martedì 14 giugno 2022

Mst occupa la sede della Bayer - Nicolau Soares

Circa cento giovani del Movimento dei lavoratori rurali senza terra (MST) hanno occupato la sede della multinazionale Bayer, a Jacareí, nella periferia di San Paolo, lo scorso venerdì. La protesta ha richiamato l’attenzione per l’uso dilagante di pesticidi in Brasile. Con striscioni, manifesti e slogan, il gruppo ha ricordato che Bayer è uno dei principali produttori di pesticidi al mondo e che esporta in Brasile sostanze vietate in altri paesi.

I partecipanti alla protesta hanno ricordato che una persona muore per avvelenamento da pesticidi ogni due giorni nel paese. Hanno anche evidenziato i progressi nel Congresso del disegno di legge 6299/2002, chiamato anche “Pacchetto veleno“, sostenuto con forza da parte dell’agrobusiness. “Il provvedimento apporta dure modifiche alla normativa vigente, facilitando la vendita e l’uso di sostanze altamente tossiche per la vita umana e la natura”, ha sottolineato MST sulle reti sociali. I partecipanti hanno manifestato, appiccando fuoco ai pneumatici accanto al logo dell’azienda all’ingresso della sede e verniciando a spruzzo la facciata dei locali.

In una nota inviata a Band, la Bayer si è detta a conoscenza delle “preoccupazioni dei manifestanti”, ma è convinta che “abbiamo bisogno di semi con tecnologia innovativa”. L’azienda ha inoltre dichiarato di essere “aperta al dialogo”.

Un rapporto di Brasil de Fato ha mostrato che Bayer è tra le società che hanno speso 2 milioni di euro a sostegno di un gruppo che cerca di influenzare le decisioni del potere pubblico per rilasciare più pesticidi. I dati sono stati raccolti dall’organizzazione ambientalista Amigos da Terra, che ha rivelato che gruppi come l’Instituto Pensar Agropecuária (IPA) ricevono denaro per promuovere l’uso di pesticidi e sminuire il ruolo dell’agrobusiness nella deforestazione del paese.

Insieme ad aziende come BASF e Syngenta, Bayer fa parte del Sindacato Nazionale dell’industria di Prodotti per la difesa Vegetale (Sindiveg), che lavora per cercare di approvare pesticidi considerati pericolosi, come il glifosato e il paraquat.

Interpellata da brasil de fato dopo la pubblicazione del report, bayer non ha risposto.

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domenica 12 giugno 2022

Dove si va in vacanza quest’estate? - Marco Arturi

 

Tra pochi giorni arriveranno i dati ufficiali dell’Istat sulla povertà assoluta in Italia. Vi anticipo le stime preliminari in due cifre: si parla del 7,5 per cento delle famiglie, per cinque milioni seicentomila persone in totale. Che tradotto nella lingua degli ignoranti come me significa una persona su dieci. Ma questi sono solo numeri, che non ci dicono cosa significhi davvero vivere sotto la soglia di povertà assoluta; cosa che forse molti di noi avrebbero bisogno di capire, sempre se gli avanza il tempo tra una prenotazione aerea e una cena al ristorante.

La povertà assoluta è una buca delle lettere piena da scoppiare perché chi ha più il fegato per guardarla, è uno che sta in casa ma non risponde al citofono, è un calendario appeso al muro scrostato intasato di appunti indecifrabili che guardi in continuazione sperando che i giorni della tua vita passino in fretta. È una nottata insonne seguita da un risveglio da incubo; è una domenica torrida e noiosa passata in un posto dove non c’è un cane per strada, è un gelato non comprato perché fa male alla pancia, è una macchina con la targa che comincia per DD che non può circolare nei giorni dei blocchi ecologici. È una multa raddoppiata perché chi cazzo aveva i soldi per pagarla e poi pensavo sarebbe andata meglio e invece, è i libri di tuo figlio tutti strappati e sottolineati perché li hai presi al Libraccio che chi aveva quattrocento euro da spenderci. È quando a scuola chiamano tuo figlio per dirgli che tu non sei in ordine coi pagamenti, è quando compri merda sapendo di comprare merda all’hard discount poi vai sul social e leggi le reprimende di quelli con la pancia piena che dicono che le cose costano troppo poco e che bisognerebbe comprare a chilometro zero. È uno sguardo basso di fronte a un capo che ti rimprovera di fronte ai passanti. È una camicia col collo liso, è una scarpa con la suola consumata, è i denti che mancano in bocca.

