alla sua esperienza di lavoratore in incognito all’interno di un macello per 6 mesi. “Volevo capire come i processi di violenza di massa divengano normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello” ha dichiarato l’autore, in un’intervista per il sito boingboing.net, per giustificare la propria decisione.

“Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, il reparto psichiatrico, la stanza degli interrogatori, la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”,  nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello in un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone di confinamento”.

Lo “scarico di responsabilità”

L’obiettivo di Timothy, dunque, non è la denuncia dell’attività di un singolo mattatoio, ma piuttosto portare alla luce gli orrori che quotidianamente hanno luogo in ogni macello del mondo ma, soprattutto, mettere in evidenza come gli operai che eseguano delle mansioni diverse da quelle del knoker, si sentano in realtà estranei al processo di macellazione: “Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione – afferma Timothy – questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quell’1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

La “catena di montaggio” dell’orrore

Senza mezzi termini l’autore ci spiega quale trattamento sia riservato ai più di 2500 animali che ogni giorno, nel mattatoio in cui lui ha lavorato, vengono condotti alla morte: per prima cosa il tragitto verso il punto di macellazione, che gli animali compiono sulle proprie zampe, del tutto coscienti e subodorando il pericolo imminente, terrorizzati e impossibilitati a scappare. Da lì, uno per uno, vengono condotti alla knocking box, la stanza in cui il knocker spara loro in testa con una pistola a proiettile captivo, cioè un’arma provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetra dolorosamente nel cranio dell’animale, stordendolo senza ancora togliergli la vita. Quindi le povere bestie cadono su un nastro trasportatore, che le porterà al punto dove verranno incatenate e poi sollevate da terra. Appesi per le zampe posteriori gli animali – che ricordiamo essere ancora vivi e spesso parzialmente coscienti – viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte fino ad arrivare davanti all’operaio che si occupa di recidere loro carotide e giugulare. A questo punto le povere bestie muoiono dissanguate mentre continuano ancora a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di squartamento della carcassa e di rimozione delle pelli.

“Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale su di essa” afferma Pachirat, che continua: “Sul posto di lavoro esiste una specie di mitologia collettiva secondo la quale solo il knocker è coinvolto nell’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello sarebbe moralmente scollegato da essa“.

La violenza nascosta

La domanda quindi sorge spontanea: perché la stragrande maggioranza della popolazione non sa nulla di ciò che avviene realmente in un mattatoio? “Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigrati, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani” afferma Pachirat. Come se ciò non bastasse, esistono anche delle leggi molto severe che vietano la pubblicizzazione di ciò che avviene nei macelli. “In secondo luogo – continua Timothy – il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. […] È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso”.

La cosa più incredibile, comunque, è che il lavoro di uccisione è nascosto anche laddove ci si aspetterebbe che fosse più evidente, ovvero nel luogo stesso della macellazione: la divisione degli spazi e la struttura del macello fa sì che siano pochissimi gli operai che entrino effettivamente in contatto con quello che, nel gergo, viene definito “lato sporco” (ovvero, quello che viene eseguito quando le pelli sono ancora attaccate ai corpi degli animali). Gli operai del “lato pulito”, tra l’altro, non entrano mai in contatto con gli altri, nemmeno durante le pause: “In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del “lato sporco”, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi”. Può sembrare assurdo, ma all’interno di un mattatoio vige anche l’utilizzo di un linguaggio dissociativo, con il solo scopo di nascondere la violenza dell’uccisione: fin dal momento in cui gli animali arrivano al macello, per esempio, tutti gli operai devono riferirsi a loro chiamandoli “carne”, nonostante si tratti di animali vivi e senzienti, che ancora respirano.

 

I mattatoi: violenza sistematizzata

“La lezione, qui, non è che la macellazione e i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna” ha affermato Pachirat. A questo punto, non resta da chiedersi quale sia il grado di complicità di ognuno di noi in tutta questa violenza; l’autore, per esempio, ritiene responsabili coloro che beneficiano della produzione di carne “a distanza” forse più di coloro che, per necessità, sono costretti a compiere questo lavoro. Ne è l’esempio la storia della mucca Cinci Freedom, a cui Pachirat aveva assistito direttamente e che l’autore riporta nell’ultimo capitolo del suo libro: l’animale era riuscito a fuggire dal macello e, braccato dalla polizia, era stato freddato per strada con un colpo di pistola alla testa. L’indignazione, la rabbia e il disgusto per quanto avvenuto avevano preso il sopravvento tra gli operai, che il giorno dopo però erano tornati alle loro mansioni quotidiane: un esempio concreto di come, chi lavori in un macello, non abbia la benché minima percezione di ciò che il proprio lavoro comporti realmente.

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domenica 27 novembre 2022

Sull’acqua argentina le mani di un’impresa israeliana – David Lifodi

 

“Hidropolítica”: si nasconde dietro a questa parola magica il motivo della presenza dell’impresa israeliana Mekorot Israel National Water in Argentina. Mekorot si è aggiudicata la gestione dell’oro blu in cinque province del paese (San Juan, Mendoza, Catamarca, La Rioja e Río Negro) a seguito di un accordo firmato con il governo argentino per la gestión integral de los recursos hídricos superficiales y subterráneos.

Tra le righe emerge che il testo dell’accordo prevede l’attribuzione della gestione dell’acqua potabile all’impresa israeliana, le cui modalità d’azione sono state condannate dall’Onu in relazione ai territori palestinesi occupati. “Apartheid contro la popolazione palestinese di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est” è l’accusa che pende su Mekorot Israel National Water, come evidenziato dai coordinatori della campagna Stop the Wall, che hanno promosso una campagna di sensibilizzazione significativamente intitolata “Buenos Aires, aguas turbias” insieme alla Liga Argentina por los Derechos Humanos. “Controllare le risorse idriche significa esercitare un controllo territoriale sulla Palestina”, sostengono gli attivisti della campagna.

In Palestina Mekorot ha trasformato l’acqua in merce, utilizzandone il controllo per cacciare le comunità dai propri territori e il timore è che in Argentina possa accadere lo stesso. In Israele Mekorot rappresenta il braccio destro del governo, impedisce ai palestinesi di aprire nuovi pozzi e, contemporaneamente, limita loro il diritto all’acqua, come evidenziato dal Relatore speciale Onu per i territori palestinesi occupati Michael Lynk.

I legami tra Argentina e Israele risalgono al 1995, quando i due paesi sottoscrissero un accordo di cooperazione commerciale ed economica. Successivamente, nel 2005, il governatore di Neuquén scelse la strada dell’affidamento diretto (senza alcuna asta o concorso pubblico) all’impresa The Israeli Consulting and Technological Company per la realizzazione di progetti di irrigazione. Accordi simili furono sottoscritti in quegli stessi anni dai governatori argentini con Mekorot fino a quando, nel 2020, Camera di Commercio Argentino-Israeliana rese noto che Mekorot avrebbe lavorato per la realizzazione di progetti legati non solo alla gestione delle risorse idriche, ma a progetti di tecnologia legati allo sviluppo e alla commercializzazione dell’oro blu.

Due partecipate di Mekorot, Mekorot Desalination and Enterprise e Mekorot Development & Enterprise LTD, sono servite all’impresa israeliana per radicarsi ulteriormente in Argentina, come evidenziato dall’Asamblea Popular por el Agua di Mendoza.

Come denunciato nell’articolo https://www.elcohetealaluna.com/el-agua-el-nuevo-botin/che analizza le relazioni pericolose tra governo argentino e israeliano per la gestione, ma soprattutto per la mercantilizzazione dell’acqua pubblica, l’idea dell’Argentina è quella di unificare il controllo del consumo domestico, industriale e agricolo delle risorse idriche proprio sull’esempio di Israele.

Fondata nel 1937, ancor prima che Israele vedesse la luce, Mekorot ha trasformato la questione idrica in un affare esclusivamente politico, grazie anche al grande sviluppo delle tecnologie di cui dispone lo Stato ebraico. I governatori delle province dove arriverà Mekorot sembrano tutti entusiasti e intravedono la possibilità di sviluppare ulteriormente l’estrazione mineraria grazie ad un aumento della disponibilità dell’oro blu grazie al sostegno israeliano, ad eccezione del governatore di Mendoza Rodolfo Suárez.

Se la tecnologia può effettivamente aiutare l’Argentina a disporre di una maggiore quantità di acqua, restano molti dubbi sulle finalità e sulle modalità di agire di Mekorot, che potrebbe comportarsi nello stesso modo con cui opera in patria e nei territori palestinesi occupati: trasformare l’acqua in merce da pagare a caro prezzo sembra essere la sua unica preoccupazione.

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sabato 26 novembre 2022

Pensavo fosse un compagno... invece era vegano

Una storia che sa di socialismo, combutte parentali e cotolette vegetali

 

- Papà, son diventato vegano.

Il padre, distratto dal telegiornale appena iniziato, non rispose subito al figlio.

A Milano, diceva la tivù, una madre aveva lasciato di proposito la figlia di un anno e mezzo sola in casa per una settimana. La bimba era morta.

- Papà?

Finalmente l’uomo si voltò verso il ragazzo.

- Che c’è?

- Son diventato vegano.

Ora l’attenzione del padre, benché malvolentieri, era dedicata solo al figlio. Quel quindicenne che passava troppo tempo su internet e ultimamente era così strano.

- Che roba è? - disse con voce alterata. Si era già imbattuto altre volte in quella parola, vegano, ma non ne ricordava il significato, anche se presentiva non fosse nulla di buono. - Niente religioni, qui dentro, eh!

Il figlio non si perse d’animo.

- Nessuna religione, papà. Per chi mi prendi?

Il padre parve tranquillizzarsi. In fondo, era pur sempre suo figlio, quello. Il figlio di un dirigente del partito. E anche se il partito in Italia non contava più un cazzo da ormai trent’anni, beh, almeno in quella casa, la casa di un suo dirigente, avrebbe continuato a contare.

- Meno male - disse, e poi si accorse di avere una gran fame. - Luisa, è pronta sta cena?

- Ancora cinque minuti - rispose la moglie, dalla cucina. - Il pollo deve finire di rosolarsi.

Il marito levò gli occhi al cielo, rimpiangendo i tempi, quand’era ragazzo, in cui tra compagni si andava a mangiare tutti insieme in osteria, la sera. Mica ogni famiglia chiusa tra le sue quattro mura, davanti ai vari monitor disseminati per casa, come loro stessi ormai da tempo facevano. A quel pensiero l’uomo afferrò il telecomando e spense la televisione con un gesto di stizza. Fanculo anche il telegiornale, che tanto diceva solo stronzate.

- E quindi - disse burbero rivolgendosi di nuovo al figlio - cos’è che sei diventato?

- Vegano - rispose il ragazzo.

- Sarebbe a dire?

- Non mangio più carne.

L’uomo sgranò gli occhi. Ora ricordava: si trattava di quella nuova moda ridicola, in voga tra gli adolescenti pallosi che protestavano contro il cambiamento climatico...

- Cazzate - disse al figlio. - Pensi di risolverli così, i problemi della società? Smettendo di mangiare carne?

- E pure il pesce. E il latte. E i suoi derivati.

L’uomo sospirò. Ormai non riusciva più a capire il mondo come un tempo, quand’era tutto più chiaro, più delineato: lavoratori da una parte e padroni dall’altra. Adesso, invece, i lavoratori stavano con gli amici dei padroni, mentre i padroni facevano finta di fare i progressisti. E in mezzo c’erano sti ragazzi con la fissa per l’ambiente... Un caos dove lui non riusciva più a orientarsi.