È molte altre cose ancora, come la solitudine e l’isolamento: perché in questo paese, anzi nella testa della gente di questo paese, la povertà è una colpa, un peccato da espiare, un’onta da risciacquare, un reato. Chi è povero in qualche modo – pigrizia, incapacità, ignoranza – se l’è meritata, quindi non rompesse troppo: non pretendesse aiuti da noi che lavoriamo duro e paghiamo le tasse, non si aspettasse nessun bonus che quelli servono a chi i soldi li ha già. Il cash chiama il cash e hai poco da citare i Clash, che qui siamo nella vita reale e se non ce l’hai fatta è un problema tuo.

Ecco perché nessuna prima pagina, vi anticipo anche questo, per il 9,4% di persone che in questo paese stanno sotto la soglia della disperazione: perché non ce ne frega niente. Abbiamo cose più importanti a cui badare, dalla guerra (che a qualcuno torna molto utile) a Dybala all’Inter passando per i prezzi degli ombrelloni. E a cinque referendum sulla giustizia (che nessuno andrà a votare) che non hanno niente a che vedere con la giustizia vera, che sarebbe anzitutto non lasciare solo chi è rimasto indietro.

L’importante è fingere di non vederlo, quell’uno su dieci che non ce l’ha fatta, altro che cercare di dargli una mano o pretendere che chi dovrebbe farlo lo faccia: e poi magari è povero anche perché non è stato disposto a diventare un servo come noi. E fingere di non sapere che essere povero può anche significare arrivare a pensare che la vita non valga la pena di essere vissuta. Ma questo è meglio non raccontarcelo che ci si guastano i pensieri, anzi volevo giusto chiedervi: dove si va in vacanza quest’estate?

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L’Età dei metalli e la guerra dei caricabatterie - Maria Morigi


Dopo l’età della pietra ci fu l’età dei metalli, quando gli uomini iniziarono a costruire gli utensili. L’età dei metalli si divide in età del rame (6000-3000 a.C.), età del bronzo (3000-1100 a.C.) ed età del ferro (a partire dal 1100 a.C.). Oggi, passando per l’età del carbone, del gas e del petrolio che hanno scatenato gli appetiti di controllo politico-energetico delle grandi potenze, siamo arrivati alla “età dei nuovi metalli” senza i quali è impossibile costruire una batteria o un cellulare: cobalto, nichel, manganese, litio, palladio, argento, grafite ecc. (tanto per semplificare).

 

Sulla risorsa dei metalli la Russia e l'Occidente sono in una vera e propria guerra economica, ma tutto il sistema globale deve fare i conti con le dipendenze da Mosca per molte materie prime strategiche. Alluminio, palladio e nickel sono mercati in cui si sta verificando una crescente criticità per la carenza di forniture dalla Russia. Inoltre la transizione energetica imporrà la più imponente ristrutturazione industriale della storia e porterà in cima alla richiesta dei mercati materie prime strategiche in cui in diversi casi la Russia è in testa alle catene di fornitura. Mosca infatti fornisce il 38% del palladio al mercato mondiale, garantendo un materiale chiave per le industrie dell'auto elettrica e delle tecnologie per la sostenibilità. Inoltre, copre il 6,1% della domanda di alluminio e nickel al mondo, detiene il 5,4% delle riserve mondiali di argento e il 10,6% della produzione del platino, altra risorsa tra le materie prime più strategiche

 

Per quanto riguarda l’Ucraina, al secondo posto in Europa per le riserve di gas, ha il 10% delle riserve mondiali di ferro, il 6% di titanio e il 20% della grafite. Ottava riserva al mondo di manganese (le cui miniere sono concentrate nel Donbass), nona di uranio, ha anche ingenti giacimenti di ossido di litio e miniere di nichel, cobalto, cromo, tantalio, niobio, berillio, zirconio, scandio, molibdeno, oro e grafite.

 

Non trascuriamo che i ¾ della produzione mondiale di litio, cobalto e terre rare si concentra in Cina, Repubblica Democratica del Congo e Australia, causando un preoccupante risvolto di strategie geopolitiche e forti impatti ambientali poiché l’estrazione e la lavorazione dei minerali richiede molta energia e crea un’enorme quantità di rifiuti.

 

Prometeia-APPIA (Piattaforma di analisi e previsioni dei prezzi delle materie prime) segnala nell'ultimo rapporto: "il mero effetto di trascinamento dei formidabili rincari intervenuti finora in alcuni mercati comporterebbe un rialzo di oltre il 27% nel 2022, che si andrebbe a sommare al notevolissimo incremento (+70% circa) già maturato nel corso del 2021".