- Senti, Nicola - gli disse - tu per me puoi mangiare, o non mangiare, quello che vuoi. Ma sappi che, se lo fai per migliorare il mondo, hai sbagliato strada. Il mondo si migliora lottando contro i padroni, non contro la carne. La carne è stata una conquista, per noi lavoratori, ché prima eran solo loro, i padroni, che potevano permettersela!

- Ma ora non se la può permettere più nessuno, papà. Non è più sostenibile.

Ecco anche quell’altra parola! Sostenibile. Nicola e gli altri ragazzi come lui le imparavano su internet, non c’era dubbio. Era quello il nuovo male, altro che tivù...

- E perché mai? - rispose al figlio. - Finché ci saranno ancora quel minimo di diritti che ci siamo conquistati in decenni di lotta, potrà continuare a permettersela anche la gente come noi, la carne.

- Non è una questione di soldi, papà, ma di ambiente. Per produrre tutta la carne che mangia oggi la gente, bisogna allevare troppi animali, sempre di più, in modi sempre più intensivi. E gli allevamenti intensivi distruggono gli ecosistemi ed emettono gas serra. Lo sapevi che il novanta per cento della deforestazione mondiale è causata dagli allevamenti? E che gli allevamenti producono la metà dei gas serra emessi sul pianeta?

No, che non lo sapeva. Sapeva a malapena cosa fossero i gas serra, lui. Ma non glielo disse. Per quanto si trattasse di cose poco importanti, non gli andava di apparire ignorante agli occhi del figlio.

- E con questo?

- Diventare tutti vegani è la strada più rapida per evitare il disastro climatico. Diventare vegani e ridurre le nascite.

Il padre, chiudendo gli occhi, si portò pollice e indice alle tempie, provato da quei ragionamenti strampalati. Nicola sarebbe di certo finito come quei giovani, sempre di più, che decidevano di non fare figli. Ci mancava solo che diventasse gay, e il quadro sarebbe stato completo.

- Ridurre le nascite? Ma di cosa parli? Lo sai che nascono sempre meno bambini? Chi li manterrà, i vecchi, in futuro? Eh?

- In Italia, papà. Ma al mondo ne nascono fin troppi. Ogni giorno, più di duecentomila, lo sapevi? Non è più sostenibile.

- È pronto! - disse Luisa a voce alta, dalla cucina.

Padre e figlio smisero di parlare, si alzarono e andarono a sedersi a tavola.

La donna servì loro i piatti e poi si sedette pure lei.

- E quella cos’è? - le domandò il marito guardando il piatto del figlio.

- Cotoletta vegetale - rispose la moglie. - Nicola non mangia il pollo. È diventato vegano.

L’uomo fissò il piatto del figlio ancora per un istante, poi fissò il figlio, infine la moglie.

- Sarete mica in combutta, voi due?

Madre e figlio si guardarono e sorrisero in modo sospetto.

- Macché combutta - rispose lei. - Il pollo io lo mangio, vedi? Anche se quelle cotolette vegetali, devo dire che non sono niente male. Vuoi assaggiarne?

- Nemmeno per sogno - disse l’uomo, e iniziò a mangiare la sua coscia di pollo senza aggiungere altro.

I tre se ne restarono in silenzio per qualche minuto.

- Papà? - disse a un tratto Nicola.

Il padre alzò lo sguardo dal piatto.

- Che c’è?

- Domani sera volevo portare qui a cena Cristina.

L’uomo guardò la moglie, che continuava ad avere in faccia quello strano sorriso. Poi tornò a fissare il figlio.

- E chi è Cristina?

- La mia ragazza.

Gli occhi dell’uomo s’illuminarono. Per la prima volta, quel giorno, sorrise. Almeno, si disse esultante, suo figlio non era gay.

- La tua ragazza? Ma certo! Che venga pure!

- È vegana anche lei - disse il figlio.

Il sorriso del padre si affievolì e infine scomparve.

- Ah.

- Sì. Per cui ti chiederei un favore.

- Un favore? Quale favore?

- Io e mamma abbiamo pensato a una cena che metta Cristina a suo agio. Sai, lei è ancora più attenta di me, su certe cose…

Il padre guardò la moglie. Quel sorriso era sempre lì, sempre più largo.

- E secondo voi anch’io dovrei...

- ... mangiare vegano - completarono la frase madre e figlio.

L’uomo, affranto, fissò dentro la padella l’ultima cotoletta vegetale rimasta.

- Quella roba lì? - domandò.

- Anche - disse la moglie. - Ma non solo. Ho dato un’occhiata al libro di ricette vegane che mi ha regalato Nicola, e ce n’è davvero di tutti i tipi. Alcune sembrano davvero buone!

L’uomo chiuse gli occhi e si portò di nuovo pollice e indice alle tempie.

- Ma se non ti va, papà, fa niente - disse il figlio. - Vorrà dire che Cristina non viene...

Il padre riaprì gli occhi e tornò a fissare torvo il ragazzo. Sorrideva anche lui, ora. Altro che combutta. Quella tra il figlio e sua madre era addirittura una santa alleanza.

Poi, con uno scatto, prese la forchetta e infilzò la cotoletta vegetale. Se la portò alla bocca e ne addentò un pezzo minuscolo. Lo masticò piano, come se stesse mangiando qualcosa di velenoso. Infine mandò giù.

- Il pollo è un’altra cosa - sentenziò severo dopo alcuni secondi.

Madre e figlio non risposero.

- Ma è vero che, alla fine, sta roba non fa poi così schifo. Cristina può venire.

Nicola si alzò e corse ad abbracciare il padre.