 

Ed ormai è chiaro anche agli analfabeti (ma non alla UE o a Biden) che colpendo/escludendo la Russia si rischia uno shock economico mondiale. C’è poi da chiedersi, caro Occidente, dove credi che guarderà il futuro consumatore globale di ordigni? Guarderà a Est o ad Ovest del mondo? Dal momento che si registra che la produzione cinese di batterie per veicoli a nuova energia è aumentata del 183,5% rispetto all'anno precedente (notizia ANSA-XINHUA, 14 maggio 2022)... e che l’UE si adopera solo per decretare il caricabatterie universale…

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venerdì 10 giugno 2022

gli assassini della sanità pubblica sono instancabili

 

Medici in affitto per l’estate, tariffa a ora (altissima). Ecco la sanità del centrodestra - Alessandra Carta

 

Medici in affitto dal 1° luglio al 30 settembreMedici ‘comprati’ a tempo, come per primo, a metà maggio, aveva denunciato il capogruppo dei Progressisti, Francesco Agus. Adesso c’è la determina, pubblicata da Ares, l’Ats del centrodestra, con nome nuovo. Tecnicamente è una manifestazione di interesse che vale un passo a due tra l’assessorato alla Sanità, guidato da Mario Nieddu, e l’Azienda regionale della salute, con a capo la manager veneta Annamaria Tomasella, di fatto il braccio operativo della Regione sul fronte dell’assistenza medica e ospedaliera.”Il servizio – si legge nel documento – consiste nella gestione delle attività di gestione del Pronto soccorso, ovvero Punti di primo intervento con guardia medica attiva per turni di 12 o 24 ore, a seconda della richiesta. Il servizio deve essere gestito in maniera autonoma salve le indispensabili correlazioni con la struttura ospedaliera gestita dalla Asl”.

Nella determina, come fosse un acquisto di siringhe, invece sono medici, si parla di “fornitura del servizio medico di guardia attiva, per i dipartimenti di Emergenza/Urgenza” nei Pronto soccorso della Sardegna. C’è una tabella: accanto a ciascun presidio è indicata la spesa con il costo delle ore e il prezzo a base d’asta. Costo minimo: 80 euro l’ora (più Iva)…

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La sanità in appalto - Gianluigi Trianni

 

La notizia è dirompente. A Modena è stato pubblicato un avviso di bando per la fornitura temporanea in via d’urgenza di servizi ospedalieri di ostetricia e ginecologia dell’Area Nord dell’Azienda USL e in particolare per Mirandola, per cinque mesi, rinnovabili per altri cinque, per una base d’asta di oltre 500 mila euro! La stessa Azienda Usl di Modena e quella di Reggio Emilia pubblicano avvisi per la fornitura di servizi medici ospedalieri, ricalcando il percorso già adottato per l’emergenza urgenza di Ferrara. Siamo – si noti – in provincie e in una regione il cui servizio sanitario pubblico gode, nell’immaginario collettivo, di un credito non piccolo. E, dunque, alcune considerazioni si impongono.

È, a dir poco, irresponsabile privatizzare l’assistenza sanitaria negli ambiti ospedalieri dell’emergenza e della maternità introducendo nel servizio sanitario pubblico variabili di direzione clinico-organizzativa ingestibili, per disomogeneità di competenze e di tipologia ed entità delle remunerazioni, con inevitabili ripercussioni negative sulla sicurezza, qualità, gratuità ed universalità delle cure. Chiunque coglie l’inadeguatezza tecnica e istituzionale di direzioni aziendali incapaci di lanciare per tempo ai decisori politici che le hanno direttamente scelte segnali della difficoltà di mantenere servizi sanitari pubblici che datano da decenni, e di progettare altro che non siano tagli di attività e di organici pubblici, giochetti mistificanti la reale dimensione delle liste di attesa e ricorso ad appalti al privato per qualsiasi cosa. Come non ricordare il depotenziamento o la chiusura dei piccoli ospedali e delle in tutta l’Emilia-Romagna senza la preventiva organizzazione di strutture e di percorsi assistenziali alternativi basati sulla relazione clinico organizzativa tra Case della Salute/Comunità e grandi Ospedali poli distrettuali? (La Casa della Salute di Castelfranco Emilia, peraltro in un edificio ormai vetusto, è una pregevole eccezione e un modello non seguito). È grottesco che il PD, il presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini e il suo assessore Donini rilascino dichiarazioni come se la responsabilità politica non fosse anche loro e dei loro predecessori, come se non avessero mai appoggiato la politica di tagli della spesa sanitaria nazionale in epoca pre-Covid 19, come se oggi non fosse necessario imporre una svolta al Governo e alla maggioranza sul finanziamento della sanità invece che assecondarlo col taglio di servizi e personale del pubblico e sua privatizzazione con gli appalti!