- Ti voglio bene, papà - gli disse. - E ricordati che non c’è giustizia sociale senza quella ambientale.

Era di certo un altro slogan dei loro, si disse l’uomo. Non c’è giustizia sociale senza quella ambientale, ripeté mentalmente. Il socialismo, come il pollo, era un’altra cosa. Ma doveva ammettere che quello slogan era un po’ come la cotoletta vegetale: alla fine, poi così schifo non faceva.

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giovedì 24 novembre 2022

Come i brand del lusso si prendono le città - Sarah Gainsforth

 

Dalla metà degli anni ottanta aziende e grandi marchi della moda hanno cominciato a investire nel restauro dei beni culturali per ottenere un ritorno d’immagine. Oggi il confine tra la tutela e la sottrazione dello spazio pubblico è sempre più sfocato

Ai piedi del Palatino, nel centro di Roma, c’è una piazza pubblica chiusa da una cancellata. Dietro ci sono una fontana, panchine di travertino, cipressi e l’arco di Giano, un arco a pianta quadrata di epoca costantiniana. La soprintendenza speciale di Roma ha chiuso la piazza dopo che il 28 luglio del 1993 un’autobomba è esplosa di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro, alle spalle dell’arco.

Sulle sbarre della cancellata c’è una targa messa dalla soprintendenza. Sopra c’è scritto: “Alda Fendi dona a Roma la luce dell’arco di Giano ideata da Vittorio e Francesca Storaro”. È datata 11 ottobre 2018, il giorno dell’inaugurazione della Rhinoceros gallery, una galleria aperta dalla fondazione Alda Fendi Esperimenti in un grande edificio che affaccia sulla piazza. Per l’evento, infatti, l’arco di Giano è stato illuminato con un disegno di luci ideato dai coniugi Storaro e nella piazza chiusa è comparsa la scultura di un rinoceronte.

Intorno alla metà degli anni ottanta aziende, brand di lusso e grandi marchi della moda hanno iniziato a creare fondazioni collegate ai gruppi aziendali per investire nel restauro di beni culturali. Le fondazioni d’arte, espressione del mecenatismo d’impresa, investono nella promozione culturale per ottenere un ritorno d’immagine e, da questo, un vantaggio economico indiretto.

“La logica è quella della sponsorizzazione: i privati finanziano un soggetto o un artefatto che incarna dei valori considerati socialmente positivi e condivisibili, associandosi a questi valori e rafforzando la propria identità. È un meccanismo di rispecchiamento valoriale”, spiega Sabina Addamiano, consulente di marketing e management culturale e docente dell’università Roma Tre.

Oggi però il confine tra la tutela e la creazione di valore economico dal suo sfruttamento, è sempre più sfocato. È in questa zona grigia che operazioni di privatizzazione di beni pubblici sono presentate come iniziative di mecenatismo e di restituzione ai cittadini.

Nel novembre del 2021 Fendi ha annunciato la riapertura della piazza e dell’arco. “La mia fondazione è felice di aprire al pubblico la prestigiosa area dell’arco di Giano e di favorire la fruizione di un importante monumento”, ha scritto Alda Fendi in un comunicato congiunto con la soprintendenza. Il ruolo degli enti appare ribaltato. “Da vent’anni ho esplorato il mondo dei Fori Imperiali lasciando testimonianze artistiche e spettacolari. Ringrazio il soprintendente speciale Daniela Porro per la sua lungimiranza”, prosegue Fendi. La piazza, pubblica, viene lasciata aperta per quattro ore a settimana.

Una finta restituzione

Due ampie sale al piano terra, forse un tempo magazzini, ospitano il cuore della Rhinoceros gallery. Le ante di legno dei vecchi portoni sono conservate, con tanto di graffiti, dietro uno strato di vetro. Acciaio, metallo, vetro e mattoni nudi sono i materiali più usati per la ristrutturazione minimalista. La galleria ospita, uno alla volta, quadri importanti. Proiezioni di filmati animano le pareti dello spazio espositivo che si snoda su tre piani, tra le ventiquattro residenze affittate anche a oltre mille euro a notte. Sulla terrazza c’è un ristorante dove si organizzano eventi.

Quando cala il sole l’immagine di Alda Fendi viene proiettata su una parete esterna dell’edificio, restaurato nel 2017 con un progetto dello studio Jean Nouvel. La ristrutturazione, si legge nella scheda del progetto sul sito Archilovers, sarebbe un’operazione di “riqualificazione e recupero”, in “un’ottica di risanamento” dell’area, che “rientra in una serie di interventi donati da Alda Fendi alla città di Roma”.

Prima di ospitare la galleria l’edificio in via del Velabro 9 era stato destinato a case popolari. Ma dopo una causa legale persa dal comune di Roma contro i proprietari originari del palazzo, espropriato e indennizzato nel 1938, le famiglie che vi abitavano sono state trasferite. L’indennità che alla fine di un’articolata vicenda giudiziaria fu pagata al comune dai proprietari per rientrare in possesso palazzo sarebbe stata “assolutamente inadeguata rispetto al valore dell’immobile”, si legge in un ordine del giorno del consiglio comunale dell’11 dicembre 2006.

Gli stabili accanto hanno storie simili. Il palazzo in via del Velabro 5 è stato venduto all’asta dal comune nel 2003 per appena 377mila euro. In fatto di doni, insomma, il comune di Roma può competere con Fendi. Se si indaga la storia di questi edifici, infatti, si scopre che la loro rigenerazione è stata preceduta da uno svuotamento e da un declino a cui non è estranea la responsabilità della pubblica amministrazione.

 “I processi che causano la fuga dei residenti vengono promossi dai media e da tutti quelli coinvolti come l’esatto contrario: come una restituzione”, spiega Paola Somma, docente di urbanistica all’università Iuav di Venezia oggi in pensione. Somma ha raccontato una delle principali operazioni di privatizzazione conclusasi a Venezia, presentata dalla stampa come “restauro, riparazione, rinnovo, riconfigurazione, rilancio, rinascita e perfino rianimazione”.

L’intervento ha riguardato l’edificio simbolo di Venezia, eretto a spese dell’erario pubblico nella prima metà del cinquecento nell’unica piazza della città, quella di San Marco: l’edificio delle Procuratie vecchie, dove un tempo abitavano i procuratori. Assicurazioni Generali ha acquistato l’edificio e dal 1832 vi ha insediato i propri uffici. Nel 1989 li ha trasferiti altrove e nel 2015 ha ottenuto la rimozione della destinazione a uso pubblico di una parte dei locali prima destinati a uffici giudiziari.

“L’intesa fu ulteriormente ‘ritoccata’ dal nuovo sindaco Luigi Brugnaro che, oltre a rendere meno vincolanti le destinazioni d’uso, introdusse la concessione per alcune attività commerciali”, ricostruisce Somma. Nel 2017 Generali ha annunciato il restauro del palazzo, affidato all’architetto David Chipperfield.

L’intervento, che ha frazionato lo spazio in dieci unità indipendenti (inizialmente si ipotizzò di farne appartamenti di lusso) è stato salutato dal sindaco come una “grande operazione di generosità culturale”, ha scritto Somma. Le Procuratie vecchie sono oggi sede di The human safety net, una fondazione creata da Generali per “liberare il potenziale delle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità”. Si possono visitare pagando un biglietto intero di 12 euro. L’accesso è gratuito per i residenti ogni giovedì.

Spesa per la cultura

L’operazione di Generali era stata preceduta nel 2014 dalla concessione dei giardini Reali, uno spazio di verde pubblico che affaccia sul bacino di San Marco, a una fondazione privata, la Venice gardens foundation – per “restituirli a Venezia”, secondo il Sole 24 Ore.

Il ministero della cultura aveva da poco introdotto l’art bonus, un meccanismo di incentivazione di donazioni private in favore del patrimonio culturale in cambio di detrazioni fiscali. Gli interventi sono scelti dai donatori. A Venezia, in cambio della promessa di una donazione tramite l’art bonus, la Venice gardens foundation ha ottenuto la concessione senza gara dei giardini per 19 anni a un canone di 2mila euro al mese.

Oltre a usare lo spazio per eventi artistici, la fondazione vi ha costruito alcune strutture per la vendita di prodotti commerciali. Secondo l’allora soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia, Renata Codello, l’affidamento dello spazio pubblico alla fondazione sarebbe stato “quasi un regalo di Natale per la città”, ricorda Somma.

Nell’arco dei dieci anni precedenti l’introduzione dell’art bonus, il bilancio del ministero della cultura era diminuito di oltre il 30 per cento, secondo dati di Federculture, e l’anno prima, nel 2013, erano state affidate al ministero anche le competenze per il turismo, poi scorporato nel 2021, senza un aumento di risorse.

Da allora i bilanci del ministero sono cresciuti ma ancora oggi la spesa per la cultura è modesta, nonostante l’Italia detenga il primato mondiale di beni classificati come patrimonio Unesco, di cui 29 sono città, secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat).

Per i servizi culturali, che includono la tutela e la valorizzazione del patrimonio, nel 2019 l’Italia ha speso poco più di cinque miliardi di euro – la Francia ne ha spesi 16,8. Un dato che, spiega l’Istat, pone l’Italia in fondo alla classifica europea per spesa in servizi culturali. I bilanci previsionali 2021 e 2022 del ministero della cultura si attestano tra i 3 e i 4 miliardi di euro.

Nel 2021 attraverso l’art bonus i privati hanno destinato 663,3 milioni di euro a favore di musei, monumenti, siti archeologici e fondazioni lirico sinfoniche. Nei primi quattro mesi del 2022 le donazioni hanno raggiunto i 681,5 milioni di euro.

Ma la distribuzione territoriale dei contributi privati è profondamente diseguale: il 37 per cento va alla Lombardia. Nel 2019 l’81 per cento delle erogazioni è stato destinato alle regioni del nord. E l’importo, a cui andrebbe sottratto il credito d’imposta, non compensa la diminuzione della spesa in cultura dei comuni, passata da 2,6 miliardi di euro nel 2005 a poco più di 2 miliardi nel 2019.

Vietato sedersi

Nel 2013 il sindaco di Roma Gianni Alemanno fece appello al mecenatismo privato dopo il distacco di alcuni frammenti dalla Fontana di Trevi. Fendi colse l’occasione e lanciò il programma Fendi for fountains per il restauro di alcune fontane monumentali a Roma. Il sindaco definì l’accordo, che non prevedeva una ricompensa pubblicitaria, “un dono assoluto”. Il restauro della Fontana di Trevi si concluse proprio in concomitanza con i novant’anni della maison, che organizzò una sfilata di moda su una passerella di plexiglass trasparente collocata sopra le sue acque.

Così uno dei monumenti più celebri al mondo è diventato un set per la casa di moda, assicurando un ritorno d’immagine difficile da quantificare. “Le pubbliche amministrazioni si presentano con il cappello in mano agli sponsor perché non hanno la consapevolezza del valore di immagine di quello che maneggiano. Altrimenti avrebbero un potere contrattuale ben superiore”, commenta Addamiano.

A luglio scorso la scalinata di Trinità dei Monti, in Piazza di Spagna, ha fatto da sfondo per la sfilata della maison Valentino. “Per noi il giving back, il restituire, è un valore cruciale”, ha affermato l’amministratore delegato di Valentino in un comunicato ripreso dalla stampa. “Per questo motivo ridaremo le due palme distrutte dai parassiti a piazza di Spagna e termineremo la serata con un ricevimento alle Terme di Caracalla, di cui finanzieremo il restauro architettonico” ha aggiunto.