Ma c’è di più. È indispensabile togliere il numero chiuso per tutti corsi di laurea (medici, infermieri, altro personale d’assistenza) delle facoltà e dei dipartimenti universitari di medicina e chirurgia e senza attardarsi in espliciti o impliciti pensieri sulla concorrenza sul mercato del lavoro e sulla sua capacità di tutelare stipendi in sanità, tanto neocorporativi e neo-liberali quanto ottusi nelle attuali società della conoscenza e della ricerca. Anche perché è eticamente inaccettabile, non solo per la sanità pubblica italiana, ma anche per quella privata, “rubare”, pur se in emergenza e costi quel che costi, personale sanitario ad altri paesi, magari in via di sviluppo e le cui popolazioni hanno gli stessi diritti alla salute della nostra, in un’epoca nella quale le competenze professionali per la salute sono vieppiù centrali per la sopravvivenza di intere popolazioni nel villaggio globale, ormai tale non solo per i movimenti di capitale e di merci ma anche delle patologie! È, dunque doveroso chiedersi con quali argomentazioni e con quale etica pubblica il Ministro dell’Università e i Rettori delle Università Italiane si limitano a dire che nella situazione attuale delle università pubbliche italiane è impossibile formare più laureati invece di programmare e richiedere le risorse necessarie a renderlo possibile in Italia, in concorso indispensabile con il SSN, informandone l’opinione pubblica.

Dove ci porteranno il Governo Draghi, il ministro alla Salute Speranza e la loro maggioranza, indistinguibile se non a parole dalla opposizione di centro-destra quanto a politiche di incremento ingiustificato della spesa per armamenti e di privatizzazione dei servizi pubblici, da ultimo anche per la sanità con il cosiddetto DDL Concorrenza? Forse all’autonomia regionale differenziata per una più efficace e capillare privatizzazione della sanità pubblica, regione per regione, in combinazione con il definanziamento programmato dall’ultima legge di bilancio, versione italiana della rana bollita di Noam Chomsky? Purtroppo, questa non è una mera ipotesi. È un preciso disegno politico dopo la recente pubblicazione del DDL Gelmini (su cui si dovrà tornare nei prossimi giorni e nelle prossime campagne elettorali).

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A CHE PUNTO È IL TAV TORINO-LIONE?

 

(aggiornamento maggio-giugno 2022 - a cura del Controsservatorio Val Susa)

Nel 2017 il Controsservatorio aveva curato la pubblicazione di un breve opuscolo diffuso anche in pdf: Il punto sulla Torino-Lione: marzo 2017
A distanza di cinque anni riteniamo utile fare di nuovo il punto della situazione. Chi segue saltuariamente le vicende ha sicuramente difficoltà a orientarsi in presenza di una campagna di disinformazione dei media che, a differenza dei cantieri, procede sempre a ritmo serrato.
Ci auguriamo che la ricostruzione che qui proponiamo possa risultare utile
.

1.      Premessa

2.      Tratta internazionale

3.      Tratta nazionale:
  lato Francia
  lato Italia

4.      Compensazioni

5.      Impatto climatico


(disponibile anche in pdf)

Premessa

Nel quadro generale determinato da due anni di pandemia e dalla crisi energetica aggravata dalla guerra Russia-Ucraina, davanti alle drammatiche conseguenze sanitarie, economiche e sociali di questi fenomeni risalta ancora più stridente l’assurdità di investire ingenti risorse nell’opera inutile, antieconomica e climaticida che è il Tav.