La maison ha pagato l’occupazione del suolo pubblico per la sfilata, ha fatto sapere a L’Essenziale Mariano Angelucci, consigliere comunale e presidente della commissione turismo di Roma. Il costo per l’affitto della scalinata, secondo il tariffario consultabile nell’ultimo bilancio di previsione finanziario pubblicato sul sito del comune di Roma, è di 15mila euro al giorno. Questo è il canone per quella che tecnicamente si chiama “concessione in uso strumentale e precario” di spazi museali, aree archeologiche, piazze e ville, rilasciata dalla soprintendenza capitolina “nell’ambito dell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale”.

 

Le tariffe vanno da 15mila euro per l’affitto di beni come la scalinata di Trinità dei Monti, piazza del Colosseo e il Circo Massimo – dove al comune spetta una percentuale del 5 per cento sui biglietti venduti per gli eventi a pagamento, come i numerosi concerti lì organizzati – a cinquemila euro per affittare l’isola Tiberina, villa Borghese e alcune piazze come Campo de’ fiori, quattromila euro per alcune ville storiche come villa Pamphili, duemila euro per la Casina dell’orologio a villa Borghese. Anche i diritti di riproduzioni fotografiche e per riprese effettuate in diverse località, classificate in base al pregio, sono soggetti a concessioni per cui sono elencate le relative tariffe.

Alcune zone della città sono diventate fruibili solo a pagamento. A inizio settembre un turista statunitense ha ricevuto una multa di 450 euro per essersi seduto a mangiare un gelato sui gradini di una fontana storica nel centro di Roma. Il regolamento di polizia urbana, approvato nel 2019, vieta infatti di “sedersi, anche consumando cibi e/o bevande, sui beni del patrimonio storico, artistico, archeologico e monumentale e sul suolo pubblico o privato (…) al di fuori degli spazi attrezzati e consentiti per la somministrazione”.

Insomma in alcune delle piazze più belle di Roma si può stare seduti solo prendendole in affitto o consumando qualcosa a pagamento, a uno dei tavolini dei bar per i quali gli esercenti pagano una tariffa di occupazione del suolo pubblico pari a 2 euro al metro quadro al giorno, neanche il costo di un caffè. La tariffa annua standard è pari a 74,40 euro al metro quadrato, quella giornaliera è di 2,01 euro; questa tariffa varia, di poco, in base ad alcuni coefficienti, anche in base alla posizione nel territorio comunale, diviso in quattro categorie. Per le zone di pregio è prevista una tariffa speciale, aumentata del 50 per cento.

Secondo Paolo Gelsomini, presidente del coordinamento residenti della città storica, le ragioni degli abitanti contano sempre meno in quello che definisce “un processo di monetizzazione dello spazio pubblico”.

Set cinematografici

Se il centro di Roma, oggi invaso di tavolini, è diventato uno sfondo per eventi privati, i set veri e propri, quelli cinematografici, sono esentati dal pagamento del suolo pubblico, nonostante i notevoli disagi che provocano, quando le riprese si svolgono “prevalentemente nel territorio di Roma”.

Una delibera del 2001, poi modificata nel 2004, ha infatti previsto alcuni incentivi, come la gratuità del suolo pubblico in questi casi, per promuovere le riprese che “valorizzano la città di Roma”. Ma proprio intorno all’immagine, e al diritto di immagine di beni pubblici, si è prodotto un salto di scala nello squilibrio tra tutela e mercificazione dei beni culturali.

Nel 2016 il coordinamento del Roma pride promosse una campagna pubblicitaria per il Gay pride utilizzando il palazzo della civiltà italiana come sfondo. Fendi chiese l’immediato ritiro delle immagini. Il gruppo che detiene il marchio Fendi, LVMH, aveva infatti firmato tre anni prima un contratto di locazione per gli oltre ottomila metri quadri dell’edificio monumentale con Eur spa, società proprietaria partecipata da enti pubblici.

Il canone è stato fissato a 2,8 milioni di euro l’anno, per 15 anni. L’incidente con il Roma pride fu superato ma il comunicato che seguì non faceva che confermare il problema, considerato che Fendi scrisse che autorizzava “l’utilizzo del palazzo” per la campagna pubblicitaria. Il palazzo, però, è pubblico.

Anche l’accordo firmato nel 2011 per il restauro dell’anfiteatro Flavio, o Colosseo, tra il ministero, la soprintendenza e il gruppo Tod’s di Diego Della Valle, ha concesso a Della Valle il diritto in esclusiva dello sfruttamento dell’immagine del Colosseo per 15 anni. È questo l’accordo che, secondo Andrea Natella, sociologo ed esperto di marketing e comunicazione, ha ribaltato il meccanismo della sponsorizzazione. Fino ad allora, infatti, questo tipo di contratti prevedeva forme di pubblicità relativamente discrete per le aziende private.

“L’accordo di sponsorizzazione per il restauro del Colosseo, invece, modifica radicalmente l’equilibrio tra le parti: attraverso la concessione in esclusiva del diritto d’immagine, il bene pubblico diventa un mezzo pubblicitario per lo sponsor privato. Il rapporto tra le parti si capovolge”. In più, puntualizza Natella, la concessione del diritto d’immagine del monumento più celebre al mondo è avvenuto per soli 25 milioni di euro. “Nel mondo della pubblicità si tratta di briciole”.

Oggi le aziende private non sono neanche più interessate a sponsorizzare il restauro del patrimonio culturale. Piuttosto, spiega Addamiano, affittano spazi prestigiosi per costruirci eventi perché questo ha un impatto mediatico maggiore. E più che investire in opere esistenti, spesso le aziende finanziano la creazione di nuovi monumenti collocati nello spazio pubblico, anche strumentalizzando istanze come quella femminista.