Eppure le lobby politico-imprenditoriali del partito trasversale degli affari non mollano, tanto che TELT non pare turbata dall'aumento generalizzato dei prezzi dei materiali e dell'energia e piuttosto disponibile a offrire garanzie alle imprese già impegnate nei primi lotti costruttivi.
Anche se non mancano le contraddizioni: a maggio 2022 è stato revocato un bando di gara del febbraio 2020 per i lavori di un’opera accessoria (autoporto di S. Didero): evidentemente hanno pesato le incertezze delle proiezioni economiche per i prossimi anni ma in compenso l’area è fortemente militarizzata da aprile 2021 (con costi rilevanti a carico della collettività)

Che la situazione sia confusa e contraddittoria lo si deduce da tanti segnali, ne citiamo solo un paio:

·         A febbraio 2021, in un’audizione al Senato francese l’allora presidente di Telt, Hubert du Mesnil, dichiarava testualmente: "...Non mi sento in grado di decidere quale sia la curva di traffico che giustifica l’esistenza del tunnel. Dopo la crisi finanziaria del 2008 e il calo del traffico che ha causato, si è pensato che il progetto non fosse più giustificato. Ma due o tre anni dopo, il traffico aveva ricominciato ad aumentare. Questi sono di nuovo tempi difficili. Sono totalmente incapace di fare qualsiasi tipo di previsione. Gli studi devono essere fatti, certo, ma non spetta a loro dettare quella che è innanzitutto una decisione politica".
Tradotto: ogni previsione di crescita del traffico è totalmente inaffidabile, ma la politica decide a prescindere.

·         A Febbraio 2022 il Governo italiano nomina un suo nuovo Commissario straordinario per l’intero asse ferroviario da Torino al confine francese (comprendendo anche la linea storica): si tratta di Calogero Mauceri, che diventa anche Presidente dell’Osservatorio Tav. Foietta mantiene la presidenza della delegazione italiana nella Commissione Intergovernativa e Virano la direzione generale di Telt. Tutti noi garantiamo loro lauti stipendi.
L’intraprendenza del nuovo commissario e le manovre tese a dimostrare che la valle è pacificata puntano a rilanciare un progetto che molti ritengono sia parcheggiato in un binario morto.

Tra il dire e il fare, tra promettere e realizzare in ogni caso corre sempre parecchia distanza
Quanto alla concreta realizzazione della complessa infrastruttura: qualche appalto viene effettivamente assegnato, alcuni lavori preliminari vanno in qualche modo avanti tra intoppi che non mancano e soprattutto ritardi che si accumulano. Ritardi sia rispetto alle previsioni, sia rispetto agli impegni assunti con la Ue. Verificare pubblicamente se questi ritardi siano tali da mettere in discussione i fondi promessi non è possibile, perché la Commissione europea ha secretato, per ragioni di sicurezza e ordine pubblico (!), i dati su tempi e costi pattuiti nel contratto di finanziamento (vedi l’ultima lettera ricevuta dalla commissione europea e il documento fornito con le censure operate sui dati)

I progetti delle varie tratte Tav, già fortemente ridimensionati nel 2016 (versione “low-cost”), devono fare i conti con gravi imprevisti, come il forte inquinamento del sito (Salbertrand) scelto per il cantiere italiano più grande, oltre che con un Movimento No Tav che non molla, nonostante una repressione militare e giudiziaria senza precedenti. Anche molte amministrazioni comunali della bassa Valsusa mantengono la loro posizione di contrarietà istituzionale all’opera e qui chi tenta di romperne la compattezza è la Regione Piemonte. Investita dal Cipe del ruolo di “soggetto aggiudicatore” dei soldi delle compensazioni associate al Tav, la Regione li offre a Comuni che avendo il portafoglio vuoto non riescono a realizzare interventi indispensabili di messa in sicurezza del territorio dopo incendi ed alluvioni devastanti.

Lavori per la tratta internazionale

La situazione è sensibilmente diversa tra i due lati delle Alpi.

Lato Francia:
A fine Aprile 2022 risulta completato lo scavo della galleria geognostica tra le discenderie di La Praz e Saint Martin La Porte: essendo quest’opera in asse con il tunnel di base, potrà costituire i primi 10 Km di una delle due canne del tunnel.

Lato Italia:
Sono in corso le gare di appalto per le opere principali.
Il 15 Aprile 2022 vi è stata la prima assegnazione: affidati al raggruppamento ISP guidato da RFI/Italferr i compiti di “direzione lavori ed alta sorveglianza” per il tunnel Susa-Bussoleno ed i cantieri nella piana di Susa.
In concreto, però, si è ancora fermi ad operazioni preliminari che incontrano non poche difficoltà e procedono a rilento:

·         in merito all’ampliamento ed adeguamento del cantiere di Chiomonte per poter effettuare da lì lo scavo del tunnel di base nelle due direzioni – verso Susa e verso la Francia- (variante 2017), in val Clarea si sono realizzate poche opere a cielo aperto (come il nuovo ponte sul Clarea) mentre nella galleria geognostica vengono scavate nicchie laterali allo scopo di consentire ai mezzi di cantiere in ingresso ed uscita di potersi incrociare);

·         quanto alla costruzione dei due svincoli della A32 ad uso del cantiere chiomontino, la Sitaf non ha ancora realizzato alcunché;

·         a Salbertrand continua la rimozione di rifiuti pericolosi e la bonifica dei terreni sul sito destinato ad ospitare il cantiere industriale per i conci del tunnel di base; l’operazione potrebbe richiedere dai 4 ai 7 anni e ciò ha spinto Telt a presentare una ulteriore variante di progetto che sposta a Susa parte delle funzioni previste a Salbertrand; ma questo comporta la preventiva liberazione di aree della piana susina che si potrà realizzare solo ricollocando l’autoporto della A32 a San Didero.

·         a S. Didero è stato militarmente insediato ad Aprile 2021 il cantiere per il nuovo autoporto, da allora presidiato giorno e notte (con elevati costi) dalle forze dell’ordine, ma non è iniziato alcun lavoro; per di più la gara di appalto per quest’opera, indetta da Sitaf nel 2020, è stata addirittura revocata ad Aprile 2022 per la lievitazione dei costi a preventivo che è intervenuta. E' dunque prevedibile che per altri 2 anni non si inizierà…

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giovedì 9 giugno 2022

Bandiere - Mauro Armanino

 

 

Persino il Vaticano ha la sua. Così pure i Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite e altri il cui statuto non è ancora determinato. Le bandiere costituiscono un simbolo tra i più eloquenti per esprimere e rafforzare l’identità personale e collettiva. Si usano per le manifestazioni sportive, politiche, culturali, religiose  e funebri. Ad ognuno la sua bandiera da sventolare, ammirare, custodire e difendere. Eppure, di per sé, non si tratta che di un pezzo di stoffa attaccata ad un’asta che rappresenta, simbolicamente, un gruppo o una comunità. Nazione, territorio, città, organizzazione, compagnia commerciale, gruppo religioso, politico o sportivo. Ad ognuno i suoi colori e l’affiliazione che ne consegue. La distruzione o la cattura della bandiera significa la dissoluzione dell’identità e la sua ‘cattura’ da parte di un’altra entità. Le più antiche e note ‘bandiere’ riconosciute sembrano trovarsi in Cina, duemila anni prima della nostra era. Erano fatte di seta.

Veicolo d’attacco con i colori della bandiera della Federazione russa

Dall’invenzione delle nazioni e degli stati in poi, le bandiere hannno gradualmente assunto connotati molto più precisi e contundenti. Eserciti, battaglioni, reparti, squadriglie e comuni cittadini trovano nella difesa della bandiera una delle ragioni per dare la vita o prenderla ad altri. I politici parlano e la bandiera è sullo sfondo nelle loro mani, a ricordare il popolo che rappresentano e che ha loro delegato il potere di difenderlo. Nelle manifestazioni sportive internazionali c’è l’uso del giro di pista con la bandiera del  Paese del vincitore. Nell’immaginario collettivo non c’è nulla di più potente di una bandiera che sventola e si presenta come immortale nel tempo. Le bandiere seguono le mode del momento e lo spirito del tempo. Ad ogni epoca la sua bandiera da esibire al momento opportuno. L’uso di deporre la bandiera sul feretro di un defunto, poi, vuole esprimere il riconoscimento postumo della sua vita al servizio della patria.

La bandiera italiana ammainata a conclusione della missione in Afghanistan

Già, la patria. “Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé“, è il ben noto inizio della rivoluzionaria ‘Marsigliese’, l’inno nazionale della Francia dalla bandiera tricolore. Patria è un nome che deriva dal latino pater, padre: terra degli antenati, il Paese di origine e che ci è caro…la comunità alla quale si appartiene. Padre e non madre, o meglio c’è anche la “madre-patria” per mettere tutti d’accordo. Il giorno della gloria è arrivato, recita l’inno in questione, emblematico per la sua storica sincerità. Il primo ritornello termina così: “…Alle armi, cittadini/formate i vostri battaglioni/Marciamo, sì marciamo/ che il sangue impuro irrighi i nostri solchi”. Tutto è detto in questa frase e di questo parlano, senza dirlo o senza avvedersene, gli stendardi che esibiamo con fierezza. Meglio ricordare che, pure le bandiere, sono di sabbia e alla sabbia torneranno. C’è da relativizzarle e imparare piuttosto a tessere, color di sabbia, la bandiera di un’altra patria. C’è chi scrisse, infatti “…reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri…”. (D. Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari, 11 febbraio 1975).