Ludovica Piazzi, del collettivo Mi Riconosci?, ricorda che l’ormai celebre statua della Spigolatrice di Sapri, inaugurata a settembre 2021 in provincia di Salerno, è stata finanziata da una fondazione legata a una banca. La statua di Margherita Hack a Milano è stata pagata da Deloitte, azienda che si occupa di finanza e consulenza. “Da Bologna a Modena stanno spuntando statue dedicate ai tortellini, al parmigiano, al lambrusco, pagate dalle aziende e presentate come operazioni di riqualificazione delle rotatorie dove sono collocate”, spiega Piazzi.

A fine luglio il palazzo della civiltà italiana ha fatto da sfondo a una festa partecipata da diecimila tifosi per l’acquisto di un nuovo giocatore da parte della squadra di calcio As Roma. Sul palazzo sono state proiettate luci gialle e rosse e il logo della squadra. Il problema, secondo Addamiano, è che eventi temporanei e nuovi monumenti dall’alto potere simbolico modificano la percezione e la memoria di un luogo, dandogli un nuovo significato. E i mezzi d’informazione promuovono questo slittamento.

“Un bene è comune se la collettività lo sente come tale. Se diventa un feticcio turistico, la nostra relazione con quel bene si interrompe e non ce ne occupiamo più”, dice ancora Addamiano. L’oblio di cui soffrirebbero parti di città è il frutto non di un disinteresse diffuso ma del sottofinanziamento dei beni culturali e di strategie di marketing che modificano la percezione dei luoghi sottraendoli alla collettività. E se i beni comuni sono tali in relazione a una comunità che li usa e ne ha cura, oggi in molti casi questa comunità non c’è più.

In questo contesto la ripresa del turismo sta portando a un cambio di paradigma nella privatizzazione della città. “Il conflitto adesso non è più tra residenti e turisti, ma tra turisti ricchi e turisti poveri. Il residente non conta più nulla”, sostiene Somma. “Non c’è più opposizione. I comunicati di enti pubblici e privati, rilanciati dalla stampa, presentano la spoliazione di beni come una restituzione. Il capitalismo ci porterà via tutto, ma con il nostro consenso”. ●

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sabato 19 novembre 2022

VIA LIBERA DELLA FDA ALLA CARNE SINTETICA DI BILL GATES. L’INCUBO “FOODKESTEIN” È REALTÀ - Gloria Callarelli

Avanza l’agenda mondialista: la FDA, Food and Drug Administration, ha dato il suo primo via libera alla carne coltivata in provetta.

Il 16 novembre, infatti, Robert M. Califf, MD, Commissario MACC per alimenti e farmaci – Food and Drug Administration e Susan T. Mayne, Ph.D. Direttore – Centro per la sicurezza alimentare e la nutrizione applicata (CFSAN), hanno rilasciato un comunicato nel quale si parla espressamente di come la “FDA stia stimolando l’innovazione per il cibo umano dalla tecnologia delle colture cellulari animali”. In altre parole è arrivata la benedizione…o sarebbe meglio dire la maledizione: non ci sono controindicazione alla commercializzazione della carne sintetica. Dopo le cavallette e i vermi, dunque, che evidentemente costituiscono solo un antipasto per la Grande Famiglia Addams al comando del mondo, ecco il secondo piatto forte.

La decisione in seguito alle richieste della Upside Foods, azienda (pseudo)alimentare che ripropone esattamente l’agenda e i ritornelli globalisti a trazione 2030. E non a caso. Tra le partnership dell’azienda vi leggiamo nomi che abbiamo imparato bene a conoscere in questi mesi: SoftBank Group, holding finanziaria multinazionale giapponese, Temasek, società d’investimenti del governo di Singapore, Norwest e Threshold Ventures, società di venture capital, Tyson Foods, multinazionale statunitense della carne, Bill Gates, che non ha bisogno di presentazioni, Sir Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin, Kimbal Musk, fratello minore di Elon e ristoratore, e Whole Foods, società alimentare statunitense che gestisce centinaia di supermercati. Persone ed enti che prediligono di sicuro i romanzi distopici e fantascientifici ma che evidentemente non disdegnano nemmeno quelli horror di Mary Shelley.

E lo capiamo se analizziamo in profondità di cosa stiamo parlando realmente. Con sconcertante naturalezza, nel sito dell’azienda Upside Foods scrivono: “Stiamo esplorando l’ottenimento di cellule da una varietà di metodi, tra cui biopsie di animali vivi, uova, pesca e animali macellati di recente che facevano già parte del sistema alimentare. I nostri primi prodotti commerciali saranno prodotti utilizzando cellule di uova di gallina fecondate“. Se non vi basta a farvi passare l’appetito, proseguiamo: “UPSIDE Foods ha sviluppato un terreno di coltura cellulare brevettato, o mangime cellulare, costituito da composti comuni presenti nei mangimi per animali e nel cibo umano, inclusi amminoacidi, acidi grassi, zuccheri, oligoelementi, sali e vitamine. Questi ingredienti ci permettono di nutrire le cellule con lo stesso tipo di nutrienti che entrerebbero nel corpo di un animale. La principale differenza tra nutrire un animale vivo e nutrire le nostre cellule è la dimensione dei componenti. (Ad esempio, mentre un pollo vivo viene nutrito con mais, che è composto da carboidrati e proteine, noi alimentiamo direttamente le nostre cellule con carboidrati e proteine“. E aggiungono: “Miriamo a portare sul mercato prodotti privi di componenti animali il prima possibile”.