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mercoledì 8 giugno 2022

Spiagge bene comune, contro Bolkestein e status quo - Matteo Lupoli

 

 (Articolo pubblicato su DinamoPress il 3 giugno 2022)

Il dibattito che contrappone la direttiva Bolkestein, e la conseguente promozione dell’ingresso di grandi capitali, alla tutela dei privilegi dei balneari è una narrazione tossica dalla quale occorre uscire sottolineando la necessità di un intervento statale di regolazione e pianificazione.

Ogni anno, in questo periodo che (nonostante il clima sia già arido) anticipa l’inizio dell’estate, nel dibattito pubblico si riaffacciano due questioni ancora irrisolte relative al turismo balneare e alla gestione dei flussi economici che genera. Quest’industria è importantissima in tutto il mondo e ancor di più nel Belpaese, dove il Mediterraneo lambisce le coste di ben 15 regioni su 20 e oltre 3000 km di spiaggia sono a disposizione di bagnanti e vacanzieri. Non sorprende quindi il periodico riaprirsi del sipario a cui stiamo assistendo.

Da un lato ci sono le nauseanti dichiarazioni di ricchi e celebri imprenditori (da Borghese ad Albano e Briatore, per dirne solo alcuni) che lamentano la mancanza di personale senza interrogarsi su retribuzioni e orari, accusando invece lo strumento del reddito di cittadinanza che allontanerebbe i giovani dal lavoro. Dall’altro l’ormai ultradecennale dibattito sulle concessioni balneari sviluppatosi a partire dalla direttiva europea Bolkestein del 2006 che regola le norme in materia di concorrenza.

L’Unione Europea da allora richiede vengano messe a bando le aree di costa che da quasi mezzo secolo sono affidate in gestione agli stessi privati, che ne hanno potuto disporre a un prezzo irrisorio (circa 2 euro a metro quadro) e in alcuni casi hanno persino subaffittato o venduto le licenze.

A questa richiesta si contrappongono le associazioni imprenditoriali di categoria e buona parte dei partiti politici nazionali che hanno sinora difeso strenuamente questo privilegio ottenendo continui rinvii.

Per quanto riguarda la prima questione relativa al lavoro dei cosiddetti stagionali non sono mancate prese di posizione anche radicali in entrambe le direzioni. Da quella dell’ex primo ministro Renzi, che ha annunciato una raccolta di firme per l’abolizione del RdC, a quelle di segno opposto di movimenti sociali e sindacati di base che ne richiedono innalzamento delle quote, abbassamento dei requisiti di accesso ed estensione che lo svincoli dal ricatto della ricerca di lavoro.

Sulle concessioni balneari invece il dibattito sembra essere appiattito tra due soluzioni che corrispondono a due facce speculari e complementari di un modello di capitalismo estrattivista e rapace che guarda ai territori solo come risorse strategiche per l’economia e non contempla nemmeno la possibilità di una gestione pubblica.

Nemmeno ora che l’incedere della crisi ecologica globale dovrebbe indurci a ripensare nuove forme di sviluppo compatibili con la tutela dell’ambiente (che comprende ovviamente anche quella delle coste e dei mari). Ma prima di arrivare a parlare di quella che secondo me potrebbe essere una soluzione (sicuramente perfettibile e provvisoria) per uscire da questa impasse neoliberale, proviamo a ricostruire brevemente gli eventi che si sono susseguiti fino a oggi.

La normatività italiana è entrata in conflitto con la direttiva europea Bolkestein perché prevedeva per le concessioni balneari quello che viene definito “diritto d’insistenza”, ovvero un diritto di prelazione esercitabile dai proprietari degli stabilimenti nei confronti degli altri candidati.

A questo si aggiungeva il rinnovo automatico dei titoli ogni 6 anni, garantendo di fatto la disponibilità a vita di quel terreno ai primi arrivati. La direttiva europea firmata nel 2006 prende il nome dal membro del partito liberale olandese che l’aveva promossa e dovrebbe imporre invece la libera concorrenza di tutti gli operatori privati europei per l’assegnazione di spazi pubblici nei singoli stati nazione.

Nel 2008, mentre la maggior parte degli Stati dell’Unione si apprestavano a recepire la norma, ha inizio un lungo percorso fatto di lettere di reclamo e procedure d’infrazione aperte (e poi cancellate) da parte dell’UE a fronte di ipotesi di adeguamento poi smentite da continue proroghe da parte del governo italiano.

Fino allo scorso novembre 2021, quando la situazione sembrerebbe essersi sbloccata grazie a una sentenza del Consiglio di Stato che accoglie il ricorso (contro le proroghe concesse dal governo ai balneari fino al 2034) promosso del Sindaco di Lecce, dopo che il Tar aveva accolto le richieste opposte dei balneari. Stando a quest’ultima sentenza, il governo avrebbe tempo fino alla fine del 2023 per procedere alla liberalizzazione e istituire nuovi bandi.

La levata di scudi delle associazioni di imprenditori (da Asso Balneari fino all’intera Confindustria) in difesa delle rendite acquisite e in nome di un protezionismo economico nazionale, trova immediatamente sponda nelle dichiarazioni di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Fratelli d’Italia e la Lega confermano da subito la loro contrarietà all’applicazione della Bolkestein affermando che questa lascerebbe i litorali in mano ai grandi capitali stranieri, mettendo sul lastrico migliaia di famiglie italiane. Al di là della consueta e fuorviante opposizione creata ad arte tra capitali stranieri asserviti al capitale finanziario e invece la buona e piccola impresa nazionale (come se in Italia non esistessero grandi imprese, con magari potenti holding alle spalle, in grado di inserirsi nei nuovi bandi e uscirne vittoriose o che già magari detengono il possesso di questi territori) c’è un fondo di verità in questa critica.

Questa direttiva europea, come molte altre norme nazionali e internazionali, non fa che spingere in avanti un processo di ultra-liberalizzazione proponendo di fatto la sostituzione di una rendita di successione con una rendita dovuta al proprio posizionamento sui mercati. Allo stesso tempo però credo sia indifendibile la posizione di chi per decenni ha non solo goduto del privilegio delle concessioni, ma su queste ha costruito un’economia insostenibile tanto su un piano ecologico-ambientale quanto su quello socio-economico.

Mentre i canoni concessori delle spiagge rimanevano sostanzialmente inalterati, è cresciuto invece il costo dei lettini e degli ombrelloni, per non parlare di tutti gli altri servizi accessori. Intanto il lavoro degli stagionali di quest’industria è rimasto sempre precario e sottopagato.

In molti casi crediamo sia passato da un regime di totale informalità a quello attuale di semi-legalità grazie alla deregolamentazione del mercato del lavoro, che ha concesso una gamma di contratti e formule di assunzione così ampia da divenire una tutela per i datori di lavoro più che per i lavoratori stessi (che possono essere assunti con contratti a chiamata o altre formule atipiche più facili da aggirare che da applicare). In ogni caso rimane scarsamente retribuito e ampiamente sfruttato.

E un mercato così profittevole non poteva che espandersi a vista d’occhio divorando letteralmente i pochi km. di spiaggia rimasti liberi. Solo lo scorso anno Legambiente dichiarava nel suo report “Spiagge 2021” un aumento di oltre il 12% delle concessioni a privati nei tre anni precedenti (comprendenti quindi anche il periodo pandemico, alla faccia delle lamentele degli imprenditori del settore). In alcuni comuni, come quello di Rimini, oltre il 90% della costa balneabile è data in concessione a privati.

Da questo nodo occorrerebbe ripartire, da una tutela del territorio che dovrebbe passare per la sua ri-pubblicizzazione. Le spiagge dovrebbero essere aperte a tutti perché sono un bene comune, minacciato per altro dalla continua erosione prodotta dall’innalzamento dei mari e dal loro inquinamento.

Ma non ci aspettiamo certo che siano questo governo (o il prossimo) e l’Unione Europa a procedere autonomamente in questa direzione: crediamo che questa istanza possa o debba invece essere assunta pienamente dai movimenti che si battono per la difesa del pianeta.

Quanto al dibattito che contrappone la direttiva Bolkestein, e la conseguente promozione dell’ingresso di grandi capitali, alla tutela dei privilegi dei balneari crediamo sia una narrazione tossica dalla quale uscire sottolineando la necessità di un intervento statale di regolazione e pianificazione.

L’industria turistica ha da sempre goduto dell’assenza di interventi regolatori e possiamo dire che al contempo ne stia pagando anche le conseguenze. Alla lunga non basterà allargare la frontiera della turistificazione colonizzando nuove aree per sfuggire all’inquinamento dei mari ed alla distruzione dei litorali che quest’economia produce, perché il turismo è dipendente dalle stesse risorse che consuma e deteriora. Lasciare tutto in mano agli interessi del mondo dell’impresa, piccola o grande che sia, nazionale o estera, non può che produrre un peggioramento ulteriore.

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