Che Dio ce ne scampi (va da sè), ma qualcuno mi spiega che vuol dire carne senza componenti animali? Io qui vedo solo un accostamento senza senso, una follia, un ossimoro. Naturalmente il tutto condito in salsa ambientalista: nessun riferimento all’uomo, nessuna analisi etica o morale di tutto ciò. Certo: l’importante è salvare il pianeta in pericolo (almeno questo è il leit motiv) chissenefrega se questo cibo può piuttosto mettere in pericolo, distruggere o fare del male all’uomo, che ovviamente in pericolo non è ed anzi è il responsabile da biasimare.

Il cinismo con cui queste entità parlano è scioccante. Si preconizza la società de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, della produzione in serie, del controllo in ogni filiera, persino della vita umana. Da principio erano le auto. Oggi in serie si fabbricano embrioni. E dunque perchè no alla produzione in serie di alimenti finti? Una visione estremamente profetica quella di Huxley che anticipa le tecnologie genetiche e la dimensione distopica della società odierna. Utero in affitto e carne sintetica, appunto, gli ultimi traguardi. Il tutto sotto la rassicurante etichetta della “sicurezza”. Si legge nel comunicato FDA: “Il mondo sta vivendo una rivoluzione alimentare e la Food and Drug Administration degli Stati Uniti è impegnata a sostenere l’innovazione nell’approvvigionamento alimentare. Prima che questo alimento possa entrare nel mercato, anche la struttura in cui viene prodotto deve soddisfare i requisiti applicabili del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) e della FDA. L’USDA-FSIS supervisionerà la lavorazione e l’etichettatura post-raccolta dei prodotti alimentari umani derivati ​​dalle cellule del bestiame e del pollame. Questo approccio normativo strettamente coordinato garantirà che i prodotti di coltura cellulare derivati ​​dalle linee cellulari di bestiame e pollame soddisfino le normative federali e siano accuratamente etichettati“. Requisiti, supervisione, garanzia, normative, etichette. Ma che bello questo mondo ingegnerizzato, controllato, protetto, sicuro, bollato.

Questo gradino è solo l’ultimo della scala infernale in cui questi signori agiati, esaltati e annoiati si stanno divertendo un mondo a spingerci. Bisogna che cominciamo a porci seriamente delle domande e a dire no. Ma davvero vogliamo questa vita ipertecnologica? Davvero vogliamo una vita cosi controllata? Schedati a vita dal green pass, da un chip che se non mangi pollo di plastica ti toglie punti premio e magari ti priva un giorno di tutto, libertà compresa? Non ci credete? Non è forse già successo con il Covid? Davvero vogliamo sostituire l’umano con il transumano? Il cibo con il transcibo? Sappiamo a cosa andiamo incontro? Davvero possiamo essere certi che una tale produzione non abbia sulla salute dell’essere umano e sull’intero Creato un impatto devastante o ancora effetti collaterali letali?

La propaganda perfetta del cibo finto che potremmo ribattezzare tranquillamente “Foodkestein” così “buono” per l’ambiente è inoltre già smentita da associazioni quali ad esempio Coldiretti che subito in una nota precisa: “Non è carne ma un prodotto sintetico e ingegnerizzato, non salva gli animali perché viene fabbricata sfruttando i feti delle mucche, non salva l’ambiente perché consuma più acqua ed energia di molti allevamenti tradizionali, non aiuta la salute perché non c’è garanzia che i prodotti chimici usati siano sicuri per il consumo alimentare”.

La speranza è che il popolo si svegli e la smetta di correre a mo’ di capra dietro tutto ciò che è moda, che è presentato con cuoricini, retorica, buonismo e parole infiocchettate. Perchè la propaganda diabolica annienta il nemico e lavora per indorare la pillola. Che il popolo cominci a prendere coscienza di cosa vuol dire transizione ecologica, digitale, agenda 2030, cibo sintetico, riduzione della popolazione, gender e chi più ne ha più ne metta. Che la smetta di seguire la televisione e personaggi discutibili. Teorie folli sulla sovrappopolazione, sul cambiamento climatico, sull’uomo che inquina e su Dio che non esiste. Che cerchi la verità, prima con la V maiuscola e poi con la v minuscola. E che magari si impegni in prima persona a capire e poi a far capire, facendo la propria parte, che la fantascienza è qui e ora, hic et nunc. La rivoluzione possiamo farla anche noi. Non ci credete? Rifiutiamo tessere premio, schedature da allevamenti in serie, progressismo distruttivo. Continuiamo a mangiarci la bistecca sana e torniamo ai prodotti della Terra, a km 0 o a negozi di vicinato: saremo sani, liberi e forti. E lasciamo anche perdere l’horror, al massimo releghiamolo a lettura nei tempi (tanto per restare in tema) morti. E cerchiamo piuttosto il buono che c’è. La conoscenza e la verità salveranno il mondo dalla scienza fatta a pezzi di questi novelli dott. Frankestein.

Di Gloria Callarelli, fahrenheit2022.it

Gloria Callarelli. Nata a Vittorio Veneto (TV), si è laureata in “Scienze della comunicazione e produzione multimediale” all’Università di Padova. Ha esordito come giornalista televisiva per poi dedicarsi per un periodo al cartaceo e infine all’online, dove scrive stabilmente dal 2011 per un quotidiano nazionale e per diverse realtà dell’informazione indipendente. Frizzante, forte e battagliera difende da sempre i valori della vita, della famiglia, della fede e delle libertà contro la piaga del mondialismo: temi che l’hanno convinta a più riprese anche a partecipare attivamente alla vita sociale e politica del proprio Paese. Appassionata di arte, storia, letteratura, politica, è costretta ad avere sempre a portata di mano un taccuino o un cellulare per appuntare le sue poesie. E’ moglie e mamma.

Link fonte: https://fahrenheit2022.it/2022/11/19/via-libera-della-fda-alla-carne-sintetica-di-bill-gates-lincubo-foodkestein-e-realta/

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